• 15 Ago

    SOLITUDINE E “SOLITARIETA’”

    A cura di p. Attilio Franco Fabris

     

    Solitudine

     Per dire TU occorre prima saper dire IO.

    L’accettazione del “mistero” dell’altro consegue la scoperta e l’accettazione del mistero di noi stessi. (Cfr. il bambino e la madre).

    Occorre perciò se si vuole instaurare una vera relazione con l’altro discendere nel medesimo tempo alla propria intimità, alla relazione con noi stessi.

    Mi percepisco anzitutto unico e differente dagli altri e dalle cose: è il mistero della persona.

    Scrive san Gregorio di Nazianzio nel suo trattato “Della creazione dell’uomo”: L’immagine non è veramente immagine se non possiede tutti gli attributi  del suo modello… La caratteristica della divinità è di essere inafferrabile, anche questo l’immagine lo deve esprimere. Se l’essenza dell’immagine si potesse comprenderla mentre il suo modello sfugge ad ogni comprensione, una tale differenza la annullerebbe in quanto immagine. Ma noi non arriviamo a definire la natura della nostra dimensione spirituale, proprio a immagine del nostro creatore… significa dunque che noi portiamo l’impronta dell’ineffabile divinità nel mistero che è in noi”.

    La mia unicità, il mio mistero direbbe Gregorio, è anche l’unicità e il mistero di coloro che mi vivono accanto.

    Questa unicità genera un sentimento: l’uomo si coglie, allorché diviene cosciente di sé, essenzialmente unico e dunque solo.

    Il filosofo austriaco di discendenza ebreo Martin Buber (1875-1965), sostenitore della concezione dialogica nella relazione tra Dio e l’uomo, afferma: Ogni persona che viene a questo mondo costituisce qualcosa di nuovo, qualcosa che non è mai esistito prima. Ogni uomo deve sapere che non c’è mai stato nel mondo nessuno uguale a lui perché se ci fosse stato un altro uguale a lui, non sarebbe stato necessario che lui nascesse. Ogni uomo è un essere nuovo nel mondo, chiamato a realizzare la sua particolarità.

     Duns Scoto, filosofo e teologo inglese (1266-1308), francescano che concepì la metafisica come scienza rigorosa e deduttiva e sostenne la dimostrabilità razionale delle verità soprannaturali, dava anch’egli una definizione di persona: La persona è l’ultima solitudine dell’essere.

    Ovvero il nostro centro costituisce la nostra unicità, ovvero la nostra solitudine.

    SOLITARIETA’

     Viviamo in un contesto culturale che favorisce la superficialità.

    Tante volte non si ha il coraggio di affrontare il proprio mistero, la propria solitudine esistenziale. Chiudiamo gli occhi, affrettiamo il passo, fuggiamo da noi stessi… cerchiamo altrove la nostra “identità”, ci dissolviamo nel “gruppo”.

    Nella misura in cui viviamo nell’esteriorità tanto meno cogliamo il nostro essere “persona”.

    Dobbiamo perciò sempre fare i conti con i nemici della nostra interiorità: la paura, la  distrazione, la dispersione, la superficialità…

    Chi fugge da se stesso non si incontra né tanto meno incontrerà e amerà gli altri…

    teniamo presente che “la misura con cui penetriamo nel cuore del nostro mistero è la stessa misura della nostra apertura verso i fratelli” (Larranaga).

    Altra attenzione: si può fuggire fuori di sé, o anche dentro di sé. In questo caso è il rinchiudersi nel proprio mondo impedendo a se stessi e agli altri di entrare in relazione.

    E. Fromm, psicanalista tedesco (1900-1980), dice: Sentirsi completamente isolato e solitario porta alla disgregazione mentale.

    La bibbia dice: Non è bene che l’uomo sia solo (Gn. 2)

    Se è proprio dell’essenza della persona il percepirsi solitudine, fa parte altresì della sua stessa essenza essere in relazione.

    E’ l’isolamento che è negativo, che porta con sé tristezza, angoscia, visione negativa della realtà. Essa se esiste, può avere molteplici cause interne ed esterne.

    Quando fuggiamo da noi stessi e dagli altri siamo così vuoti, insoddisfatti, qualcosa ci manca: iniziamo a vacillare. Non sappiamo più perché esistiamo (è il “vuoto esistenziale” di cui parla ad es. V. Frankl).

    UN’ESISTENZA DA VIVERE

     L’uomo si vede “gettato” in un mondo incomprensibile (cfr Haidegger). La paura lo può assalire: lo spettro della morte ci sta costantemente alle spalle. La mancanza di senso provoca angoscia.

    Occorre un senso, un significato: la sofferenza e la paura della morte si superano solo con questo.

    Per noi questo senso, questa ragione: è la relazione con una Persona, anzi Tre, Dio.

    Ci siamo lasciati attrarre da quel “quaerere Deum” che ha caratterizzato la vita di tanti prima di noi.

    Ci siamo lasciati attrarre dall’invito evangelico a seguire Gesù… Ci siamo avventurati.

    Dio è divenuto Rupe su cui porre saldamente il mistero del nostro essere perché non vacilli nel vuoto.

    Rimane evidente che per la nostra esistenza è indispensabile che Dio rimanga sempre interlocutore, compagno vivo: Di te ha sete l’anima mia come terra deserta, arida senza acqua.

    Questa “solitudine” mi è stata data con la vita. L’esistenza mi è stata data, donata, non l’ho richiesta io. Posso disprezzarla, disperderla o addirittura distruggerla. (Giobbe dirà: Maledetto il giorno in cui nacqui, maledetta quella notte nella quale si disse: E’’ stato concepito un uomo”); oppure benedirla (Il salmista dirà: Benedici il Signore anima mia quanto è in me benedica il suo santo nome).

    Non ho scelto la vita, come non ho scelto la sofferenza e la morte. Mi ci trovo indipendentemente dalla mia volontà.

    Tocca a me però assumermi la responsabilità di questa mia vita, perché non mi è stata data bell’e fatta e rifinita. La vita la devo vivere, deve essere vissuta da me: solo per l’uomo la vita allora è problema non per l’animale dotato di istinti.

    Pur nel mondo limitato percepiamo guardando gli spazi infiniti che il nostro essere è infinito: cogliamo lo “sprazzo di divinità” che è in noi.

    Grandi, infinite aspirazioni unite a grandi pesanti e inevitabili limiti.

    E’ l’assurdo dell’esistenza umana che fa sì però che l’uomo si collochi in cammino, in progressione in ricerca inesausta, insieme ai suoi fratelli.

    Con uno sguardo all’infinito del Creatore fatto debole carne come la mia mi è dato di poter dare risposta all’enigma dell’esistenza umana. E’ questo è grazia.

     

  • 28 Giu

    SOTTO L’AZIONE DELLO SPIRITO

     

    a cura di p. attilio franco fabris

     

    Dello Spirito Santo manca nella Scrittura una raffigurazione appropriata. La teologia poi tende a sottolineare più le opere dello Spirito che la sua Persona, perduta o nascosta dietro ad alcune realtà teologiche come la grazia, la carità, i doni. Tutto ciò concorre a far sì che il credente non riesca ad avvicinarsi allo Spirito Santo come ad una Persona. In tal modo viene a mancare l’intimità con questo agente primario della vita cristiani. Ne consegue che la pietà trinitaria si disperde per mancanza di relazioni personali con lo Spirito Santo.

    Nelle fonti della rivelazione, lo Spirito Santo è l’inviato del Padre in nome di Cristo risuscitato, per portare a compimento la sua opera di redenzione. È quindi autore della santificazione, nella Chiesa intera ed in ciascuno dei credenti.

    Atanasio e Basilio, due grandi teologi della spiritualità monastica, sono i Padri che stabiliscono nel sec. IV la dottrina classica dello Spirito Santo. Per Basilio, lo Spirito Santo ha un ruolo fondamentale, ben distinto da quello del Verbo. Questi rivela il Padre, come sua immagine: lo Spirito ha una funzione interna al credente e lo illumina. Atanasio riconosce allo Spirito l’eguaglianza con il Padre, ma non ha altro da attribuirgli che non abbia già detto del Verbo e, in fondo, del Padre. In Basilio invece lo Spirito ha un ruolo ipostatico ben definito. È appunto in questo tempo che si presta un’attenzione tutta particolare alla natura e all’azione dello Spirito, diventate oggetto di controversia. Echi di queste controversie dottrinali li troviamo nella Storia Lausiaca, dove si dice di Melania e Rufino di Aquileia che « insieme operarono per persuadere ogni eretico che negava lo Spirito, e lo ricondussero in seno alla Chiesa ».

    Tra coloro che si trovano in modo particolare sotto l’influsso dell’azione dello Spirito divino, Ippolito di Roma, indica i martiri: « lo Spirito del Padre insegna ai martiri l’eloquenza consolandoli ed esortandoli a disprezzare la morte quaggiù, per affrettarsi a raggiungere i beni celesti…». L’opposizione tra il mondo ed i beni celesti, oggetto principale dell’insegnamento dello Spirito, suggerisce già il ruolo particolare che esso riveste nella spiritualità dell’antico monachesimo, che aveva fatto di questo tema un elemento centrale della sua esperienza spirituale.

    Gli studiosi hanno notato l’assenza di citazioni esplicite dello Spirito Santo in una parte considerevole della letteratura monastica antica. Nulla troviamo nella Vita di Antonio, eccetto la citazione di Rom 8,4 e un caso dubbioso. Tale silenzio lo si può attribuire al cristocentrismo antiariano di Atanasio. Relativamente poco ci offrono i Detti dei padri del deserto. Nulla di veramente significativo c’è in Evagrio. Due sole citazioni nella Storia Lausiaca di Palladio, e tre nell’ Inchiesta sui monaci in Egitto. Nelle fonti pacomiane invece i riferimenti espliciti Spirito sono più numerosi, così anche nelle lettere di Antonio e, misura minore, in quelle del suo discepolo Ammone. Possiamo quindi affermare che le fonti dell’antico monachesimo non ci forniscono molte notizie sulla parte che la presenza e l’azione dello Spirito Santo hanno avuto nella spiritualità dei primi monaci. Avendo conto tuttavia dei dati sparsi qua e là, possiamo ricavarne un quadro abbastanza completo, che cercheremo di descrivere nei suoi vari elementi nelle pagine che seguono.

    1.   Il monaco perfetto è un uomo “pieno” di Spirito Santo

    È questa la definizione che i Detti danno di padre Arsenio. Di un monaco egiziano che divenne amico di Arsenio, si dice che era « pieno del buon profumo dello Spirito Santo » (cf. 2 Cor 2, 15). Di padre Samuel si afferma che era un « uomo animato dallo Spirito di Dio ». Di Antonio, padre degli eremiti, si dice che diventò « pneumatoforo », cioè portatore dello Spirito. Questo titolo che si addice ad ogni battezzato, è particolarmente adatto a quelli nei quali appaiono particolari manifestazioni carismatiche dello Spirito. Anche il famoso Macario l ‘Egiziano era chiamato lo « pneumatoforo ». Nella prospettiva della storia della salvezza propria delle lettere di Antonio, la « pneumatoforia » caratterizza coloro che vivono sotto la legge dell’Alleanza, Mosè, il coro dei profeti ed i santi…

    Il monaco indegno però è privato dello Spirito. Di un fratello della Comunità pacomiana, caduto in peccato e più volte impenitente nonostante i continui richiami di Teodoro, si afferma che lo Spirito si ritirò da lui. Orsiesi, altro discepolo e successore di Pacomio, nelle sue esortazioni ai monaci dice tra l’altro:  « se (l’anima) è negligente, lo Spirito Santo si allontana; senza la sua luce scendono le tenebre... ». Lo Spirito si allontana da colui che osa giudicare il suo fratello, e la fornicazione ci rende « alieni allo Spirito Santo ». Più volte Pacomio esorta i suoi confratelli a non rattristare lo Spirito Santo di Dio che abita in noi (cf. Ef 4, 30).

    2.   La presenza e l’azione dello Spirito sono particolarmente intense in coloro
    che hanno un ruolo di guida o di governo: la “paternità spirituale”

    È lo Spirito Santo che rivela a Pacomio che deve essere il primo fondatore di un cenobio. Di lui si dice più volte che nella sua missione di governo della comunità era particolarmente assistito dallo « Spirito che risiedeva in lui ». La stessa cosa si afferma anche dei successori di Pacomio:  « Dio aveva suscitato nella sua congregazione un altro padre potente di nome Orsiesi, capace di prendersi cura delle vostre anime e dei vostri corpi, grazie allo Spirito di Dio che abita in lui ». Teodoro viene descritto come un uomo « ardente per lo Spirito Santo che abitava in lui »; lo stesso Spirito, si aggiunge. muoveva il cuore dei fratelli « attraverso la parola di Teodoro ».

    Antonio, dopo aver trascorso vent’anni in solitudine,  « venne fuori come da un santuario, iniziato nei misteri e divinamente colmato dallo spirito divino » (… divinitate divinitus plenus). Subito dopo, il suo biografo lo mostra consolando, riconciliando e insegnando. Antonio ha raggiunto il dono della paternità spirituale e accetta dei discepoli.

    È un dono che rende capace, chi lo possiede, di generare figli nello Spirito e di guidarli alla misura di perfezione loro propria. Hausherr ne dà una specie di definizione che corrisponde alle idee classiche della spiritualità orientale:  « Lo spirituale è colui al quale, grazie alla mortificazione delle passioni e alla apathia che ne risulta, la carità ha svelato la gnosi delle cose divine e la diacrasis delle cose umane, in modo che egli possa, senza pericolo per lui stesso, guidate con saggezza gli altri sulle vie di Dio » (Direction spirituelle en Orient autrefois, OCA 144Roma 1955).

