CERCO I MIEI FRATELLI
alla ricerca del fondamento
della fratellanza perduta


Lectio di Genesi 37-45

 

 

 

 

Casa di Preghiera sant’Andrea
Abbazia di Borzone
gennaio 2012

 

1.

“Queste le generazioni di Giacobbe”

Gen 37,1-2

 

 

 

Cos’è la fratellanza? All’inizio costituisce una relazione imposta, non scelta, che dipende dal semplice fatto di avere gli stessi genitori dei quali bisogna condividersi l’amore.

 

Generalmente i genitori amano “in ugual misura” i propri figli. In verità, poiché i figli sono diversi, amare in ugual modo degli esseri differenti implica che li si ami in modo differente.

 

Il problema nasce perché le differenze sono percepite generalmente da noi in termini “di più o di meno”.

 

Non ci meraviglia allora che la fratellanza pur essendo una relazione di fatto, generi tensioni, conflitti, gelosie e odi talvolta feroci e inguaribili (“fratelli coltelli”?). Per cui essa è un’esperienza il più delle volte problematica, in cui ciascuno dei figli cerca di ritagliarsi un posto in uno spazio già occupato in cui sembra che l’unica arma sia doversi imporre eliminando l’altro (con diverse strategie più o meno consapevoli).

 

Tuttavia per piacere ai loro genitori e riceverne l’amore i fratelli “devono” far vedere di amarsi anche se solo in apparenza. E questa finzione non può che creare ulteriori conflitti sia con i genitori che con gli altri fratelli che alla fine esplodono talvolta violentemente quando la classica goccia fa traboccare il vaso.

 

Niente dunque è acquisito anticipatamente nella fratellanza tranne lo stesso sangue: essa è una relazione tutta da costruire. Non si tratta di essere fratelli ma di diventarlo. Ma su quali basi? Questo è il problema di fondo.

 

Nella Scrittura la prima storia di fratelli è una storia di un primogenito che non diventa mai fratello: se Cainoha” un fratello, egli non viene mai detto che “è” “fratello di Abele”. Non diventerà mai tale.

 

Ora le difficoltà tra fratelli inscenate dalla Genesi hanno sempre stretti legami con le relazioni che i genitori intrattengono tra di loro.

 

Adam aveva conosciuto Eva sua moglie” (Gn 4,1). In poche parole si tratta di una relazione malata che ha rifiutato l’altro come dono sin dall’inizio: è un uomo, Adam soggetto e una donna oggetto (“sua moglie”), si parla di un atto di dominio: “conoscere” (3,5).  Anche Eva avverte anch’essa l’avidità che la porta verso “il suo uomo”. Ma stranamente quest’uomo non è Adamo ma suo figlio Caino del quale Eva dice: “Ho acquistato un uomo con Adonai” (4,1). Una madre soggetto, un figlio oggetto.

 

Il gioco è dettato dall’invidia e dalla paura, frutto del vuoto di autentiche relazioni provocato dal peccato, che fanno sì che uno si voglia appropriare dell’altro, il quale si lascia prendere prima di… riprodurre a sua volta lo stesso gioco con altri. Se l’appropriazione non riesce l’unica strada percorribile sembra essere quella dell’eliminazione.

 

In queste condizioni non ci stupiamo che Caino venga preso a sua volta da bramosia e gelosia di essere e avere tutto che lo spingerà a escludere un fratello che, ai suoi occhi, rappresenta un ostacolo al proprio delirio di onnipotenza. Ai suoi occhi è insistente: “Abel=fumo”.

 

Adonai cerca di spezzare questo circolo vizioso imponendo a Caino un “terzo” Abele: lo impone, rischiosamente, attraverso una preferenza, ovvero guardando quest’ultimo e la sua offerta e non Caino e la sua. Questo atteggiamento pedagogico divino, questa predilezione, ha di mira il bene di Caino: Dio vuole dare consistenza ad Abele agli occhi del fratello per il suo bene. In questo senso Dio assolve ad un compito paterno assente che consiste nell’inserire un “terzo” per aprire il proprio figlio a una nuova realtà che non sia il desiderio della totalità rappresentata dalla madre. È una opportunità di vita l’offerta che Dio fa a Caino. Egli lo invita a “rendere buono” ciò che vive male.

 

Ma Caino non riesce ad attraversare questa crisi dolorosa, precludendosi così al mondo della fratellanza. Diventa assassino votandosi all’erranza di colui che si perde poiché non può più trovarsi. Vivendo di conseguenza una continua paura della diversità dell’altro (4,14) che sfocia in un rapporto di violenza autodifensiva (cfr Lamech).

Caino odia Abele, perché non è capace di accettare il modo diverso con cui Dio lo ama; non solo il modo con cui ama Abele, ma anche il modo con cui Dio ama lui stesso. Se Caino fosse stato felice e contento del modo con cui Dio lo amava, non avrebbe avuto nessun problema nel fatto che anche Abele fosse amato in un modo diverso, che sembra persino migliore, questo non avrebbe creato problemi. Se io sono contento di come mi ama Dio, non mi fa problema se Dio ama un altro in un altro modo, se quell'altro riesce meglio di me. Io sono contento di come sono, perché sono il risultato dell'amore di Dio. Allora cosa è accaduto a Caino? Egli non ha acconsentito alla differenza, ovvero al limite. Nella sua bramosia vuole cancellare ogni differenza dell’altro per iscriverlo solamente dentro la propria logica: Abele non è che un concorrente che bisogna neutralizzare, allontanare o addirittura eliminare. Ma eliminando la differenza dell’altro elimina la sua: così Caino uccide non solo Abele ma anche se stesso (Filone). Questo non vuol dire solo mancata accettazione dell'altro come diverso, bensì non accettazione della propria diversità e soprattutto mancata accettazione dell’amore dei genitori.

Siamo allora avvertiti: la famiglia originaria è una famiglia segnata dalla tragedia, e la storia di ogni famiglia nasce e si sviluppa sotto il segno della morte in cui la fraternità (e la sponsalità!) non è per nulla scontata.

Il problema si ripresenta con Abramo. Il figlio Isacco è privato del fratello maggiore Ismaele quando Sara esige che questi sia mandato via con la madre Agar (21,8-14): ancora la gelosia e la paura sono la motivazione di questa fratellanza abortita sin dall’inizio.

 

Isacco a sua volta diventa padre di due gemelli: Esaù e Giacobbe. Ma egli preferisce il primogenito, cacciatore degli spazi aperti come suo zio Ismaele strappatogli all’inizio della sua vita. Dal canto suo la moglie Rebecca preferisce l’altro figlio Giacobbe che vive di fatto alla sua ombra pedissequo esecutore dei suoi capricci e rivendicazioni. E come la suocera anche Rebecca macchinerà con inganni e stratagemmi in modo che il suo preferito abbia la meglio sulla primogenitura: ancora la bramosia è la molla di tutto.

 

Giacobbe dunque ha vissuto grossi problemi di preferenza con suo padre Isacco e di conseguenza col fratello Esaù… che li porterà al conflitto a cui si prenderà soluzione solo dopo anni  giungendo ad una pacifica separazione (ma non comunione).

 

La fuga di Giacobbe dall’odio di Esaù lo aveva portato da Labano, suo zio materno. Qui Giacobbe si innamora della secondogenita la bella Rachele invece della primogenita e brutta Lea. Ma furbo come la sorella Rebecca Labano trae in inganno Giacobbe obbligandolo a sposare per prima la bruttina. Questo creerà un conflitto tra zio e nipote e di conseguenza tra le sorelle-mogli di cui una, Lea, è odiata ma è feconda, la seconda Rachele è bella ma sterile.

 

Non è allora un caso che quando Rachele finalmente riuscirà ad avere dopo tanto tempo un figlio, Giuseppe, il padre Giacobbe riverserà su di lui la sua predilezione. Contrariamente a suo padre Isacco, Giacobbe preferisce i due figli più giovani figli di Rachele ai figli maggiori di Lea e delle due schiave. Forse voleva ristabilire così l’ingiustizia subita? Ma il male si cura forse con il male? Di fatto Giacobbe perpetua questo gioco delle preferenze che l’ha fatto soffrire così tanto? La storia quasi mai è ascoltata a causa della nostra testardaggine.

 

Questo rapido percorso lascia intravedere che, da una generazione all’altra, i problemi relazionali si ripetono, si spostano, si amplificano: il male ricade sui figli sino alla terza e alla quarta generazione.

 

Ecco le generazioni di Giacobbe” (37,2). Questa è l’introduzione al nostro racconto e qui il narratore vuole forse esprimere che gli avvenimenti si sviluppano da altri avvenimenti come se questi ne fossero il seme. Se il racconto inizia con il far memoria delle “generazioni di Giacobbe” ciò significa che  ciò che ci apprestiamo a leggere non è la storia di Giuseppe, neppure dei suoi fratelli. Si tratta della storia di Giacobbe, il padre, e dei suoi figli che tentano di nascere alla fratellanza.

 

A questo punto fa la sua comparsa Giuseppe: egli non è il figlio primogenito di Giacobbe, il figlio che ci aspetteremmo subito dopo la formula che introduce le liste genealogiche. È solo il primogenito di Rachele, la sposa amata e morta dando alla nascita il secondo figlio Beniamino. Eppure l’attenzione è posta subito su di lui.

 

Il nome Giuseppe significa “Aggiunto”: egli sarà “aggiunto” agli altri figli delle altre mogli? Ovvero sarà accolto come fratello? Ma Giuseppe è portatore di antiche ferite, anche se ignora tutta questa storia, questa lunga “genealogia” di traumi. Al conflitto delle donne, mai rappacificatesi, fa seguito la lotta fra i loro figli. I dieci fratelli, figli di Lia e delle altre due schiave, non possono sopportare l'evidente predilezione di Giacobbe per i due figli di Rachele, Giuseppe e Beniamino. Dei due è soprattutto Giuseppe il più amato, lui il primogenito di Rachele.

Giuseppe all'età di diciassette anni pascolava il gregge con i fratelli. Egli era giovane e stava con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre”. Così il racconto si premura subito nel dirci che egli si trova a servizio dei figli delle schiave Bila e Zilpa e non di quelli di Lea. Perché è messo all’ultimo posto? Che significa? Un indizio en passant che ci segnala una situazione di una figliolanza mal vissuta, che diviene una fratellanza mal vissuta.

Il narratore fa una ulteriore annotazione su Giuseppe: questi continua a riferire a Giacobbe i “pettegolezzi” sui fratelli. Fa la “spia” in poche parole, li denigra presso il padre. Perché? Sicuramente per assicurarsi il suo affetto, e compensare così il disprezzo che i fratelli nutrono nei suoi confronti. Che poi il padre non reagisca a questo fatto disdicevole si spiega con quanto ci dice subito dopo: “Ora Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli poiché era un figlio di vecchiaia per lui”. Una sottile complicità lega padre e figlio in cui ciascuno cerca di trarre vantaggio dall’altro. Probabilmente Giacobbe non si è rassegnato, non ha veramente elaborato il lutto per Rachele, compensando questo con tutto un morboso affetto per il figlio di lei e Giuseppe ne porta inconsapevole le conseguenze.

 

In tale condizione si è svolta la vita dei patriarchi. Consegnata alle mani degli uomini, alle loro dissimulazioni, alle loro paure, alle loro vigliaccherie, gelosie e ripicche la storia somiglia a un caos feroce, in cui tutti lottano contro tutti nella selvaggia lotta per la sopravvivenza della propria personalità a qualsiasi prezzo. In una frase: Mors tua vita mea!  Il cammino che tutti dovranno fare, alla luce del mistero pasquale realizzatosi in Cristo, ne dovrà portare al ribaltamento: Mors mea vita tua!

 

 

 

 

 

 

CATTEDRALE DI OTRANTO- MOSAICO PAVIMENTALE

 

 

 

2.

Quando l’amore suscita l’odio

Gn 37,3-4

 

Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli”.  Giacobbe viene chiamato Israele: ci viene offerta con questo un’angolatura di lettura del fatto che Giuseppe penultimo dei fratelli sia il figlio “amato più di tutti”. Israele (nome con cui Giacobbe è stato benedetto) preferirebbe Giuseppe agli altri suoi figli proprio in quanto benedetto da Dio e in quanto eletto. Predilezione legata al retaggio delle promesse che fin da Abramo non è mai collegata con il diritto della primogenitura.

 

Segno visibile dell’amore di elezione di cui gode Giuseppe è il dono da parte del padre di una ketonet-“tunica dalle lunghe maniche”. Non è una veste ordinaria: è l’alba ornata di applicazioni multicolori che portano i dignitari, ed è riservata ai figli di notabili. Nella Scrittura una tunica di questo tipo può indicare un’investitura regale (2Sam 13,18ss). È anche una tenuta da festa, che impedisce di certo il lavoro nei campi! Donandola a Giuseppe, Giacobbe manifesta agli occhi di tutti che gli attribuisce uno status particolare, un ruolo privilegiato: Giacobbe consacra così la superiorità di Giuseppe sugli altri figli, anche se non viene detto apertamente!  Essa si aggiunge come elemento di ulteriore ostilità per i fratelli.  

 

Giuseppe ha una vocazione molto più esigente dei fratelli. In essa si riassumerà la triplice riconciliazione come risposta al triplice danno del peccato: Giuseppe volgerà i suoi fratelli al padre e tra di loro, rivelerà l’amore di Dio per tutti  e tutto tramite la benedizione della terra non considerata come “merce” di cui impossessarsi con avidità ma come mezzo di comunione e condivisione. È a causa dell’esigenza di questa vocazione che Giuseppe riceve da Giacobbe l’amore necessario per compierla. Certamente ogni fratello di Giuseppe aveva la sua vocazione e da Giacobbe tutti avevano ricevuto l’amore paterno necessario per realizzarla, ma poiché Giuseppe sarà colui che avrà come vocazione il ricomporre la famiglia, il ritrovare i fratelli come figli di Giacobbe, c’è un “di più” dell’amore del padre per lui. E' il problema che sta alla base dell’elezione. Chi non è all’interno di questa logica di gratuità vede l’elezione come motivo di discriminazione e dunque di lotta. È una costante della storia dell’umanità di cui la Scrittura da testimonianza. Perché mai Dio ha scelto Israele e l'ha preferito rispetto a tutti gli altri? Perché era il più grande? No! Perché era il migliore? No! Perché allora? Perché di sì! Perché ha scelto quello e non un altro! Perché mai scegliere Abramo, Mosè, Davide, Geremia, Osea, Maria, i dodici,….?

 

D’altra parte nella vita spirituale sappiamo come è sottile la tentazione di prendere l’elezione come forza di leva per imporsi sugli altri. Ma l’elezione ha la sua radice nell’amore, ed è impossibile viverla nella verità, senza rivalse, fuori della logica dell’amore (Giacobbe ne ha fatto esperienza! E anche Giuseppe con i suoi “pettegolezzi” risulta fragile su questo punto). Solo in Cristo contempliamo l’immagine di una elezione vissuta nell’amore perfetto. Solo nel compimento della storia santa, quando l'Unigenito, il Prediletto sarà venuto, la sua predilezione nulla toglierà agli altri, ma anzi si muterà in abbondanza di grazia infinita riversata su tutti. Mostrerà che come c'è una preferenza apparentemente “contro” altri, c'è una elezione di Dio che è “a favore di tutti”. Giuseppe è profezia di questo.

L'amore di elezione, come ogni amore, è gratuito e l'amore di elezione non vuol dire che non si ami anche l'altro, ma vuol semplicemente dire che si amano le persone in modo diverso. Dato che il termine fratelli ricorda ciò che li rende uguali a Giuseppe, l’ineguaglianza di trattamento di uno da parte del “padre di tutti loro” appare come un’ingiustizia, un’ingiuria fatta alla fratellanza, un ostacolo alla fratellanza. Così gli altri figli si sentono vittime di una mancanza di amore, e ciò fa scattare l’odio.

Un odio dunque provocato dalla gelosia e dall’invidia le quali si legano sempre alla bramosia di possesso, al volersi misurare su una scala quantitativa. Anche l’amore purtroppo come tutto può essere ridotto a schemi quantitativi. “Quanto mi ami?”! E la presenza di chi è amato “di più” rinnova continuamente la coscienza della presunta assenza di amore che ci accompagna, la sete di amore mai saziata, la ferita, la paura di non essere mai abbastanza amati ed amabili. Ciò che si desidererebbe fosse l’amore per l’altro, il modo in cui si vorrebbe che l’altro fosse amato, è solo espressione di una fame insaziabile di cose (“una cattiva infinità” Soloviev).Se si perde questa visione della persona e si sostituisce questa logica dell’amore gratuito con dei criteri quantitativi, con una cultura reificante e reificata, l’uguaglianza diventa un criterio irrinunciabile.

 

 Il vero significato dell’amore personale e libero rimane per una persona gelosa completamente nascosto e continuamente ingombro da una brama di cose, di gesti, di affermazioni che non daranno mai la vita, non creeranno relazioni libere. Si sostituisce l’amore con la sua espressione, il donatore con il dono, e la bilancia della misurazione diventa il criterio e la giustificazione della propria contentezza o ribellione. Nel mondo biblico questa mentalità è il primo frutto del peccato. Chi si è sganciato dall’abbraccio dell’amore, cioè non ha aderito liberamente all’amore, non percepisce più quanto egli stesso è amato, ma guarda geloso a come è amato l’altro. In Gen 4, Caino soggiace a tale visione che suscita gelosia perché attribuisce un peso esistenziale irrinunciabile a certe cose, ma questo lo fa vivere ad un livello assai inferiore a quello della realtà vera dell’amore, e anche la sua conoscenza dei fatti e delle persone diventa cieca. E dal momento che la gelosia è l’atteggiamento dell’uomo solo, isolato, staccato dalla fonte della vita, tutto ciò che può creare una mentalità del genere porta alla morte: si giustifica l’omicidio. Gelosia e invidia sono le vie attraverso le quali la morte è entrata nel mondo (Sap 2,24).

 

Quando comincia la gelosia, l'invidia, la rivalità tra fratelli, c'è sì un problema di fratelli, ma c'è fondamentalmente un problema di padre e di accettazione del suo amore. Per Caino e Abele, il padre di riferimento era Dio, qui, per i fratelli della storia di Giuseppe, il padre di riferimento è invece il padre carnale, Giacobbe.

 

Per questo lo odiavano”: ma chi è la persona odiata? Il pronome può rimandare sia a Giuseppe come anche al padre Giacobbe. Non è questi forse la causa dell’ingiustizia? I fratelli se sono gelosi i fratelli lo sono perché desiderano l’amore del padre: ma siccome non possono odiare consciamente il padre, allora il loro odio non può che rivoltarsi contro Giuseppe rivale di quell’amore di cui ciascuno si sente privato.

 

Un criterio importante per la verifica della maturità della vita spirituale è la capacità di saper gioire per il successo dell’altro, per l’amore con cui è “coccolato”, dal momento che questo è indice del trovarsi all’interno dell’amore del Padre. Si gioisce perché l’altra persona aderisce a Dio, gioisce con Dio perché Dio lo benedice. Se non si è con Dio questo non si può fare, non si riesce a farlo, perché non si è in grado di vincere invidie e delusioni. Soloviev dice che il peccato vuole il livellamento, una uniformità dal basso. Non è infatti che i fratelli aspirino ad un amore più alto per il fatto che Giuseppe è amato di più: vorrebbero solo che Giacobbe amasse di meno.

 

Se invece io percepisco quanto l’altro mi ami, non posso odiare quell’altro che egli ama, perché, facendo male a lui, io faccio male  a chi mi ama (Mt 25,40). Così nel racconto l’odio per Giuseppe diventa un attacco allo stesso Giacobbe.

 

Come Caino incapace di parlare con il fratello (4,8) i fratelli “non potevano parlare in pacecon “lui”: ma chi? Sia con Giuseppe che con Giacobbe! In un conflitto di relazione sempre la parola viene messa in una situazione difficilissima: alle calunnie sui fratelli riferite da Giuseppe a Giacobbe che non proferisce parola (37,2) risponde l’incapacità da parte dei fratelli di avere ancora delle parole di pace nei confronti di Giuseppe ma anche di Giacobbe (37,4). La parola, in una relazione ammalata, si ammala anch’essa e diventa incapace di generare vita, anzi il più delle volte si trasforma in arma mortale non fosse altro perché non più rivolta all’altro, il che è un modo per “eliminarne” la presenza. Ma questo non è un “omicidio”?

 

Di questo male che affligge questa famiglia nessuno è l’unico responsabile e colpevole: si ha la sensazione che in questa famiglia istintivamente ciascuno cerchi di salvare se stesso e non sia disposto a morire per il bene dell’altro.

 

 

 

 

 

Giacobbe si finge Esaù

 

 

 

 

 

 

3.

I sogni

Gn 37,5-12

 

 

Giuseppe nonostante si trovi in una situazione difficile, dal momento che è amato in modo privilegiato dal padre e proprio per questo è malvisto dai fratelli, fa dei sogni che lo mettono al centro della famiglia. Il narratore tace le intenzioni di Giuseppe e, pur non sapendo perché agisce in questo modo, di Giuseppe possiamo dire almeno che non si dimostra molto sensibile alle reazioni sempre più astiose dei fratelli. E dal punto di vista relazionale questo è certamente un errore.

 

Il primo sogno è riferito ad una sorta di elevazione di Giuseppe sopra i suoi fratelli, nel secondo addirittura i genitori parteciperebbero ad un atto di venerazione nei suoi confronti. Come leggere questi sogni? Una lettura psicoanalitica potrebbe intravvedervi una forte valenza narcisistica. Non è da escludere. Potrebbero trattarsi tutto sommato di un modo adolescenziale per affermarsi, per non lasciarsi opprimere dalla situazione tesa in cui si trova. I sogni possono benissimo allora essere letti come un desiderio da parte di Giuseppe di essere riconosciuto. Tuttavia il fatto che lui sia al centro dice forse anche il desiderio di essere un punto di forza al fine di unire i suoi fratelli attorno a sé, desiderio per ora frustrato dal suo essere posto in condizione di na’ar-servo.

 

Nonostante queste possibili interpretazioni ricordiamo che la persona che è chiamata e viene definita dalla vocazione, è sempre ben concreta. Ciò significa che il carattere, i talenti, la storia personale, anche le tendenze negative magari, nel caso di Giuseppe pure una sorta di narcisismo, non tolgono nulla all’azione di Dio e alla sua chiamata. La vocazione è infatti ricevuta sempre da una persona concreta segnata dalla sua storia e dal suo carattere, e quindi anche dai suoi limiti e dai suoi desideri e paure. Se il Signore dovesse scegliere solo perfetti… probabilmente non troverebbe nessuno!

 

I sogni dicono una realtà importante: le scelte più importanti, la nostra stessa vocazione, il modo di realizzarla non sono una teoria che abbiamo capito o costruito a tavolino e che dopo viviamo come una sorta di proiezione nella vita concreta. Se fosse così la vita sarebbe un continuo conflitto tra le idee e la realtà. Quando gli uomini cercano di applicare nella vita principi astratti o teorie o ideologie costruite a tavolino, questo si traduce sempre in una grande sofferenza. Neanche con la violenza si riesce a sottomettere la vita a degli schemi astratti. Invece è nella vita quotidiana, concreta, che la vocazione della persona si comprende attraverso la sinfonia di più voci: lo spirito, la chiesa, le persone, gli avvenimenti, le necessità. E questa comprensione è un processo dinamico che dura tutta la vita. E questo passa sempre attraverso una maturazione che ci fa passare dalla tentazione ideologizzante ad una accoglienza umile della realtà in cui ci si fa servi per amore, servi inutili che non cercano di realizzare i propri progetti, di affermarsi, di far carriera. Si passa dal “fare” al “seguire” il Signore, dall’ “agire” al “testimoniare”. È di fronte al crollo degli ideali che la vera vocazione inizia a trasparire, quando ad agire non sono io ma lo Spirito.