    Si parla di paternità, nel senso di una relazione personale, secondo una doppia tradizione. La prima si rifà a s. Ignazio di Antiochia e costituisce la “paternità funzionale“; il vescovo è chiamato padre in funzione del suo sacerdozio. Egli battezza ed opera la filiazione divina per mezzo dei sacramenti. La seconda tradizione si rifà ai padri del deserto. La loro paternità non proviene da funzione alcuna sacerdotale: l’asceta del deserto è padre per elezione divina, per un carisma dello Spirito Santo, per il fatto di essere “theodidatta”, insegnato direttamente da Dio. Né l’età né la funzione esercitano qui alcun ruolo. È sintomatico che gli stessi vescovi cercassero aiuto e consiglio dai solitari del deserto che erano direttamente guidati dallo Spirito.

    La condizione essenziale per diventare “padre spirituale” è quella di essere prima di tutto spirituale (pneumatikós). Nei Detti dei padri del deserto più volte gli eremiti sono chiamati « uomini spirituali ». Non si può comunicare lo Spirito se non Lo si possiede previamente.

    La fecondità spirituale è in rapporto con la Croce. Il padre Longino trasmette la famosa sentenza degli spirituali: « Dà sangue e prendi Spirito ». Un padre spirituale non è un maestro che insegna, ma colui che genera ad immagine del Padre celeste. L’arte della paternità spirrtuale non si impara come una scienza nella scuola, ma è frutto di un carisma dello Spirito.

    3.   Lo Spirito Santo si esprime attraverso le parole della Scrittura e del Padre carismatico

    La Sacra Scrittura ha nella formazione spirituale dei primi monaci una grande importanza, su cui torneremo in seguito. Dottrina comune dei padri anacoreti e dei primi cenobiti è che lo Spirito Santo ci parla attraverso la parola rivelata. « Lo dice lo Spirito Santo », afferma l’anziano Poemen, citando la Scrittura; in modo simile, e a più riprese, si esprimono i discepoli di Pacomio.

    Nei Detti la parola degli anziani è per lo più menzionata accanto alla Scrittura. Alla base di tale accostamento c’è la convinzione profonda che si tratta di due realtà omogenee, frutto dell’unica e molteplice rivelazione dello Spirito. Riguardo al carisma straordinario della parola presente in Efrem Siro, gli apoftegmi dicono che « proveniva dallo Spirito Santo ciò che usciva dalle labbra di Efrem ». Evagrio Pontico nel suo Trattato pratico cita lo Spirito Santo soltanto alla fine, nel- l’epilogo, per affermare che tutto quanto ha scritto ha potuto farlo « per grazia dello Spirito ».

    4.   Lo Spirito Santo assiste il monaco nella lotta contro i demoni

    Si sa che la demonologia occupa nella Vita di Antonio un posto rilevante: la lotta con i demoni non finisce mai. Nel grande discorso dottrinale, che costituisce un vero programma della spiritualità antoniana, per ben due volte l’uomo di Dio ricorda ai suoi discepoli l’efficacia dello Spirito nella lotta contro le potenze del male: « La retta via e la fede nel Signore tramite Gesù Cristo e lo Spirito Santo sono un grande scudo contro di loro (i demoni) ».

    L’asceta perfetto riceve dallo Spirito Santo il dono di discernere gli spiriti, in modo da saper riconoscere i demoni malgrado le loro astuzie, anche quando si trasformano in angeli di luce.

    Pacomio afferma che il diavolo si allontana da colui con cui è in guerra, quando vede che in lui dimora lo Spirito Santo. La stessa dottrina la si ritrova nel suo discepolo Teodoro.

    5.   Lo Spirito Santo e la legge

    « L’ideale che Pacomio propone ai suoi discepoli è riassunto nella breve formula: vivere secondo la volontà di Dio. Per raggiungere questo scopo però non basta ubbidire alle leggi esteriori e alle regole scritte. Bisogna essere inoltre docili alla voce della coscienza e alle ispirazioni particolari dello Spirito » (P.Deseille, L’esprit du monachisme pachômien, Bellefontaine 1973). Secondo l’espressione di Teodoro, ognuno deve essere fedele alla santa vocazione della koinonia « secondo la misura delle sue forze e la spinta dello Spirito Santo ». Pacomio incoraggiava i suoi discepoli a seguire la voce interiore dello Spirito ed esigeva che i fratelli rispettassero la altrui personalità spirituale. Nel campo però delle ispirazioni interiori è indispensabile il ricorso al discernimento del padre spirituale; alcuni passaggi delle Vite ci mostrano Pacomio particolarmente attento a dissipare le possibili illusioni.

    6.   I frutti dello Spirito

    Lo Spiriro Santo illumina, ispira, salva, è fuoco che consuma. Quando lo Spirito scende nei cuori degli uomini, essi si rinnovano profondamente.

    Frutto dello Spirito sono le virtù. Un elenco di queste virtù elargite dallo Spirito, lo troviamo nella Vita copta di s. Pacomio: « la fede, il bene, il timore, la pietà, la purità, la giustizia, la longanimità, la bontà, la dolcezza, la temperanza, la gioia, la speranza e la perfetta carità ». Non si tratta dei tradizionali doni dello Spirito Santo, tratti da Is 11, 1-2, bensì di un elenco di virtù, sul tipo di quelli paolini. Il riferimento principale è Gal 5, 22. Il numero e l’ordine dei frutti dello Spirito elencati non coincidono: c’è stata probabilmente una integrazione con Is 11 e con 1 Cor 13, 13 (per le tre virtù teologali).

    Per Pacomio, scopo dello sforzo ascetico del monaco e della vigilanza sul suo cuore, è che « lo Spirito Santo abiti in lui » e che egli « diventi un tempio di Dio »; « che acquisti la perfezione dei frutti dello Spirito »; che raggiunga « l’unità dello spirito ». Così insegna anche Orsiesi: per acquistare i frutti dello Spirito bisogna convertirsi e purificarsi dalle imperfezioni, bisogna lottare. « Anche l’anima – leggiamo nei Dettisa di aver concepito lo Spirito Santo quando si placano le passioni che scorrono giù da lei; finché è impigliata in esse, come può vantarsi quasi fosse impassibile? Dà sangue e prendi Spirito », lotta cioè e giungerai al possesso delle virtù dello Spirito. ll monaco, prima di ricevere lo Spirito con i suoi doni, deve essere formato all ‘umiltà, all’abnegazione, all’oblio di sé, alla purezza di cuore, al sacrificio; deve imparare a dare a Dio il sangue dell’anima e del corpo. Quando avrà acquisito questa libertà totale, questa disponibilità, sarà maturo per ricevere i doni dello Spirito.

    L’inabitazione dello Spirito – che non è altro che il pieno sviluppo della grazia battesimale – è una vera deificazione dell’uomo, così la spiega Teodoro. Tale deificazione realizza anzitutto la trasformazione morale dell’uomo. L’uomo giunge allora alla piena maturità spirituale; in virtù dell’inabitazione dello Spirito Santo, egli possiede un istinto interiore, un tatto spirituale, che gli permette di discernere spontaneamente la volontà del Signore, e raggiunge così la « vera conoscenza » di Dio. Il monaco ottiene allora la « preghiera senza distrazione», perché il suo spirito è tutto quanto preso da Dio.

     

  • 23 Giu

    Stare presso la croce di Gesù: Maria nel mistero pasquale


    di p. R. Cantalamessa
    a cura di p. attilio franco fabris

     

    Maria è presente nei momenti centrali del mistero di Cristo: incarnazione, mistero pasquale, pentecoste.

    Cosa significa la croce? Per Giovanni è l”ora”: evento nel quale si rivela appieno la gloria di Cristo, la sua sovranità, e luogo dal quale Cristo dona lo Spirito. E’ il “tutto è compiuto”.  E’ già luogo in cui trionfa la vita e l’amore, e dunque di resurrezione. (in questo senso non è importante sapere di apparizioni o meno del Risorto alla madre).

    Presentandoci Maria ai piedi della croce, Giovanni pone Maria nel cuore del mistero pasquale. Ella non è presente solo alla sconfitta e alla morte del Figlio, bensì soprattutto alla sua glorificazione: “Abbiamo visto la sua gloria”.

    Maria la “pura agnella”

    Maria ha bevuto fino in fondo al calice della passione. Ella può dire: “ha bevuto dalla mano del signore il calice della sua ira, la coppa della vertigine: O voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore” (Lam). Le piaghe del Signore si sono impresse anche nel suo cuore!

    Maria è insieme ad un altro gruppo di donne. Non era sola. Tuttavia era lì come “sua madre” e questo cambia tutto, ponendo Maria in una situazione affatto diversa dalle altre.

    Ella accompagna il Figlio nella passione fa suoi i suoi sentimenti. Quando sente il Figlio pregare dicendo: “Padre perdonali….”, capisce che il Padre le chiede di fare la medesima cosa: anch’ella perdona.

    Maria ai piedi della croce non dice una sola parola, ella è puro silenzio.

    Se Maria potè essere tentata come lo fu Gesù nel deserto questo avvenne sotto la croce: il motivo era che lei credeva alle promesse. E la croce sembrava sconfessarle. Ma vede che Gesù non fa nulla. Liberando se stesso dalla croce libererebbe anche lei dal suo dolore straziante, ma non lo fa. Maria non grida come tutti: “scendi dalla croce, salva te stesso e me” “Hai salvato altri salva ora te stesso figlio mio e me”. Maria tace. Dice il concilio: “Maria acconsente amorosamente all’immolazione della vittima da lei generata”.

    Ella sta accanto all’Agnello come agnella a sua volta come dicono alcuni antichi testi: “la bella agnella”.

    Dice ancora il concilio: “Anche la beata vergine Maria ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione con il Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, soffrì profondamente col suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei stessa generata”.

    Maria dunque non sta presso la croce del Figlio solo fisicamente, ma soprattutto spiritualmente.  Soffriva nel suo cuore quello che il Figlio soffriva nella sua carne: “Una spada ti trafiggerà l’anima”.

    A forza di fare attenzione a non mettere sullo stesso piano Maria e cristo una certa teologia corre il pericolo di vanificare l’incarnazione, dimenticando che Cristo si è fatto “in tutto simile a noi, fuorché nel peccato”. Non è certo peccato che un figlio morente in quelle condizioni, rifiutato da tutti, cerchi un rifugio nel cuore e negli occhi della madre che l’ha generato e che conosce bene la sua innocenza. La differenza infinita tra il Figlio e la madre non deve far dimenticare la somiglianza anch’essa infinita che c’è tra loro: questo sarebbe docetismo.

    Gesù non dice più: “che c’è tra me e te o donna? Non è ancora giunta la mia ora!”: ora c’è un’unione profondissima data dalla stessa sofferenza.

    Chi potrà penetrare il mistero di quello sguardo tra madre e Figlio, in un’ora simile? Erano divenuti una sola cosa con il dolore e il peccato del mondo: Gesù direttamente, Maria indirettamente per la sua unione carnale e spirituale.

    Quando Gesù dice: “Padre nelle tua mani affido la mia vita”, adorando profondamente la volontà del Padre e affidandosi completamente a lui, Maria comprende che deve seguire Cristo anche in questo passaggio: anche lei è chiamata ad adorare la volontà di Dio e a confidare totalmente in essa.

    Stare presso la croce di Gesù

    Maria che sta sotto la croce ci dice quale deve essere l’atteggiamento del credente quando viene a contatto con la sofferenza fisica, spirituale, psichica.

    Quello che avvenne in quel venerdì santo deve avvenire anche per noi ogni giorno: bisogna stare accanto a Maria presso la croce di Gesù, come ci stette il discepolo che egli amava.

    Ci sono due aspetti da rilevare nel testo di san Giovanni:
    primo: bisogna stare “accanto alla croce”
    secondo: bisogna stare accanto alla croce “di Gesù”.

    La prima cosa da fare non è stare presso la croce in genere, ma stare presso la croce di gesù. Non basta stare presso la croce, cioè nella sofferenza, starci anche in silenzio con rassegnazione. No! Questo forse sarebbe eroismo ma nulla più, non contiene nessun annuncio di speranza, di gioia, di vita, di salvezza.
    la cosa decisiva è stare presso la croce di Gesù.

    Ciò che conta non è la propria croce, questa non ci salva! La croce che ci salva è solo quella di gesù.

    Non è il soffrire che conta, ma il credere, ovvero l’unirsi a Cristo, il vivere con lui. La cosa fondamentale è credere stando nella sofferenza a Cristo. La fede che passa attraverso la sofferenza è la vera fede!

    La cosa più grande e importante per Maria che stava presso la croce non era il suo soffrire, ma il suo credere nonostante tutto, l’unirsi alla sofferenza di Cristo suo figlio. La sua fede fu più grande della sua sofferenza: questa non la schiacciò!

    Ma qual è il segno e la prova che si crede realmente nella croce di Cristo? È il portare la nostra croce, la nostra sofferenza, dietro a Gesù, accettare di “prendere parte alle sue sofferenze”, di “essere crocifissi con lui”, di “completare nella nostra carne la passione di Cristo per il bene della Chiesa e del mondo”.

    La nostra vita allora si trasforma in “sacrificio vivente”, in un’offerta come quella di Cristo.

    Non si tratta più dunque di una sofferenza subita passivamente, ma accolta e vissuta con amore. Se vissuta così anche la nostra sofferenza partecipa della dimensione salvifica della sofferenza di Cristo.

    La nostra croce non è in se stessa salvezza, non è potenza, né sapienza. Diviene tutto questo quando ci uniamo alla croce di cristo.

    Soffrire unisce alla croce di Cristo in modo non solo intellettuale, ma esistenziale, concreto è una sorta di canale, di strada, che ci conduce con maria sul Calvario ai piedi della croce, dove la fede si unisce al dolore in un tutt’uno.

    Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze…mi compiaccio nelle mie infermità e nelle angosce sofferete per Cristo (2 Cor 12).

  • 22 Giu

    LEGGERE SPIRITUALMENTE
    L’ITINERARIO DEL PROPRIO CAMMINO

     

    di p. attilio franco fabris

     

    E’ un’avventura affascinante il cercare di scoprire Dio nella propria vita.

    Gli uomini di Dio di tutte le epoche e di tutte le religioni ci dicono che questo è possibile.

    C’è chi cerca Dio nel silenzio e nella solitudine del deserto, chi nel rumore della città, chi in mezzo agli uomini… Dove non importa. L’importante è cercarlo. La fede biblica ci indica nella storia una direzione privilegiata, un “luogo teologico”, per scoprire Dio nella propria esistenza. Dio è presente in ogni istante della tua vita, dall’inizio alla fine, nei momenti decisivi e in quelli quotidiani e apparentemente banali, nelle gioie, nelle prove e malattie. Lo sarà anche al momento della conclusione del tuo itinerario terreno.

    Un mistico induista racconta la sua esperienza: Una volta, lungo tutta una giornata, percepii l’immagine delle infinite meraviglie di Dio presenti nella creazione. Allora pregai così: Padre, quando ero cieco non trovavo una sola porta che mi introducesse a te. Ora tu hai medicato i miei occhi e io scopro porte da ogni lato: nel cuore dei fiori, nelle voci dell’amicizia, nel ricordo delle esperienze liete. Ogni impulso della mia preghiera mi apre una nuova porta di accesso al tempio immenso della tua presenza (Paramahansa yogananda). Questa porta per te è la tua storia.

    Una lettura diversa

    Quando parlo di imparare a leggere spiritualmente il cammino della tua vita, intendo l’arte di saper leggere qualsiasi avvenimento in un senso che sia capace di andare “oltre” le apparenze, gli aspetti fenomenici.

    Si tratta di sviluppare un atteggiamento mentale al fine di penetrare ed interpretare il mistero della vita tua e di ciò che ti circonda.

    Questo comporta una disposizione fondamentale: la tua collaborazione attenta con le continue ispirazioni della grazia. Questa disposizione porta ad un atteggiamento contemplativo di fronte alla vita, ad una preghiera continua fatta di ascolto dell’esistenza.

    Significa percepire nella tua vita la presenza continua del Dio della vita: “In lui noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28).

     

    Se questo non è un gioco o una illusione allora significa  che il cammino della vita ti nasconde un segreto in chiave: una chiave che deve essere decifrata. Come una scrittura nascosta, così gli avvenimenti di ogni giorno ti parlano attraverso i loro simboli, i solo segni, e ti rimandono al di là: Questo “al di là” lo decifreremo perfettamente quando ci saremo, ma già ora puoi imparare a decifrarlo leggendo spiritualmente il tuo itinerario.

    La tua storia la puoi leggere attraverso mille lenti e mille angolature. Ci sono molte chiavi di interpretazione… sarà utile uno sguardo a come l’uomo biblico legge la sua vita.

    La sapienza dell’uomo biblico

    L’uomo biblico è essenzialmente un uomo che ha imparato a leggere spiritualmente gli avvenimenti. Crede profondamente ed è convinto che in ogni avvenimento vi sia una manifestazione, una rivelazione di Dio.

    Egli legge la storia del suo popolo e quella sua personale in riferimento costante a Dio: quando perde una guerra… è a causa dell’infedeltà; quando vince una guerra… è Dio che lo ha salvato (cfr 2 Cr 20,1s). La malattia, la pioggia, la siccità… tutto diviene occasione di dialogo tra Dio e il suo popolo. Così Giobbe interpreta spiritualmente il dolore (1,21; 2,10); Davide perseguitato vedrà in questo una permissione di Dio (“ Sam 16,5ss). I salmi sono tutti una continua lettura spirituale (cfr Sal 78; 105…).

    Per la scrittura l’uomo che è in grado, per la sua fede, di leggere spiritualmente la storia diventa sapiente (es. Sir 44; Ebr 11): ovvero è divenuto uno che sa vedere la verità, che sà dare il sapore il senso a ciò che vive.

    Gesù riceve questa tradizione sapienziale e la fa propria. Egli legge ogni avvenimento, da quelli più semplici e ordinari a quelli più tragici, spiritualmente. Al termine della Passione egli dirà: “Tutto è compiuto”; Gesù  legge la sua sofferenza “in chiave” – la volontà di Dio – tutto ha obbedito ad un progetto di amore.

    Comprendi allora l’amaro rimprovero “ai sapienti scribi e farisei” fatto da Gesù. Essi si sono rivelati incapaci di leggere in modo spirituale la sua missione, il tempo favorevole. Si sono fermati alla superficie, hanno adottato chiavi di lettura più facili e comode: “Hanno occhi e non vedono, orecchie e non odono” “Sapete riconoscere l’aspetto della terra e del cielo; come mai non riconoscete questo tempo?”.

    Come leggere spiritualmente?

    L’atteggiamento fondamentale non è la pretesa magica di obbligare Dio  a manifestarsi con un messaggio fatto a propria immagine e secondo i propri desideri.

    Si tratta invece di alimentare continuamente in te un umile atteggiamento di fede, capace di riconoscere e scoprire, giorno dopo giorno, quel messaggio recondito “posto al-di-là” che tanti semplici, con la loro sapienza hanno saputo leggere. Vivi nella certezza che la tua vita è nelle mani di Dio. Non si tratta di sentirti protettoe al sicuro, la vita del credente attraversa tutte le prove come quella di chi non crede, si tratta invece di cogliere la verità del tuo proprio esistere, quel filo conduttore che connette tutti gli avvenimenti della tua vita, dando loro un senso preciso. Se Dio è Dio allora non esiste più l’assurdo, il destino, ma tutto assume senso e significato… Ciò ti porta a non aver più paura della vita, a non essere più assalito dalla preoccupazione di programmare eprevedere, calcolare e controllare, ti libera dall’apprensione di difenderti da chissà quale nemico o rischio o imprevisto. La certezza che la tua vita è nelle manbi di Dio fa sì che tu possa liberarti da queste piccole o grandi schiavitù. In fondo  significa liberarsi da quella insicurezza nascosta che a volte, per reazione, ti fa sentire troppo importante, come se tutto dipendesse da te.

    Vi è una metodologia per far ciò:

    Il primo metodo è certamente l’ascolto della Parola, ricevuta e meditata con spirito di fede. Essa è l’alimento atto a sviluppare in te la capacità di acquisire uno sguardo, una mentalità di fede. La lectio divina ti rende familiare con la storia del popolo eletto, con Gesù, la Chiesa. Con essa tu confronti il tuo cammino umano e di fede.

    In questo senso la parola ti offre una risposta, una chiave di lettura, a ciò che stai vivendo. L’incontro giornaliero, fedele e perseverante con essa diviene indispensabile per conservare una mappa del tuo itinerario. Quanto è bello ripensare a quel pellegrino russo che nel suo peregrinare accanto al pan secco conserva con cura la Parola di Dio: “Per grazia di Dio sono uomo e cristiano, per azioni grande peccatore, per vocazione pellegrino della specie più misera, errante di luogo in luogo. I miei beni terrestri sono una bisaccia sul dorso con un po’ di pan secco e, nella tasca interna del camiciotto, la Sacra Bibbia. Null’altro”.

    Un secondo metodo scaturisce anch’esso da un dato di fede. Gesù risorto ti ha assicurato la sua presenza sino alla fine del mondo (Mt 28,16), ti ha consegnato l’avvertenza di riconoscerlo negli ultimi, nei poveri nei semplici e bisognosi. In questi egli è costantemente alla porta della nostra vita e bussa per essere riconosciuto (Ap 3,20).

    Impari a leggere spiritualmente il tuo cammino quando consideri la tua esistenza come una continua serie di opportunità per scoprire la presenza nascosta del risorto. Egli è l’ortolano, il pellegrino, lo sconosciuto sulla riva del lago. Ogni giorno, ogni situazione, ogni persona si può trasformare in occasione di incontro col mistero del Signore risorto. Fai l’esperienza che nella vita di ogni giorno c’è il passaggio nascosto di Cristo: della sua salvezza che ti giunge attraverso mille mediazioni.

    Un terzo metodo. Leggi l’esistenza nella chiave della croce, del mistero pasquale. Come un continuo e incessante passaggio, esodo, dalla vita alla morte, dalla schiavitù alla liberazione, dalla terra al regno. Nell’attesa del passaggio definitivo. Saper discernere in tutte le situazioni di fallimento, povertà, peccato, morte l’invito del Dio liberatore a fare anche tu il tuo pesah, il salto della fede nel Dio fedele.

    Conclusione

    Leggere spiritualmente la vita è un’arte. Si impara a vivere in sintonia con Dio. Diviene un modo per pregare incessantemente. In ogni istante ti è offerta una nuova possibilità. Imparerai a fermarti saggiamente per domandare al Signore: Che cosa mi stai dicendo ora? Cosa vuoi da me in questo momento? Perché tutto ti parla.

    E’ questa la beatitudine: “Beati coloro che ascoltano la parola e la mettono in pratica” (Lc 11,27-28).

    Questo camminare in sintonia con Dio, nell’ascolto alla parola, sulla terra si trasforma in una risposta, un canto gioioso, canto di pellegrini che conservano nel cuore l’ansia felice dell’arrivo: Noi cantiamo quaggiù le lodi di Dio come un giorno le canteremo in cielo. Ma quaggiù le cantiamo trepidanti, in cielo le canteremo sicuri. Quaggiù nell’esilio, lassù nella patria. Canatate o fratelli, come canatano i viaggiatori, i pellegrini: cantate e camminate! Avanti sempre, procedendo nel bene. Fate progressi nella fede e nelle buone opere. Cantate e camminate. Canate con le voci, cantate con i cuori, cantate con la condotta della vita (Agostino, Ex.Ps).

  • 21 Giu

    “DEVI METTERTI IN CAMMINO OGGI… NON DOMANI”

     

    di p. Attilio Franco Fabris

     

    La storia è il luogo in cui sei chiamato deciderti: davanti a te sono poste le due vie: la vita e la morte, ovvero l’obbedienza e la disobbedienza ai comandi di Dio. E tempus fugit era scritto spesso sulle meridiane o orologi di conventi e monasteri.

    Ricorda che il cammino della tua storia è il luogo in cui Dio si manifesta, è il luogo in cui egli vuole incontrarsi con te. Anche Gesù con te si fa viandante e pellegrino come sulla strada verso Emmaus.  Questo cammino è l’unica l’opportunità che ti è data per vivere l’obbedienza della fede e la sequela. Questo cammino accolto nella sua realtà di gioia, e sofferenza, di conflitti, di progressi e regressi, di fatiche ed entusiasmi…

    Questa storia (non un’altra), questa stessa storia, diviene la tua storia di salvezza, non tanto in virtù di quanto accade o di ciò che riesci a realizzare, ma in quanto in essa Dio ti chiama continuamente a essere in comunione con lui per la realizzazione del suo Regno che è la tua meta finale, la Città Santa verso la quale stai camminando come pellegrino.

    Abbi la certezza che, per grazia di Dio, sulla strada del regno sei già sin d’ora e la stai percorrendo nella misura in cui i comandi del Signore sono il tuo sentiero, la tua vita e il tuo cammino.

    Questa tua storia è il Kairòs, il tempo propizio per la tua conversione, è un tempo di grazia. Tempo che dà senso e valore a Kronos che senza kairòs sarebbe tempo vuoto, destinato al nulla, alla morte: “Ecco ora il momento favorevole (kairòs) ecco ora il giorno della salvezza” (2 Cor 6,2).  Questo è un giorno che non si ripeterà mai più.

    Ogni giorno è un oggi che ti si apre dinanzi, completamente nuovo, aperto alla tua libertà, al tuo cammino interiore. Un oggi che deve essere accolto così come è, come ti si presenta; e non rifiutarlo perché ti si presenta diversamente da ciò che ti saresti aspettato che fosse. Se non accetti questo reale punto di partenza ricorda che in te non si attuerà nessun cammino perché continuerai a sognare la vita invece di viverla.

    Accogliere il presente significa accogliere il reale e rifiutare l’inesistente. A Dio puoi arrivare solo attraverso questa realtà e non un’altra immaginaria. Solo questo atteggiamento di accoglienza e accettazione ti permetterà di poter cambiare qualcosa nel futuro della tua vita.

    Ricorda perciò un buon criterio di discernimento per la tua vita spirituale: tutto ciò che ti allontana e distoglie dal quotidiano ti distoglie e ti allontana dal cammino verso Dio.

    Se prendi seriamente atto di questo allora capirai che dovrai:

    1. saper cogliere l’oggi di Dio, quest’oggi. Impara ad essere perciò duttile, semplice, contemplativo verso tutto ciò che ti è dato in questo momento.  Fai obbedienza alla parola che “oggi” risuona sul tuo cammino nel deserto verso la terra promessa: “Oggi, se udite la voce del Signore, non indurite i vostri cuori” ( (Sl 95,7).

    Ricorda che l’oggi si è fatto breve: “Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura quest’oggi, perché nessuno di voi si indurisca sedotto dal peccato” (Ebr 3,13).

    E’ il Signore che nella sua misericordia ti offre un nuovo oggi: “Egli fissa di nuovo un giorno, oggi, dicendo a Davide dopo tanto tempo: Oggi se udite la sua voce..” (Ebr 4,7).

    Cosa comporta cogliere l’oggi di Dio? Significa imparare a discernere, giudicare il tempo, gettando la maschera ipocrita di chi sa giudicare il tempo ma non il proprio tempo (Cf Lc 12,56).

    2. saper accogliere il tempo come l’oggi dell’incontro di Gesù con te, con la tua realtà di peccato, limite e mancanza. Per te Gesù ripete, come un giorno a Zaccheo: “Scendi subito, oggi devo fermarmi a casa tua… Oggi la salvezza è entrata in questa casa” (Lc 19,9). Ogni giorno fai esperienza della tua realtà di peccatore, che ti blocca e ti arresta ai bordi della strada (cf il cieco di Gerico), e ogni giorno hai bisogno di incontrare Gesù che passa, stende la mano e tichiama, affinché tu possa riprendere il cammino dietro lui.

    3. saper vivere la tua esperienza di vita di cristiana, di discepolo, come un continuo oggi, un continuo peregrinare: l’oggi dell’ascolto della Parola, l’oggi della conversione, l’oggi dell’accoglienza della grazia.

    E’ sempre oggi. Il passato non c’è più: ne puoi fare solo memoria, il futuro non esiste, è affidato alla speranza. A te rimane solo il presente e la preghiera: “Per tutto ciò che è stato grazie, per tutto ciò che sarà sì”.