 

 

Ma perché i sogni? Essi sono via attraverso la quale in modo velato e nascosto è permesso all’uomo di intravvedere il mistero della sua vita. Si tratta di una sorta di profezia soggetta ad interpretazione (cosa cerca di fare d’altro lato la psicanalisi? Però ristretta al fenomenologico). Giuseppe con i suoi due sogni riceve un segno da Dio di una vocazione che ora non comprende ma che si espliciterà solo alla fine della storia e che in pienezza si realizzerà in Cristo. Nel sogno intravvediamo un’intima, personale, comunicazione di Dio alla verità della persona stessa, secondo la visione di Dio. Tuttavia il racconto non precisa che Dio sia legato a questi sogni, lascia un dubbio. È un momento di grazia che, con l’efficacia tipica della profezia, rende l’uomo partecipe dello sguardo di Dio su di lui, sulla vita, sulla storia o su qualsiasi realtà. Ora quale profezia è adombrata in questi due sogni? Giuseppe non solo salverà fisicamente i suoi fratelli, proprio tramite il grano, ma soprattutto il suo destino sarà quello di ricostruire una famiglia distrutta e questo facendo tutti ritrovare a motivo dell’amore del padre.

 

Giuseppe assolverà alla sua vocazione di unificare i suoi fratelli attraverso il male che gli infliggeranno. In questo senso i “fratelli” proprio per la loro resistenza e contrarietà, fungono da discernimento e da verifica della vocazione stessa. Se si tratta della vocazione in senso teologico, ossia che scaturisce da Dio, essa entra inevitabilmente nel dinamismo della pasqua, e messa a morte continua ad esistere. Se non vi entra il rischio è che essa non maturi, anzi si vanifichi e scompaia. La via di Giuseppe  nella realizzazione dei suoi sogni è disseminata di infinite prove ed esperienze di morte dalle quali egli uscirà sempre confidando nel suo Dio.

 

Seguendo la visione si arriva sempre, se non ci si irrigidisce nella propria volontà, alla sua realizzazione perché Dio ci sorveglia e ci protegge su questo cammino. Nella storia di Giuseppe infatti non ci sono teofanie dirette, saranno le vicende dolorose della sua vita delle vere e proprie teofanie. Ora Dio agisce e si rivela ma attraverso le azioni e anche i peccati degli uomini che Giuseppe riconoscerà come strada fattagli percorrere dal Signore. La voce di Dio non è più sconvolgente e altra, come era per Abramo, ma diviene qualcosa di interiore all’uomo. Una voce che lo rende capace di leggere tutto nella chiave della fede.

 

Anche per noi le teofanie esplicite sono rare, ma Dio ci guida con la sua sapiente provvidenza attraverso gli incontri, le persone, gli eventi, i luoghi,…i sogni! Si tratta allora di avere la saggezza per discernere e vagliare le cose che ci stanno capitando, la vita stessa anche nel suo grigiore. Si tratta di trovare Dio in tutte le cose. Diventa con ciò una vita vissuta alla luce del kairòs ovvero del momento presente in cui impariamo a cogliere una parola che non è distante e che ci apre alla vita piena.

 

Torniamo al racconto. Giuseppe racconta i sogni ma non è lui ad interpretarli. Sono i fratelli e il padre a farlo. Ma come i fratelli e il padre si pongono dinanzi ai sogni narrati?  I fratelli, lo abbiamo visto, non vivono nella libera adesione dell’amore filiale, ma sottomessi ad una logica di invidia per questo non sono in grado di comprendere i sogni. Le griglie del loro cuore non sono libere! Da loro i sogni sono interpretati solo attraverso un’ottica di avere e di potere, un essere di più o di meno.

 

La domanda che essi pongono a Giuseppe tradisce un’ironia preoccupata per il futuro, ma anche una certa aggressività nei confronti di questo fratello considerato un megalomane. Riguardo al padre invece si dice che Giacobbe sgridi energicamente Giuseppe, mostrando con ciò indirettamente che egli prende seriamente la cosa. Ha forse timore delle conseguenze che avrà questo racconto nella sua famiglia. Tuttavia si dice che "conservò in mente la cosa".

 

A queste interpretazioni Giuseppe non risponde. Non entra in discussione. Si trova di fronte a dialoghi abortiti che confermano che nella sua famiglia la parola ammalata continua a inoculare il suo virus.

 

Dopo questo episodio ci viene detto che i fratelli si allontanano per andare a nuovi pascoli. Essi di fatto prendono le distanze da Giuseppe e dal padre Giacobbe, un allontanamento onde evitare il problema che così non è risolto. E questa decisione dice una separazione di fatto all’interno della famiglia.

 

 

 

 

 

Giuseppe racconta i suoi sogni ai fratelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4.

Cerco i miei fratelli

Gn 37,12-30

 

 

 

I fratelli sono lontani a pascolare i greggi, a nord di Ebron ad una distanza di 80 km. È una lunga distanza geografica che ne indica soprattutto una interiore: essi sono lontani dalla casa ovvero dal loro sentirsi figli e fratelli. Rimangono “fuori” (un po’ come il figlio maggiore nella parabola del padre misericordioso)

 

Questa situazione è insostenibile, una tensione che va risolta. Giacobbe tenta un espediente. Affida a Giuseppe una missione: andare a trovare “la pace(2 volte) dei “suoi fratelli. Suo padre lo invita a vedere che lo shalom manca ai fratelli e alla famiglia (il gregge): lo invia per riuscire ad instaurare nuovamente il benessere. Gli chiede di “far tornare” a beneficio del padre, una parola laddove è divenuta impossibile. Per far questo Giuseppe si deve allontanare dalla casa del padre, dal suo paese: come fu per Abramo, Isacco e Giacobbe stesso.

 

In questo Giuseppe non smette di essere l’eletto. Anzi, a partire da qui, la sua elezione viene investita nel conflitto che ha indirettamente creato. Giuseppe deve acconsentire di trovarsi immerso nel conflitto con i fratelli evitando la tentazione di baypassarlo facendo finta che non esista e accontentandosi della sicurezza della casa e del calore della benevolenza del padre.

 

Il fatto che Giuseppe cerchi i fratelli è già un principio di ricerca di unità della famiglia, dal momento che il padre lo manda dai suoi fratelli per cercarli. E il padre che invia Giuseppe a trovare i fratelli è un forte rimando a Cristo (Mt 15,24). Pensiamo a Cristo che si incammina dietro la pecora smarrita, che fruga per trovare la dramma perduta. Pensiamo alla parabola dei lavoratori della vigna a cui infine, e con cattivo risultato, è mandato il figlio stesso del padrone. Questo essere mandato per trovare la pace dei suoi fratelli in pienezza accadrà a Gesù di Nazareth che supera per cercarli una distanza infinita.

 

Interessante l’annotazione che mentre Giacobbe-Israele gli dice di “andare” dai suoi fratelli, di Giuseppe si dice che “viene”: un verbo che dice avvicinamento e non allontanamento. Giuseppe non “va” lontano, ma “viene” dove pensa che suo padre lo voglia.

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Nel viaggio verso Sichem troviamo la breve e apparente accidentale narrazione di un misterioso incontro tra Giuseppe che erra sperduto nei campi di Sichem alla ricerca dei suoi fratelli e un “uomo” sconosciuto. Si tratta di un episodio tutt’altro che marginale quanto sembrerebbe a prima vista. Vediamo Giuseppe girovagare senza meta e perduto e quindi incapace di portare a termine la missione, pronto a rientrare a casa visto la ricerca infruttuosa dei fratelli. Incapace di trovare chicchessia può solo essere trovato da una terza persona che lo tirerà fuori da questa erranza e lo indirizzerà verso la sua missione. L’esegesi ebraica ha visto in questo personaggio l’arcangelo Gabriele, inviato da Dio affinché Giuseppe porti a termine il mandato divina che Dio, attraverso il padre, gli ha assegnato: salvare la sua famiglia e di conseguenza il popolo eletto.  

 

Alla importante domanda dell’uomo si esplicita la vocazione di Giuseppe: “Cerco i miei fratelli!”. Egli non comprende ancora in pienezza il significato di questa frase, ma nell’obbedienza vive già la sua identità.  Alla domanda diretta dell’uomo Giuseppe deve rispondere con il suo reale desiderio:cerco i miei fratelli!”. Giuseppe non sta solo assolvendo un comando del padre, ma sta investendo responsabilmente la sua vita nella ricerca di persone concrete.

 

L’uomo incoraggia Giuseppe a seguire questo desiderio: lo fa con molta discrezione senza dare ordini. Non fa altro che suggerire un cammino. È importante questo intervento di questo misterioso personaggio perché questi ha simbolicamente separato Giuseppe da suo padre, permettendo a Giuseppe di aderire al proprio desiderio, andando anche al di là di quanto il padre ha chiesto.

 

L’incontro termina annotando che Giuseppeva dietro ai suoi fratellial posto del più giovane, rinunciando così al posto privilegiato al quale lo aveva promosso l’elezione paterna.

 

A proposito dell’essere “mandati” occorre qui fare una riflessione: una realtà dalla quale siamo oggi pesantemente segnati è che ciascuno di noi ha le sue idee, i suoi progetti, i suoi interessi che vuole realizzare e portare avanti a tutti i costi, in un desiderio di autoaffermazione che implica anche il voler essere originali a tutti i costi. Ci è difficile entrare in un’altra logica, quella dell’accogliere un mandato. Ma la missione si compie solo se si è mandati! (Gv 14,31; Gal 2,20).

 

 Cristo compie ciò che gli dice il Padre, fa non ciò che è suo, ma ciò che è del Padre. Così la vocazione di ciascuno nella Chiesa non si può compiere se non nel mandato della Chiesa. La sottomissione di ogni battezzato alla Chiesa, sia nella sua dimensione comunitaria che gerarchica, garantisce l’obbedienza, atteggiamento indispensabile per la realizzazione della vocazione. Non si può vivere una vocazione volendo affermare se stessi! Più la mia vocazione e missione è spoglia di passioni, di possesso, più è autentica perché scaturisce dall’amore, non è inquinata. Si arriva a comprendere la difficile lezione che l’io si realizza sacrificando la voglia di autoaffermazione e dunque dando volontariamente la precedenza all’altro. Così si può ricevere il mandato ed essere mandati.

 

                                                          Giacobbe, Giuseppe e i fratelli, Venezia, Basilica s. Marco

 

 

5.

Una storia di inganni

Gn 37,18-22

 

 

Vedendo arrivare Giuseppe, nei fratelli complottono di ucciderlo, ovvero di poter risolvere, come un tempo Caino, il problema della difficile relazione eliminandolo: Arriva il sognatore!”. Lo riconoscono da lontano per la tunica di cui è rivestito e che lo rende ben distinguibile! Colui che vedono arrivare non è più  il loro fratello ma solo il “padrone dei sogni”, definizione sarcastica e sprezzante. Le parole dell’uno danno spazio alle idee all’altro e la premeditazione è sempre una circostanza aggravante di fronte a un tribunale.

 

Il sognatore subisce la sorte di tutti i profeti, respinti a causa delle loro profezie considerate non salvezza ma minaccia per il futuro (Gr 38,1-6). Così nei fratelli si risveglia solo la paura del suo potere, del rischio di perdere l’eredità. I fratelli, suggestionati dalla loro interpretazione dei sogni, hanno paura che la centralità di Giuseppe si realizzi come dominio su di loro. Ancora una volta si mette in gioco la questione dell’eredità (Mt 21,38). I fratelli con il loro complotto pretendono di opporsi ai sogni dando loro una smentita definitiva. Ma il tentativo di annullare i sogni, in cui vedono una predizione per loro funesta, aprirà la via al loro compimento.

 

Ma qual è l’eredità di cui i fratelli si vogliono accaparrare a costo della violenza? È l’amore del padre. Allo stesso modo l’umanità vuole impossessarsi dell’eredità di Cristo, che è la figliolanza del Padre. Quando Dio si è rende vicino nel suo Figlio Gesù Cristo, scatta il solito meccanismo di brama dell’eredità per impossessarsi di ciò che una volta l’uomo stesso ha abbandonato. E’ la conseguenza del peccato di origine: accaparrarsi con la forza del dono di Dio. E’ l’eterna illusione distruttiva dell’uomo di voler essere dio senza Dio. Per questa eredità l’uomo ha ucciso Cristo.

 

Fino ad ora il narratore ha utilizzato la parola “i suoi fratelli” per indicare i dieci in riferimento a Giuseppe. Smette di farlo dal momento del loro complotto. Ormai la fratellanza è decisamente scomparsa e rifiutata perché Giuseppe ne è definitivamente escluso.

 

Giuseppe all’ultimo momento viene tuttavia risparmiato dall’uccisione grazie all’intervento del fratello maggiore Ruben e di Giuda, i due figli di Lia. Ruben, il primogenito, è la voce della coscienza dei fratelli. È un vero ebreo e come tale sa che il principio dell’unità familiare è il sangue. Ma è un principio di unità fragile. Egli sente di dover sostituire il padre in veste di più anziano, deve difenderne gli interessi..ma anche i suoi. Ma perché? In lui è forte un senso di colpa. Ha violentato la schiava del padre, Bila, e ora sa che il padre gli serba un forte rancore. Il privilegio della primogenitura gli può sfuggire di mano. Egli non sta forse manovrando la situazione in modo subdolo, anche se a fin di bene, in modo da acquistarsi nuovamente favore agli occhi del padre? Le sue parole – come tutte le altre - viaggiano sull’onda della dissimulazione.

 

La questione di Ruben, che è comunque l’unica voce positiva tra i fratelli, dovrebbe reggere dentro una mentalità tribale, ma essa va inevitabilmente superata a livello spirituale. La vita spirituale è il cammino della filiazione e della fratellanza in Cristo che solo può generarla. Con Gesù il principio di unità cambia: passa dalla carne e dal sangue all’amore (Mt 12,50).

 

Anche nella vita spirituale quando cominciano le disgregazioni, nascono tanti Ruben, tanti principi di unità, ma nessuno di questi è efficace, non regge se non viene inglobato in una dimensione spirituale, se non si riferisce direttamente all’amore di Dio. Ogni sforzo per l’unità che l’uomo fa ha senso se incluso nell’amore che lo vivifica altrimenti è una illusione che prima o dopo diventa un giogo . Ogni principio di unità sganciato dall’amore diventa un principio di esclusione, e gli esclusi sono una costante minaccia all’unità. Cercando un punto unificante della persone, degli avvenimenti, dei sentimenti, ogni cosa che si pone come principio unificante fuori dello sguardo amoroso del Padre diventerà un principio di schiavitù, una sorta di taglio di intere parti della persona, della storia, degli affetti… Solo l’amore personale di Dio comunicato all’uomo dallo Spirito santo è un magnetismo che unifica tutto armonizzando i contrasti, facendo convivere gli opposti, orientando tutto al servizio dell’amore.

 

Quando Giuseppe arriva i fratelli compiono un atto altamente simbolico: lo spogliano della bella tunica. Prendere la tunica a qualcuno era un gesto grave: utilizzata in viaggio, essa serviva da coperta e ci si poteva dormire dentro; in caso di debito, si poteva prendere in pegno il mantello soltanto il giorno, bisognava restituirlo per la notte… Ma in riferimento a Giuseppe la sottolineatura è sul fatto che egli si ritrova in questo modo senza l’indumento che indica la sua identità. La tunica segno dell’amore del padre rendeva visibile il suo posto privilegiato tra i fratelli come anche la posizione particolare evocata dai sogni. Ed ecco Giuseppe, venduto dai fratelli, senza la sua tunica; ora è nudo, e la nudità è la vergogna dei fuggitivi, dei prigionieri, dei deportati…è essere esposti alla balia degli altri senza alcuna difesa, totalmente vulnerabile, privato di ogni dignità e valore, ridotto ad oggetto. È la povertà estrema di chi non può avanzare alcun diritto!  Come Cristo sul Calvario venuto a cercare i suoi fratelli anche Giuseppe è spogliato della tunica, privato della sua regalità. Ma gli altri si possono impossessare della sola espressione dell’amore ma non dell’amore.

 

Il piano di salvataggio di Ruben fallirà a causa dell’intervento convincente di Giuda quando vedrà passare una carovana di Ismaeliti. Proponendo di vendere Giuseppe, Giuda, senza secondi fini,  e gli altri con lui crede di poter risparmiare definitivamente la vita di suo fratello liberandosi comunque di lui.

 

 

 

6.

Nella notte nella cisterna

Gn 37,23-25

 

 

Giuseppe è calato in una “buca” in attesa della sua sorte. Nella cisterna dove è buttato Giuseppe non c’è acqua ma c’è il buio. Assenza di acqua e tenebre sono sinonimo di morte. Il salmo 22 pregato da Gesù sulla croce ben si adatta alla situazione:  troviamo l’immagine della preda completamente vulnerabile, impotente caduta nella trappola e circondata da belve furiose. Ed è da questa tomba che Giuseppe uscirà mandato avanti per salvare i fratelli. Il nesso con Cristo è evidente: Cristo vince la morte lasciandosi inghiottire da essa, ma con ciò la attira all’interno dell’amore trinitario, dove essa è annientata da un fuoco divorante. Canta la liturgia orientale del lunedì santo: "Delineando l'icona del Signore, Giuseppe fu gettato in una fossa, e venduto dai suoi fratelli. Tutto sopporta quell'uomo glorioso vero tipo del Cristo".

Dopo averlo gettato nella “buca”, dopo aver compiuto un fatto veramente agghiacciante – questi che dovrebbero essere dei fratelli – siedono sopra la cisterna e si mettono a mangiare. Questo è un modo con cui il testo sottolinea l'assoluta crudeltà di questi fratelli e anche l'esasperazione radicale a cui ormai erano arrivati, per cui questi si mettono a mangiare tranquillamente quasi fosse una festa. Ma questo nella logica del racconto crea anche un gioco di rimandi perché loro lo gettano nella cisterna e mangiano ma poi quando non ci sarà proprio più niente da mangiare, essi dovranno andare in Egitto e lì se lo ritroveranno davanti, vivo, senza saperlo, loro che pensavano in questo modo di essersene liberati per sempre. Ci sarà dunque il cibo che farà da filo conduttore.

 

In tutto il brano, Giuseppe, non ha più diritto di parola e non dice una parola. Il narratore chiude Giuseppe nel silenzio della cisterna significativo di un uomo che si confronta con la durezza del suo destino. L’ultima parola proferita da Giuseppe a Canaan riveste allora un’importanza simbolica straordinaria: Cerco i miei fratelli. (37:16).

 

Questa immagine di Giuseppe silenzioso nella cisterna svela la grande maturazione per la vera vita. Proprio nel momento in cui si chiudono le porte, in cui all’uomo sembra che tutto sia finito, si apre il giorno, proprio quando un abisso insormontabile di solitudine circonda l’uomo, si aprono vie inaspettate e si gettano ponti. È la logica della pasqua.

 

Ma attenzione! La persona non può buttarsi da sola nella cisterna sperando che quest’atto eroico sia la via per l’esito positivo e la gioia finale. Non si possono scegliere i sacrifici, pensando che questa scelta sia il cammino della croce e che pertanto porti sicuramente alla resurrezione. Bisogna piuttosto essere sicuri di trovarsi nella scia dell’amore, cioè trovarsi sulla scia del volere divino, trovarsi all’interno dell’intima dinamica della vocazione spirituale. Le notti non ce le procuriamo da soli, si accettano quelle che derivano dalla vita e dagli altri. La Pasqua non ce la procuriamo da noi stessi, ce la preparano gli altri. Nella notte solo l’amore può rafforzare la persona preservando il suo cuore dal rancore, dalla vendetta, dall’angoscia.

È questa la prima morte di Giuseppe: spogliato, lontano dal padre, abbandonato dai fratelli. Viene venduto a dei commercianti ismaeliti (discendenti di Abramo come anche i madianiti) per 20 sicli d’argento… che corrisponde al valore di un giovane schiavo tra i cinque e i vent’anni (cfr Lv 27,5). Come un oggetto viene messo tra il carico - tuttavia prezioso - che gli ismaeliti/madianiti stanno portando in Egitto. Gli Ismaeliti, come i Madianiti, sono senza scrupoli nei confronti del giovane che comprano - o forse trovano inizialmente nella cisterna (allarmati dalle sue grida?). Il commercio non conosce altra legge se non quella del profitto. Queste vendite successive sono state interpretate dall’esegesi ebraica come gli esili di Israele di nazione in nazione. Anche Cristo è venduto per trenta monete d’argento e così si rese schiavo fino in fondo del male del mondo, fu reso un oggetto (“consegnato”) come Giuseppe.

Il testo su questi ultimi avvenimenti rimane comunque volontariamente confuso: non si capisce che parte abbiano i fratelli nella vendita di Giuseppe. Tuttavia se i fratelli non hanno venduto Giuseppe, l’intenzione di farlo, o solamente il fatto di non opporsi alla proposta di Giuda, può bastare affinché la colpa pesi su di loro, tanto più che proprio loro hanno dato un risvolto violento al dissidio familiare. E la scomparsa del fratello ne è il risultato diretto.

 

 

 

 

 

 

 

 

7.

L’inganno restituisce l’inganno

Gn 37,28-36

 

 

Ruben quando non trova più Giuseppe nella cisterna si straccia le vesti.  Allora esclama: “Io, dove andrò io?” (v.30). Il raddoppiamento del pronome “io” significa che è soprattutto preoccupato della propria sorte. Il sangue del fratello ricade su di lui come primo responsabile (Gn 9,6; Dt 19,12). È proprio il principio di unità rappresentato dalla carne che mette sotto inchiesta proprio lui per primo.

 

Ora occorre avvertire il padre: ma come? I fratelli non osano affrontare il del padre. Nasce allora l’espediente della tunica macchiata del sangue del capro mandatagli da un messaggero. In fin dei conti il capro sgozzato non è forse figura di Giuseppe, vittima di un omicidio simbolico da parte dei fratelli. Non hanno avuto l’intenzione di ucciderlo? Il vangelo mette in evidenza il nesso tra l’omicidio e la menzogna. Anzi, rivela che il diavolo è omicida e padre della menzogna (Gv 8,44). Nelle mani dei fratelli, la tunica dovrebbe diventare la «prova» di un incidente, ovvero della morte di Giuseppe. Il messaggio è emblematico: “E’ questa la tunica  di tuo figlio? " come se Giuseppe non fosse loro fratello! Ciò sottolinea la distanza tra loro e il padre e il fratello, e nello stesso tempo la preferenza di Giacobbe per Giuseppe.

 

La domanda che pongono al padre è machiavellica. Si tratta, come tutte le menzogne, di una mezza verità in cui la menzogna nasconde una omissione ancor peggiore, destinata a fuorviare Giacobbe per allontanarlo in modo più sicuro dalla verità. Forse si tratta anche di una indicazione velata che in ultima istanza, fa sì che Giacobbe si senta come l’unico responsabile della morte del figlio prediletto: non sei stato tu a metterlo in viaggio da solo? Con questo espediente vogliono forse far pagare a Giacobbe l’umiliazione che ha fatto loro subire?

 

Qui la storia si ripete. Giacobbe che per carpire la primogenitura ha imbrogliato sul letto di morte suo padre Isacco (Gn 27) ormai cieco e vecchio è a sua volta ingannato da un capro e da una veste per mano dei propri figli. Giacobbe non aveva infatti raggirato il padre indossando gli abiti del figlio prediletto, rivestendo le braccia e il collo di un capretto e dandogli da mangiare lo stesso capretto accompagnato da parole false?