    Potrai forse chiederti come allora rapportarti con il tuo passato e il tuo futuro se tutto si gioca sull’oggi.

    Verso il tuo passato conserva una “grata memoria”. Non è facile rimpossessarsi del proprio passato: equivale a guardarlo nei suoi aspetti positivi e negativi, di gioia e di dolore: “Si deve desiderare che tutto ciò che è avvenuto sia avvenuto, e null’altro. Non perché ciò che è avvenuto è un bene a nostro modo di vedere, ma perché Dio lo ha permesso e perché l’obbedienza degli eventi  a Dio è in sé un bene assoluto” (S.Weil, Attesa di Dio). Un guardare senza giudicare, con amore e riconoscenza, nella capacità di “lasciare andare”. Si tratta di un guardare privo dell’avidità di possedere, trattenere gioie o rimpianti; in una sinfonia non posso trattenere una nota all’infinito, rovinerebbe tutto il brano.

    Farai grata memoria in modo particolare degli interventi di Dio nel tuo cammino già percorso: “Se il Signore non fosse stato con noi, lo dica Israele, se il Signore non fosse stato con noi…” (Sl); “Ricordati di tutto il cammino che il Signore Dio tuo ti ha fatto fare in questi quarant’anni nel deserto per metterti alla prova” (Dt 8,2).

    Il tuo cammino passato riletto alla luce del “memoriale” diviene occasione di una Lectio divina in cui lo Spirito ti illumina per scoprire in quali molteplici modi la grazia sovrabbondante di Dio si è riversata su di te.

    Il passato, collegandosi direttamente con l’oggi in una linea di continuità che ispira fiducia e speranza (Si è forse accorciato il braccio del Signore?”), si trasforma in luogo di rivelazione di Dio. Attraverso questa memoria puoi trarre energie per la tua crescita. Scriveva Teresa di L.: “Mi trovo a un’epoca dalla mia esistenza in cui posso gettare uno sguardo sul passato: l’anima mia si è maturata nel crogiolo delle prove esteriori ed interiori; adesso come il fiore fortificato dall’acquazzone rialzo la testa e vedo che in me si realizzano le parole del salmo 22: Il Signore è il mio pastore, nulla mi mancherà”.

    Apriti al tuo futuro come occasione che ti è data di crescita di avanzamento: “L’uomo non può realmente esistere se non ha un punto fisso nel futuro verso cui volgersi. Il suo presente, nella sua interezza, riceve forma da questa meta prefissa; vi si dirige, come la limatura di ferro viene attratta da una calamita. Se l’uomo perde il suo futuro, la vita stessa si dissolve nella sua struttura” (V. Frankl).

    Ogni incontro con Dio ti apre orizzonti nuovi, egli ti pone dinanzi una promessa che deve essere accolta nella fede. Egli ti offre anche una missione da compiere.

    Ogni meta su questa terra non si rivela che una sosta per un ulteriore cammino. Un arrivo è sempre un nuovo punto di partenza. Devo lasciare per trovare, perdere per salvare: “Non abbiamo quaggiù una città stabile ma cerchiamo quella futura” (Ebr 13,14). Sei viandante e straniero proteso alla meta e alla patria: “I cristiani risiedono ognuno nella propria patria, ma come stranieri ospitati… ogni terra straniera è la loro patria e ogni patria è per loro una terra straniera” (A Diogneto). I padri del deserto parleranno della virtù della xenetheia.

    Il futuro cristiano si alimenta della virtù della speranza. Egli è certo che Dio gli verrà sempre incontro facendo “nuove tutte le cose”, aprendo strade non ancora percorse, facendo nascere ciò che non è ancora. Vivi nella certezza che tutta la creazione è continuamente attratta verso il futuro della glorificazione nel Risorto quando Dio sarà tutto in tutti.

    Il Tempo accolto come dono

    Il tuo cammino, il tuo tempo, è nelle mani di Dio. Lui l’ha voluto nell’istante della creazione, nel primo istante del tuo concepimento. E’ lui che te lo dona istante per istante. Ricorda che il tempo non ti appartiene.

    Dì col salmista: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” (Sl 90,12).

    E’ solo accogliendo e vivendo il tempo che ti è dato come dono che si impara la vera sapienza.

    Questo atteggiamento sapienziale diviene criterio di discernimento: impari a distinguere le varie realtà, le ultime dalle penultime, le essenziali dalle emarginali. Impari a porre in giusta scala i valori presenti nella tua vita.

    Chi infatti vive alienato dalla coscienza della propria temporalità non giungerà mai ad una lettura sapienziale della sua vita.

    Accogliendo il tempo come dono imparerai soprattutto a non essere più né suo schiavo né  suo idolatra: anche il tempo sarà ridimensionato e collocato nella sua giusta prospettiva.

  • 20 Giu

    HO INCIAMPATO SUL MIO CAMMINO…

     

    di p. attilio franco fabris

     

    Nel cammino spirituale incontri ostacoli imprevisti, non voluti né desiderati.

    Il normale cammino spesso, anzi sempre, è disseminato di sassi, buche e rovi con i quali ogni giorno è messa a prova la tua perseveranza e fiducia per continuare. “Nel suo cammino quaggiù la nostra vita non può sottrarsi alla prova… dal momento che il nostro progresso si realizza attraverso la prova; nessuno conosce se stesso senza essere stato messo alla prova, può essere coronato senza aver vinto, può vincere senza aver combattuto” (Agostino, Enarr. Ps).

    Le prove sono “notti” di angoscia e di disperazione in cui tutto sembra incerto, inutile, offuscato, inconsistente, vuoto. E’ facile cadere nel nulla e per questo è importante cadere ai piedi del Crocifisso disceso nella sua passione in questi inferi, identificarsi col Cristo agonizzante sulla croce “senza conforto”. Le prove sono il crogiolo della purificazione di noi stessi, esperienza di deserto e di pura fede.

    Ogni giorno devi fare i conti con tante realtà che tu stesso ti trovo a dover gestire senza che tu le abbia scelte; si tratta di quelle alterità che ti abitano e che sono estranee al tuo volere e al tuo desiderio: sono l’alterità dell’inconscio, l’alterità di una affettività avida e di una sessualità mai pienamente integrata, l’alterità della tua aggressività mai totalmente vinta, l’alterità della tua sete di potere e di prestigio… per giungere poi all’alterità del peccato, del momento di crisi, della malattia e della morte.

    Mentre cammini non avrai mai finito di fare i conti con queste tue alterità.

    Esse tuttavia, lo insegnano tutti i maestri spirituali, possono svolgere, se accolte e lette in modo giusto, un ruolo essenziale nel cammino spirituale: fanno sì che venga smantellata quell’”immagine di sé” o del “sé immaginario” che ci abita, che è essenzialmente diversa da ciò che realmente siamo e che è il più grosso ostacolo ad un autentico cammino spirituale..

    Le prove, fanno appello alla tua libertà, e ti provocano all’alternativa di rifiutare e finalmente di accettare di essere diverso da ciò che pensi di essere, diverso da quello che gli altri si aspettano da te o dicono di te, nell’accettare di rinunciare a ciò che non hai e non puoi avere: Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo (Ap 3,17).

    Ovvero l’autentico cammino spirituale ti porta a ritrovare te stesso nella verità di Dio che ti precede: una verità alla quale si accede e ci si consegna.

    Alcune prove fanno parte del cammino di tutti, certamente ne esistono tante altre.

    L’esperienza del peccato

    Una via che ti può permettere di accedere alla verità di te è il peccato, che se vissuto in un’ottica di fede può trasformarsi in felix culpa.

    Il peccato ti fa fare esperienza di una lacerazione, di una frattura in te stesso… Ti rendi conto di aver intrapreso una strada sbagliata per ricercare la vita, l’ assoluto, la felicità di cui sente sete  nel profondo di te stesso.

    L’esperienza di peccato ti rimanda così un’immagine povera, limitata, carente di te stesso, ma è quella vera: Allora rietrò in se stesso e disse: quanti salariati in casa di mio Padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame (Lc 15,17).

    La salvezza passa per questa strada, essa non ti nasconde a te stesso. Anzi il sentirsi realmente peccatori è la base per poter fare esperienza dell’essere salvati (cfr il pubblicano al tempio, la prostituta in casa del fariseo, la samaritana, il buon ladrone…). Ti rende possibile alzare lo sguardo e attendere che sia l’Altro, che ti ama e conosce al di là di tutte le nostre pretese immagini, a rialzarti e a farti continuare il cammino. Fai la felice esperienza di essere accolto e amato proprio nel momento in cui sperimenti l’inaccettabile che è in te. Ti ritroviamo non condannato ad una perfezione impossibile ma salvato da un amore che ti precede.

    La crisi

    E’ fare esperienza del naufragio nel proprio cammino. Tutto appare perduto irrimediabilmente. “Istintivamente, come avviene per i naufraghi, uno si guarda attorno alla ricerca di un qualcosa a cui aggrapparsi, e quell’occhiata tragica e ansiosa, assolutamente sincera perché è in gioco la vita stessa, farà sì che uno cominci a mettere ordine nel caos della propria vita. Le sole idee genuine sono quelle che germogliano nella testa del naufrago. Tutto il resto è retorica, posa e farsa. Chi non si sentirà almeno una volta davvero perduto è irrecuperabile, perché non ritroverà mai se stesso, e non potrà sollevarsi per fronteggiare la propria realtà” (Ortega Gasset, La rivolta delle masse).

    E’ una fase di destrutturazione di sé, e della propria immagine. Le proprie certezze crollano: ci si sente mancare la terra da sotto i piedi. Tutto appare inutile e falso. Devi rinunciare alla pretesa di condurre la tua vita secondo te, a modo tuo, sotto il tuo controllo.

    Essa è strada maestra di purificazione.  Essenzialmente dall’illusione religiosa stessa. Si intraprende infatti un cammino che va dal mio Dio a Dio. E’ morte di un Dio visto al specchio. Soltanto che morto questo Dio non rimane più niente. A cosa agganciare la propria vita? Scegliere il ripiegamento? La crisi mette in causa la mia pretesa di condurre la vita secondo me, a modo mio, sotto il mio controllo.

    Essa apre alla necessità dell’autenticità. Riconduce la vita alla sua autenticità di esistenza umana. E’ esperienza dello scendere nell’abisso dello scheol. Ma questo abisso è il luogo dell’evangelo in “presa diretta”: è il varco attraverso il quale può entrare il risorto.

    Chi passa per questo fuoco sa che non può più far finta di niente, che continuare a vivere come prima, a camminare come prima e sulle strade di prima, sarebbe mentire a se stessi, anche se rimane forte la tentazione di farlo, di tornare indietro agganciandosi di speratamente a qualche certezza crollata che si cerca in tutti i modi di rianimare inutilmente. Non ci si accontenta più di ripetere e ripetersi, si sa’ che in questo cammino di purificazione occorre andare fino in fondo. Vincendo l’angoscia di una soluzione immediata.

    Occorre stare attenti: “a causa di quel che ha di prova, della crocifissione che vi avviene, si può esser tentati di respingere questa esperienza, in cui la fede è come bruciata al fuoco d’una esigenza implacabile di verità, senza che si sia padroni di quel che ne uscirà. Si può respingerla da sé, rifiutarla in altri, farsi sordi a tutto ciò che potrebbe venirne fuori. E sarebbe, naturalmente in nome della fede, per mantenerla, difenderla, confortarla presso i deboli, farla parlare alto e forte… Ma la rigidezza di questa fede così sicura di se stessa, la sua intolleranza, la sua durezza verso coloro che sono nella prova del fuoco, danno da pensare alla segreta paura che l’abita. Credo di vedere o capire, qui o là, una sicurezza di questa specie; temo che prepari solo duri risvegli”.(Billet).

    La malattia

    Tutta la scrittura ci presenta la malattia come fase difficile, pericolosa per la fede (cf Giobbe). Essa può tramutarsi in sasso d’inciampo, in scandalo sul cammino. La sofferenza va sempre in senso contrario alle nostre aspettative, essa sembra bloccare l’itinerario della vita. E’ una vera prova perché né prevista né programmata. E’ una strada che non si vuole e che si ignora. Ma vi ci siamo costretti, come Simone di Cirene è costretto a a portare la croce sulla via del Calvario.

    La malattia è un’esperienza, non solo di dolore fisico ma soprattutto di sofferenza interiore spirituale (non è mai solo sofferenza fisica!), talmente profonda e sconvolgente che spesso risulta difficile da integrare: la rivendicazione, il rimpianto, il ripiegamento, la ribellione sono risposte comuni… ma sono sforzo inutile e indefinito di restauro, di provocazione paranoica di  un’immagine di noi stessi che non è più. Ci si sente forse inconsciamente colpevoli di non corrispondere all’immagine che avevamo di noi stessi. Essa domanda a noi un atteggiamento di accettazione della vita, di una volontà di “rimanere” nonostante il grigiore e l’impotenza.

    Tuttavia questa esperienza può rimandarci a quella parte di noi stessi che era nascosta dall’immagine. Il nostro lato nascosto, il più vero, viene svelato dalla lacerazione provocata dal dolore.

    Questa lacerazione può permettere di recuperare la vera immagine di se stesso nella propria totalità: essa può trasformarsi in ritrovamento felice.

    In mezzo al mutare delle immagini con le quali ci identificavamo ci viene rivelato, provocatoriamente ma provvidenzialmente, il luogo della permanenza della nostra vera identità e luogo in cui ci è reso possbile l’incontro con Dio. “Quando sentirò che vengo meno e me stesso, assolutamente passivo nelle mani delle grandi forze sconosciute che mi hanno formato, in tutte queste ore oscure dammi, mio Dio, di comprendere che sei tu che scosti dolorosamente le fibre del mio essere per poter penetrare fino al midollo della mia sostanza, per trasportarmi in te” (Theillard del Ch.).

    La malattia non è pausa nel cammino: “La sofferenza non è più qualcosa di accidentale, un ulteriore peso fastidioso che s’aggiunge sulle nostre spalle: ma si trasforma in via” (Yves de Montcheuil). “”Lontano dal lavoro che è l’oppio dell’ansia nascosta dell’esistenza d’oggi, lontano dal moto quotidiano e dalla salute spiegabile per se stessa; si procede verso qualcosa che è solo un passaggio e non una meta stabile, verso il dolore, l’impotenza, la disposizione su di noi da parte di un estraneo sconosciuto” (K. Ranher).

    La morte

    Negli schemi di itinerari spirituali passati, preoccupati della dimensione ontologica dell’uomo, si è tralasciata l’esigenza di inserire il termine dell’itinerario dell’esistenza umana terrena che è la morte. In un certo senso la vita spirituale veniva ad essere identificata non col naturale e logico sviluppo della persona destinata a far esperienza della morte, ma con una vita solamente interiore che raggiunta la pienezza e la perfezione non avere più nulla da attendere. Forse si potrebbe parlare di una “de-escatologizzazione” della vita spirituale.

    Ma è importante alla luce di una comprensione dell’uomo come “viator”, anzi è indispensabile che la vita spirituale si confronti con la morte, con quella “fine” tragica del suo cammino umano e spirituale.

    La morte, come l’anzianità, fa parte reale, concreta di ciascuno di noi. E queste realtà sono chiamate ad essere interpellate dall’esperienza di fede, e devono essere integrate e rientrare nel cammino spirituale.

    La vecchiaia, la morte… si presentano come logorio, peggioramento, degradazione del processo biologico e psicologico. Questo aspetto negativo è reale: il cammino della crescita umana e cristiana subisce una lenta flessione e infine una violenta rottura. La pienezza, quindi, era provvisoria, instabile, relativa, non era ancora in possesso dell’uomo. La pienezza vera è al di là, non è normale continuazione del processo regolare: giunge più tardi per puro dono di Dio che sottopone a un cambiamento radicale di qualità tutte le antecedenti realizzazioni dell’uomo” (F.R.Salvador).

    E’ la linea logica dell’esperienza battesimale. La morte fisica è esperienza ultima e radicale del proprio battesimo. E’ il coronamento ultimo, anche se ripugnante e doloroso, dell’itinerario spirituale che attende solo da Dio il raggiungimento della meta, la massima realizzazione della nostra crescita. e conformazione a Cristo

    La morte si presenta quale punto di convergenza di tutta l’esistenza, punto di chiusura in cui le coordinate di tempo e spazio si annullano per aprirsi immediatamente all’infinito e all’eterno di Dio, in una esplosione di vita. “Proprio per penetrare definitivamente in noi, Dio deve, in qualche modo, scavare dentro di noi e crearsi un vuoto che diventerà il suo posto. Per poterci assimilare, Egli deve rimaneggiare, rifondere, spezzare le molecole del nostro essere. La morte ha il compito di praticare, fin nel più intimo di noi stessi, il varco necessario. Ciò che per natura era vuoto, la cuna, ritorno alla pluralità, può diventare, in ogni esistenza umana, pienezza e unità in Dio” (Theillard de Ch., Ambiente divino).

    Comprendiamo l’importanza ascetica data al memento mori. Il ricordo costante della morte fa sì la quotidianità della mia esistenza assuma il carattere di grandezza, densità, pienezza, senza le quali mi ridurrei a “fiacco, esangue, osceno, capace solo di digerire” (Sartre).

    SCHEDE

    Nel mio cammino ho incontrato ed incontro innumerevoli ostacoli e difficoltà.

    Come vivo la mia esperienza di peccatore? Avverto il peccato come inciampo o forse con indifferenza In che senso esso è per me inciampo?

    Vi possono essere stati o esserci momenti di crisi. Se sì: come mi pongo di fronte ad essi? Quali sentimenti suscitano in me? Che incidenza hanno sul mio cammino? Che lettura do ad essi? Che insegnamenti di vita ne ho ricavato?

    Di fronte all’esperienza della malattia e al pensiero della morte che cosa avverto in me? Quali sentimenti? Come vivo l’esperienza della mia fragilità di essere umano destinato alla morte? Il pensiero della morte che ruolo riveste nella mia vita, che portata ha?

    Lettura

    Un momento inevitabile

    C’è durante la traversata del tempo, durante l’esistenza di ogni uomo normale, un momento inevitabile e direi quasi desiderabile. Sì, è il momento di una scoperta abbastanza sgradevole: io non sono che questo, l’uomo non è che questo, e la terra e la vita. E’ la manifestazione dei limiti, della precarietà dei mezzi, della relatività dei valori, delle ferite forse inconfessabili, del peccato del mondo, della terribile tragicommedia della storia profana o sacra e dell’incarnazione di questa “vocazione”, la mia, che decisamente non si realizzerà affatto come sta scritto nei libri… E’ un intorpidimento, una sclerosi, un indurimento dell’essere, un pessimismo oppure un impeto di collera che isola, trincera o divide: la disperazione di quelli che sono o si credono imbrogliati… Occorrerebbe prima di rendersi conto della “normalità” di un’esperienza del genere. Il fanciullo che eravamo, l’adolescente dei grandi sogni, il giovane che si realizzava sono diventati poco a poco quest’uomo, questo adulto. Allora avviene come una nuova nascita, fisiologica, psichica o anche spirituale. Tutto quello che era stato conosciuto e accettato o creduto in una maniera speculativa, teorica, diventa problema vitale che tormenta la carne e il cuore: la mia famiglia, il mio lavoro, la mia fede, l’attaccamento alla mia chiesa e, per un religioso, questi voti pronunciati nell’entusiasmo dei vent’anni che ora prendono il loro vero volto, il loro vero valore. Eppure quel momento non è tragico; oserei dire anzi che può essere un’ora benedetta poiché l’uomo diventa finalmente se stesso, quest’essere dalle dimensioni infinite e così limitate, questo pellegrino dell’assoluto in cammino sulla terra, alle prese con il relativo, con il resto, con le apparenze dorate della vita. Egli arriva cioè al punto in cui la speranza teologale deve assumere tutta la sua portata, spiegare le sue ali in tutta la loro larghezza per sperimentare a fondo l’universale povertà. Questo non significa affatto che l’uomo diventi distaccato, indifferente, relativista, ma la prova a cui viene sottoposto è un’offerta: “Accetterai che il tuo cuore si riposi solo entrando nella sala del banchetto?”. (A. Lassus, I nomadi di Dio, Torino 1976, pagg. 71ss.)

     

  • 19 Giu

    L’ITINERARIO di PAOLO della CROCE

     

    a cura di p. attilio franco fabris

    cfr E. Zoffoli, San Paolo della Croce, pp. 174-238

     

    Paolo della Croce , inserendosi in una tradizione che fa riferimento al Taulero, alla scuola Carmelitana e a Francesco di Sales, propone nella sua direzione spirituale un cammino che potremmo definire, in analogia all’opera giovannicruciana, la Salita al Monte Calvario. Esso si attua in diverse fasi, che vanno però considerate come interagenti e simultaneamente elevantisi, a mo’ dispirale, verso la meta: questa è la conformità al puro patire d’amore del Crocifisso in obbedienza al Padre. Una meta certamente ardua, essa “da le vertigini” ad osservarla con occhi puramente umani tanto essa è azzardata ed esigente. Questo cammino è reso possibile solo se già alla partenza si è corredati da purità d’intenzione, dal desiderio di amare, dalla discrezione e dal fiducioso abbandono alle mani di Dio, il “divino artefice” di questo avanzare.

    Esso si articola in tre grandi fasi: la morte mistica, la divina rinascita, la vita nuova.

    Ci lasciamo accompagnare dalle sue stesse espressioni.

    LA MORTE MISTICA

    Questa prima fase è interiore, determinata soprattutto da uno sforzo ascetico personale progressivo, discreto sotto la sguardo prudente della propria guida spirrituale.  Essa tende ad eliminare tutto ciò che nell’uomo – in seguito al peccato originale e ai peccati personali – contrasta con il piano di Dio che ne vuole la più alta santità attraverso una partecipazione alla Passione.

    “Eliminare” significa “riprovare il peccato” con la penitenza, e quindi correggersi, emendarsi vale a dire “morire a se stessi” in tutto ciò che di non-autentico – quindi di falso, ridicolo, umiliante – ciascuno scopre in sé ma alla luce sempre di Dio.

    Da notare come Paolo insiste che ciò che deve presidiare questa fase deve essere sempre l’energia della grazia (la caritas).

    Sono tre le tappe attraverso cui l’anima giunge a questa morte mistica in sé.

    A. Morire al mondo esterno

    Significa  liberarsi dall’affetto disordinato verso i beni sensibili. Si tratta di rinunciare alle ricchezze, agli affetti disordinati, ai comodi e ai piaceri della vita in vista di beni più grandi: L’amor di Dio è geloso: un granello di affetto non ordinato delle creature basta a rovinar tutto… stia attentissima di non lasciare attaccare il suo spirito a cosa veruna creata, e procuri sempre più di staccarsi da tutti e da tutto, compiacendosi solamente di far la volontà di Dio in un nudo penare senza cercare conforto da nessuno.

    Paolo insiste anche sul coltivare per arrivare a ciò la solitudine interna ed esterna, che simbolo di nascondimento, distacco e riserbo, aiuta a morire a tutto ciò che non è Dio:  sola, sola: Dio e non più. Oh sacro deserto! Oh divina solitudine, in cui l’anima, astratta da tutto il temporale, si perde tutta nell’eterno infinito Bene… L’anima ricordi che mai abbastanza troncherà.

    B. Morire a se stessi

    Non basta morire al mondo esterno, anche perché se non ben inteso potrebbe suggerire la diabolica illusione di autonomia e autosufficienza, allontando di molto da Dio. Paolo della Croce perciò fa comprendere l’urgenza di interiorizzare il processo di morte, fino a raggiungere la regione più occulta e gelosa della persona umana e colpire la vera radice di ogni male che allontana da Dio.   Il cammino qui si fa in discesa, al centro di sé stessi: la cognizione di se stesso, delle proprie miserie, del proprio essere nulla, nulla potere, nulla sapere, è il fondamento su cui innalzare si deve la fabbrica delle virtù e della nostra perfezione…

    Ma sempre e solo sotto lo sguardo di Dio, se ciò non fosse lo spirito sarebbe indotto alla disperazione: sia fedele principalmente nel rinnegamento di sé, nel proprio disprezzo, nello starsene in un continuo annichilamento avanti a Dio. Sei quella che non sei! disse Dio ad un’anima grande, ed io sono colui che sono! Ego sum! Oh che nobile esercizio è mai questo di annichilirsi davanti a Dio in pura fede, senza immagini.

    C. Morire a tutto il divino

    Dio viene colto come propria e unica Origine, è lui la Meta più desiderata verso la quale dirigersi. E per raggiungerla l’anima deve giungere a rinunziare anche a quel divino che, per quanto in sé degno e sublime, non è però lo stesso Dio colto secondo lo spirito e la verità. Qui s.Paolo fa riferimento alle consolazioni, alle grazie e gioie spirituali che potrebbero attirare l’anima bloccandola però alle sole consolazioni di Dio, evitandole la tensione verso il Dio delle consolazioni: perciò Dio ai suoi servi legge due lezioni al giorno: d’afflizione e di ristoro. In altri termini  non rimiri né si attacchi ai doni per non perdere di vista mai il sovrano Donatore.

    A ciò si arriva tramite progressive purificazioni: il “nascosto tesoro” delle aridità, delle notti del senso e dello spirito: Quando, quando saremo morti a tutto per vivere solo al nostro Dio?… Oh morte preziosa, più desiderabile della vita! Morte che ci rendi divini, perché tutti trasformati in Dio per amore! Orsù, aspiriamo a questa morte a tutto il creato! Ma per morire vi bisogna patire molti dolori: chi puol mai esprimere i dolori che patiscono quei che muiono della morte corporale? Basta dire che sono tanti e sì grandi che fanno licenziare l’anima dal corpo. Così, in certo qual modo di dire, succede ai servi di Dio che muiono a tutte le consolazioni. Oh che desolazioni biosgna patire! Che aridità! Che malinconia! Che oscurità di mente! Che timore d’inganni! Che affanni per gli abbandonamenti, che pare alla’anima abbia perso Dio! Tutte queste sono disposizioni e mezzi per morire a tutte le creature e vivere solo a Dio e per Iddio…

    All’anima in questa fase di prova e purificazione si richiede fiducia, abbandono, perseveranza, umiltà e silenzio. Questa fase di segreta crocifissione interiore è già una prima partecipazione al mistero pasquale di Cristo. Essa infatti ha senso solo alla sua luce, allora l’anima può godere di stare sulla croce ma con Gesù Cristo.

    LA MISTICA RINASCITA

    Dato che la “morte mistica” non è mai definitiva né la “nuova vita” è mai perfetta, la “mistica rinascita” rappresenta una fase che si ripete, a mo’ di spirale, a livelli sempre più alti, secondo che l’azione della Grazia si fa più profonda e l’anima vi aderisce con docilità sempre più incondizionata.

    A. Il Verbo nell’anima e l’anima nel verbo

    Solo se il Verbo nasce, è possibile alla creatura una rinascita in lui e per lui. La nostra filiazione divina è resa possibile solo nel Figlio. Il Verbo rinasce infinite volte nell’anima allo scopo di parteciparla alla sua filiazione: Stia ben chiusa nel suo interno con profondissima cognizione dell’orribile suo nulla, ché in tal forma si celebrerà nel suo spirito la divina natività del Verbo divino umanato nel silenzio della notte della santa fede e del santo amore. Alla rinascita del Verbo, e siamo nella mistica giovannea della mutua reciprocità, nell’anima corrisponde un’effettiva rinascita dell’anima nel Verbo: Ogni volta che l’anima si raccoglie tutta in Dio, nel tempio interno del suo spirito, rinasce a nuova vita d’amore nel divin Verbo Cristo Gesù… celebri il santo Natale nell’interno del suo cuore dove il dolce Gesù nascerà spiritualmente e lei rinascerà a nuova vita d’amore in esso.