 

I fratelli con questo espediente sviluppano una falsa creatività; ma di fatto questa invenzione ha due misteriosi nessi con la verità: anzitutto che si tratta del capro con cui anche Giacobbe ha ingannato e che adesso ritorna come sangue versato e dunque come morte; secondariamente, fanno dire al padre che le bestie feroci hanno divorato il figlio, dove queste bestie non sono altro che l’immagine di loro stessi. Il male rimbalza su chi lo compie? Giacobbe si fece bestia per eliminare Esaù e adesso sono i figli a farsi bestie nei confronti del padre e del fratello. I fratelli hanno prodotto in tal modo una falsa creatività staccata dall’amore. Per la vita spirituale l’esistenza della falsa creatività è un punto che non va trascurato: si può intravvedere che cosa si nasconde dietro le invenzioni escogitate per giustificare i vizi, i difetti, gli sbagli e tanto più i peccati. La falsa creatività giunge a volte persino a servirsi delle parole dei santi e della scrittura. Si fa dire e far fare agli altri il possibile pur di non incontrarsi con la verità e di non entrare nella dinamica pasquale della conversione.

 

Giacobbe deduce dalla tunica insanguinata - ma fino a che punto? - la morte del figlio prediletto. Infatti parlando della bestia feroce responsabile della morte di Giuseppe, il padre sta denunciando i figli con parole velate? Sono loro le belve? Se è così vediamo Giacobbe rispondere alla mezza bugia dei fratelli con una verità detta a mezze parole. 

 

I fratelli ora che Giuseppe è scomparso sperano che Giacobbe riporterà il suo amore su di loro e che la famiglia potrà ritrovarsi, prima nel lutto, poi attorno ad un padre senza più il prediletto. A loro sembra che ora si possa ricostruire il cerchio della famiglia. Di fronte all’inevitabile dolore del padre, i fratelli cercano di consolarlo ma invano. Questo non accade: Giacobbe non… elabora il lutto. E questo fatto è una sconfitta tragica per tutti. Rigettando la consolazione Giacobbe manifesta chiaramente che non si decide a “seppellire” il figlio, e questo rifiuto deciso significa il fallimento della strategia dei figli, poiché questa non nascondeva solo la volontà di castigare il padre ingiusto, ma anche il desiderio positivo di ritrovare la pace familiare dopo aver eliminato colui che ai loro occhi la dilaniava.

 

Si può facilmente immaginare il peso del senso di colpa che grava su ognuno dei fratelli, appesantito ancora di più dal peso del segreto che fa di loro non più fratelli e figli ma complici, causa di diffidenza tra loro stessi. Così mantenendo viva la ferita dell’assenza di Giuseppe non c’è più possibilità di shalom se questo dovrebbe da ora nutrirsi di oblio, di diniego del conflitto, di menzogna.

 

I fratelli cercano di rimuovere Giuseppe dalla loro coscienza. La vita sembra per loro poter andare avanti lo stesso. Ma a che prezzo? Apparentemente niente fa più pensare a un collegamento con quel terribile passato. Ma quell’avvenimento non può essere rimosso dalla coscienza, eliminato dalla storia e confinato nel mito o nella ideologia. Conosciamo la storia degli omicidi che si costituiscono anni dopo aver commesso un crimine, perché non possono più vivere liberamente la propria vita. Paradossalmente, sono più liberi in prigione dopo aver confessato la loro colpa!

Siamo così giunti a confrontarci con una famiglia che non ha più nessun punto di coesione, perché la situazione è quella di fratelli che hanno la loro unità ormai tutta basata solo sulla complicità in un delitto e, dall'altra parte, c'è un padre ingannato e disperato. La famiglia non c'è più! C'è un padre che non è più capace di essere tale e che viene in qualche modo ridotto all'impotenza dai suoi stessi figli e questi figli che rifiutando il padre non sono più fratelli.

È un quadro desolante, in cui alla fine tutti soffrono. Ma se tutti soffrono, ognuno porta una parte di responsabilità nel conflitto e nella sventura da esso generata. Il peccato di Caino si perpetua: il cattivo è un disgraziato infelice che agisce come se potesse liberarsi della propria sventura facendola ricadere su altri, reazione che non fa altro che aggiungere male al male.  Ogni personaggio fa del male ad altri mentre sta cercando un bene per sé. Giacobbe ha ottime ragioni per amare Giuseppe più degli altri, ma ciò che fa del bene al padre, fa del male ai figli: ai dieci fratelli il cui desiderio di essere amati viene frustrato da questa preferenza percepita come ingiusta, ma anche Giuseppe che preso tra amore e odio, viene spinto verso suo padre da coloro che lo odiano, e semina zizzania con le sue parole, mentre sembra aspirare all’unità di tutti. L’odio geloso accumulato nella misura in cui non può esprimersi – la parola di tutti qui è malata – genera la violenza dei fratelli, infelici diventati cattivi, che se la prendono con coloro che hanno feriti, ignorando che questi sono cambiati e che avevano il desiderio di shalom nei loro confronti. Ma dal punto di vista dei fratelli questa violenza nei confronti di Giuseppe e di Giacobbe è percepita come un male necessario in funzione del loro benessere, tra l’altro il loro desiderio di una normale vita familiare. Insomma anch’essi cercano quanto è bene per se stessi, tentando di liberarsi di ciò che fa loro del male o di quello che gli altri fanno loro.

 

In questa storia, se si desidera una svolta reale, l’obiettivo non potrà essere che uno: ognuno dovrà essere portato a voltare le spalle a ciò che era un bene solo per se stesso e a sacrificarlo al bene degli altri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8.

Non ti smarrire nel tempo della seduzione

Gn 39,1-6

 

 

Tralasciamo il cap. 38 che come il 49 narra la storia di Giuda. Leggendoli è possibile constatare come anche Giuda e la sua discendenza siano invischiati in storie di inganni e di ingiustizie. Giuda ne trarrà lezioni importanti per affrontare la vita nella verità. Anche qui traspare il messaggio principale che il disegno di Dio agisce attraverso le vicende di uomini concreti e che questo non si concretizza quasi mai in un cammino lineare, ma una strada di costante sorpresa.

 

Giuseppe spogliato della sua libertà e della propria dignità è condotto in Egitto in qualità di schiavo. Su un orizzonte spersonalizzato la persona diventa un puro oggetto. Egli assume i tratti della vittima che, puramente passiva, non fa altro che subire quello che gli altri gli infliggono.

 

Viene venduto ad un notabile egiziano Potifar comandante delle guardie di Faraone. Questi ben presto sa individuare le qualità di Giuseppe tanto che lo eleva o al rango di servitore personale e di maggiordomo della sua casa.

 

Per la prima volta, l’autore del brano fa intervenire Dio: “Il Signore fu con Giuseppe, così che questi divenne un uomo a cui tutto riusciva”. (39, 2) Nonostante le apparenze Dio è presente nella storia e nella vita del “bambino” minacciato, abbandonato dai fratelli e venduto come schiavo. Questa “riuscita” di Giuseppe non è che l’adempirsi della promessa fatta da Adonai ad Abramo: Giuseppe appare dunque chiaramente come erede dell’elezione e della benedizione di Abramo.

 

Giuseppe sa collocarsi nella nuova situazione con sapienza e non sfruttando la situazione per il suo tornaconto. Ha imparato a stare al suo posto diremmo noi. Invece di riprodurre il gioco ambiguo che era il suo con i suoi fratelli, Giuseppe non cerca di imporsi, di prendere il primo posto, soprattutto nel momento in cui questa possibilità gli verrà subdolamente offerta. E questo è già un primo indizio della sua trasformazione. Accetta consapevolmente i limiti impostigli, e i “limiti” vengono posti in vista di un “bene” in modo che possano instaurarsi relazioni armoniose (cfr Gn 1).

 

Ora “Giuseppe era bello di forma e avvenente di aspetto”. Questo dono non richiama solo una dote umana, ma è un segno della grazia di Dio (cfr Mosé: Es 2,2;  Giuditta 8,7). Ma ogni dono di Dio prima o poi diventa tentazione. Più grande è il dono, il talento, più forte e la seduzione della tentazione. E sempre con lo scopo di impossessarsi del dono, di gestirlo in maniera autonoma, all’interno di una passionalità e del proprio interesse personale. Insomma usare il dono per raggiungere gli scopi prefissati da noi senza il donatore. Dove la tentazione sarà di impegnare il dono non per la gloria di Dio ma per costruirsi un mondo in cui il proprio io sarà l’epicentro delle cose e delle relazioni.

 

Ad un certo punto la moglie di Potifar pone lo sguardo su Giuseppe e vede che è bello e affascinante. Se ne invaghisce. A spingerla c’è di nuovo una bramosia che traduce l’altro in oggetto da sfruttare per il proprio tornaconto. Or un certo giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro, mentre non vi era in casa nessuno dei domestici. Essa lo afferrò per la veste, dicendo: « Giaci con me! ».Ma egli le abbandonò tra le mani la sua veste, fuggì ed uscì fuori.” (Gn. 39,11s). Giuseppe potrebbe entrare in questo gioco erotico e approfittarne in tanti sensi, soprattutto per costruirsi tutta una rete di potere e privilegi. Ma a quale prezzo?

 

Per la prima volta, la donna, cerca di far deviare la relazione di Giuseppe con Dio, non per la ricerca di qualcosa ma per una passione travolgente, il bisogno di comunione e intimità. Creare comunione, unirsi, sono proprio la vocazione di Giuseppe e sono precisamente queste realtà che adesso lo porterebbero via da Dio, invalidando la sua missione e la sua identità.

 

Occorre vivere una grande purificazione soprattutto dove il talento è più spiccato. Lì occorre vivere una pasqua non nell’ambito delle cose ma all’interno delle relazioni. La tentazione di Giuseppe si gioca dentro questa situazione. Giuseppe è solo, separato dai suoi fratelli, e quando uno è solo è molto facile cedere alla tentazione di unirsi a qualcuno per sentirsi finalmente accolti e amati. Quando uno è colpito, ferito, subisce le tentazioni più terribili di unirsi alle cose più banali, più stupide, più umilianti, proprio perché sente la sua condizione di “separato”. A qualcuno o qualcosa mi devo unire per sentirmi riconosciuto e amato!

 

Ma c’è anche un altro aspetto dentro questa tentazione: quella di cedere al rancore che spinge alla vendetta. Escluso da una parte, scatta il meccanismo di unirsi ad un altro per colpire la parte che ci ha tagliati fuori, per dimostrare che si è riusciti, che gli altri devono pentirsi dell’esclusione.

 

Giuseppe nella tentazione combatte, si difende: “come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?” (39,9). In ultima istanza Giuseppe si appella a Dio. Non tanto per difendere la virtù della castità quanto per ottemperare alla giustizia, alla responsabilità, alla gratitudine verso il padrone. D’altra parte la vera castità è sempre una questione di giustizia e di carità verso il prossimo. Nasce dopo tanto un’etica biblica che non è semplice codifica di comportamenti morali, ma invito ad un comportamento che nasce dalla relazione corretta con Dio, con l’altro e con le cose. Ed è questo il criterio vincente. Tutte le cose stanno in piedi a causa di Dio e niente si può costruire o mantenere senza di lui.

 

Giuseppe lega immediatamente la relazione con questa donna al suo rapporto con Dio. È l’uomo religioso che vede Dio che agisce in tutto. È proprio ciò che a noi riesce così difficile, questo nesso immediato tra la storia, la nostra storia, intessuta di tanti gesti quotidiani ritenuti più o meno insignificanti, e la salvezza, tra il tempo e il Signore. Qui occorre chiedere il dono della contemplazione!

 

Il fatto poi che Giuseppe sposti l’attenzione dalla seduzione erotica all’onestà, alla responsabilità e alla gratitudine verso il padrone, indica come di fatto bisogna stare attenti alle tentazioni perché spesso, o nella maggior parte dei casi, la loro verità non sta nella loro prima apparenza. Nella vita spirituale accade spesso di combattere su di un campo che diventa un motivo per occuparsi di se stessi. È un classico esempio della “furbizia” della tentazione, far spostare la nostra attenzione su una realtà, mentre è un’altra che sta minando, senza che ce ne rendiamo conto.

 

Anche questo brano ha il suo nesso con Cristo tentato (Lc 4,1-13). La difesa di Cristo davanti alle tentazioni è una totale fedeltà di Dio e a Dio. Ed è un’esplicitazione per il discepolo che la via per la vera vita è la rettitudine del cuore, è un tenere lo sguardo su Cristo, che a sua volta fissa lo sguardo nel Padre senza che nessuno riesca a distoglierlo. Nella vita spirituale è salutare imparare a fissare  l’attenzione sulle realtà vere, che rimangono, che non sono corruttibili. Saper posare il pensiero e l’attenzione sulle cose che hanno peso, che contano, significa non disperdersi, non perdersi, ma custodire la pace interiore. Le agitazioni provengono quasi sempre da un’attenzione dispersiva e da un pensiero fissato su cose che noi stessi ci prefissiamo, ma che non ci vengono comunicate né rivelate.

 

Il dominio sulle passioni in questa prova è per Giuseppe un passo di maturazione per la sua missione che sarà il dominio sull’Egitto. Giuseppe dominerà allora l’Egitto non per qualche sua voglia di scalata sociale o di dominio per affermare se stesso. Proprio perché ha imparato a dominare le passioni a causa dell’amore verso Dio, salverà il suo popolo, distribuirà il cibo: sarà servitore della vita e non un “arraffattore” di potere. Si intravvede qui il vero senso di ogni ascesi, che culmina nel distribuire i beni, nel salvare gli altri, ovvero nel consumarsi per amore.

 

Giuseppe che scappa e lascia la veste richiama Mc 14,52, il ragazzo che lascia il lenzuolo e scappa via nudo. La veste di servizio diventa veste di tradimento, ed è nuovamente a causa della tunica che Giuseppe si ritrova in prigione! Fra i versetti 12 e 18, la parola «veste» viene citata 6 volte. Giuseppe ha prima subito il furto della tunica, poi della veste. Si va sempre più verso uno spogliarsi radicale, una kenosis totale.

 

Essere nudi abbiamo visto significa in realtà essere vulnerabili, essere esposti. Lasciare la veste significa che si sta davanti ad un pericolo più grande di quello rappresentato dalla nudità, ovvero fuggire da una vergogna e da un pericolo ancora maggiore (se il tuo occhio….se la tua mano…). Canta un tropario della liturgia orientale: "Trovando nell'egiziana una seconda Eva, si studiava il Drago di far cadere Giuseppe nella lusinga delle sue parole; ma egli abbandonò la veste e fuggì il peccato e nudo non si vergognava, come il Progenitore prima della disubbidienza. Per le sue preghiere, o Cristo, abbi pietà di noi". Giuseppe si ritrova ancora una volta nudo, come quando i suoi fratelli lo hanno spogliato della sua tunica, prima di servirsene contro di lui, cosa che la donna non mancherà di fare a sua volta. Nel nostro contesto è esplicita la fuga dal peccato, dall’autodistruzione, perché rinnegamento della parola di Dio, della sua legge. Si intravede già l’uomo nuovo di cui parla Paolo che, anche se spoglio, è sopravestito dell’immortalità, dell’incorruttibilità (1Cor 15,53-54).

 

Di fronte al rifiuto di Giuseppe per vendetta la donna gli si ritorce contro. Abbandonata nelle mani della moglie di Potifar, la veste di Giuseppe diventa una prova a carico per una falsa accusa. L’odio non è mai molto lontano dall’amore, e il fallimento non è mai molto lontano dal successo! Il rifiuto di Giuseppe è uno specchio per la donna che riflette la sua cattiva coscienza, e per non vedere più questa immagine meschina di se stessa la donna cerca di rompere questo specchio sbarazzandosi di Giuseppe.

 

La donna rimane con la veste in mano e dovrà inventare qualcosa, allo stesso modo dei fratelli. Si deve sempre inventare una menzogna, dal momento che il tentatore è il padre della menzogna (Gv 8,44). E l’accusare l’altro, fosse anche il marito (“che tu….”), del proprio desiderio colpevole è un trucco vecchio quanto il mondo. Non c’è forse qui un’eco della scena del giardino dell’Eden, in cui dopo aver ceduto alla bramosia, l’uomo tenta di discolparsi puntando il dito contro la donna e anche contro Dio che gliel’ha messa accanto? (3,12). Dalla sua la donna è abile nel tirar dalla sua parte gli schiavi certamente gelosi di Giuseppe e desiderosi di essere ricompensati.

 

Così il futuro di Giuseppe è ancora in balia delle macchinazioni malsane di altri. Quante volte il disegno di Dio passa attraverso persone annoiate e fatti banali con conseguenze tragiche: pensiamo al Battista e ai giochi di potere e seduzione durante il banchetto del re Erode. Anche Gesù muore in mezzo alle banali vicende di giochi potere umani e religiosi. Mc 15 non descriverà la passione come una parodia del rito di incoronazione del re dei giudei da parte di soldati annoiati e arrabbiati? Il destino del discepolo è dunque anche quello di essere vittima di episodi spesso così crudelmente banali.

 

 

 

 

Murillo, Giuseppe e la moglie di Potifar

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9.

Il bene punito e dimenticato

Gn 39,19-23

 

Quando il padrone udì le parole (menzognere) di sua moglie che gli parlava in questi termini: «È proprio così che mi ha fatto il tuo servo!», si accese d'ira. E il padrone di Giuseppe lo prese e lo mise in prigione nel luogo dove il re detiene i carcerati.(Gn 39,19-20). La donna racconta la sua versione dei fatti in maniera tale da non lasciare spazio a nessun’altra interpretazione oltre alla sua. Espediente che anche i fratelli avevano utilizzato con Giacobbe. E Giuseppe, che non si difende, rimane fedele al padrone il quale lo getta in prigione. Rifiutando di entrare nel gioco di accuse in cui la donna lo trascina, Giuseppe testimonia anche il rifiuto da lui opposto al male. Poiché comprende il processo della produzione del male, evita di riprodurlo, in modo tale da non rendere infelici altre persone nel disperato tentativo di sfuggire alla sventura. Se viene gettato in prigione al posto di venire giustiziato, lo deve esclusivamente al fatto che Potifar è un uomo retto, che forse, ma senza dirlo, comprende l’accaduto. Rimane il fatto che per la seconda volta Giuseppe si ritrova “in fondo al baratro”.

 

Siccome in ultima istanza Giuseppe faceva appello a Dio, uno potrebbe aspettarsi che almeno Dio adesso si faccia sentire e faccia capire al padrone l’errore che sta commettendo, che sveli l’inganno, salvando Giuseppe. Ma se il Signore è con Giuseppe non significa la garanzia che tutto gli andrà bene e che ci sarà un lieto fine né che gli verranno risparmiate sofferenza e solitudine. Il Dio di Giuseppe che gli fa riuscire tutto bene non è un Dio strumentale ai fini dell’uomo. Significa piuttosto che accompagna l’uomo nel suo cammino, non gli risolve magicamente i problemi. Per cui non ci meravigliamo che il testo affermi che Adonai  scese con lui nella prigione, non lo abbandonò mentre era in catene” (Sap 10,13). Ma se il Signore è con lui, ciò significa che Giuseppe si tira dietro anche nella prigione la benedizione promessa ai padri attirando la benedizione anche su chi lo accoglie (Gn 12,2s). E’ così ancora immagine di Cristo che si dà al mondo sino alla morte di croce e dalla croce riversa sul mondo l’abbondanza della sua benedizione: chi accoglie Cristo accoglie il Padre (Mt 10,40) ovvero accoglie ogni bene.

 

In effetti la storia di Giuseppe richiama continuamente il mistero e la sapienza della croce. La maturità spirituale consiste proprio nel mettere anticipatamente in conto la pasqua. Chiunque si addentra sulla strada del vangelo e, toccato da Cristo, vuole seguirlo, già sa che per la logica del mondo i conti non torneranno. Quando si fanno scelte nella vita, quando ci troviamo ad incroci importanti, è bene sapere che, su quella che per noi è la via giusta, prima o poi ci aspetta la punizione per un bene compiuto. È frequente fare del bene ed essere fraintesi, essere giudicati in maniera errata. Ma è proprio una delle caratteristiche dell’operare dell’amore e per amore quella di essere fraintesi. Immersi in una cultura di peccato e di sensualità, del protagonismo e dell’avere, un’opera e un gesto dell’amore non possono essere compresi senza che si faccia sopra del calcolo e della speculazione. Il bene, essendo l’amore, non cerca mai se stesso (1Cor 13,5), ma è tale proprio perché è di tutti, ed è il bene perché è privo di interessi, non chiede per sé, e per questo il peccato del mondo non lo sopporta: esso contesta la sua logica (mors tua vita mea!). Il bene perciò deve essere punito, perché smaschera il male e lo fa crollare nella sua essenza, cioè nel suo interesse egoistico. Ed è per questo motivo che il male punisce il bene. Ma il bene continua a fare il bene, anche se punito, proprio perché non può cominciare a difendersi, perché non cerca il proprio interesse (cfr 1Cor 13,5): “Non lasciati vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Rm 12,21).  Ma noi non riusciamo a pensare così il più delle volte, perché coltiviamo sempre la visione della riuscita del bene, del bene riconosciuto e approvato, di una sua vittoria formale, dove tutti gli applaudono.

 

Così Giuseppe si ritrova di nuovo in prigione è in una situazione disperata. Un momento più buio sarebbe impossibile immaginarlo. La prospettiva è proprio quella della pasqua, di Gesù nell’agonia dell’orto, di Israele in Egitto che non avrà più alcuna chance, tutti i figli maschi saranno uccisi e non ci sarà più nulla da fare, allora il Signore interviene a portare la salvezza. Lo stesso è ora.

 

Dobbiamo sottolineare un aspetto importante: Giuseppe non rimane bloccato da ciò che gli capita. In questo senso sono interessanti i nomi che darà ai suoi due figli che gli nasceranno dopo alcuni anni. Il primo è Manasse “perché  - disse - Dio mi ha fatto dimenticare ogni affanno e tutta la casa di mio padre” (41,51). Il suo è un dimenticare che non è un rimuovere ma un ricordare nella verità e nell’amore, ovvero senza alcuna carica negativa. E infatti non è tanto Giuseppe che dimentica ma è Dio che gli fa dimenticare. L’uomo da solo non riesce da solo a risolvere i nodi irrisolti del suo passato: non riesce né a perdonare né a perdonarsi. (La psicologia qui rivela tutto il suo limite nell’operare una vera reintegrazione del male: può giustificare ma non perdonare!). Il secondo figlio ha nome Efraim: “perché – disse – Dio mi ha reso fecondo nel paese della mia afflizione” (41,52). Giuseppe è conscio dell’intervento di Dio nella sua vita. Tiene costantemente aperta la relazione con lui e vede tutti gli avvenimenti in Dio nella certezza che egli attraverso questi scrive la sua storia. Da qui lo sguardo colmo di gratitudine verso Dio anche se è nel paese dell’afflizione. C’è una profonda sapienza nel non cancellare le tracce del passato, nel custodire la memoria delle ferite che si è riusciti a superare e dei vicoli ciechi che la vita ha dovuto attraversare per trovare la fecondità. Giuseppe non parlerà mai perciò di una vendetta che la sua elevazione in Egitto avrebbe reso possibile. La gratitudine, in senso spirituale è un atteggiamento di umiltà, aspetto costitutivo dell’amore. La gratitudine approfondisce nell’uomo la sua verità relazionale, impedisce le chiusure, evita l’insuperbirsi, perché è una caratteristica delle persone sagge, sapienti, perché agli umili Dio si rivela. Scrive Marco l’asceta nel V sec. “Il principio del tuo profitto secondo Dio devi trarlo, o figlio, da questo: considerare, senza mai dimenticare e con perenne memoria in ininterrotta meditazione, tutte le divine dispensazioni e i benefici passati e presenti del Dio amante degli uomini verso di te a salvezza della tua anima: e non accada che, avviluppato dall’oblio del male o a motivo della noncuranza, tu ti dimentichi dei suoi molti e grandi benefici e perciò trascorra il resto del tuo tempo inutilmente e senza gratitudine. Questi ricordi incessanti, infatti, sono come un pungolo che punge il cuore e lo spinge sempre alla confessione, all’umiltà, al rendimento di grazie con anima contrita, a ogni zelo buono, a rendere in contraccambio al Signore modi e costumi buoni e ogni virtù secondo Dio, e a meditare sempre con puro sentire della coscienza la parola profetica: che cosa renderò al Signore per tutto ciò che mi ha dato?” (La Filocalia).