    B. L’anima rinasce “dentro di sé in Dio”

    Quale il luogo dove si svolge la mistica rinascita? La risposta del santo è chiara: Voi sapete per fede che Dio è tutto in voi e voi tutta in Dio, e più siete in Dio che in voi stessa. Se Dio dunque è nell’anima dove il Padre genera il Verbo,  e se l’anima è in Dio, dove essa è rigenerata, ne consegue che “luogo” è sia l’anima per Dio che Dio per l’anima: Oh fortunata l’anima che, ben purgata da’ vizi, astratta da ogni cosa creata e in un profondo annichilamento, se ne sta nella santa divina solitudine con profondo raccogliemento  interiore, poiché in tal deserto riposa in sinu Patris e rinasce ogni momento nel divin Verbo a nuova vita di santo amore, a vita divina.

    L’incontro con Dio e l’anima è il risultato della libera iniziativa di Dio che si dona, e della docilità e disponibilità dell’uomo che lo riceve in pura fede esso progredendo assume i caratteri di una compenetrazione: Dio in voi e voi in Dio… Dio si ciba dirò così, che non ho termini, Dio si ciba del vostro spirito e il vostro spirito si ciba dello spirito di Dio… Dio tutta vi penetra e voi tutta in Dio. L’anima allora si lascerà “incenerire” dal fuoco d’amore, si “scioglierà” come un granello di cera per la “gloria del Sommo Bene Iddio”.

    Così l’anima viene da lui paragonata al “romitorio” dove Dio si ritira, il suo “monastero”, è la “stalletta interiore”, un “giardino” da tenersi pulito netto e ornato di virtù. Ma è soprattutto il “tempio interiore” dove bisogna adorare l’Altissimo in spirito e verità.

    C.”In pura fede e santo amore”

    La mistica rinascita comporta non solo l’eliminazione di ciò che ostacola la perfezione della vita divina, bensì anche il cominciare a “parteciparla” in pura fede e santo amore. E’ questa una fase che configura alla vita del Risorto.

    Occorre “pura fede” perché in questo nostro tempo non si dà altra partecipazione alla luce del verbo che nelle tenebre della fede ove Iddio tiene il suo trono in una luce inacessibile. Per accedere a Dio bisogna che l’anima entri in questa nube oscura della non conoscenza: bisogna umiliarsi, annichilirsi ed abissarsi nello stesso nulla, spogliandosi affatto di tutte le immagini delle creature, e poi, in pura fede, abissarsi tutta in Dio, ed ivi riposarsi nel suo seno divino, ma senza nessuna immaginativa, perché Dio non cade sotto immagini, perché è uno spirito puirissimo e semplicissimo, abisso senza fondo d’infinite perfezioni!  Oh fede oscura, guida sicura del santo amore! Oh qual dolcezza la tua certezza mi reca al cuore.

    Il dinamismo per perseverare in questa fede oscura è dato dall’amore frutto dello Spirito, missione invisibile del Verbo.  E’ la caritas dunque che, come partecipazione dello Spirito del Figlio, realizza in grado eminente la “mistica divina natività” nel seno del Padre: Con sentimenti di totale annientamento e spogliamenbto si butti con ogni fiducia in quell’abisso d’ogni bene, e lasci la cura a quell’infinita bontà di fare la sua divina operazione nell’anima sua, cioè di trapassarla coi raggi della sua divina luce, di trasformarla tutta in sé per amore, di farla vivere del suo divinissimo Spirito, di farla vivere vita d’amore, vita divina, vita santa.

    LA VITA NUOVA

    La nuova vita inizia dal primo istante in cui l’anima, cedendo alla Grazia che la previene, muore a se stessa e rinasce nel Cristo. Vita che si evolve nella misura in cui la morte si fa più totale, per cui anche la rinascita avviene ad un livello sempre più alto di conformazione al Risorto.

    Quando Paolo della Croce allude ad una vita nuova allude ad una vita talmente esuberante nell’amore che, raggiunti livelli sempre più alti, rende partecipi della stessa opera stupenda del divino amore che è la Passione. Vertice dunque del cammino non è una vita nuova che vede l’anima finalmente unita a Dio, ma il vertice si apre ad una com-passione con il Cristo che continua a soffrire  nelle sue membra. L’anima porta a compimento ciò che manca ai patimenti di Cristo. S. Paolo della Croce addita una meta ancora più “vertiginosa” che s. Giovanni della Croce nella sua Salita al Monte Carmelo.

    A. Dialogo con Dio

    La nuova vita trova il suo normale e diretto orientamento nel dialogo con Dio che si attua nella preghiera  liturgica e in quella personale: in questa l’anima farà attenzione, dopo gli sforzi dell’iniziazione a secondare gl’impulsi dello Spirito santo e a lasciarsi guidare come vuole sua Divina Maestà.

    L’oggetto privilegiato per giungere a questa contemplazione è Dio Uno-Trino raggiunto attraverso la Passione quale sua rivelazione più estasiante, via sicura e porta che conduce all’intima unione con Dio.

    Paolo della Croce, per dua diretta esperienza mistica, non tralascia di sottolineare costantemente che la “via” è l’Uomo Cristo Gesù, Mediatore universale. Egli è certo che non si puole passare alla contemplazione della Divinità infinitissima ed immensissima, senza entrare per la porta dell’Umanità divinissima del Salvatore. E l’Umanità del Salvatore non contemplata nella sua gloria e potenza, ma nella umiliazione e sofferenza della Passione, perchè questa è l’opera più grande e stupenda del divino amore.

    Ora questa contemplazione dell’opera stupenda del divino amore non può lasciare indifferente l’anima: sarà una contemplazione dolorosa e amorosa nello stesso tempo.

    Qui si inserisce un ulteriore passaggio. L’anima che contempla l’Amore crocifisso viene spinta dallo Spirito a conformarsi partecipandovi attivamente a tale amore, il che significa donarsi agli altri fino a realizzare la misura indicata dal “comandamento nuovo”, ovvero fino ad amare il prossimo non solo “come se stessi”, bensì “come il Cristo” è giunto ad amarlo. Si supera ogni modo umano di intendere l’amore.

    Si condivide la sua passione che, in lui unico Giusto, assume il carattere di riparazione per gli altri. Sarà una com-passione animata dallo stesso amore del Figlio – e di Maria – per il Padre e i fratelli; amore che, raggiunta la perfezione, come procura la pena più crudele per l’offesa di Dio, così rende sensibili in modo terribilmente angoscioso alla sorte infelice del mondo. E’ questa la vetta della Salita al Calvario in cui si trova il purissimo patire senza conforto né dal Cielo né dalla terra… Sento che siete spogliata d’ogni sollievo e ne ringrazio Dio benedetto, perché ora vi assomigliate più allo Sposo divino, abbandonato da ogni conforto mentre stava moribondo in croce; ma in tale abbandono fece il gran sacrificio e lo perfezionò con l’ultime parole che disse, e furono: Padre, nelle vostre mani raccomando il mio spirito. E ciò detto spirò l’anima sua santissima nelle mani dell’eterno Padre, e compì l’opera dell’umana redenzione. Così fate voi.

    Si tratta di una “morte mistica” diversa dalla prima di carattere ascetico: si tratta di una morte riparatrice aperta al mondo. Si  fanno propri i patimenti di Cristo.

    Questa unione trasformante non segna il termine del cammino, ma è un nuovo avvio ad una serie di pene interne ed esterne, destinate a conferire il massimo contenuto a quella vita nuova d’amore che in conformità al crocifisso, avanza verso la desolazione del puro patire senza conforto. E’ la sequela perfetta.

    Paolo della Croce propone un cammino spirituale estremamente esigente compiuto ai piedi della croce, che ha per meta lo stesso Calvario di Cristo. Se si tiene indelebilmente scritta nel cuore la santissima vita, passione e morte del dolcissimo Gesù, sacrificato sul Calvario per la redenzione del mondo, non può non orientare il pellegrino verso questa sublime esperienza. E’ questo il fare Memoria Passionis

  • 13 Giu

    LA SEQUELA E L’IMITAZIONE Dl CRISTO

    « Seguire » nei testi biblici neotestamentari è usato in diverse accezioni. Esprime il rapporto differenziato sorto tra Gesù Cristo e gli uomini che si unirono a lui, e si riferisce sia a coloro che, nel tempo del ministero pubblico, lo seguirono più o meno costantemente, sia a coloro che credettero in lui per la predicazione degli Apostoli dopo la Pentecoste e sia alla schiera innumerevole di coloro che vivono nella definitiva e piena unione con lui in Dio (cf. Gv 13, 36b).

    Il Bacht, che ha studiato la cristologia delle fonti pacomiane afferma che nel retroterra di tale cristologia c’è il motivo dell’imitazione e della sequela del Cristo. Nella lettera 5ª di Pacomio leggiamo: « lavoriamo, portando i pesi gli uni degli altri (cf. Gal 6, 1), come Cristo ha preso le nostre infermità (cf. Mt 8,17) sul suo corpo, e non si è sottratto. Se Cristo è nostro maestro, noi siamo i suoi imitatori e portiamo il suo obbrobrio ». Diventate monaco non significa altro per Pacomio che essere un perfetto discepolo di Cristo. Come ogni credente, il monaco non conosce altra legge che questa: « seguire in ogni cosa il Signore ».

    Il tema della sequela e quello dell’imitazione non combaciano esattamente, soprattutto sul piano del vocabolario. Il primo implica un cammino esteriore, un linguaggio fatto di gesti e di decisioni, che esprimono chiaramente che uno cammina sulle orme di Gesù e che si aggrega pubblicamente al gruppo dei suoi discepoli. Il secondo richiama lo sforzo morale e mistico per riprodurre i tratti di Gesù, modello-esempio a cui dopo il battesimo lo Spirito Santo non cessa di far comunicare il credente. Di fatto però, nelle antiche fonti monastiche, ambedue i temi si corrispondono e complementano a vicenda.

     

    1.   Crocifissi con Cristo

    All’origine della vita monastica c’è la chiamata a una sequela esplicita e generosa del Cristo nel suo annientamento e nella sua passione. Nella spiritualità dell’antico monachesimo il tema della sequela-partecipazione alla vita di Cristo e, in particolare, di Cristo crocifisso, è centrale. Per i monaci il cammino che conduce alla Vita è quello angusto della Croce. Tutta l’intera vita del monaco viene considerata, in sostanza, come una comunione con Cristo nella sofferenza per raggiungere poi la comunione con lui nella vita: « la loro rinuncia non è altro che l’impronta della croce e della morte in se stessi », afferma Cassiano. La vita dei monaci è considerata una vita di « crocifissi ». Di Pacomio si dice che « sempre portava nella sua carne la croce di Cristo ». Da parte sua, Basilio asserisce che i monaci « portano nel corpo la morte di Gesù e, prendendo la propria croce, seguono Dio ». E nelle Regole ampie afferma che « la regola del cristianesimo consiste nell’imitazione di Cristo, nella misura (en to métro) dell’incarnazione ». La misura e la regola del cristianesimo è che ci si conformi pienamente all’incarnazione, cioè al mistero del Verbo per noi umiliato e fatto ubbidiente fino alla morte; che si diventi, in altre parole, così perfetti imitatori del Cristo da continuarne in noi il suo mistero personale.

    Il desiderio di donarsi a Cristo si realizza nella ubbidienza e nella rinuncia di di sé. Ideale dei monaci era vivere non più secondo i propri desideri ed egoismi, ma secondo la volontà di Dio. Nei Detti dei padri del deserto, leggiamo che Iperecchio diceva: « la gloria del monaco è la ubbidienza. Chi la possiede sarà esaudito da Dio, e con franchezza starà di fronte al Crocifisso, perché il Signore crocifisso si fece ubbidiente fino alla morte ». Da parte sua, Cassiano afferma: « Così come colui che è crocifisso non ha più la possibilità di muovere le sue membra e di voltarsi verso dove vuole, così noi dobbiamo regolare la nostra volontà ed i nostri desideri non più secondo ciò che ci piace, ma secondo la legge del Signore, lì dove essa ci ha collocati ».

    L’atteggiamento di rinuncia accresceva nei santi monaci il desiderio dei sacrifici, dei dolori e delle afflizioni. Essi infatti credevano che quanto più erano crocifissi con Cristo, tanto più sperimentavano la realtà dell’amore di Dio che, come dicevamo prima, era il grande scopo della vita del monaco. I monaci credevano che questo amore, che Cristo mostrò intensamente nella sua passione essi potevano sperimentarlo più profondamente quando soffrivano con lui. Volendo i monaci prendere su di sé la croce di Cristo e con essa abbracciare la realtà del suo amore, si sentivano più fortemente spinti a soffrire con lui (com-patire). Essi non volevano lasciare solo il Cristo nelle sue sofferenze. Quando nel giorno di Pasqua, Pacomio preparò per il suo maestro Palamone alcune erbe condite con olio,  « questi dandosi colpi sulla fronte disse piangendo: “il Signore è stato crocifisso, ed io mangio cibi conditi con olio?” », e rifiutò il cibo offertogli.

    2.   Partecipanti in tutto alla sorte di Cristo

    Come rileva la Mortari (Vita e detti dei padri del deserto, Città Nuova, Roma 1975), nella spiritualità dei padri del deserto non c’è solo la scelta primaria e globale di essere conformi al Cristo nella sua sofferenza, e la convinzione che tale conformità si possa realizzare in grado massimo in una vita di sacrificio e di rinuncia; c’è anche una corrispondenza puntuale di contesti – talora evidente, tal ‘altra più sottile – tra gli episodi evangelici e gli episodi della vita degli anziani asceti. Non a caso riguardo ai fratelli che chiedono se c’è salvezza in base alle loro opere, il santo asceta Pambone ripete il gesto compiuto una volta da Gesù, scrivendo in terra le loro azioni, come il Signore fece con i farisei, che gli avevano condotto la donna colta in adulterio. Del padre Daniele si dice che passò incolume attraverso dei barbari, come il Signore quando volevano ucciderlo, ma non era ancora giunta la sua ora (cf. Lc 4, 30). Come il Cristo « fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo » (Mt 4,1), così il monaco che si ritira nel deserto sa che sarà tormentato da un combattimento diretto e serrato con le potenze maligne… C’è quindi la consapevolezza che la sequela del Cristo conduce ad una intima partecipazione alla sorte stessa del Signore.

    La partecipazione del monaco al dolore di Cristo Gesù si riallaccia al tema del lutto per i propri peccati, causa della morte in croce di Cristo: « il monaco – dice Poemen – deve avere sempre in sé il lutto per i suoi peccati. E san Giovanni Crisostomo rimprovera il monaco dissipato dicendo: « Tu ridi senza misura, e sei comunque un monaco? Tu che sei un crocifisso, uno che è in lutto? Dove hai visto che Cristo abbia fatto simile cosa? ». Questa spiritualità del lutto ha però nei padri del deserto una dimensione per così dire pasquale: questo lutto viene detto dai padri Charmopoiós, cioè operatore di gioia. Per esprimere la compresenza – che sfugge ai canoni razionali – della « Tristezza secondo Dio » (cf. 2 Cor 7, 10) e della gioia spirituale, i padri hanno coniato un termine intraducibile, la Charmolúpe. Giovanni Climaco scrive: « Chi cammina continuamente nel lutto secondo Dio, non cessa di far festa ogni giorno ». A scanso di equivoci, bisogna mettere in luce tutti gli elementi che integrano i diversi temi della spiritualità dell’antico monachesimo, troppo spesso giudicata unilateralmente.

    Come dicevamo all’inizio, la sequela di Cristo è alimentata dalla certezza che attraverso la partecipazione alla croce di Gesù, il monaco ha parte anche alla Sua vita divina. La lotta, la fatica e le difficoltà sono il cammino naturale che conduce alla vita. « La croce è il principio della nostra vita », afferma Orsiesi, e poi aggiunge: « Dobbiamo sapere che senza le tribolazioni e le angosce, nessuno otterrà la vittoria».

    Se in questo mondo sono possibili la pace e la gioia, si tratta sempre solo della pace e della gioia che derivano dalla speranza del Regno futuro e che ora sono raggiungibili soltanto attraverso l’accettazione della croce e della fatica. In fondo a questa concezione della vita ascetica c’è una certa relazione di opposizione tra il mondo attuale e il mondo futuro, che i monaci vedono come contrapposizione tra mondo o vita mondana e vita nuova in Cristo Gesù: allearsi con il mondo è un impedimento a compiere un autentica scelta per Cristo: « Rinunciare mondo dice Orsiesi – perché, perfetti, possiamo seguire Gesù perfetto ».

    3.   La “vita apostolica”

    I primi monaci erano convinti che il loro genere di vita non era in sostanza qualcosa di singolare. Come dicevamo prima, essi cercavano di seguire le orme della lunga schiera di coloro che li avevano preceduti nella sequela del Cristo. La sequela di Gesù è vissuta dal monaco« secondo il modello e l’esempio di coloro che lo hanno preceduto in questo cammino ». In un modo del tutto particolare, i monaci sono i seguaci dei martiri, i quali nella sequela di Cristo sofferente hanno raggiunto il massimo di partecipazione dando la loro vita per Cristo.

    Il monaco trova già nell ‘AT i suoi predecessori e modelli, specie nei profeti e in altri santi personaggi che offrirono la loro vita per la causa di Dio, secondo quando leggiamo nella lettera agli Ebrei: « Altri subirono scherni e flagelli, catene e prigione. Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati…, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra » (Eb 11, 36-38). Questo brano neotestamentario è citato frequentemente dalle antiche fonti monastiche: da Teodoreto, Basilio, Cassiano ed altri.

    Ma i veri e più immediati modelli biblici del monaco sono soprattutto gli Apostoli. Come gli Apostoli lasciarono tutto e seguirono Cristo partecipando pienamente anche della sua croce, così pure i monaci, seguendo il loro esempio, rinunciano al mondo per diventare perfetti discepoli di Cristo. Già nella vocazione del padre degli eremiti, Antonio, esercita un forte influsso il pensiero di « come gli Apostoli lasciassero la loro casa per seguire il Salvatore ». Il proposito di conformare la propria vita a quella degli Apostoli diventa così un punto di riferimento della spiritualità monastica, soprattutto di quella cenobitica.

    Le vite copte di Pacomio raccontano che, allorquando i fratelli, desolati per la morte del loro padre, vennero da Tabennesi a far visita ad Antonio malato, questi avrebbe detto di Pacomio: « Aver riunito le anime attorno a sé, allo scopo di offrirle pure al Signore, è un fatto che dimostra ch’egli è superiore a noi e che ch’egli ha seguìto è la via apostolica, voglio dire la congregazione ». Queste parole, che fanno eco al complesso del dossier pacomiano, sono assai ricche di significato. Teodoro, uno dei primi discepoli di Pacomio, parlerà della vita cenobitica come « vita apostolica ». L’espressione “vita apostolica”, che nella storia della spiritualità cristiana e più in concreto della vita religiosa assumerà una varietà di significati non esprime altro in fondo che il desiderio di « vivere alla maniera degli Apostoli ». È chiaro in questo caso il riferimento alla vita condotta dal gruppo apostolico alla sequela di Gesù e alla vita della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme.

    Concludendo, diremo molto succintamente che il cristocentrismo della spiritualità dell’antico monachesimo si riallaccia a una serie di tematiche il cui asse è costituito dal motivo centrale dell’imitazione e sequela del Cristo sofferente: l’intera vita monastica viene considerata come una comunione con Cristo nella sofferenza per raggiungere poi la comunione con lui nella sua vita divina.

  • 13 Giu

    Una lettura del “Decreto su “L’apostolato dei laici” (Apostolicam actuositatem)

     

    a cura di p. attilio franco fabris

     

    Il ritorno dei laici

    Il Concilio Vaticano II presenta la chiesa come un grande cantiere in cui lavorano diverse categorie di operai, tutti indispensabili e complementari; un cantiere in cui non devono esserci disoccupati.

    Il Vaticano II assegna a ciascuno il suo compito: c’è un “ufficio pastorale” da svolgere, e viene affidato ai vescovi; ci sono un “ministero e una vita presbiteriale” da assumere, in diretta  collaborazione con loro, e questo riguarda i preti; c’è poi un “apostolato” di tutti i battezzati, ed è il compito dei laici; se questi sono “religiosi” è urgente “rinnovare e aggiornare la loro vita religiosa”.

    La chiesa ha un compito da affidare a te, a tempo pieno. Non abbandonare il tuo posto. Ecco l’elenco delle tue mansioni”. Leggiamo nel documento “Decreto sull’apostolato dei laici”

    Come nella compagine di un corpo vivente nessun membro si comporta in maniera puramente passiva, ma insieme con la vita del corpo ne partecipa anche l’attività, così nel corpo di Cristo, che è la chiesa, tutto il corpo “secondo l’attività propria ad ogni singolo membro (…) contribuisce alla crescita del corpo” (Ef 4,16). Anzi in questo corpo è tanta l’armonia e la compattezza delle membra che un membro, il quale non operasse per la crescita del corpo secondo la propria attività, dovrebbe dirsi inutile per la chiesa e per se stesso” (2/916).

    Un linguaggio nuovo

    Nel regno della grazia tutti sono considerati “adulti”! Tutti?… Sono tutti veramente adulti responsabili?… Si fa presto a dirlo… La commissione preparatoria che si occupava dell’apostolato dei laici ha avuto l’onestà di cancellare, nello schema che stava mettendo a punto, le parole: “sempre, nel corso dei secoli”, i battezzati hanno avuto un loro posto nella chiesa di Dio.

    Non si può ignorare in questo modo le lunghe deviazioni che si sono verificate nel corso della storia! Il concilio riporta alla luce la tradizione dopo quindici secoli di oblio. Il suo linguaggio risulta nuovo. Si tratta di rimettere in piedi il popolo della pentecoste.

    Il popolo della Pentecoste

    Nel nuovo testamento la parola laico non esiste. Tutti indistintamente, dal vescovo ai battezzati nell’ultima notte di pasqua, i membri della comunità cristiana vengono chiamati i santi! gli eletti, i discepoli, e soprattutto i fratelli. La comunità è una fraternità. Tutti sono responsabili della fede, della testimonianza, della chiesa, e della salvezza da suscitare nella vita degli uomini.

    L’importante è che tutti i fedeli del Cristo. pieni di meraviglia di fronte alla radicale novità dell’evento pasquale – la morte e risurrezione – si mettano al lavoro per annunciare dovunque la buona notizia. Non c’è un minuto da perdere.

    È  vero che Pietro, Paolo, gli apostoli, i presbiteri occupano un posto a parte, per poter assicurare il servizio della Parola (cf. At 6,2) e spazio alla preghiera; ma tutti i fratelli sono ugualmente impegnati ad annunciare il Cristo nel loro ambiente di vita.

    Una eredità dal medioevo

    Il termine laico compare per la prima volta in un documento scritto intorno nell’anno 95. Si tratta della prima lettera di san Clemente papa, che lo usa per distinguere i fedeli dai ministri: E non per accordare un qualsiasi privilegio al clero. Infatti “ministro” significa servo, e il servizio non è una promozione.

    Almeno in teoria, perché la polvere imperiale accumulata sul trono di Costantino ricade sulle spalle della chiesa, come diceva Giovanni XXIII. Quando l’impero viene battezzato, quando la società diventa una chiesa cristiana a tutti i livelli, il mondo clericale si trova in mano le leve del potere e il mondo dei laici sente sempre meno l’urgenza di annunciare Gesù Cristo.

    Una missione specifica nella chiesa e nel mondo? A che scopo, dal momento che tutto è chiesa, o almeno così si crede? Se qualcuno pensa che sto esagerando, può rileggere il Decreto di Graziano, una raccolta di diritto ecclesiastico compilata intorno al 1140: “i laici sono coloro a cui si concede di prender moglie, di coltivare la terra, di agire secondo giustizia, di deporre le proprie elemosine sull’altare, di pagare la decima. Potranno salvarsi, nonostante tutto se eviteranno i vizi di questo mondo e faranno il bene“.

    Ma lo Spirito santo non legge il decreto di Graziano e continua a soffiare sui laici a raffiche improvvise. Generazioni di cristiani cresciute in famiglie borghesi e colte leggono direttamente il vangelo e cominciano a desiderare di viverlo. Attraversano gli oceani. e aspirano a portarlo in capo al mondo. Gruppi sempre più vasti di poveri di Cristo vivono ed evangelizzano come i primi cristiani. Il movimento di Francesco d’Assisi che non è prete è un movimento di laici che predicano la povertà e la penitenza con l’approvazione di papa Innocenzo III.

    Dopo Trento

    Dopo Trento, il medioevo risulta rinforzato. Il dinamismo cristiano dei laici è stato per timore del movimento protestante che favoriva oltremodo i laici facendo addirittura scomparire il ruolo ministeriale risulta ancor più “imprigionato”. Così la comunità dei fedeli vive unicamente sottomessa. Questa pesante eredità viene raccolta dal Codice di diritto canonico del 1917, su cui è modellata la chiesa pre-conciliare. Al canone 107 si legge praticamente che: “laico è chi non è chierico”. Sarebbe come definire la donna dicendo che non è un uomo! Il canone 682 precisa poi i diritti dei laici: “Ricevere dal clero i beni spirituali e soprattutto gli aiuti necessari alla salvezza“. Tutto qui? E’decisamente poco.

    Non critichiamo per il gusto di criticare. Nella stessa situazione non saremmo certo stati più geniali degli altri! Ma è importante conoscere la storia, per rendersi conto dei passi da gigante che sono stati fatti negli ultimi cento anni sotto l’impulso dello Spirito, e per prendere coscienza della conversione di mentalità appena avviata!

    Verso il Vaticano II

    Nel frattempo sorgono riviste e movimenti nuovi, che portano avanti un lavoro di sensibilizzazione sui problemi dell’apostolato laico in una prospettiva veramente cattolica. Fra le due guerre nascono una Conferenza delle organizzazioni internazionali cattoliche e un Comitato permanente dei Congressi internazionali per l’apostolato dei laici.

    Le condizioni odierne richiedono sempre più che l’apostolato dei laici sia assolutamente più intenso e più esteso. Infatti l’aumento costante della popolazione, il progresso scientifico e tecnico. Le relazioni sempre più strette fra gli uomini, non solo allargano straordinariamente i campi dell’apostolato dei laici, in gran parte accessibili solo ad essi ma suscitano nuovi problemi che richiedono il loro sollecito impegno e zelo.

    Il secondo congresso mondiale (1957) ha come tema: “I Laici nella crisi del mondo moderno: responsabilità e formazione”.

    Questo contributo nuovo alla vita della chiesa non manca di dare i suoi frutti: delle otto commissioni preparatorie create da Giovanni XXIII in vista del concilio. una ha come oggetto l’apostolato dei laici (4 giugno 1960). Nella commissione sono rappresentate ventisei nazioni ma…non sono presenti i laici! È un’anomalia purtroppo assai significativa di una certa mentalità dura a morire; è in un certo senso il peccato originale del decreto “Apostolicam actuositatem” sull’apostolato dei laici.

    Il decreto del Vaticano II

    Grazie al concilio la Chiesa iniziò a rimettersi in piedi sulle sue gambe: il popolo di Dio e i vescovi.

    La grande novità del concilio infatti consiste nella riscoperta di queste due realtà che appartenevano alla tradizione, ma si erano completamente offuscate col passare dei secoli: da un lato, la collegialità dei vescovi e dall’altro l’importanza fondamentale e la missione di tutto il popolo di Dio.

    I laici sono presenti in tutti i documenti conciliari. Pensate soprattutto alla costituzione dogmatica Lumen Gentium in cui il mistero della chiesa, della sua santità, del suo sacerdozio, viene collocato in primo luogo all’interno del popolo di Dio.

    Sulla linea della Lumen gentium si pone il Decreto sull’apostolato dei laici, che costituisce uno dei grandi avvenimenti del concilio.