 

Nel sapere e nel ricordare in pratica che è sempre così-che l’essere-di-Dio-con-noi non ci risparmia né di essere venduti, né di venir ingiustamente imprigionati, ma sa di essere preservati dal peccato (Sap 10.13)- in questo sta la sapienza e il “timore di Dio” di cui è ripieno Giuseppe” (Rossi de Gasperis). È per questo che in 1Macc 2,53 si afferma che: “Giuseppe nell’ora dell’oppressione osservò il precetto e divenne signore dell’Egitto”. Se Giuseppe si fosse fissato su quello che gli avevano fatto i fratelli, avrebbe avuto gli occhi appesantiti dal rancore, da notti insonni, avrebbe covato il veleno della vendetta e non avrebbe mai visto che il Signore in Egitto gli apriva una strada. Il rancore e la collera sono sempre gravi impedimenti alla comprensione della realtà. Massimo il Confessore dice: “Purifica il tuo intelletto dalla collera e dal rancore e dai pensieri turpi: allora potrai conoscere l’inabitazione del Signore”(Centurie sulla Carità).

 

Giuseppe si dimostra così sempre più un uomo saggio e giusto. Egli ha imparato a rifiutare il male anche quando ne diventa vittima. Non tenta di vendicarsi su altri della sofferenza che lo colpisce, ma sceglie di fermare il male su di sé invece di fornirgli l’occasione di proliferare.

 

In questo senso la vicenda di Giuseppe diviene una grande parabola non solo del cammino di Cristo, ma del cammino di ogni discepolo e della Chiesa. Cercare gli applausi e le approvazioni non rientra nelle dimensioni dell’amore vero. Questi sono luccichii dell’ingannatore. Secondo la ragione del mondo è grande chi è il più forte, il più capace di farsi valere, chi “picchia di più”. Ma l’amore vero sconfessa quest’ottica. Perciò il vero forte è il debole agli occhi del mondo e il più felice è lo sconfitto dal mondo. E il perseguitato a causa dell’amore è sempre una rivelazione dell’amore. (Ma facciamo attenzione l’odio può essere anche scatenato dal nostro peccato, alcuni comportamenti possono suscitare reazioni del mondo che non sono  a causa di Cristo, ma a causa della nostra riduzione ideologica della fede e del nostro compromesso)

 

Si può lavorare per l’amore e riscuotere un certo successo, ma nell’ottica spirituale tutto questo non significa ancora quella missione maturata nell’amore che porta frutti che rimangono, perché è impossibile saltare dal giovedì santo alla domenica mattina senza passare attraverso il venerdì e l’attesa del sabato. Solo una missione impastata con il lievito del venerdì e del sabato santo genera la risurrezione. La parabola di Giuseppe ci fa discernere la via giusta da percorrere, facendoci scartare le false scorciatoie della ricerca dell’immediato che soddisfa ma non salva.

 

Dicevamo che se il Signore scende con lui in prigione, questo significa che Giuseppe si tira dietro la sua benedizione. In carcere il comandante delle guardie del carcere è in effti colpito dalla persona di Giuseppe e dalla sua saggezza e non esita ad affidargli compiti di responsabilità, dimostrando in questo una grande fiducia il lui. Nella sua vita la logica dell’amore è stringente: è amato e perciò viene escluso, ma viene sempre amato da Dio attraverso l’amore di un altro.

 

In carcere ha finalmente fine anche la sua "discesa agli inferi". In che modo? Entrano misteriosamente in scena sue prigionieri il coppiere e il panettiere del re d’Egitto. Tante volte la storia del bene passa per circostanze misteriose e imprevedibili. La vita scorre attraverso le relazioni, gli incontri. È difficile e rischioso racchiudere la vita in schemi precostituiti. Ed è proprio grazie ai sogni iei due suoi compagni di sventura da lui interpretati che li sconvolgono in due modi diversi che in seguito acquisterà la libertà!

 

Si può osservare qui un cambiamento importante nel modo di presentare gli eventi. Dato che Dio era sceso con Giuseppe nella prigione, si rivela pienamente che solo attraverso lui è data “la chiave dei sogni” a Giuseppe, la chiave che gli aprirà tutte le porte in Egitto. Se i primi sogni potevano essere presi come dei sogni umani, è chiaro che qui è Dio ad averli ispirati al coppiere e al panettiere. Giuseppe non temerà di affermare: "Non è forse Dio che ha in suo potere le interpretazioni?" coniugando allo stesso tempo l’umiltà del servo di Dio (non è nei miei poteri!) e la sicurezza dell’interprete-profeta che si fa intermediario fra Dio e gli uomini.

 

I due compagni avevano sognato ma non avevano capito. L’uomo religioso non va in cerca di chissà cosa per “spiegare”, va subito alla fonte: è Dio solo che può dare le interpretazioni. È da sottolineare nella storia di Giuseppe un equilibrio straordinario tra divino e umano, dove la compenetrazione vicendevole è davvero spirituale, dunque libera, dove non c’è totalitarismo divinizzante né un unilateralismo umanizzante. Giuseppe non usa formule in cui l’appello a Dio sia diretto e costante, non parla neanche nella forma degli oracoli dei profeti, ma usa il modo sapienziale. L’uomo radicato in Dio, seguendo la propria vocazione, attiva tutte le sue risorse, tutte le sue capacità.

 

La sapienza di Giuseppe è l’ultimo frutto della fede, ed è qualità delle persone che , accolto il dono di Dio, educate alla sua Parola, sono “esperti , in pratica, della vita e della morte, della gioia e del dolore, dell’amore, dell’amicizia, della pace e della guerra, della ricchezza e della povertà, del successo e dell’insuccesso,…capaci di interpretare rettamente, di muoversi prudentemente e di impartire un insegnamento valido a proposito di chi sia l’uomo e la donna, di come si conduca una famiglia e si educhino i figli, di come si viva e si faccia rispettare nella società, si conducano gli affari e si gestisca il denaro, ecc…” (R. de Gasperis).

 

Il coppiere aveva fatto la promessa di fare del bene a Giuseppe quando fosse uscito di prigione. Ma Giuseppe non può beneficiare immediatamente di questo successo perché il coppiere come preannunciato da Giuseppe, una volta ristabilito nelle sue funzioni, “dimentica Giuseppe” lasciandolo nel buio della prigione ma questo sarà per lui una grande opportunità.

 

Quando si è nella necessità, si desidera tanto ciò di cui si ha bisogno e ci si concentra fortemente su colui che ce lo può dare. Una volta ricevuto ciò che si desidera, dopo i primi momenti di entusiasmo, ci si scorda subito di colui che ce l’ha procurato, e più tardi ci si dimentica anche della cosa ottenuta. Noi uomini siamo capaci realmente di giudicare e di ricordare chi è meritevole riguardo a qualcosa? Sembrerebbe proprio di no, la nostra “memoria” in questo è molto labile….

 

D’altra parte il discorso dei meriti e dei ringraziamenti, cioè di essere visibilmente desiderosi d’esser riconosciuti come operatori del bene è un aspetto davanti al quale gli autori spirituali cercano in tutti i modi di preservarci. È un atteggiamento di maturità spirituale quello del fare del bene di nascosto, proprio per aiutarsi a non cadere nella tentazione e a non mescolare il bene con il male, l’egoismo all’amore. Altrimenti ci si convince pian piano che realmente facciamo il bene, che si è onesti, buoni, e se non si è riconosciuti come tali e ringraziati, ci si offende e ci si rattrista. C’è tutta una dimensione della tristezza (e ira talvolta che l’accompagna!) strettamente collegata a questa superbia spirituale, ovvero dell’essere convinti nel profondo di operare il bene, di essere buoni, e di non essere riconosciuti come tali e premiati per il bene fatto. (Cfr Mt 6,1-3).

 

La nostra tensione deve essere rivolta solo verso il Signore. Nella parusia si manifesterà la verità: in quel momento resisterà solo ciò che avrà preso parte al mistero pasquale. Per questo motivo il bene dimenticato non è realmente dimenticato, ma vive di una realtà divina. Il bene dimenticato è quel tessuto organico forte che rende la storia un organismo vivente del Cristo universale che, nella luce dello Spirito santo, si rivelerà come nuova Gerusalemme. Le sofferenze nascoste dell’amore crocifisso nei luoghi più sperduti e dimenticati sono le perle preziose incastonate nelle pietre della Gerusalemme del cielo che un giorno saranno manifestate a tutti.

 

L’amore che opera il bene e che non viene riconosciuto non ha bisogno di essere visibile agli occhi del mondo, perché è già appagato nella speranza che non delude, perché è già passato dalla morte alla vita in Cristo risorto. Il bene dimenticato è un bene vero! In quell’ultimo giorno di sorpresa assoluta si vedrà che le persone operanti il bene e dimenticate erano quel tessuto organico che, dietro le quinte di un mondo spensierato e accecato da non  vedere che sprofondava nelle crepe del tempo, salvavano dal precipizio definitivo anche coloro che li affliggevano con il disprezzo e il rifiuto del loro bene.

 

E la persona che compie il bene di nascosto è contraddistinta da una grande umiltà. Essa matura la convinzione che è stato Dio a compiere quel bene, e che lei si è solo aperta al volere di Dio, l’unico che possiede il bene e che lo può realizzare. Per questo chi si trova nel buio della dimenticanza può ripetersi nel cuore: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il frutto delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15)

 

Oggi non è facile comprendere questa verità sommersi come siamo da una cultura dei mass-media in cui una cosa è buona se è riconosciuta, apprezzata, se riceve consenso e applauso, spettacolarità. Non per nulla le vocazioni contemplative, anche nella stessa Chiesa, non sono per lo più apprezzate e riconosciute nel loro valore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10.

L’ascesa del sapiente Giuseppe
Gn 41,1-16.25-42,46-57

 

Ancora una volta due sogni, quelli di Faraone, modificheranno radicalmente il corso della storia. Giuseppe nonostante la schiera dei sapienti d’Egitto incapaci di interpretazione dei due sogni, ovvero ai quali manca la chiave del mistero del vero Dio, è stato ripescato dalla prigione al fine di darne lui la spiegazione. Tornano i sogni come realtà attraverso la quale egli si renderà grande, più dei sapienti e dei dotti della grande cultura egiziana. E’ stato chiamato al cospetto del faraone proprio attraverso le relazioni, gli incontri, l’esperienza che si aveva di lui, dal momento che del vero sapiente la gente si passa parola. “La soglia della sua casa è consumata” (Sir 6,36).

 

La sua storia lo ha reso anche un uomo abile, capace della più grande modestia come di uno spirito d’iniziativa fuori dal comune.

 

Giuseppe comincia il suo discorso affermando che lui non è indispensabile. Che è Dio a dare l’interpretazione dei sogni e che il faraone avrebbe potuto benissimo cavarsela da solo: è Dio dunque che darà la risposta (41,16)! Giuseppe davanti al faraone, in tutto il colloquio fino alla sua conclusione, mai dà a vedere di possedere qualche merito o dote particolare relativa all’interpretazione dei sogni. Ovvero non sfrutta la situazione per il proprio tornaconto.  Anzi, con il suo stile, ormai parco, essenziale, fa chiaramente capire al faraone che è Dio solo Colui che dona la conoscenza. In Giuseppe non c’è un doppio gioco, né ambiguità di fini. Anzi proprio nel momento solenne della sua piena vittoria sulle ingiustizie subite, nel momento in cui arriva ad avere potere sull’Egitto, è un luminoso esempio di umiltà. Una volta che il faraone ha raccontato i suoi sogni, Giuseppe, con una sicurezza tutt’altro che comune, non solo li interpreterà, ma detterà letteralmente a Faraone quello che deve fare se vuole salvare il suo paese. Discernimento e progettazione fanno parte dell’uomo spirituale.

 

L’umiltà è una virtù che nella vita spirituale garantisce il giusto sapore di tutte le altre virtù. Essa fa sì che si garantisca che le virtù non divengano motivi di autocompiacimento, ma rimangano tali. Senza umiltà, nessuna crescita spirituale è una vera crescita. Essa è un atteggiamento che fa sì che la persona distolga lo sguardo da sé e lo orienti all’Altro. È riconoscere Dio come “Il Signore della mia vita”. L’umiltà, sgombra il terreno delle paure, custodisce una relazione aperta affinché l’altro rimanga veramente il primo. Ad una tale persona la vita si rivela e svela i suoi misteri. Non ci deve meravigliare allora il fatto che Dio si riveli agli umili e si nasconda agli occhi dei superbi. Agli umili la sapienza fa da compagna nella vita. Ma siccome sono umili, non si fanno vedere, bisogna andarli a cercare. E l’umiltà è la sola porta di ingresso alla sapienza.

 

Il Faraone, chiaramente affascinato da questo giovane straniero appena uscito di prigione, lo stabilisce secondo sul suo regno, gli conferisce tutte le insegne della sua alta carica, lo riconosce come un intermediario della divinità, lo sposa alla figlia di un sacerdote che porta, guarda caso, lo stesso nome del suo primo padrone, Potifar, e soprattutto gli dà un nuovo nome, Zafnat-Paneach, che gli esegeti di oggi interpretano come "Dio ha parlato e dà la vita". Giuseppe rivivrà questo momento come quello in cui una figura paterna che lo predilige e lo riveste di nuovo un abito onorifico.  Il narratore indica a questo punto l’età di Giuseppe, trent’anni, come è d’uso per i re alla loro incoronazione.

 

C’è un passaggio sostanziale nel racconto di Giuseppe che non ci deve sfuggire. La porta dell’umiltà è l’umiliazione: e l’umiltà è la porta di accesso alla sapienza. Si giunge all’umiltà attraverso la kenosis. Non si diventa umili se non per la grazia, per l’amore dello Spirito santo che fa maturare le nostre umiliazioni. Davanti a Giuseppe si erano chiude tutte le strade, il suo vestito imbevuto dell’amore del padre gli era stato tolto e inzuppato di sangue, i pascoli di suo padre erano lontani, i mercanti gli aveva strapapto la libertà e lo avevano comprato e portato in una terra straniera, in un’altra cultura, lingua e religione. La luce si era chiusa su di lui: prima la cisterna, poi la prigione, poi la dimenticanza di lui. C’è forse un qualche nesso tra i sogni del faraone e la vita di Giuseppe. Anche lui ha vissuto i suoi anni di beatitudine nella casa del padre. Ma i suoi anni di abbondanza sono passati e sono giunti gli anni magri, di prova, di crisi. Ma questi anni lo hanno purificato e maturato per affrontare una nuova tappa della sua vita.

 

Ora la sapienza spirituale è riconoscere il nesso tra l’aspetto fenomenologico della vita, tra la storia e le sue articolazioni quotidiane e la storia di salvezza di ciascuno. E questa salvezza consiste nella rivelazione che Dio ci fa del suo amore.

 

La lettura della nostra storia deve essere spirituale. Ma queste realtà non sono più scontate. Non è facile trovare un padre spirituale che senza fanatismi, senza moralismi o psicologismi, possa parlare con le persone dischiudendo loro lo sguardo su ciò che sono e su ciò che capita loro nella vita in chiave di salvezza, in chiave di maturazione con Dio e con gli altri, e dunque con sé. Al massimo oggi si ricorre a qualche scuola di spiritualità, a una sua teorizzazione che a stento diventa vita. È difficile leggere la nostra stessa storia, troppo occupati come siamo dall’idea di come dovrebbe essere, di come gli altri, la Chiesa, noi stessi dovremmo essere. Così la vita concreta ci sfugge di mano senza che neppure ce ne accorgiamo.

 

Giuseppe matura sino alla convinzione che è Dio che attraverso tutte le vicende dona la conoscenza, perché è lui che porta a termine gli eventi con la sua provvidenza. Giuseppe è uomo di sapienza perché amante della provvidenza. Ha letto i sogni del faraone perché Dio glieli ha fatti comprendere quale mezzo attraverso il quale si compiva la sua vocazione datagli dal padre di cercare i fratelli.

 

La nostra presunta sapienza si risolve il più delle volte invece in curiosità libresca che è tipica dei principianti ed è dispersiva. A noi toccherebbe accedere alla conoscenza di ciò che riguarda la nostra vocazione. È precisamente questo ciò che Dio ci farà conoscere. La confusione tra conoscenza e informazione ha fatto smarrire la sapienza. Quando l’uomo accoglie veramente la vocazione, dunque la propria verità, e orienta tutte le sue forze a questa vocazione, senza disperdersi in ciò che la gente dice e vorrebbe, certo Dio gli comunica come compiere la sua vocazione, realizzando se stesso insieme agli altri, trovandosi con gli altri perché ha trovato se stesso. In genere proviamo tanta fatica nel leggere i segni dei tempi. L’asina di Balaam ci ricorda la nostra cecità. La cultura degli ultimi secoli ci ha forse reso difficile usare la nostra intelligenza e la nostra mente in tutte le sue dimensioni. Scienza e filosofia dischiudono solo un ristretto orizzonte che non è quello sapienziale. Un tipo di mentalità così è incapace di dare risposte profonde di senso. Il suo compito è di preparare i dati, di raccogliere il materiale, ma trovare la chiave della comprensione globale, dischiudere la visione è compito dello Spirito e può essere compreso solo attraverso l’intelletto spirituale che ragiona con umiltà e carità, cioè con una grande cura dell’attenzione all’altro. L’intelligenza spirituale non si contrappone alla ragione analitica, ma la integra; non ne ignora né i procedimenti né i risultati, ma li inserisce nella comprensione globale dell’insieme tipica dell’intelligenza spirituale, che rivela la vita come organismo vivo e i fenomeni come episodi di questo organismo. Tale comprensione è possibile alla persona che matura la sua vita all’interno della relazione fondante con il Signore. Giuseppe ha parlato poco di Dio nella sua storia, ma nei momenti cruciali e con una lapidaria chiarezza ha sempre messo in evidenza che per lui il Signore è il primo e l’unico.

 

La questione dei sogni non va presa alla leggera: se la persona è sul cammino del bene ha veramente occhi  limpidi con i quali può leggere, con un cuore sapiente, la storia. Ciò che ci impedisce di comprendere quello che sta succedendo è il cuore impuro, la possessione, l’attaccamento alle nostre cose, i propri schemi. Quando invece uno ha il cuore limpido e, come Giuseppe, la trasparenza di un fanciullo, allora sa interpretare, vedere, prevenire, comprendere come sarà la storia e a prepararne la salvezza. Solo un cuore integro può leggere la storia, dal momento che per leggerla bisogna essere maturi nella contemplazione, cioè interiormente liberi, purificati e abili nella riflessione spirituale sull’esperienza, sul vissuto e sull’insegnamento trasmesso dagli altri. Giuseppe è divenuto una valida guida spirituale ma questo a prezzo di silenzio, dimenticanza, prigione, buio, solitudine.

 

Per una mentalità mondana qui potrebbe chiudersi il discorso e la storia: finalmente Giuseppe ha avuto la sua rivincita. Dall’umiliazione all’esaltazione. La parabola sembra conclusa felicemente. Ma dal momento che la storia di Giuseppe è una parabola attraverso la quale Dio svela il disegno di sé come Creatore e Padre, degli uomini come suoi figli e fratelli tra loro, del creato come ambito in cui si compie il disegno del Padre, il racconto non può finire qui. Farlo significherebbe soddisfare le elementari esigenze psicologiche dei personaggi, o una voglia di giustizia molto superficiale. C’è invece un’altra parte del racconto, quella finale, dove il disegno di Dio Padre si compie come prefigurazione di ciò che in pienezza si è realizzato nel suo Figlio prediletto, l’unigenito Gesù Cristo.

 

 

 

Giuseppe spiega i sogni al faraone, Venezia, Basilica san Marco

 

11.

I fratelli scendono in Egitto

Gn 42,1-4

 

 

Sono ormai trascorsi ventanni dalla scomparsa di Giuseppe dalla casa di Giacobbe. Ormai Giuseppe ha 37 anni. La carestia preannunciata da Giuseppe in Egitto imperversa su tutta la terra (42,57). Ora Giacobbe seppe che in Egitto c’era il grano… (Gen.42,1). La carestia tocca anche il paese di Canaan, cosicché Giacobbe deve inviare i suoi figli in Egitto a cercare il grano, però, tiene con sé Beniamino. Lui è l'unico altro figlio di Rachele, la moglie amata da Giacobbe su cui ha riversato tutto il suo amore un tempo destinato a Giuseppe. Giacobbe ha già perso Giuseppe, è chiaro che non vuole perdere anche Beniamino: probabilmente diffida degli altri figli.

 

È una carestia che obbliga i fratelli di Giuseppe a compiere un viaggio verso l’Egitto per approvvigionarsi di che sopravvivere. I fratelli hanno creduto un tempo di poter dominare a loro piacimento la storia, ma Dio interviene per “aggiustare il tiro”.

 

Questo significa che Dio ha un piano prestabilito del destino degli uomini? No, Giuseppe ha incontrato tutte queste difficoltà a causa dei suoi fratelli, non a causa di Dio! Ma guardandosi indietro, potrà un giorno dire: Se voi avevate ordito del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene (50,20).

 

I fratelli di Giuseppe, dieci” appaiono passivi, rassegnati, tanto che deve essere il vecchio padre a smuovere la situazione: “Perché vi guardate l’un l’altro?”. Molto attivi e inventivi quando si trattava di tramare il male, adesso, i fratelli non hanno nessuna reazione mentre la sopravvivenza della famiglia richiederebbe di agire. Hanno perso in certo qual modo la voglia di vivere, dopo aver fatto scelte di morte? Ma la frase di Giacobbe è carica di sottintesi. Essa si ricollega con l’ordine dato a Giuseppe di andare a cercare lo shalom dei fratelli. Ora i fratelli a loro insaputa dovranno andare a loro volta a cercare Giuseppe compiendo il suo stesso cammino.

 

La carestia, che fa da sfondo a questo racconto, funge un po’ da metafora della fame di fratellanza che attanaglia confusamente la famiglia di Giacobbe. Il vecchio padre manda i suoi figli a cercare grano come una volta era stato mandato Giuseppe a cercare i fratelli, ma cercare il pane in realtà significa cercare il fratello, dal momento che il cibo e il fratello “morto” cominciano a coincidere sempre di più, cercare il grano, cioè cercare di che vivere, il realtà significa cercare l’assente.

 

Certo è la fame che li spinge, essa è la parte fisica più immediata dove il ricordo della morte  è più immediato. E sarà la fame che creerà nei fratelli la disposizione che li porterà a ricercare il fratello. Se la fragilità dell’uomo con i suoi desideri di autosalvezza diventa la “carne” nel senso paolino, cioè quell’epicentro falso, vuoto, di passionalità che si ribella a Dio, allora i fratelli dovranno comprendere che non è soddisfacendo le necessità della carne, che in questo caso si fanno sentire attraverso la corporeità affamata, che si ricorda della morte facendo scatenare la fame egoista di avere di più che ci salva. I fratelli dovranno arrivare a scoprire che si vive dell’amore e per amore.

 

La storia biblica non mette in contrapposizione il grano e la fede, la giustizia e l’amore di Dio, ma attraverso un’esigenza corporea molto immediata porterà alla scoperta della giusta gerarchia di queste realtà, cioè che solo all’interno dell’amore il grano diventa vero grano, cioè il fratello. Ecco di nuovo il nesso con Cristo che è pane vivo e vero: “chi mangia questo pane”, quello vero, nutre la propria filiazione, accoglie la propria partecipazione nel Figlio all’amore del Padre. Anzi, diventa consanguineo a lui, si fa figlio ed è introdotto alla conoscenza del Padre”. Il pane senza amore rimane semplicemente solo grano, una cosa per cui si può arrivare anche a combattere, uccidere, morire. Rimane un cibo che nutre comunque per morire. Nell’amore, il grano non è più materia che nutre il corpo e che comunque non libera dalla morte, ma acquista il volto personale dell’incontro. Nel grano ci si incontra e si partecipa all’amore di Dio Padre e Creatore. Perciò diventa un pane che nutre per la vita eterna, poiché tutto ciò che viene assunto nell’amore passa dalla morte alla vita.

 

Dunque i fratelli devono andare in un paese straniero per cercare il pane. Nella Bibbia un viaggio in un paese straniero indica molto di più di una normale spostamento geografico. E’ lo sradicamento dalla propria terra, è accettare di diventare stranieri e bisognosi è pertanto indice di un’estrema povertà e precarietà. Significa mettersi in balia di sconosciuti.

 

Nella nostra vita spesso sperimentiamo questa situazione di miseria spirituale, come se fossimo sfasati. E’ il primo campanello d’allarme di un disagio “sostanziale”. Sentiamo vacillare ogni sicurezza umana. E’ allora che si aprono dinanzi a noi scenari drammatici, capaci di mettere tutto in discussione. Senza appoggi, diventiamo “stranieri” in questo mondo in cerca di “grano”.

 

I fratelli devono “scendere”; e “scendere” e “salire” sono verbi chiave nella scrittura. Non si può mai discendere verso un luogo santo né salire ad un luogo vergognoso. Se si discende è per andare in “una fossa”. Sarà per i fratelli dunque uno “scendere” che li porterà a constatare il loro peccato e a constatarne le conseguenze. Quando i fratelli hanno eliminato Giuseppe, hanno agito da peccatori. Il peccato nella bibbia è la morte dell’uomo. Ora la fame, la morte, li spinge a cercare la vita. Ma in Egitto comprenderanno che non di solo pane vive l’uomo (Dt 8,3).

 

 

 

La vacche grasse e magre-Basilica san Marco-Venezia

12.

Il primo incontro

Gn 42,5-17

 

Sono bastati quattro capitoli per raccontare le sofferenze e i successi di Giuseppe, ne servono almeno il doppio per raccontare la storia della riconciliazione con i fratelli. Quando si è andati così vicino a un omicidio, quando si è escluso, venduto, tradito, esiliato un fratello, mentito a un padre per anni, il perdono facile è immaginabile? E quando, come Giuseppe, si è sopportata la fame, la sete, la nudità, la vergogna, la schiavitù, l’oblio, l’oscurità di una cisterna o di una prigione, il perdono è ancora possibile? E se possibile quali strade percorrere? E perché scegliere di perdonare? E dove ritrovare il punto di forza per una convergenza, per una ritrovata unità, per la riconciliazione? Sono domande difficili che esigono una elaborazione di risposte non indifferente né tantomeno immediata.

 

Dunque i fratelli, dietro l’insistenza di Giacobbe, sono scesi in Egitto per comprare di che vivere. Arrivati è Giuseppe ad accoglierli, lui li riconosce ma essi no. Ormai è passato del tempo, lui si è “egizianizzato”. I fratelli arrivano davanti a lui e si prostrano (lett. “narici a terra”). I fratelli si dichiarano servi di Giuseppe. Si comincia così in maniera quasi letterale ad avverare il sogno dei covoni ma loro non lo sanno, perché loro non riescono a riconoscere Giuseppe. A Giuseppe torna la memoria dei sogni, però connessa all’accecamento dei fratelli che non lo riconoscono, e i sogno che aveva fatto  erano “per loro”. Il che significa che la sua missione è ritrovare i fratelli attorno a sé, non tanto il loro prostrarsi davanti a lui.

 

L'incapacità di riconoscere Giuseppe è simbolicamente l'impossibilità per costoro di accettarlo come fratello. Essi lo hanno voluto morto e per loro è morto e quindi, quando se lo ritrovano davanti vivo, non riescono a riconoscerlo.

 

Giuseppe dunque li riconosce. Ma è troppo presto rivelarsi affinché egli dipani la difficile situazione. Li ama ancora, ma è troppo ferito, deve difendersene, troppe sono le domande sospese e non sa neppure quale sia stata la sorte di suo padre e del suo fratello minore, Beniamino. Forse, per l'invidia hanno ucciso anche lui? Giuseppe aspetta forse anche che i fratelli lo riconoscano da soli, ma se questa è la sua attesa la sua speranza è amaramente delusa.

 

Quale l’atteggiamento che egli decide di assumere? Esso in un primo momenti ci sconcerta:  Parlò duramente e disse: «Di dove siete venuti?». Risposero: «Dal paese di Canaan per comperare viveri». Giuseppe riconobbe dunque i fratelli, mentre essi non lo riconobbero.Si ricordò allora Giuseppe dei sogni che aveva avuti a loro riguardo e disse loro: «Voi siete spie! Voi siete venuti a vedere i punti scoperti del paese» (42,7-9). Le parole di Giuseppe sono dunque dure; egli sembra riprendere le cose laddove erano rimaste in 37,4-11, quando ogni parola di pace era impossibile tra loro. Egli inventa l’ipotesi di accusa, del tutto plausibile, che siano delle spie. Insiste sull’accusa del loro essere venuti per vedere “la nudità” (=i punti deboli e strategici) del paese. Giuseppe cerca di aiutarli a far memoria della sua nudità quando fu gettato nella buca.

 

Dal momento che i fratelli all’inizio del racconto consideravano Giuseppe una sorta di spia del padre, adesso, accusati a loro volte dal fratello “spione” di essere spie, devono passare tutta l’angoscia, la freddezza e la morte di chi fraintende l’amore con il male, il fratello con la spia, l’amore di predilezione con la gelosia e l’invidia. Sotto la spia bisogna riscoprire il fratello, sotto il fratello occorre arrivare a vedere il padre, oppure sotto il grano è necessario scoprire il fratello e sotto il fratello morto bisogna scoprire il grano che fa vivere.

 

I fratelli davanti a questa accusa sono costretti a rivelarsi e a dire chi sono. Sono pieni di paura, perché sono davanti ad uomo potente e straniero, che non conoscono, che parla una lingua diversa dalla loro. Sanno che la loro sorte è nelle sue mani. Ma come fare a dimostrare che non è vero? La situazione è molto simile all’accusa della moglie di Potifar dalla quale Giuseppe non ha potuto difendersi. Una spia non è forse per definizione qualcuno di diffidente, abile nello sfruttare le apparenze per nascondersi e trarre gli altri in inganno? Ora non  è proprio un gioco del genere che i fratelli hanno un tempo giocato nei confronti di Giuseppe e del padre?

 

Essi rispondono dicendo chi sono, ma dicendo stranamente più di quello che dovrebbero dire. Affermano: noi siamo figli di un solo padre; eravamo dodici, adesso un fratello non c'è più, l'altro è rimasto con il padre… No! Noi non siamo spie! Non dicono di essere fratelli! Di fronte al fratello “morto” essi sono morti al loro essere fratelli! “Non siamo spie, perché siamo figli di un solo uomo!” Possibile che dieci fratelli siano tutti spie? E poi non si vede bene perché mai l'essere figli di un solo uomo sia in contraddizione con il fatto di essere spie. Loro probabilmente stanno cercando di portare la cosa su un piano familiare non nazionale?  Però il loro parlare non è pertinente e soprattutto che c'entra il fatto che un fratello non c'è più e che c'entra il fatto che l'altro fratello è rimasto in Canaan? Perché mai questo dovrebbe essere una prova della loro onestà? La loro risposta non è pertinente nei confronti dell'accusa di Giuseppe, ma è perfettamente pertinente, invece, nella misura in cui si capisce che, quando uno si porta dietro il peso del peccato, quando poi si trova in difficoltà e ha paura, in qualche modo cerca di confessarlo, in qualche modo il peccato ritorna su, in qualche modo si rivela, anche se uno non vuole. E questi cominciano a rivelare che un fratello non c'è più! Il “morto” è il vero protagonista, l’assente è il vero presente della storia.

 

Così l’accusa di Giuseppe ha già loro strappato qualcosa della loro verità. Inoltre accennando diverse volte ad “un fratello che non c’è più” e spiegando che “il piccolo sta a casa con il padre fanno sì che si riproponga alla memoria quello che si era tentato di rimuovere: sia il delitto che l’invidia per la predilezione.

 

L’insistenza delle accuse è per loro l’inizio della catarsi: di fronte a questa accusa, devono definirsi, conoscersi. E non ci si conosce da soli, neanche ragionando e pensando tanto su se stessi. Ci si conosce solo a partire dall’altro: tu es ergo sum. Bisogna passare, attraverso il tu, il noi. Per far questo, bisogna riconoscere la loro verità nei confronti di Giuseppe loro fratello. E per arrivare a riconoscere la verità su Giuseppe occorre tornare nella memoria, dove si trova l’amore di Giacobbe per il figlio prediletto. Solo ammettendo l’amore di predilezione del padre, i fratelli potranno dire al signore egiziano chi sono. Fino a quel momento dicono solo una mezza verità. E non solo la affermano, ma la vivono, perché vivono una vita a metà.

 

I fratelli cominciano a porsi la domanda fondamentale nella vita spirituale: quella sulla propria identità. Hanno detto il vero dicendo di essere figli dello stesso padre, ma ciò, e Giuseppe lo sa bene, non è da loro compreso in tutta la sua profondità e implicazioni. Bisogna che passino da una comprensione sociologica, economica e di sangue ad una intesa spirituale, che poi è quella della vita e per la vita.

 

Giuseppe al termine dell’interrogatorio li fa mettere in prigione (lett. “li giuseppizzò”) per tre giorni.  Incarcerati in modo arbitrario, violento ed ingiusto, inizia per i dieci il cammino di presa di coscienza che Giuseppe fa fare loro e che comincia con il mettere i fratelli in una situazione di difficoltà; non tanto per vendicarsi e per ripagarli con la loro stessa moneta, ma perché è necessario che il cammino di peccato che questi fratelli hanno percorso sia ripercorso a ritroso, sia recuperato. Per trasformare il male in bene bisogna passare inevitabilmente attraverso la presa di coscienza della gravità del proprio peccato. Questo accade perché Giuseppe decide di recuperare questi fratelli, lui che è ancora fratello, mentre loro non sono più fratelli né di lui né tantomeno tra loro.

 

Ma, in qualche maniera, è un percorso di purificazione per lo stesso Giuseppe, che si  trova a dover affrontare ora i suoi stessi sentimenti, le sue emozioni, i suoi ricordi. I sentimenti immediati lo porterebbero ad abbracciare i fratelli e a piangere. Ma deve condurre una certa ascesi di queste emozioni, in mezzo alle quali potrebbero essere mescolati anche sentimenti di durezza, affinché l’incontro tra loro avvenga per l’unica causa vera possibile: l’amore dell’unico padre che permetterà loro di scoprirsi fratelli e dunque di potersi perdonare ed amare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

13.

“Certo su di noi grava la colpa
nei riguardi di nostro fratello”

Gn 42,18-38

 

Giuseppe ha lasciato i fratelli in prigione, poi, opera un cambiamento di decisione, che li sconcerta ancora di più. Infatti prima aveva detto: uno di voi andrà a prendere l'altro fratello e voi rimanete qui. Poi li lascia in prigione e poi dice ancora: andate via tutti, uno solo di voi rimane qui! Essi capiscono sempre di meno e sempre più vivono il fatto di essere in balia di questo uomo che, oltretutto, sembra uno che cambia idea continuamente, mezzo matto. Vai a capire questo cosa fa e pensa!

 

La condizione per la loro credibilità che porterà alla liberazione del fratello rimasto prigioniero sarà il condurre in Egitto il fratello più piccolo. Tuttavia Giuseppe si premura di far loro consegnare il grano necessario “per la fame delle loro case”. Ma di che fame si tratta ora?

 

Perché questa strategia adottata da Giuseppe? Essa non verte solo sulla veridicità delle parole, ma va più in profondità: vuole constatare la relazione dei dieci tra loro e con Beniamino e con il padre Giacobbe. Che cosa stabilirà la verità della parola dei fratelli? Nient’altro che la fratellanza che dimostreranno nel portare a Giuseppe il “fratellino”. Lo faranno in tre modi: da un lato la venuta di Beniamino (“vostro fratellino”) dimostrerà che non gli hanno fatto subire ciò che un tempo inflissero a Giuseppe, dall’altra parte tornando in Egitto i nove dimostreranno che tengono veramente al fratello Simeone che Giuseppe tratterrà come ostaggio (“vostro fratello, un unico”) non lasciandolo in schiavitù come abbandonarono Giuseppe vent’anni prima. Se questo accadrà, inoltre, significherà che sono stati capaci di parlare con il loro padre Giacobbe del problema che lacera il gruppo dei fratelli, cioè della preferenza di Giacobbe per i figli di Rachele; vorrà dire che sono stati in grado di spingere il padre a riporre in loro la fiducia nonostante tutto.

 

Giuseppe per dare credito e verità al suo discorso ai fratelli parla del suo timore Dio:  «Fate questo e avrete salva la vita; io temo Dio!”.  Egli svela in questo modo una dimensione della vicenda finora assente. Il suo timore di Dio è qui connesso direttamente al suo desiderio di vita per i suoi fratelli, poiché suggerisce che le istruzioni date loro sono dettate dal rispetto di Colui che vuole la vita.

 

La benevolenza di Giuseppe sembra tuttavia dimostrare un lato temibile e rischioso. Trattenendo uno dei fratelli e rimandando gli altri nove a casa, senza un “unico”, Giuseppe costringe i fratelli a tornare dal padre nelle stesse condizioni in cui vi erano tornati dopo la sua scomparsa. E l’assenza di un fratello al ritorno sveglierà finalmente il ricordo dell’altro scomparso? In questa situazione non sono forse costretti a rivivere un altro momento del dramma passato, affrontando di nuovo il dolore del padre?

 

Qui risulta chiara un’antinomia che una mente non purificata riesce a stento a vedere come un’unica realtà dell’amore, cioè la bontà e l’esigenza di giustizia e verità.  Quando si ravviva la memoria del male per fare la verità sulla sventura da esso generata, si fornisce un’opportunità alla vita, la quale ha tutto da perdere dal diniego del male e da una menzogna ostinata. Riaprire una ferita può rivelarsi salutare, se lo si fa nella speranza, chirurgica se così si può dire, di ripulirla dal pus che genera cancrena. Questo è il modo migliore per opporsi al male e privarlo della sua infettività.

 

Questo essere completamente in balia di questo potente d’Egitto dovrebbe ricordare ai fratelli quando Giuseppe era totalmente in loro balia, gettato in fondo alla cisterna e poi addirittura venduto come se fosse un oggetto. I fratelli infatti cominciano a dirsi la colpa che grava su di loro: “E allora si dissero l'un l'altro: certo su di noi grava la colpa nei riguardi di nostro fratello, perché abbiamo visto la sua angoscia quando ci supplicava e non lo abbiamo ascoltato, per questo ci è venuta addosso questa angoscia!”. Il sangue del fratello assente pesa ancora loro addosso dopo tanti anni se quello che sta avvenendo viene da loro percepito come una punizione producendo un’angoscia che adesso ricorda loro l'angoscia di Giuseppe e ciò dimostra che hanno coscienza di quanto hanno fatto subire alla loro vittima..

 

Il narratore qui riporta fatti non raccontati prima ma che Giuseppe non ignora. L’ascoltatore viene informato proprio dai carnefici, adesso pentiti, di quello che percepiscono come vera colpa: non si tratta innanzitutto di aver aggredito un fratello, ma di avergli negato la fratellanza, l’aiuto necessario.

 

Essi non si rendono conto che si confessano proprio alla presenza di Giuseppe, che comprende perfettamente quello che dicono. Per la prima volta parlano di Giuseppe come “nostro fratello”. Giuseppe sta cominciando a ottenere i primi risultati, perché sta cominciando a far emergere la coscienza della colpa in questi suoi fratelli.

 

Contemporaneamente si prende cura di loro, perché gli dà il grano e consente quindi a loro di tornare in patria e di dare vita alle loro famiglie e quindi al padre Giacobbe. Nel grano donato e nel denaro trovato da loro restituito da Giuseppe ai fratelli c’è una grande immagine del perdono: gli viene restituito quanto hanno dato come “per-dono”. Nel profondo del suo cuore, Giuseppe ha forse già perdonato, nel momento in cui ascolta i rimpianti espressi dai suoi fratelli, ma vuole ancora consolidare questa nuova consapevolezza che vede nascere nei suoi fratelli.

 

Tuttavia il denaro nascosto nelle borse può significare anche altro: non è forse una notifica da parte di Giuseppe ai fratelli del fatto che hanno sempre nei suoi confronti un debito nascosto e che quindi non possono considerarsi in regola davanti a lui? Un debito che nessuna trattativa finanziaria può estinguere!

 

Ma questo denaro restituito di nascosto costituisce un grande rischio per Giuseppe! Se l’attrattiva del denaro prevale a scapito del senso della fratellanza, non vorranno forse tenersi i soldi abbandonando il fratello? Nell’idea di Giuseppe, venduto, i fratelli potrebbero essere capaci anche di questo.

 

L’episodio riporta infine le lacrime nascoste di Giuseppe. Cosa significano? Forse ci parlano della tensione interiore vissuta da Giuseppe che attende di essere riconosciuto ma non accade, e che tuttavia sa che è troppo presto per svelarsi. Non è poi che presentandoci un Giuseppe che piange il narratore ci voglia rassicurare sulla natura positiva delle sue intenzioni?

 

14.

Per superare il motivo del grano

Gn 42,29-38

 


         I nove fratelli fanno ritorno in patria, alla casa del padre. Durante il viaggio assistiamo all’episodio, che si ripeterà ancora una seconda volta, del ritrovamento del denaro versato per l’acquisto del grano. Si spaventano ancora di più, perché quello là, mezzo matto, gli aveva detto: voi siete spie! Adesso avrà l'occasione per dire: voi siete anche ladri! Non capiscono e hanno paura! Ma ladri di che cosa in realtà?

 

Allora si sentirono mancare il cuore e tremarono, dicendosi l'un l'altro: «Che è mai questo che Dio ci ha fatto?”: i fratelli iniziano a collegare gli avvenimenti a Dio. Ed è interessante che riescono a farlo dopo che hanno riconosciuto il loro peccato: “Su di noi grava la colpa….”.

 

Devono comunque tornare da Giacobbe ritrovandosi nella stessa situazione dei tempi di Giuseppe, perché ancora una volta tornando dal padre c'è un fratello in meno. Un tempo fecero dire: un leone l’ha sbranato! Adesso che non c'è Simeone se l'è sbranato un altro leone, cioè il potente, il folle d'Egitto. Tornano senza uno e questo tornare senza uno è causato da quell'altro uno che condiziona tutto.

 

Per giustificare la cosa riportano (cercano di addolcirle) le parole del signore d’Egitto: “l'uomo, signore del paese, ci ha risposto: In questo modo io saprò se voi siete sinceri: lasciate qui con me uno dei vostri fratelli, prendete il grano necessario alle vostre case e andate. Poi conducetemi il vostro fratello più giovane; così saprò che non siete spie, ma che siete sinceri; io vi renderò vostro fratello e voi potrete percorrere il paese in lungo e in largo».

 

Giacobbe, davanti a questa prospettiva dice: no!Mentre vuotavano i sacchi, ciascuno si accorse di avere la sua borsa di denaro nel proprio sacco. Quando essi e il loro padre videro le borse di denaro, furono presi dal timore. E il padre loro Giacobbe disse: «Voi mi avete privato dei figli! Giuseppe non c'è più, Simeone non c'è più e Beniamino me lo volete prendere. Su di me tutto questo ricade!(35-36).

 

L’effetto del racconto e del ritrovamento del denaro fatto dai fratelli ha un risultato devastante per Giacobbe. Egli li accusa esplicitamente di “essere vittima” dei propri figli. Questa reazione rivela con chiarezza il modo in cui Giacobbe capisce la situazione presente e le sue implicazioni nascoste. Partendo da questi fatti egli ordina le proprie riflessioni suggerendone appena dei legami di causa ed effetto. Il denaro è ricomparso e Simone non c’è. Hanno forse comprato del grano pagandolo col fratello? E se questo denaro spiegasse anche la scomparsa dell’altro assente Giuseppe? In queste condizioni quale altro colpo stanno macchinando chiedendogli Beniamino? Se mentono oggi a proposito di Simeone, come un tempo forse per Giuseppe, di che cosa sono ancora capaci?

 

Per portare il “fratellino” in Egitto i fratelli devono separarlo dal padre e quindi affrontare Giacobbe su una questione capitale in quanto è quella che ha causato la crisi familiare e intralciato la fratellanza: cioè la preferenza per i figli di Rachele.Ma  Giacobbe non vuole mandare Beniamino, perché è convinto che Giuseppe sia morto e allora, avendo perso Giuseppe, non vuole perdere anche l'unico altro figlio di Rachele. E attenzione non teme per ciò che potrebbe capitare in Egitto, ma bensì “sulla strada per la quale andrete, mostrando che teme più i propri figli che il sedicente signore d’Egitto.

 

Così dopo esser stati messi a confronto con la propria verità in Egitto, i fratelli sono brutalmente messi di fronte alla verità dal padre che li accusa del male subito e che si pone, insieme ai due figli scomparsi, come vittima innocente delle loro macchinazioni

 

In questo modo la verità progredisce. Finalmente Giacobbe ha potuto esprimere dopo tanti anni di silenzio il suo modo di vivere il dramma familiare; finalmente i figli hanno potuto sentirlo e misurare, ascoltando le sue parole, i danni tuttora presenti del loro odio passato. I figli comprendono che non hanno solo fatto soffrire Giuseppe, ma anche il padre! Viene chiaramente detto che la prima persona ad essere messa in gioco è il padre. Solo ora comprendono che in gioco vi è la vita del padre. “voi mi avete privato dei figli”. C’è dunque questo difficile rapporto tra figli e fratelli. Siamo tutti figli di uno stesso Padre ma difficilmente siamo fratelli.

 

Allora c'è ancora una volta Ruben che come capo dei fratelli dice: “mi faccio garante dei due fratelli” aggiungendo la facoltà per Giacobbe di far ricadere, qualora succedesse loro qualcosa, la colpa sui suoi due figli. Fuor di dubbio la buona intenzione di costui, eppure il contenuto della proposta è stravagante, fuori luogo. Spontaneamente per lui la vendetta potrebbe sostituire la consolazione. Ma in che modo la morte di due nipoti potrebbe portare conforto al nonno per la perdita di due figli? E soprattutto che idea ha Ruben di Giacobbe per pensare che questo tipo di rappresaglia potrebbe calmare la sofferenza del padre? E che rapporto rivela con i suoi due figli? Lette con attenzione le parole di Ruben dicono molto: tradiscono un senso di colpa. Quel che Ruben propone non è altro che un’autopunizione: se priva il proprio padre dei suoi figli, la pagherà in quanto padre venendo privato dei suoi

 

Ma Beniamino non parte, e Simeone rimane laggiù, loro rimangono lì e aspettano di morire, perché, quando il grano finisce, non resta che morire. La paura di perdere ha l’ultima parola: essa attanaglia Giacobbe spingendo tutta la famiglia in un vicolo cieco. La situazione appare bloccata e drammatica.

 

Il test immaginato da Giuseppe non mette alla prova solo la capacità di fratellanza dei fratelli, ma mette alla prova anche l’atteggiamento paterno di Giacobbe. Un confronto dagli esiti in certi e rischiosissimi, ma che è l’unica strada per far progredire la verità tra padre e figli, pur obbligando tutti a toccare con mano gli effetti disastrosi della loro menzogna e delle loro paure. Il cammino è ancora lungo, poiché occorre che dei segni di questo cambiamento riescano a vincere una sfiducia vicendevole più che giustificata.

 

Così risulta che Giuseppe, che è vivo ma creduto morto, sta guidando il gioco, perché è lui che ha tenuto lì Simeone, è lui che ha chiesto che gli riportino Beniamino! E' lui, dunque, che tira le file del gioco, condizionando tutto, perché è creduto morto. Ma Giacobbe non manda Beniamino, allora non riesce neanche a riavere Simeone. Questo fatto che Giuseppe è morto impedisce di fatto la liberazione di Simeone.

 

Questo essere contemporaneamente vivo e morto di Giuseppe è ciò che condiziona tutto quanto e, d'altra parte, questo suo essere contemporaneamente vivo e morto è determinato dal fatto che i fratelli hanno commesso il loro peccato e non lo hanno ancora confessato. Giuseppe è contemporaneamente vivo e morto, perché i fratelli hanno mentito, dicendo che è morto! Non hanno saputo confessare il fatto di averlo venduto e allora questo peccato non confessato dei fratelli, adesso fa' sì che Giuseppe sia contemporaneamente vivo e morto e che di fatto tutta la storia venga bloccata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

15.

Ridare fiducia

Gn 43,1-15

 

 

 

Alla fine l’istinto di sopravvivenza prende il sopravvento. Solo davanti alla morte Giacobbe cede e a malincuore accondiscende alla richiesta accettando di lasciar andare anche Beniamino.

 

Ma per arrivare a questa svolta è stata necessaria una parola, un dialogo tra Giuda e il padre Giacobbe. È Giuda che finalmente dice: “se non ti ricondurrò il ragazzo io sarò colpevole contro di te”.

 

Giungiamo così ad una svolta fondamentale di tutta la vicenda. Infatti non si tratta più solo del fratello, ma di qualcosa contro il padre: “Sarò colpevole – dice Giuda – contro di te, padre”. È un grande passo ma tuttavia non basta ancora, perché Giuda sta dicendo in fondo questo a motivo della fame (cfr il figliol prodigo…).

 

Giuda si assume la responsabilità a farsi “lui stesso pegno”. E il suo modo di designare Beniamino è notevole. Non parla né di “tuo figlio” né di “nostro fratello”, ma “del ragazzo”, situandolo come persona che non appartiene né al padre né ai fratelli. Nessuno può rivendicare l’altro come proprietà.

 

La vita di tutti dipende infatti da questo distacco dal figlio minore da parte di Giacobbe. Tentare di trattenere la vita per paura della morte significa condannarla alla morte. Israele dunque accetti il rischio di perdere tutto, di morire (42,38) affinché tutti ritrovino una opportunità di vita.

 

In modo indiretto Giuda suggerisce a Giacobbe la via della vera paternità. Un padre degno di essere tale non soffoca uno dei figli tenendolo prigioniero delle proprie carenze affettive, qualunque sia la legittimità delle sue motivazioni. Un vero padre si fida della parola dei propri figli e della loro capacità di costruire una fratellanza, o comunque, non li rinchiude irrimediabilmente nei loro passati errori. Infine un vero padre si preoccupa della vita di ciascuno anche quando questo significa lasciare che ciascuno prenda la propria strada. Insomma Giuda onora suo padre rivolgendosi a lui da uomo a uomo, distante e vicino nello stesso tempo; gli indica chiaramente la sua responsabilità. Ma non per questo si sottrae alla propria. Infatti si impegna a riportare indietro suo fratello, facendosi garante del compito che gli spetta: dimostrarsi fratello. Facendo così Giuda inverte l’atteggiamento di Caino poiché si propone personalmente come “custode del proprio fratello”.

 

Giacobbe acconsente. È un grande passo in avanti da parte di tutti per il bene di tutti.

 

 

 

 

15.

Il secondo incontro

Gn 43,15-34

 

 

 

I fratelli partono con Benaimino verso l’Egitto con ricchi doni per il signore egiziano e una doppia riserva di denaro. La vicenda non si è bloccata, ma ha trovato una continuità che permetterà alla coscienza di tutti di evolvere. Quanta importanza ha la storia per ciascuno e per la famiglia! La pazienza e la sapienza si acquisiscono dentro una storia seppur faticosa e contraddittoria.

 

Al loro arrivo in Egitto, la cosa che temono maggiormente è di vedersi infliggere da Giuseppe il terribile destino riservato ai ladri: sono passibili di condanna alla schiavitù. Vengono condotti dal maggiordomo nella casa del signore d’Egitto: “quegli uomini si spaventarono, perché venivano condotti in casa di Giuseppe, e dissero: «A causa del denaro, rimesso nei nostri sacchi l'altra volta, ci si vuol condurre là: per assalirci, piombarci addosso e prenderci come schiavi con i nostri asini” (43,18). Che cosa rivelano queste fantasticherie se non che il senso di colpa è tuttora presente e che, al di là della situazione immediata, l’antico fatto di Giuseppe continua a roderli dal di dentro?

 

Ma invece di essere fatti schiavi i fratelli sono invitati a pranzo in casa del governatore, onorati come ospiti di riguardo. La cosa li deve sbalordire non poco.  Il maggiordomo, sentendo le giustificazioni circa il denaro ritrovato nelle borse, li rassicura con parole strane: “è il vostro Dio e il Dio di vostro padre che vi ha dato un  tesoro nelle vostre bisacce”. Cos’è questo tesoro? Non è forse la fratellanza che i fratelli stanno faticosamente ritrovando?

 

Nel frattempo Simeone è liberato dalla detenzione e riconsegnato al gruppo dei fratelli. E questo è segno che la loro innocenza è stata riconosciuta. In realtà è la fraternità che a poco a poco si va finalmente ricostituendo, la sua liberazione è preannuncio di un prossima riconsegna: quella di Giuseppe ai suoi fratelli.

 

Arriviamo all’ora del pranzo che si svolge nella sala del palazzo del signore d’Egitto. Sarà finalmente l’occasione per Giuseppe di “trovare i suoi fratelli” passando oltre l’altro pasto dal quale era stato violentemente escluso?

 

Con l’arrivo di Giuseppe il gruppo dei fratelli dopo vent’anni anni è riunito al completo per la prima volta. Essi si prostrano e si premurano subito di offrire all’ospite illustre i doni del padre il che richiama la strategia dei doni che Giacobbe aveva fatto avere in abbondanza ad Esaù per ingraziarselo prima del loro incontro.  Questo esordio è suggestivo in quanto fin dal principio, riporta in primo piano due elementi all’inizio della storia: il regalo prezioso offerto da Giacobbe a Giuseppe e la prostrazione dei fratelli. I loro primi gesti riattivano così due avvenimenti che avevano acceso il loro odio e la loro gelosia contro Giuseppe: il dono della tunica e i sogni.

 

Giuseppe chiede: “è questo il vostro fratello piccolo che avete detto?”. Giuseppe tace, lasciando lo spazio per una risposta dei fratelli che invece non viene. Egli è sopraffatto dall'emozione questa volta bastandogli vedere suo fratello  Beniamino.  Si nasconde in una stanza chiusa a piangere. Ma non cede! Egli certo piange, si commuove, perdona, ma non può ancora farsi riconoscere perché essi ragionano ancora partendo da un motivo sbagliato, quello della necessità, mentre l’amore ragiona sul motivo della libera adesione. Solo quando si comincerà a capire che in gioco è l’amore e il dolore del padre, la storia non può prendere una piega decisiva.

 

Per Giuseppe rimangono ancora aperte tante domande senza risposta: perché i fratelli hanno tardato tanto a tornare in Egitto? Avevano forse dimenticato Simeone? Non c’è allora forse il rischio che eliminino anche Beniamino quando l’ultimatum suo non lo proteggerà più? E cosa potrebbe succedere ancora sulla strada del ritorno?

 

Giuseppe ha in mano il destino dei suoi fratelli come un tempo i suoi fratelli avevano fatto col suo. Potrebbe risolvere la tensione in un battibaleno, ma non lo fa. Quando viviamo difficoltà, sofferenze, tensioni, si è tentati di aggiustare le cose il più presto possibile, in genere sistemando tutto con verniciature superficiali. Giuseppe ha invece il coraggio, la sapienza, di una pedagogia esigente, apparente dura, ma che sola è capace di operare i presupposti per un reale cambiamento. Non si ricompone un’unità, una famiglia, una compagine sociale, una famiglia religiosa lavorando solo sulla dimensione socio-psicologica, etica, del pentimento reciproco, del riconoscimento del male fatto reciprocamente. Questo non basta: occorre ritrovare un punto di coesione forte e solido che possieda l’energia di riattivare autentiche relazioni dettate dall’amore.  Il motivo della riconciliazione può diventare uno solo: l’amore del padre. Non possiamo ritrovarci realmente fratelli se non scopriamo che siamo figli di un unico Padre e che in gioco è appunto il suo amore per ciascuno.  Ci vuole perciò un altro grande e difficile passo: l’accoglienza e la comprensione del “di più” dell’amore del padre per Giuseppe, il prediletto. Se attraverso Giuseppe non si arriverà a questa scoperta, non potrà accadere niente tra di loro.

 

Lì, durante il banchetto, cominciano a succedere cose strane: leggendo attentamente non potrà sfuggirci un aspetto importante: Giuseppe manda continuamente dei segnali che dovrebbero consentire ai fratelli di riconoscerlo.

 

Ci sono in primo luogo i diversi gruppi dei commensali. Da un lato gli egiziani che non possono mangiare insieme ad altri che non sono della loro razza. Dall’altro il padrone di casa che mangia da solo (come mai?), e dall’altro lato il gruppo dei fratelli. Questo isolamento di Giuseppe da entrambi i due gruppi non dovrebbe insospettirli, non dovrebbe far riaffiorare la memoria del pasto preso senza di lui? E del fatto che il signore possa non essere un egiziano?

 

In secondo luogo i fratelli sono messi esattamente secondo l’ordine di anzianità.  Questo ordine dovrebbe far risaltare la mancanza di “uno”. E inoltre come può un estraneo conoscere quest’ordine?

 

In terzo luogo, il padrone fa portare del suo cibo alla loro tavola. Non è segno di condivisione e dunque di comunione?

 

E come mai a Beniamino viene portato cinque volte più degli altri? Che cosa sta succedendo? Come mai questa preferenza che dovrebbe far riemergere il ricordo di altre preferenze? Che ne sarà di lui sulla via del ritorno? È questo un punto chiave che bisognerà verificare.

 

 

Ma i loro occhi “sono incapaci di riconoscerlo” (Lc 24): chiusi a questi segnali sempre più espliciti i fratelli si accontentano di bere con colui che sembrano aver cancellato dalla loro mente, bevono fino all’ebbrezza (per dimenticare?).

 

Ma perché i fratelli di Giuseppe fanno tanta fatica a riconoscerlo?  Non è forse la  stessa ragione per la quale i discepoli non hanno riconosciuto il Risorto?  Gesù era accanto ai discepoli, ma essi non lo vedevano. Erano ciechi fin tanto che Lui, il risorto, non si è manifestato loro e ha posto la relazione con Lui non più sulla carne e il sangue, ma su altro… I sensi ormai non ce la fanno più a riconoscere uno che è morto, e che ora è il Vivente.  E’ necessario acquisirne altri occhi (cfr. 2Cor.5,16). Analogicamente dei fratelli di Giuseppe si può dire lo stesso. Dopo che era stato venduto per i fratelli era come morto, pertanto irriconoscibile. E’ lui che deve farsi riconoscere vivo, come il fratello, come “Giuseppe”, e a svelare il senso di tutta la storia, impostando la loro relazione non più sul sangue ma sull’amore che tutti accomuna quello del loro padre Giacobbe. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

16.

La coppa di Giuseppe

Gn 44,1-13

 

 

Nel cap. 44 troviamo narrata la vicenda del ritrovamento della coppa di Giuseppe. Tale coppa preziosa era utilizzata nell’uso egiziano come strumento di veggenza. Dunque Giuseppe che è un emigrato che ha assorbito la cultura nella quale si è trovato a vivere ne fa uso. Giuseppe  tuttavia non offusca mai il primo del suo cuore, che è il Dio di suo padre, e non lascia mai ombra di sospetto di qualsiasi confusione sincretista, tentazione quanto mai frequente in simili circostanze. Qui potremmo approfondire tutto il tema dell’inculturazione della fede, dell’assunzione di valori di altre culture…. Sarebbe anche utile percorrere tutto il tema della diaspora che da fenomeno di individui isolati arriva ad essere emigrazione di un popolo intero. La storia di Giuseppe apre a interrogativi non indifferenti, legati anche a quella che sarà l’esperienza dell’esilio: la patria è legata alla terra o è un principio della vocazione di un popolo che ritrova la sua vera patria nella missione che gli è stata affidata? Nella storia di Israele (e della Chiesa) tale problematica ha sempre trovato diversi equilibri.

 

Ma veniamo al testo. I fratelli tirano finalmente un gran sospiro di sollievo! Non c'è più di che avere paura. Ma nel momento in cui la tensione si abbassa, nel momento in cui non sono più sulla difensiva, e perciò si è più vulnerabili, è ancora Giuseppe che dà l'ultima mazzata! Mentre infatti loro sono tranquilli, perché finalmente è andata, e sono in viaggio di ritorno, egli li fa inseguire, bloccare da quello stesso suo vice che li aveva rassicurati poco prima e che adesso invece è diventato una belva. Ancora una volta questo sconcerta i fratelli che vengono accusati di aver rubato la coppa preziosa di Giuseppe. Infatti al momento della partenza dei fratelli dall’Egitto con il grano acquistato questa preziosa coppa era stata messa di nascosto nel sacco di Beniamino insieme anche a tutto il denaro come avvenne la prima volta che è stato rimesso nei sacchi di ciascuno (il debito dunque è rimasto intatto!).

 

Il maggiordomo della casa raggiunto il gruppo rivolge un’accusa molto generica: rendere male per bene: dietro le righe “ciò che state facendo volge in male lo shalom da Giuseppe sperato”. Questa conclusione rende esattamente come Giuseppe vede quello che è successo, non in superficie, ma in quel luogo più profondo in cui si tratta del suo desiderio di fratellanza. L’accusa non parla di furto e il tono allusivo sembra calibrato per essere capito da persone che hanno commesso volontariamente un misfatto e che sono quindi perfettamente al corrente di ciò di cui si sta parlando.

 

La risposta dei fratelli all’accusa del maggiordomo è lapidaria: “Perché il mio signore dice queste cose? Lungi dai tuoi servi il fare una tale cosa! Ecco, il denaro che abbiamo trovato alla bocca dei nostri sacchi te lo abbiamo riportato dal paese di Canaan e come potremmo rubare argento od oro dalla casa del tuo padrone? Quello dei tuoi servi, presso il quale si troverà, sarà messo a morte e anche noi diventeremo schiavi del mio signore”.

 

Il solo fatto di volersi ribadire onesti a tutti i costi nasconde talvolta un disagio profondo; si tratta, lo abbiamo visto, della traccia di una colpevolezza nascosta, endemica, che risale ad una colpa un giorno rimossa dal soggetto, colpevolezza che un’altra accusa viene a risvegliare, soprattutto se quest’ultima è falsa. Allora, la forza che il soggetto sviluppa per difendere la propria innocenza, reale riguardo alla falsa accusa, permette di misurare la forza impiegata un giorno per negare e rimuovere quest’altra colpa che inconsciamente teme sempre di veder risalire in superficie.

 

Come un nuovo Giuseppe, l’altro figlio di Rachele è destinato alla morte dai fratelli, mentre coloro che erano già riconosciuti colpevoli di diniego di fratellanza nei confronti del fratello subiranno la sorte che è stata sua a causa loro: la schiavitù in egitto. Perciò tutti verranno castigati, come se tutti fossero responsabili della colpa, segno che un’oscura coscienza di colpa collettiva sta operando in quello che dicono i fratelli. La strategia “serpentina” di Giuseppe sta portando frutti di verità!

 

Il maggiordomo riprendendo le parole opererà una nuova distinzione: il colpevole verrà separato dai dieci e reso schiavo, separato dalla partenza degli altri riconosciuti innocenti. È una soluzione che mira a rompere lo spirito di solidarietà che aveva animato la prima loro reazione: accetteranno questa rottura per salvare se stessi?

 

Isolando i fratelli in questo modo dal fratello prediletto più piccolo, Giuseppe vuole vedere se coglieranno l’occasione per consegnarlo e andare via liberi senza di lui, come avrebbero fatto prima. I fratelli  lo consegneranno o no a motivo del furto, o invece considereranno la questione come un fatto di tutti? 

 

Si intravvede la strategia di Giuseppe: i fratelli sono tornati in Egitto per liberare il fratello Simeone, nei confronti del quale non avevano nessun motivo di odio oppure perché la fame li ha costretti? Sullo sfondo rimane altresì evidente l’invio di un nuovo segnale dato in vista del riconoscimento di Giuseppe: ma i fratelli rimangono ancora ciechi.

 

Lo scandalo e la colpa del fatto ricadono così sul più giovane. Sono sempre loro, i piccoli, a pagare di più, anche per le colpe di altri. Di questo finalmente i fratelli se ne accorgeranno, loro che avevano usato violenza sul fratello minore? “I piccoli” sono veramente e finalmente il luogo del giudizio di Dio. Sembra che la storia non riservi loro nessuna rivincita, perché sono impotenti. Ma giuge il tempo in cui le sorti si rovesciano: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” dirà Maria. Giuseppe è stato veramente e in tutti i sensi il più piccolo, perché su di lui si sono riversate tante ingiustizie. Ora è lui il piccolo, divenuto il più grande (cfr. il sogno dei covoni) a giudicare e a ricordare perennemente che il criterio di giudizio divino è proprio a partire dall’essere ultimi. Come disse Gesù: il bambino è il più grande, il servo è il capo, il Cristo crocifisso è il giudice… Non si può più distaccare la coppa del re dal mistero del “più piccolo” , come la gloria di Cristo dalla sua croce-umiliazione, la sua Signoria dall’essere schiavo e servo di tutti, venuto per dare la vita in riscatto di tutti (Mt.20,20-28). Così sui figli di Giacobbe sta per cadere un terribile castigo, non solo per il delitto commesso dai fratelli nei confronti di Giuseppe (la colpa antica), ma una punizione in cui sono i piccoli e gli innocenti a farne le spese.

 

Comprendiamo  la tragicità della vita immersa nelle tenebre e nell’ombra della morte, in tutta la sua gravità. Questo percorso dentro il peccato viene fatto compiere da Giuseppe ai suoi fratelli perché insieme con loro si possa godere la salvezza. E’ un  viaggio dentro “il mistero dell’iniquità” per prendere atto che tutti sono dentro il peccato e ne pagano le conseguenze (cfr Rom.3,22-26) e che Dio, mentre sembra assente o crudele, alla fine trasforma in bene, per mezzo del suo Figlio, tutto quello che era solo fonte di dolore e di morte. Dice infatti San Paolo: colui che non conobbe peccato Dio lo trattò da peccato perché noi potessimo essere liberati (2Cor.5,21).

 

Soffermiamoci un istante sul valore simbolico della coppa scelta da Giuseppe come estrema possibilità di riconciliazione e fratellanza. In quella coppa rubata vi è rappresentata tutta la storia di Giuseppe, di violenza e di odio ingiustificato nei suoi confronti, della sua vita posta in balia di altri. D’altra parte le parole di Giuseppe in carcere rivolte al coppiere erano state: “Rubato, sono stato rubato dalla terra degli ebrei” (40,15). I fratelli non gli hanno rubato denaro o oro nella sua casa, ma la sua identità, la sua verità, di lui che ai loro occhi non era altro che il signore egiziano. Gli hanno rubato la sua “casa”, quella di suo padre, gli hanno rubato la fratellanza.

 

Ma Giuseppe ha intuito che in questo agitarsi di avvenimenti che lo coinvolgono, Dio lo ha scelto, liberandolo a più riprese dalla morte, per essere il salvatore della sua famiglia e di molte altre genti. Nella coppa, allora segno di amarezza, è contenuto un presagio di salvezza e di gioia. In essa si mescola la sofferenza/violenza con l’annuncio della  risurrezione/vita.

 

Anche la coppa di Gesù, il calice del suo sangue, è il segno della morte violenta (scatenata dagli uomini e dalle potenze del male) che si conclude con la sua vittoria sulla morte, l’annientamento dei nemici e la riconciliazione delle moltitudini disperse. Questa coppa di dolore diviene calice eucaristico annuncio della sua morte e risurrezione nell’attesa del suo ritorno glorioso alla fine dei tempi per giudicare gli uomini e i loro oppressori. Alla coppa del re, che non si può rubare,  si può solo partecipare. Solo il Re, il Signore può ammettere a gustarne il contenuto e a condividerne il mistero in essa rappresentato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

17.

Eccoci schiavi del mio signore

Gn 44,7-17

 

 

I dieci si trovano davanti ad una scelta drammatica: che cosa faranno con colui che rischia di essere ridotto in schiavitù? Hanno l’occasione di sbarazzarsi di lui e con la coscienza a posto, poiché è stato colto in fragrante colpa.

 

Così Giuseppe intende mettere alla prova la solidarietà fraterna in vista della guarigione da questo crimine: se questi uomini non sono autentici fratelli coglieranno l’occasione per rispondere che, ad eccezione di Beniamino, sono tutti innocenti.

 

Ma la sua accusa volontariamente generica intende mettere in luce, ben oltre il semplice furto della coppa, la colpa collettiva di cui la coppa è solo il simbolo: quella del rifiuto della fratellanza e dell’amore del padre.

 

In questo gioco Giuseppe rischia molto. Se i fratelli negano la loro solidarietà a Beniamino sarà costretto per sempre a fare il lutto della fratellanza tra loro. Ma avviene finalmente la svolta fondamentale: i fratelli non abbandonano Beniamino alla sua sorte, ma tornano tutti indietro per affrontare di nuovo il signore egiziano:Allora essi si stracciarono le vesti, ricaricarono ciascuno il proprio asino e tornarono in città. Giuda e i suoi fratelli vennero nella casa di Giuseppe, che si trovava ancora là, e si gettarono a terra davanti a lui” (44,13-14). In questo momento drammatico i fratelli finalmente non si ritrovano complici, ma diventano solidali e davanti alla prospettiva che Beniamino debba pagare, loro dicono: allora no! Paghiamo tutti insieme! La complicità è diventata solidarietà!Giuda disse: «Che diremo al mio signore? Come parlare? Come giustificarci? Dio ha scoperto la colpa dei tuoi servi... Eccoci schiavi del mio signore, noi e colui che è stato trovato in possesso della coppa” (v.16).

 

Giuda dunque legge quel che accade come una giusta punizione da parte di Dio: Qual è infatti il crimine di tutti confessato da Giuda? Senza dubbio, il crimine perpetrato contro Giuseppe. Ma il crimine dei fratelli ha anche un’altra vittima, Giacobbe, immerso nella disperazione dell’assenza del figlio. La colpa di cui lui sta parlando non è quella del furto della coppa, ma, sullo sfondo, quella di aver rubato/venduto il fratello.

 

Il fatto che Giuda dica che è Dio che ha portato alla luce il crimine dice molto dell’evoluzione della sua coscienza morale. Attribuendo a Dio quello che in realtà è opera di Giuseppe, riconosce implicitamente che Dio sta dalla parte del suo interlocutore (per noi al fine di sostenere il suo desiderio di fratellanza la cui realizzazione deve passare anche dal difficile riconoscimento del crimine commesso). Giuda pensa che tanto colui a cui sta dicendo questa frase non possa saper nulla di quello che è avvenuto: lui parla a Giuseppe di quello che hanno fatto a Giuseppe, convinto che tanto non possa capire. E invece Giuseppe capisce ed era lì che li voleva portare.

 

Ma la sapienza di Giuseppe li vuole portare ancor più in profondità nel loro percorso di purificazione. La risposta di Giuseppe alla proposta di Giuda è il cambiamento di sanzione solo per il colpevole: non più la morte ma la schiavitù. Ancora una volta egli fa ripercorrere la sua vicenda, mandando così un ulteriore messaggio. Ma facendo così rimanda la palla a Giuda mettendo sul tavolo due questioni: l’innocenza di Beniamino e il padre Giacobbe. In altre parole: la soluzione proposta da Giuda viene rifiutata perché non tiene conto di questi due elementi. Se rimane aperta una strada verso la fratellanza, questa non deve avvenire a prezzo dell’ingiustizia nei confronti di uno dei fratelli. Quindi che il colpevole sia punito e gli altri siano liberi di ripartire. In realtà Giuda dovrebbe sapere che è vero il contrario! L’unico innocente invece rischia di pagare per tutti loro.

 

Il discorso di Giuda continua, e l’argomento centrale sarà finalmente proprio il padre e il figlio minore: “E noi avevamo risposto al mio signore: Abbiamo un padre vecchio e un figlio ancor giovane natogli in vecchiaia, suo fratello è morto ed egli è rimasto il solo dei figli di sua madre e suo padre lo ama. Tu avevi detto ai tuoi servi: Conducetelo qui da me, perché lo possa vedere con i miei occhi. Noi avevamo risposto al mio signore: Il giovinetto non può abbandonare suo padre: se lascerà suo padre, questi morirà. Ma tu avevi soggiunto ai tuoi servi: Se il vostro fratello minore non verrà qui con voi, non potrete più venire alla mia presenza. Quando dunque eravamo ritornati dal tuo servo, mio padre, gli riferimmo le parole del mio signore. E nostro padre disse: Tornate ad acquistare per noi un po' di viveri. E noi rispondemmo: Non possiamo ritornare laggiù: se c'è con noi il nostro fratello minore, andremo; altrimenti, non possiamo essere ammessi alla presenza di quell'uomo senza avere con noi il nostro fratello minore. Allora il tuo servo, mio padre, ci disse: Voi sapete che due figli mi aveva procreato mia moglie. Uno partì da me e dissi: certo è stato sbranato! Da allora non l'ho più visto. Se ora mi porterete via anche questo e gli capitasse una disgrazia, voi fareste scendere con dolore la mia canizie nella tomba. Ora, quando io arriverò dal tuo servo, mio padre, e il giovinetto non sarà con noi, mentre la vita dell'uno è legata alla vita dell'altro, appena egli avrà visto che il giovinetto non è con noi, morirà e i tuoi servi avranno fatto scendere con dolore negli inferi la canizie del tuo servo, nostro padre. Ma il tuo servo si è reso garante del giovinetto presso mio padre: Se non te lo ricondurrò, sarò colpevole verso mio padre per tutta la vita. Ora, lascia che il tuo servo rimanga invece del giovinetto come schiavo del mio signore e il giovinetto torni lassù con i suoi fratelli! Perché, come potrei tornare da mio padre senz'avere con me il giovinetto? Ch'io non veda il male che colpirebbe mio padre!».

 

Dunque Giuda giunge all’ammissione che l'amore del padre per Beniamino è troppo grande, la vita dell'uno è legata alla vita dell'altro. Questo Giuda non lo può dire di se stesso e infatti può dire tranquillamente: tieni me, ma rimanda Beniamino! Perché, se Beniamino non torna, nostro padre muore. Se invece non torno io, nostro padre continua a vivere. Dunque, Giuda sta dicendo: Beniamino è amato più di me! Beniamino è amato più di tutti noi fratelli messi insieme. Ebbene, proprio a motivo di questo, Giuda dice: prendi me! In questo Giuda non diventa anch’egli profezia di Cristo? Giuda dimostra di accettare il padre con la sua predilezione, che all’inizio lo aveva infiammato d’odio verso tutti.

 

Giuseppe constata che Giuda ha rinunciato alla gelosia nei confronti del fratello più amato, poiché non solo acconsente alla realtà della famiglia, ma giunge fino a sacrificarsi al posto del fratello per proteggere la relazione preferenziale dalla quale dipende la vita del vecchio padre e per salvaguardare la libertà di un fratello. Finalmente Giuseppe sente parlare del padre, di quel che i parenti hanno pensato della sua scomparsa, capisce il motivo del ritardo del secondo viaggio dettato dalla resistenza di Giacobbe a lasciare Beniamino.

 

L'amore del padre che, ai tempi di Giuseppe, era stata proprio la causa della decisione di uccidere Giuseppe, che era stato il motivo per quella decisione, adesso quello stesso amore di preferenza diventa invece il motivo per offrire la propria vita. L'amore di preferenza del padre era stato il motivo per uccidere, adesso diventa il motivo per consegnare la propria vita e morire al posto del fratello amato. Non si tratta più di uccidere il fratello amato dal padre, ma di morire al suo posto. E proprio a motivo del fatto che il padre lo ama di più!


La gelosia è completamente riassorbita ed è diventata amore fraterno ed è diventata anche amore filiale, perché è l'amore fraterno nei confronti di Beniamino, ma è soprattutto l'amore filiale nei confronti del padre. Giuda, per amore del padre, accetta di morire e per amore di un padre che ama Beniamino più di tutti gli altri; accetta di morire per amore di un padre che ama un altro più di lui. Siamo realmente giunti a un  capovolgimento della situazione: dalla logica del peccato che afferma mors tua vita mea finalmente siamo giunti a qualcuno che trova la forza di affermare il contrario: mors mea vita tua!

 

Il discorso di Giuda è il compimento del cammino che Giuseppe voleva far fare loro. Voleva farli ritornare ad essere fratelli, perché voleva che tornassero ad essere figli ed ora questo è avvenuto. Il peccato è stato completamente riassorbito, perché quello che era motivo di peccato, adesso è diventato motivo dell'amore più grande, che è dare la vita per gli amici. La conversione ora è totale: chi ha ucciso è diventato capace di morire per gli altri.

 

La vocazione dell’uomo si compirà se torneremo davanti al volto del nostro Padre tenendo conto l’uno dell’altro. Non si può tornare al Padre senza i fratelli. Anche secondo 1Gv 4,7 dove ci si dischiude il nesso tra l’amore e la conoscenza, non possiamo proclamare il  credo nel nostro Dio se non in questa coscienza radicale di sentirci fratelli tra noi uomini: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”. Noi professiamo un unico Dio Padre. Dunque tutti siamo creati dallo stesso amore dello stesso Padre come fratelli. In questo contesto non è possibile nessun vero discorso religioso nessuna interpretazione della fede cristiana che non assuma come suo punto centrale la realtà dell’amore del Padre vissuta da figli e d fratelli. Ciò significa creare, agire, progettare qualsiasi cosa solo a partire dall’amore del Padre ed esclusivamente all’interno di questa realtà.

 

Ricercare i fratelli significa percorrere le strade del mondo con la logica pasquale fino al punto in cui ci si comprende e ci si sente parte di questa umanità che è come una catena: alzi un anello, e questo anello si porta dietro tutti gli altri perché tutti sono legati insieme. È sentire che qualsiasi persona, in qualsiasi situazione si trovi, è mio fratello. Tutto questo non può tradursi in semplice imperativo etico, perché la nostra volontà etica non è in grado di realizzare tale imperativo e di convertirlo in prassi. È l’amore del Padre in noi che opera e che ci abilita a sentire l’altro come fratello perché suo figlio e ci rende disponibili a morire per lui.

 

Questo non si può fare con una lettura facilona e buonista del “l’importante è volersi bene” che lascia spesso le cose come stanno, affossando le relazioni. Non significa che tutti stiamo davanti al Padre mano nella mano col sorriso vicendevole. Significa piuttosto scendere negli abissi della pasqua a causa del dolore dell’assenza o del rifiuto dei fratelli. Bisogna evitare un certo infantilismo psicologico e sociologico e sapere che è solo in Cristo, in cui tutto sussiste, che io posso trovare l’altro come fratello. Ci sono cose dell’altro che mi disturbano, mi fanno arrabbiare, non mi vanno. Ma è in Cristo che l’amore del Padre lo ha raggiunto. Ed è in Cristo, nel Figlio prediletto, che anch’io per lo Spirito santo grido Abbà insieme a quell’altro che non mi va. Perché è Cristo che lo ha assunto come figlio del Padre e fratello suo, e dunque anche mio finché non si arrivi “allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).

 

Noi siamo tutti uniti, ma nella storia dobbiamo ancora rivelare pienamente questa verità. È per questo che dobbiamo vivere da figli e da fratelli in una storia dove appare come non lo siamo mai perfettamente. È questa la nostra crocifissione, ossia la nostra partecipazione alla passione di Cristo, alla sua offerta compiuta una volta per tutte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

18.

Dio mi ha mandato qui

per assicurare a voi la vita

Gn 45,1-15

 

 

Il peccato è stato completamente riassorbito e dunque Giuseppe può finalmente manifestarsi. I fratelli possono finalmente riconoscerlo, perché avendo finalmente riconosciuto il padre si possono riconoscere come fratelli: questo ricrea la famiglia, la comunità.

 

La scena narrata si svolge a porte chiuse (il cenacolo?): solo il gruppo dei dodici fratelli è radunato insieme. Ciò che avviene riguarda la loro vita, storia ed esperienza. Ad estranei risulterebbe difficilmente comprensibile.

 

La reazione è prevedibile: i fratelli indietreggiano spaventati, ma Giuseppe li prega di avvicinarsi per fermare questa ritirata spontanea. Inizia il suo discorso tentando di rassicurarli, spiegando a sua volta quel che gli è successo, dandone a sua volta la sua lettura come i fratelli ormai hanno avuto il coraggio di fare la loro (45,4). È un momento in cui la commozione è al culmine, in cui la gioia si mischia all’incredulità e al terrore!

 Giuseppe, in tutta questa vicenda ha le lacrime agli occhi (Gen.42,24; 43,30; 45,2). I suoi pianti che durano a lungo risuonano in tutto la città! Giuseppe è l’uomo del dolore, che prelude alla nuova creazione. Le lacrime sono segno del dolore e della gioia. Sgorgano da colui a cui si fa del male o da colui dal quale riceviamo il bene. I fratelli, accecati dall’odio non si rendevano conto di quello che stavano facendo. Sono le lacrime di Gesù dinanzi alla tomba di Lazzaro e dinanzi a Gerusalemme che non sa comprendere il tempo in cui era stata visitata da Dio e dal suo Messia (Lc.13,34; 19,41). Si può piangere abbracciandosi per un dolore e una gioia. Si è feriti, vulnerabili, ma si è nella sicurezza dell'abbraccio.

Il discorso di Giuseppe si articola in due parti: la prima nella quale egli rilegge il passato, la seconda è un messaggio per il padre Giacobbe e riguarda il futuro della sua famiglia.

Giuseppe anzitutto invita i suoi a non affliggersi, a non cedere alla collera contro se stessi (45,5): della sua avventura ne parla come di un “invio” una missione datagli dal padre da portare a termine e che finalmente è giunta a compimento. Una parola di shalom può dopo tanti anni finalmente ritornare al padre. Da sottolineare che nelle sue parole Giuseppe si astiene da qualsiasi giudizio morale sull’azione compiuta dai fratelli.

È il momento in cui Dio fa la sua ricomparsa, come attore principale di tutta questa storia. Giuseppe si fa testimone della presenza di Dio che non ha cessato di guidare la vita di tutti e dodici i fratelli. Tutto il pasticciare della vita umana – pasticciare che mai viene di per sé benedetto – non impedisce, però a Dio di essere provvidenza, di presentare lo stesso all'uomo una possibilità di vita nuova, di svolta, di conversione, di un cambiamento in bene. Mai la storia è solo opera umana, sia che l'uomo riesca nel suo essere immagine dell'Altissimo, sia che fallisca. Il grande orgoglio è proprio l'illusione di essere i soli conduttori della storia e delle storie. Dio, da Giuseppe, viene proclamato come colui che si inserisce nella storia degli uomini per cambiarla. Dio è Colui che trasforma la storia di morte in storia di vita. “Dio che è Colui che mi ha mandato qui prima di voi, perché io potessi farvi vivere e se voi avevate pensato il male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire al bene per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso!” Il Dio della vita entra dentro la storia di morte degli uomini per trasformarla. Il cammino della vita procede, ma ogni tanto bisogna fermarsi per capire questa frase del salmista: «La pietra che i costruttori hanno scartata, è diventata pietra angolare, è questa è l’opera meravigliosa del Signore» (Sal 118,22-23). Ecco il compimento dei sogni di Giuseppe; il compimento dei sogni non è la prostrazione, ma è che finalmente Giuseppe entra nel suo ruolo di figlio e, da fratello, consente anche ai fratelli di entrare pienamente nella loro verità di fratelli e di figli capaci di lasciarsi amare come il padre vuole amare e come Dio vuole amarci.

La via dell’amore passa anche attraverso il male che si subisce e che purtroppo si fa. Ma c’è ancora di più: il male che i fratelli hanno fatto si converte in bene. Il male alla fine rivela la sua inconsistenza. Se facciamo una lettura puramente umana, vengono in risalto tanti difetti, tante mancanze, tanto male, ma dal punto di vista dell’amore di Dio, che non ha forme prestabilite per rivelarsi, la storia narra il bene e insegna come leggerne i lati oscuri, le tragedie, il male. Giuseppe nella sapienza acquisita sa leggere la storia in questo modo. La storia è una continua pasqua dell’amore, di un nascosto ma reale rapporto divino-umano.

Nella seconda parte del discorso Giuseppe manda i fratelli a riferire al padre suotutta la gloria che io ho in Egitto (Gen.45,13). L’esclusivismo di Giuseppe può urtare. Ma esso riflette bene la situazione di partenza, ovvero il legame privilegiato tra Giacobbe e Giuseppe, legame che Giuda e i fratelli hanno accettato. E il fatto che il padre si trovi all’orizzonte suggerisce che i fratelli si possono ritrovare proprio perché a riunirli è la comune preoccupazione per colui il cui amore, un tempo li aveva divisi.

 

Questo è l’invito di Giuseppe ai suoi fratelli, e tale è l’invito di Gesù risorto ai discepoli, a essere testimoni del suo ritrovamento e a raccontare gli avvenimenti, leggendo in essi il ruolo conduttore di Dio. Dice Gesù nella sua preghiera sacerdotale che la gloria divina è l’amore del Padre verso il Figlio che lui è stato mandato a far conoscere, un amore di predilezione che  risplende e abita anche nel gruppo dei fratelli di Gesù, così che il mondo, vedendola, possa credere (cfr.Gv.17,5.21). Quando Gesù risorto si dà a conoscere, si manifesta come il Figlio che è morto perché noi potessimo per lui avere la vita e diventare figli. Chi ha fatto esperienza di tale amore, non può più tacere: ne è già testimone, “martire”.

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Tutto questo è possibile perché Giuseppe ha perdonato! Non c'era cammino  possibile per i fratelli, per convertirsi e non c'era cammino possibile perché la famiglia potesse ritornare ad essere tale, se non perché c'è stato qualcuno che ha subito l'ingiustizia, la violenza, qualcuno che è stato vittima e che invece di rispondere al male con il male, ha risposto al male con il bene, ha perdonato. Poiché Giuseppe ha perdonato, ha potuto aiutare i fratelli a fare il cammino della figliolanza e della fratellanza. E poiché Giuseppe ha perdonato, la famiglia è tornata ad essere famiglia. Il perdono di Dio si incarna nel perdono di un uomo. Dio può perdonare perché Giuseppe ha perdonato. Allora, cambiano le prospettive: il male è cambiato in bene e i sogni di Giuseppe si avverano, ma non come pensavano i fratelli. Perché effettivamente i fratelli si prostrano davanti a Giuseppe, ma non è per l'umiliazione, quanto perché l'hanno ritrovato.

 

E questo è paradigma per la vita. Il senso che il testo rivela e che è significativo per le nostre famiglie e comunità è che, perché le famiglie siano tali, perché possano restare unite e perché possano eventualmente ricomporsi dopo la frattura, bisogna che ci sia sempre qualcuno che perdona! Bisogna che ci sia qualcuno che rinuncia alle proprie rivendicazioni per far prevalere il bene dell'altro e il bene comune. Bisogna che ci sia qualcuno che cede, ma non per debolezza, quanto perché portatore di una forza d’amore più grande. Bisogna che il più forte, quello cioè che è capace di amare di più, perché quella è la vera forza, accetti di morire per dare vita: “se il chicco di frumento…”

Alla fine del discorso: «Giuseppe si gettò al collo di Beniamino e pianse stringendoli a sé. Anche Beniamino piangeva stretto al suo collo. Poi baciò tutti i fratelli e pianse stringendoli a sé. Dopo i suoi fratelli si misero a conversare con lui» (Genesi 45,14 – 15). Abbracciandoli Giuseppe colma la distanza che li separava malgrado un primo riavvicinamento. Finalmente è resa possibile una parola non più ammalata: “si misero a conversare con lui”.

Che giudizio dare alle parole e ai gesti di Giuseppe? Si evidenzia quasi una fretta di un desiderio da realizzare al più presto: far vivere i suoi nonostante la morte che dilaga, operare un “salvataggio” che può ora concretizzare per tutta la sua famiglia riunendola attorno a sé. Ecco probabilmente il desiderio, l’impazienza che anima Giuseppe: permettere alla vita di trionfare sulla morte. La posizione “dominante” di Giuseppe non è quella del potere dominatore temuta dai fratelli, ma quella del suo desiderio più forte di tutti di radunare attorno a sé la sua famiglia per offrire in dono la vita.

Dei fratelli non viene riportata alcuna parola se non un “lasciarsi abbracciare” da parte di Giuseppe. Rimane un punto oscuro. Giuseppe ha avuto troppa fretta. La reazione atterrita dei fratelli non sembra aver permesso loro di dire la propria parola sugli eventi o di trovare un posto diverso da quello assegnato loro da Giuseppe nella sua fretta di rivedere il padre e di salvare i suoi dalla fame. Perciò se si tratta senza ombra di dubbio di uno scioglimento lieto per Giuseppe, non è detto che sia lo stesso per tutti. E’ un nodo che dovrà essere sciolto a tempo debito dopo la morte e il funerale di Giacobbe.

 

 

19.

L’abbraccio del padre che ritrova

i suoi figli fratelli



Giuseppe nel suo discorso ha talmente insistito su “suo padre” e sull’ardente desiderio che nutre di vederlo sano e salvo vicino a sé, che i suoi fratelli possono legittimamente chiedersi se il suo nuovo atteggiamento non sia comandato solo da questo desiderio, e che loro siano importanti solo nella misura in cui fungono da intermediari. Sembra che Giuseppe chiede ora un contributo per ristabilire una relazione da loro un tempo odiata. La sua proposta sembra quasi un’imposizione che tolga loro la possibilità di cercare altre soluzioni.

 

Giuseppe si premura di dare il necessario per il loro ritorno: carri provviste vestiti (a Beniamino 5 e trecento monete d’argento agli altri uno!). Il fatto che li rimandi al padre con una tunica nuova potrebbe essere significativo del fatto che per Giuseppe la faccenda è chiusa. Ha reso il bene al male subito. Il testo ebraico parla di «vesti di ricambio» per poter ripartire verso un futuro nuovo, devono tutti cambiarsi! È Giuseppe che offre loro il cambiamento. E tutti insieme e opportunamente vestiti ripartono per andare a prendere il padre. Gli strappi sono riparati. I legami familiari possono rinnovarsi, ritessersi.

 

Quando i fratelli annunciano al padre la buona notizia, Giacobbe rimane si sasso, non crede a ciò che sente: “Ma il suo cuore rimase freddo, perché non poteva credere loro (v. 26). Ai suoi occhi la notizia può essere solo una nuova menzogna dei figli, e questa reazione mostra fino a che punto la diffidenza è radicata in lui, e quindi quanto gli sia costato affidare loro Beniamino. Ma è anche il segno di quanto l’anziano padre si sia rinchiuso nel suo dolore da non essere pronto a ricevere una buona notizia.

 

Solo alla vista dei ricchi doni dati da Giuseppe, Giacobbe ritrova vita letteralmente: “allora lo spirito del loro padre Giacobbe si rianimò (v.27). E’ quindi proprio Giuseppe a permettere ai fratelli di ritrovare la fiducia del padre al quale hanno mentito tanto a lungo, e a consentire al padre di uscire dal suo interminabile lutto.

 

Anche Dio stesso, a Bersabea, dove Dio impedì ad Isacco di scendere in Egitto per una carestia (26,23.33), incoraggia il viaggio in Egitto che Giuseppe ha predisposto per il padre e la sua famiglia (cfr 46,1-7). Questo dice una sintonia tra Dio e Giuseppe e viceversa.

 

Nel viaggio di ritorno è Giuda, lui che all’inizio fu l’ideatore della separazione tra i due, che si premura di preparare l’incontro con l’anziano padre. Anche Giuseppe si mette in cammino per andare loro incontro.

 

L’incontro è silenzioso e per questo straziante: “allora Giuseppe fece attaccare il suo carro e salì in Gosen incontro a Israele, suo padre. Appena se lo vide davanti, gli si gettò al collo e pianse a lungo stretto al suo collo. Israele disse a Giuseppe: «Posso anche morire, questa volta, dopo aver visto la tua faccia, perché sei ancora vivo»” (46,29-30).

 

Per la quarta volta Giuseppe scoppia a piangere, ora al collo di suo padre, e le sue lacrime durano “a lungo”. Anche per Giacobbe certamente il momento è forte, riaprendo tutta una serie di domande. E se non sembra potersi impedire di parlare ancora di morte, è per dire tutta la sua gioia nel rivedere suo figlio in vita. Ma la sua dichiarazione sorprende: lui che davanti ai suoi figli ha spesso collegato la sua prossima morte alla scomparsa di Giuseppe poi alla partenza di Beniamino, adesso sembra dire a Giuseppe che è proprio la sua scomparsa ad averlo mantenuto in vita e che, ora che si è realizzata la sua speranza, può finalmente morire contento.

 

Indubbiamente per Giuseppe le cose finiscono come sembra aver sperato: il suo desiderio si è compiuto: Giuseppe fece risiedere suo padre e i suoi fratelli e diede loro una proprietà nel paese d'Egitto, nella parte migliore del paese, nel territorio di Ramses, come aveva comandato il faraone. Giuseppe diede il sostentamento al padre, ai fratelli e a tutta la famiglia di suo padre, fornendo pane secondo il numero dei bambini (47,11-12).

 

L’unica realtà che non si è frantumata lungo la storia di Giuseppe, che non si è smarrita, anche se è stata dimenticata, smarrita, non capita, è l’amore di Giacobbe per Giuseppe. Un amore che ha persistito. Giacobbe alla fine, sul letto di morte, con i figli radunati attorno, potrà finalmente impartire la sua benedizione, perché vedrà il suo amore coscientemente assunto dai figli come amore di fratelli. Più matura l’amore di figli più è maturo l’amore dei fratelli e più è realizzato in pienezza l’amore del padre. Questo significa che in realtà esiste un valore che sta al fondo di tutti i desideri, di tutti gli sforzi, di tutta l’attività dell’uomo che è l’amore del Padre, l’amore con cui egli crea ogni uomo. L’uomo può vivere svincolato da questo amore, può viver anche negandolo, ma non può distruggerlo, perché è un valore che resuscita sempre, è una realtà che agisce sul principio pasquale.

 

La storia di Giuseppe, proprio dentro questa visione teologica, ci dice che ogni valore è tale se scaturisce da questo unico valore fondante che è l’amore del Padre vissuto da figli che si scoprono fratelli. Ogni valore è tale se aiuta le persone ad aderire liberamente all’organismo della fratellanza di tutti gli uomini. Tutto ciò che non giova alla libera adesione, alla fratellanza, alla comunicazione sempre più universale, a riscoprire l’unicità dell’amore che ci crea tutti e che dunque si compie nel riconoscersi l’uno  l’altro non è un valore, è una illusione, un inganno, una specie di idolatria culturale. Dal momento che oggi i grandi valori umanistici della nostra società sono ormai isolati dalla sfera spirituale di fede nella quale sono nati, si rischia di comprenderli in una maniera infantile, oppure ridotta ad una delle ideologie di moda che scaricano ben presto le loro energie (es. tolleranza, solidarietà, giustizia….).

 

Ma fermiamoci sulla benedizione che Giacobbe dà ai due figli senza i quali questa storia non si sarebbe conclusa in questo modo: Giuda e Giuseppe.

 

Giacobbe si sofferma anzitutto su Giuda che egli pone a capo del gruppo dei fratelli: “Giuda, te loderanno i tuoi fratelli; la tua mano sarà sulla nuca dei tuoi nemici; davanti a te si prostreranno i figli di tuo padre”.(49,8). Queste parole probabilmente sorprendono. I fratelli che da ora non dovranno prostrarsi davanti a Giuseppe ma a Giuda: “Il bastone non si allontanerà da Giuda né lo scettro dai suoi piedi” (49,10). Perché questa benedizione su di lui? Il v. 9 invece evoca un cambiamento in Giuda che da leone qual’era ha ora rinunciato alla violenza: “un giovane leone è Giuda: dalla preda, figlio mio, sei tornato; si è sdraiato, si è accovacciato come un leone e come una leonessa; chi oserà farlo alzare?”. Giacobbe assegna il potere a colui che ha imparato a dominare la propria violenza per metterne la forza a servizio della vita.

 

Giuseppe invece riceve una pluribenedizione particolare:Per il Dio di tuo padre - egli ti aiuti! e per il Dio onnipotente - egli ti benedica! Con benedizioni del cielo dall'alto, benedizioni dell'abisso nel profondo, benedizioni delle mammelle e del grembo. Le benedizioni di tuo padre sono superiori alle benedizioni dei monti antichi, alle attrattive dei colli eterni. Vengano sul capo di Giuseppe e sulla testa del principe tra i suoi fratelli! (Gn 49,25-26). Qui Giacobbe fa eco al ruolo preciso svolto da Giuseppe quale “principe dei suoi fratelli”. È lui che ha reso possibile la benedizione su tutti. Questa benedizione è resa ancor più precisa dalle altre parole:Lo hanno esasperato e colpito, lo hanno perseguitato i tiratori di frecce. Ma è rimasto intatto il suo arco e le sue braccia si muovon veloci per le mani del Potente di Giacobbe, per il nome del Pastore, Pietra d'Israele” (49:23-24).  

 

Sono parole che evocano il modo con cui Giuseppe ha fronteggiato l’aggressività altrui, la violenza che lo aveva riempito di amarezza. Nella prova ha saputo dominare la propria aggressività, il suo arco, costante a fedele a se stesso come un corso d’acqua che non delude perché le sue acque non vengono mai meno. Nella sua solidità si è dimostrato “pastore di Israele” lui che ha saputo guidare la famiglia verso la vita trovando il cammino della fratellanza e sistemando i suoi dove poteva sfamarli.

 

Così al momento di morire, Giacobbe sottolinea e benedice giustamente in particolare l’azione di questi suoi due figli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

20.

Alla morte di Giacobbe

Gn 50,15-21

 

 

La salma di Giacobbe viene riportata a Canaan e sepolta nella tomba di famiglia a Macpela (vv 12-13). Ma rimane aperto un discorso essenziale.

 

Il rivelarsi di Giuseppe ai fratelli in Egitto come accennato aveva lasciato in sospeso un importante problema: abbiamo visto come mentre i fratelli ascoltavano Giuseppe in un silenzio atterrito, questi imponeva di fatto la propria lettura degli avvenimenti: negava la loro colpa senza aprire uno spazio in cui anch’essi potessero esprimere la loro interpretazione del passato. La precipitazione di Giuseppe non ha lasciato loro questo spazio fondamentale di poter dire la loro. Ora se è l’amore del padre ad aver saldato il gruppo dei fratelli, cosa succederà ora che Giacobbe è morto e sepolto?

 

Perché questo passaggio è altrettanto fondamentale? Per il fatto che “il perdono è molto più di un proscioglimento e un’assoluzione. È mutua guarigione dell’offensore e dell’offeso” (Beauchamp).

 

I  fratelli di Giuseppe ora si preoccupano: «E se Giuseppe cambiasse idea?!? Se ritirasse il suo perdono e si vendicasse su di noi?». Allora gli mandano un messaggio per dirgli: « Tuo padre, prima della sua morte ha dato quest’ordine: "Così direte a Giuseppe: Deh! Perdona il delitto dei tuoi fratelli e il loro peccato, perché ti hanno fatto del male!”. Or dunque, perdona il delitto dei servi del Dio di tuo padre!»…Poi andarono i suoi fratelli stessi… E si gettarono a terra davanti a lui e dissero: « Eccoci tuoi schiavi! »…(50: 17-18). I sensi di colpa hanno perciò tormentato ancora i dieci fratelli, rinnovando la paura di poter essere rifiutati.  Il male fatto a Giuseppe torna a galla, precisamente la colpa da lui occultata a fin di bene nella fretta che aveva di ritrovare il padre e di salvare i suoi. Non affrontata come tale la colpevolezza dei fratelli è rimasta intatta e dopo la scomparsa di Giacobbe, riaffiora come il fantasma di un ricordo rimosso. Il senso di colpa, scrive Gérard Mendel, non significa altro che la paura di perdere l’amore e quindi la protezione della persona amata» Per aver «paura di perdere l’amore», bisogna che ci sia amore! È proprio la colpa dei fratelli che risvegliatasi, viene proiettata su di lui come desiderio di vendetta.

 

Dunque da ben diciassette anni i fratelli hanno vissuto riparati dal padre, non sapendo se il perdono di Giuseppe era motivato solo dal desiderio di risparmiare Giacobbe, rovesciamento questo dell’inizio della storia in cui era Giuseppe a godere della protezione del padre.

 

Ma questa volta la paura non li paralizza: fin dal secondo soggiorno in Egitto hanno imparato ad affrontare le loro apprensioni, a esorcizzarle parlandone con chi di dovere. Tuttavia una parte di timore sussiste se si servono di un intermediario. Implorano il perdono, rinforzando la richiesta con un presunto ordine del padre sicuramente mai dato. In questo modo cercano di trincerarsi ancora nell’autorità paterna. Il messaggio è in poche parole: “Tuo padre, proprio il tuo, ti manda a dire per il suo Dio che noi siamo tuoi fratelli, malgrado la colpa commessa contro di te”.

 

Nonostante l’astuzia vi è il fatto che ora i fratelli possono finalmente confessare  chiaramente a Giuseppe la loro colpa, senza scusanti di nessun genere: “E adesso perdona, te ne preghiamo, la rivolta dei servi del Dio di tuo padre”.

 

Una tale iniziativa lascia sconcertato Giuseppe. Se questi si mette a piangere ancora una volta (la quinta!) non è per il fatto di sentire parole che innescano una nuova scarica emotiva quanto il fatto che siano i fratelli a dirle. Probabilmente comprende il suo errore, il suo voler occultare la colpa, non concedendo fino in fondo quella fratellanza da lui e da loro cercata che si costruisce sulla vicendevole verità.

E i suoi fratelli andarono e si gettarono a terra davanti a lui e dissero: «Eccoci tuoi schiavi!”.L’analogia tra le situazioni è lampante, le parole del racconto lo sottolineano: i fratelli si rimettono, di fronte a Giuseppe, nella posizione precisa in cui si trovavano di fronte al signore egiziano. Tutto si svolge come se per loro il castigo fosse stato solo sospeso temporaneamente fino alla morte del padre.

La reazione di Giuseppe segna finalmente la tappa conclusiva. Qualsiasi sia la motivazione dei fratelli quando si recano timorosi da Giuseppe, dopo la morte di Giacobbe loro padre, è una risposta di amore e di umiltà che ricevono: « Non temete ! Se voi avevate ordito del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: salvare la vita ad un popolo numeroso. Or dunque non temete, io provvederò al sostentamento per voi e per i vostri bambini ». Così li consolò e fece loro coraggio. (50,20-21).

Giuseppe risponde chiaramente al loro desiderio di perdono. Lo fa definendo chiaramente la colpa dei fratelli riprendendo le loro stesse parole: un “male” che ha causato “sventura”. Mentre i fratelli si offrono come schiavi per ripagare il loro crimine, dopo essersi detti “servi del Dio di tuo padre” propongono implicitamente al loro fratello il posto di Dio, poiché diventeranno per lui quello che sono per Dio.

Affrettandosi a rispondere che non è al posto di quest’ultimo, Giuseppe ricusa altrettanto implicitamente la punizione di cui parlano: rifiuta di fare di loro i suoi servi, i suoi schiavi. L’ultima parola rivolta da Giuseppe ai suoi fratelli che prostrati si offrono come schiavi ha anch’essa la forma di domanda: “Sono forse al posto di Dio, io?”. Giuseppe nega infatti qualsiasi desiderio di dominio. È così che li proscioglie concretamente. Tutti sono servi del Dio del loro padre (Gesù dirà: “non chiamate nessuno padre….”, e proporrà una fraternità in cui il capo è servo e non padrone dei fratelli).

Tutto il discorso si conclude con una promessa apparentemente banale di approvvigionamento per tutti loro e le loro famiglie: in verità con questo egli fa intendere che è lui a volersi porre a servizio dei suoi. Lui è il “servo di Dio” che “fa vivere un popolo numeroso”. Dio si è servito di un male per trarne un bene più grande. Se male e sventura ci sono stati, non hanno però impedito a Dio di lavorarli dall’interno per far loro partorire un bene: la vita in abbondanza. Questo ultimo riferimento al pane sta a significare che tutto è stato veramente detto e fatto. Che anche la terrà e il suo uso è divenuta benedizione per tutti.

La parola “detta sul loro cuore” da Giuseppe ai fratelli indica il termine del processo di guarigione della parola a cui i pettegolezzi suoi e l’odio corrispondente dei fratelli avevano impedito di servire a costruire lo shalom tra loro. Dopo che i fratelli hanno detto la loro verità e portato Giuseppe ad esprimere la propria, la parola è finalmente in grado di toccare il cuore, segno di una fiducia ormai possibile, preludio allo shalom che il narratore si limita a evocare con poche parole: “Giuseppe dimorò in Egitto, lui e la casa di suo padre”.

 

 

 

 

 

 

 

 

21.
Conclusione

 

L’epilogo del racconto di Giuseppe costituisce uno scioglimento assai adeguato poiché l’agire di Dio e l’azione congiunta di tutti i personaggi ha permesso di far partorire un bene dal male compiuto, rivoltando la sapienza distorta del serpente che dal bene era riuscito a far partorire un male. Il dono del bene e della vita è il risultato congiunto di tutti questi attori: grazie a Dio che ha benedetto Giuseppe l’eletto scendendo con lui nella fossa, grazie a Giuseppe che ha saputo farsi gioco del serpente in modo da sconfiggere la sua logica distruttiva privandolo delle sue armi che sono l’invidia e la menzogna, grazie ai fratelli che hanno rinunciato al loro odio e alla loro gelosia che avevano seminato solo morte e sventura, grazie a Giacobbe che ha acconsentito a diventare padre lasciando andare Beniamino e fidandosi dei figli, grazie ancora ai fratelli che hanno agito d’astuzia con le armi del serpente per portare Giuseppe alla riconciliazione compiuta e per cooperare con lui alla benedizione.

Per il lettore della genesi l’ultimo incontro tra Giuseppe e i fratelli costituisce l’epilogo di tutto il libro. Non solo i fratelli rivisitano insieme gli ultimi problemi rimasti in sospeso dal momento del loro ritrovarsi sino alla morte del padre che li univa e li separava al tempo stesso, ma risolvendo così il loro conflitto, nel loro modo obliquo di dire le cose come se il lato tagliente della verità rischiasse di riaprire le antiche ferite, mettono fine ad antiche liti familiari. Queste risalgono e hanno avuto il via ancora all’epoca di Abramo e Sara e ancor prima con Caino e Abele. Seguendo le vie dell’invidia, l’essere umano fallisce nella sua vocazione essenziale e si compie a immagine dell’animale e non di Dio checché ne abbia detto il serpente menzognero.

È a questi antichi conflitti che i fratelli pongono ora fine con quella giustezza che consiste nel fare il vero anche rispettando limiti e difetti dell’altro. Ma fino a quando questa fraternità potrà reggere? La storia biblica ci ripresenterà continuamente conflitti all’interno del popolo ma tra il popolo eletto e gli altri popoli. Un’attesa di riconciliazione tra “i due” rimane dunque aperta. Attesa che si compie in colui che farà “dei due un popolo solo” in una fraternità che pone il suo fondamento sull’amore del Padre che ha a cuore il bene di tutti i suoi figli da darci il suo prediletto nelle nostre mani purché il nostro cuore si convincesse di questo.

Infatti invitando Abramo a lasciare il suo paese, la casa di suo padre, Dio gli aveva chiesto di liberarsi dai suoi legami per ricevere, nella rinuncia al dominio portatore di morte, la benedizione offerta da Dio all’umanità sin dal suo inizio (1,28), ma di cui gli umani si sono privati ascoltando il serpente della bramosia. Fin dall’inizio la benedizione è destinata a tutti i popoli che possono riceverla nella misura in cui, benedicendo l’eletto, anch’essi girano le spalle all’invidia e alla gelosia, a condizione certo che questi si astenga dal confiscare la benedizione per il proprio profitto. Attraverso questo meccanismo, Dio fa in modo che, se la vita e la benedizione vengono proposte ampiamente, queste possano svilupparsi pienamente solo laddove ciascuno consente ad articolare la sua esistenza volendo il bene dell’altro, imparando a morire per lui.

In questo gioco Dio rimane al suo posto di dispensatore della benedizione, rinunciando a un qualsiasi controllo sulla salvezza nella misura in cui invita gli umani a strutturare, con il loro agire libero, le sue condizioni di opportunità. Confida così interamente in loro, nell’eletto e negli altri, scegliendo di affidarsi a loro e al gioco delle mediazioni umane. Assumendo questo rischio Dio stesso manifesta il suo rifiuto di giocare il gioco del dominio e della concorrenza, frutto dell’invidia. Questo è il cammino di vita abbozzato da Dio tramite l’elezione che giungerà al suo culmine nell’invio del Figlio prediletto: dietro alla apparente preferenza accordata all’eletto, si nasconde in realtà il suo amore per tutti in un infinito rispetto della libertà di ognuno, ma anche la sua segreta speranza di vedere gli uomini realizzare insieme il suo desiderio di vita. L’incapacità di guardare a Giuseppe amichevolmente si ripercuote anche su Cristo, il Figlio prediletto del Padre (Mt 3,17). Cristo rivelazione dell’amore del Padre, è anch’egli odiato e alla fine condannato proprio per il fatto di essere il Figlio prediletto del Padre. In Gv 15,25 si dice: “Mi hanno odiato senza ragione”.  L’amore gratuito, proprio di Dio, suscita irragionevolmente l’odio. Ma perché suscita odio? Siccome l’amore gratuito cerca di avvolgere ogni cosa esistente che promana da lui e di vincere il male, ecco il male reagire violentemente; in tal modo esso si evidenzia. Così inevitabilmente Cristo suscita l’amore  e l’odio negli uomini. Rivela il loro cuore! È segno di contraddizione che svela la verità dei cuori!

Ma perché Dio permette tutto questo male che gli uni fanno agli altri? Perché sembra non intervenire lasciando che le cose si dipanino dentro il gioco delle ambigue libertà umane? Nel racconto vediamo come coloro che soffrono agiscono da cattivi, forse loro malgrado e quanto facciano soffrire gli altri credendo di cercare il proprio bene: Ma se un uomo diventa cattivo a causa di una sventura o di una difficoltà esistenziale che lo colpisce, intervenire solo per condannarlo non significa forse commettere un’ingiustizia? A monte infatti sarebbe pazzesco e ingiusto punire qualcuno che cerca, seppur in modo maldestro, di disfarsi del male da cui si sente oppresso. A valle significherebbe aggiungere del male alla sventura, nella misura in cui colui che viene punito troverà sempre la sentenza ingiusta ed eccessiva, a causa di quel che stava vivendo e in cui, ancor più infelice, rischia di impantanarsi nella propria cattiveria. Del resto per Dio sarebbe un fallimento non poter salvare un “cattivo”! A cosa servirebbe una salvezza che servisse a salvare solo presunti innocenti? Allora quale altra via prendere? Come intralciare e far fallire il male e la morte senza distruggere coloro che li diffondono, dalla sventura alla cattiveria, e dalla cattiveria alla sventura?

 

Il Dio della storia di Giuseppe, sceglie la via di visitare la violenza e il male, sembra scegliere di starsene con discrezione accanto alla vittima, in modo tale che possa escogitare una via di riconciliazione capace di trasformare l’energia della violenza e della cattiveria in dinamismo di vita e di pace. E tutto questo cosa è se non profezia della fantasia amorosa di Dio che chiederà al Figlio l’unico vero innocente di farsi lui stesso carico di tutto il male del mondo, assorbirlo in lui stesso sulla croce, restituendolo non in male ma in bene? In lui la parola di shalom tra Dio e l’uomo e tra fratello e fratello è detta perfettamente ed eternamente in Cristo Gesù.  È come se l’amore vincesse il male attraverso l’odio che gli si scatena contro, ma che esso riesce ad assorbire senza contraccambiarlo. E in tal maniera ne esce vincitore perché è stato capace di assorbire la morte, di lasciarsene penetrare. In tal modo la morte non è solo vinta, ma è sterminato il suo potere (Ap 1,18). Con Paolo è possibile dire: “Dov’è o morte il tuo pungiglione?”. Io e il mio fratello stiamo talmente a cuore a Dio Padre che egli non ha risparmiato per me e per il mio fratello il suo unico Figlio il prediletto! In questo modo ciascuno è stato raggiunto dall’amore del Padre che desiderava, e per la gelosia del quale ha alzato la mano sul fratello per denudarlo dell’amore di cui è stato rivestito.

 

Nella vita spirituale è illusorio allora pensare che amando si possa automaticamente suscitare l’amore. È idealismo! Questo accade se le persone sono già purificate nel cuore. Prima o dopo l’amore è frainteso e si verifica il suo martirio, come avviene per Cristo.  Ciò riguarda anche l’ambito della Chiesa. È utopico pensare che abbracciando “il mondo” questi automaticamente si converta, senza tragedia. Amare il mondo può significare scatenare l’odio del mondo verso la Chiesa. Guardando alla storia della santità constatiamo che la Chiesa trasforma il mondo assumendo e assorbendo la reazione peccatrice del mondo, allo stesso modo di Cristo, di cui essa è il corpo (Col 1,24). Il peccato è deicida e quando più la Chiesa vive autenticamente di Cristo più il mondo non la sopporta. Ma è qui che si rivela la forza pentecostale della Chiesa: “sanguis martyrum semen christianorum” (Tertulliano).

 

 

APPENDICE

Salmo 133 (132)  

Se volessimo trascrivere questo canto della fraternità dell'Israele di Dio in chiave cristiana potremmo usare le parole di Gesù nel testamento dell'ultima sera della sua vita: «Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, dall'amore che avrete a vicenda» (Giovanni 13,35). Il tema del salmo è commentato attraverso una duplice simbologia. Innanzitutto l'olio profumato usato nella consacrazione dei sacerdoti (Aronne, il fondatore del sacerdozio ebraico): esso penetra nel corpo e nelle vesti santificando e trasformando la creatura. C'è poi il simbolo della rugiada dell'Ermon, il monte settentrionale della Palestina (2760 metri): un'immagine di freschezza in un mondo assolato e bruciato. Con un'iperbole s'immagina che questa rugiada sia come un'inondazione che dal nord della Palestina scende al sud a bagnare anche l'arida Gerusalemme. L 'amore fraterno è, quindi, fonte di santità e di vita in un mondo dissacrato e morto.

«Allora David intonò questo lamento: - O monti di Gelboe non più rugiada ne pioggia su di voi, ne campi di primizie, perché qui fu avvilito lo scudo degli eroi... - Saul e Gionata, amabili e gentili, ne in vita ne in morte furon divisi; erano più veloci delle aquile, più forti dei leoni... - Gionata, per la tua morte sento dolore; l'angoscia mi stringe per te, fratello mio Gionata! la tua amicizia era per me preziosa più che amore di donna» (2Samuele 1,17-26).
1 Quanto è bello e quanto soave
che i fratelli dimorino insieme:
2 E come olio prezioso sul capo,
sulla barba del grande Aronne.
E vi scende sul collo e le vesti !
3 È così la rugiada dell'Ermon
che fluisce ai monti di Sion:
là è l' eterna sua benedizione !
Il Signore ha là stabilito,
ogni bene evita nei secoli.
Trinità indivisibile e santa,
confessarti e cantarti vogliamo:
sei il principio del nostro amore,
della nostra concordia il fine.

IL SANGUE NON CONTA

Il sangue non conta niente da solo. La linea del sangue può essere una trincea di oscuri istinti, di interessi a volte mortali. Solo l'amicizia ha il divino potere di superare il sangue, il censo, la classe, la razza, e fare che due esseri veramente si amino, confortati dalla stima dell'uno per l'altro, accettando tutti e due la rinuncia a prevalere, e a espropriarsi l'uno per l'altro. (E ho scritto che anche la chiesa, se vuole essere vera, non può essere che una chiesa di amici. Così la città, se vuole essere umana. Invece...).  Invece desolate selve di sassi sono le case. Attendiamo di emigrare da pianeta a pianeta, ma siamo ancora più soli, e sempre più freddo ha il cuore... Tempi grami viviamo. Tempi senza amicizia. Mondo senza fanciulli. Siamo tutti dentro a un sistema nel quale l'uomo non conta più nulla. È il sistema più disumano e ateo che si possa immaginare. Per questo crescono le solitudini, e le desolazioni, e la disperazione. Oh, i giovani! Come sono eroici quei giovani che riescono ancora a coltivare delle amicizie. I molti che soccombono non si contano più. Queste non sono città! Sono termitai, deserti cintati di cemento e da invisibili (ma non sempre invisibili) cavalli di frisia.

Preghiera

Dio, amico dei fanciulli e degli umili,
tu vuoi che ogni uomo ti sia amico !
Dio, unica fonte di comunione dei cuori,
rendici capaci di rinnovare
l'amicizia con tutte le creature,
e rinsalda la nostra fraternità
perché tutti ritrovino la gioia di vivere.
Amen.