    La vocazione battesimale dei laici

    Ci può essere dunque stata una teologia povera e deformante, come è stata la teologia della chiesa prima del Vaticano II. Durante la discussione della Lumen gentium, il 16 ottobre l963, ad esempio, il cardinal Ruffini (+ 1967) è insorto contro un paragrafo che trattava dell’apostolato dei laici  dicendo: “La missione dei laici non assomiglia a quella degli apostoli. All’interno della chiesa non

    si può riconoscere ai laici il diritto, e tanto meno il dovere, di dire quello che pensano. Si può parlare della fraternità di tutti i fedeli, vescovi e preti compresi, ma non senza ricordare con forza che la gerarchia comanda e il laico deve obbedire. Il senso infallibile dei fedeli nelle questioni di fede? Non è altro che un prodotto, un’eco dell’attività infallibile dei vescovi. Non attribuiamo carismi ai laici: la persistenza di questo fenomeno non è provata né dalla storia, né dall’insegnaniento della chiesa. I laici, i laici… Quali laici? Il battesimo non basta a creare

    quello, che per tradizione si intende un laico…”. Il buon cardinale era rimasto fermo alla misera teologia del XIX secolo. E’ quella che faceva scrivere a Leone XIII “E’ chiaro ed evidente che nella chiesa ci sono due categorie ben distinte: i pastori e il gregge, cioè i capi e il popolo. La prima categoria ha la funzione di insegnare. di governare, di dirigere gli uomini nella vita, di imporredelle regole: la seconda ha il dovere di essere sottomessa alla precedente, di obbedirle, di eseguire i suoi ordini e di renderle omaggio”.

    Questo modo di concepire la chiesa non è stato ereditato dalla Scrittura, né dalla tradizione, ma dalle strutture politiche dell’impero e del feudalesimo: da una parte la chiesa, cioè la piramide papa – vescovi – preti, e dall’altra il popolo di Dio.

    In effetti il Vaticano II è ritornato alle fonti, al vangelo e agli Atti degli apostoli, ed ha consacrato una prassi avviata linea dalla metà del XIX secolo, che vede una presenza sempre più numerosa e responsabile dei laici agli avamposti dell’apostolato.

    Ma in che cosa consiste esattamente l’apostolato, la missione?

    Lo sappiamo già, ma è bene sentirlo dire dai padri conciliari: “La chiesa…. (ma, per carità, non pensate che questa parola si riferisca ai pastori, al governo della chiesa, come avveniva molto spesso nei testi ufficiali di prima del concilio! Nell’ecclesiologia restaurata dal Vaticano II la chiesa è l’intero popolo di Dio. Ciascuno di noi ne fa parte! Dunque:) la chiesa è nata con il fine di rendere, mediante la diffusione del regno di Cristo su tutta la terra a gloria di Dio Padre, partecipi tutti gli uomini della redenzione salvifica e per mezzo di essi ordinare effettivamente il mondo intero a Cristo“.

    Ascolta ancora: “Tutta l’attività del corpo mistico ordinata a questo fine si chiama apostolato, che la chiesa esercita mediante tutti i suoi membri, naturalmente in modi diversi; la vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all’apostolato“.

    Nessun concilio aveva ancora solennemente dichiarato queste realtà. E ci vorrà ancora molto tempo prima che penetri veramente nella coscienza della massa dei battezzati. ”Mediante tutti i suoi membri… per sua natura…Tutti chiamati all’apostolato..”? E’ incredibile!

    La vocazione cristiana è vocazione all’apostolato

    Per diventare preti ci vuole la chiamata del vescovo. Per trovarsi attivamente impegnati nella missione della chiesa non c’è bisogno che i battezzati aspettino di essere mandati dal vescovo o di essere convocati dal parroco; basta che prendano sul serio il loro battesimo e confermazione:

    Il sacro concilio (…) si rivolge ai fedeli laici dei quali già altrove ha ricordato la parte propria e assolutamente necessaria, nella missione della chiesa. L’apostolato dei laici, infatti, derivando dalla loro stessa vocazione cristiana, non può mai venir meno nella chiesa“.

    Dunque ogni battezzato ha una “parte assolutamente necessaria nella missione della chiesa“. Anche tu personalmente, e una “parte propria” (vedremo subito che cosa significa). Questo deriva “dalla stessa vocazione cristiana“. Allora, se sei battezzato non sei un ritardato mentale un sottosviluppato dello spirito, ma sei responsabile della tua chiesa e della sua missione nel mondo. Altrimenti paralizzi il tuo battesimo, neutralizzi la tua cresima, incateni lo Spirito santo che abita in te: afferma il nostro documento: “I vescovi, i parroci e gli altri sacerdoti dell’uno e dell’altro clero. ricordino che il diritto e il dovere di esercitare l’apostolato è comune a tutti i fedeli sia chierici sia laici e che anche i laici hanno compiti propri nell’edificazione della chiesa. Perciò lavorino fraternamentc con i laici nella chiesa e per la chiesa. ed abbiano una cura speciale dei laici nelle loro opere apostoliche” (25)

    E’ vero che il Cristo “ha stabilito alcuni come apostoli altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri” – i vescovi, i preti -, ma a che scopo? Per smobilitare i fedeli concentrando nelle mani di pochi i compiti e le responsabilità? Niente affatto, anzi, “per rendere idonei i fratelli a corhpiere, il .ministero. al fine di edificare il corpo di Cristo” (Ef 4,11-12).

    Quindi, dice il concilio: “C’è nella chiesa diversità di ministero, ma unità di missione. Gli apostoli e i loro successori hanno avuto da Cristo l’ufficio di insegnare, santificare e reggere in suo nome e con la sua autorità. Ma i laici, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale profetico e regale di Cristo, nella missione di tutto il popolo di Dio assolvono compiti propri nella chiesa e nel mondo” (2).

    Hai letto? “Nella missione di tutto il popolo di Dio”. Il papa o il vescovo non sono più missionari di te. Lo sono soltanto in un altro modo. Su una nave, uno sta al timone, un altro alla radio, un terzo alle macchine; ma nessuno è più o meno marinaio degli altri. Nella chiesa tutti, dal comandante all’ultimo mozzo, sono missionari al cento per cento e ventiquattro ore su ventiquattro. Non esistono i battezzati “part time”. La responsabilità attiva dell’apostolato è una conseguenza naturale dell’essere cristiani.

    Che posto ha nella tua vita Cristo e il suo mandato?

    Tutti i battezzati hanno il “mandato” dice il nostro decreto. Collettivamente in quanto gruppi e personalmente, in quanto battezzati. Tu hai il mandato. Sempre. Ma il mandato di Cristo, in via diretta.

    È chiaro che una missione particolare può comprendere un mandato speciale del vescovo. Pensiamo ad esempio al direttore di un ufficio catechistico o all’ispettore delle scuole cattoliche di una regione. Ma anche allora, precisa il concilio, l’apostolato del laico che ha ricevuto un mandato dal vescovo conserva la sua “natura propria” ed esige “la necessaria libertà d’azione” (24).

    In ogni caso la responsabilità e la missione apostolica di ogni cristiano nel mondo, al livello del suo ambiente di vita, deriva “dal mandato sacramentale del battesimo e della cresima“.

    I laici derivano il dovere e il diritto all’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo capo. Infatti, inseriti nel corpo mistico di Cristo per mezzo del battesimo, fortificati dalla virtù dello Spirito santo per mezzo della cresima, sono deputati dal Signore stesso all’apostolato. Vengono consacrati per formare un sacerdozio regale e una nazione santa onde offrire sacrifici spirituali mediante ogni attività e testimoniare dappertutto il Cristo. Inoltre con i sacramenti soprattutto con l’eucaristia, viene comunicata e alimentata quella carità che è come l’anima di tutto l’apostolato“(3). ,

    Questo mandato è l’essenza stessa del cristianesimo. Il battesimo fa nascere a una vita, a una vitalità nuova, fatta di fede, di speranza e di carità. “A tutti i fedeli quindi è imposto il nobile onere di lavorare affinché il divino messaggio della salvezza sia conosciuto e accettato da tutti gli uomini, su tutta la terra” (3).

    I carismi

    Ma ciascuno al suo posto e secondo i doni che ha ricevuto. Nel corpo, il piede non è la mano, l’orecchio non è l’occhio. Il Creatore e lo Spirito santo ti hanno fatto in un certo mondo, e insostituibile. C’è una diversità di chiamate, di capacità, di situazioni; in una parola: di carismi; cioè di quei doni particolari che lo Spirito ha fatto a ciascuno per il servizio della comunità e del mondo. I laici non sono numeri intercambiabili; irreggimentati dai preti per camminare con passo uniforme sulle vie dell’obbedienza. Ciascuno è un membro vivo di un corpo vivente, e deve dare il meglio di se stesso nella molteplice ricchezza delle sue possibilità: “Dall’aver ricevuto questi carismi, anche i più semplici, sorge per ogni credente il diritto e il dovere di esercitarli per il bene degli uomini e per l’edificazione della chiesa nella chiesa e nel mondo con la libertà dello Spirito santo, il quale spira dove vuole” (3).

    Ogni battezzato è dunque guidato direttamente dallo Spirito, non dal clero. “Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2Cor 3,17). Ma bisogna essere certi che si tratti della libertà dello Spirito santo.

    Il concilio chiede quindi che sia vissuta, “in comunione con i fratelli in Cristo, soprattutto con i propri pastori, che hanno il compito di giudicare sulla genuina natura e sull’uso ordinato di questi doni, non certo per estinguere lo Spirito, ma per esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cf. ITs 5.12-19.21)” (3/921).

    Siamo finalmente usciti da una visione amministrativa della chiesa, in cui i fedeli non avevano che da esercitare la virtù della sottomissione. La chiesa del Vaticano II, il corpo di Cristo è una realtà organica in cui i diversi membri non hanno la medesima funzione (cf. Rm 12,4), ma sono tutti attivi, tutti responsabili; la sua vita non è governata soltanto da un’autorità e da leggi umane, ma è sovranamente guidata dallo Spirito del Signore.

    Un grande cantiere in cui tutti sono indispensabili

    Il Concilio Vaticano II presenta la chiesa come un grande cantiere in cui lavorano diverse categorie di operai, tutti indispensabili e complementari; un cantiere in cui non devono esserci disoccupati.
    Dunque la comunità ecclesiale ha un compito da affidare a te, a tempo pieno. Non abbandonare il tuo posto. “Come nella compagine di un corpo vivente nessun membro si comporta in maniera puramente passiva, ma insieme con la vita del corpo ne partecipa anche l’attività, così nel corpo di Cristo, che è la chiesa, tutto il corpo “secondo l’attività propria ad ogni singolo membro (…)contribuisce alla crescita del corpo” (Ef 4,16). Anzi in questo corpo è tanta l’armonia e la compattezza delle membra che un membro, il quale non operasse per la crescita del corpo secondo la propria attività, dovrebbe dirsi inutile per la chiesa e per se stesso” (AA 2).

    Ma in che cosa consiste esattamente l’apostolato, la missione?

    Lo sappiamo già, ma è bene sentirlo dire dai padri conciliari: “La chiesa…. (ma, per carità, non pensate che questa parola si riferisca ai pastori, al governo della chiesa, come avveniva molto spesso nei testi ufficiali di prima del concilio! A partire dal Vaticano II per Chiesa si intende l’intero popolo di Dio. Ciascuno di noi ne fa parte! Dunque anche tu!) la chiesa è nata con il fine di rendere, mediante la diffusione del regno di Cristo su tutta la terra a gloria di Dio Padre, partecipi tutti gli uomini della redenzione salvifica e per mezzo di essi ordinare effettivamente il mondo intero a Cristo“. Ascolta ancora: “Tutta l’attività del corpo mistico ordinata a questo fine si chiama apostolato, che la chiesa esercita mediante tutti i suoi membri, naturalmente in modi diversi; la vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all’apostolato“.

    Sei chiamato a collaborare con Cristo perché si instauri fin d’ora il Regno di Dio che è il cuore del suo vangelo.

    Proprio tutti?

    Per diventare preti ci vuole la chiamata del vescovo. Per trovarsi attivamente impegnati nella missione della chiesa non c’è bisogno che i battezzati aspettino di essere mandati dal vescovo o di essere convocati dal parroco; basta che prendano sul serio il loro battesimo e confermazione: “Il sacro concilio (…) si rivolge ai fedeli laici dei quali già altrove ha ricordato la parte propria e assolutamente necessaria, nella missione della chiesa. L’apostolato dei laici, infatti, derivando dalla loro stessa vocazione cristiana, non può mai venir meno nella chiesa“. Dunque ogni battezzato ha una “parte assolutamente necessaria nella missione della chiesa“. Anche tu personalmente!

    Questo diritto-dovere deriva “dalla stessa vocazione cristiana“. Se sei battezzato sei responsabile della tua chiesa e della sua missione nel mondo. Altrimenti paralizzi il tuo battesimo, neutralizzi la tua cresima, incateni lo Spirito santo che abita in te. Afferma il nostro documento: “I vescovi, i parroci e gli altri sacerdoti dell’uno e dell’altro clero. ricordino che il diritto e il dovere di esercitare l’apostolato è comune a tutti i fedeli sia chierici sia laici e che anche i laici hanno compiti propri nell’edificazione della chiesa. Perciò lavorino fraternamente con i laici nella chiesa e per la chiesa. ed abbiano una cura speciale dei laici nelle loro opere apostoliche” (25)

    Dice il concilio: “C’è nella chiesa diversità di ministero, ma unità di missione. Gli apostoli e i loro successori hanno avuto da Cristo l’ufficio di insegnare, santificare e reggere in suo nome e con la sua autorità. Ma i laici, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale profetico e regale di Cristo, nella missione di tutto il popolo di Dio assolvono compiti propri nella chiesa e nel mondo” (AA 2).

    Il papa, il vescovo, il parroco o la suora non sono più missionari di te. Lo sono soltanto in un altro modo. Su una nave, uno sta al timone, un altro alla radio, un terzo alle macchine; ma nessuno è più o meno marinaio degli altri. Così nella chiesa tutti, dal comandante all’ultimo mozzo, sono missionari al cento per cento e ventiquattro ore su ventiquattro. Non esistono i battezzati “part time”. La responsabilità attiva dell’apostolato è una conseguenza naturale dell’essere cristiani.

    E con che diritto?

    Tutti i battezzati hanno il “mandato” dice il nostro decreto. È chiaro che una missione particolare deve comprendere un mandato speciale del vescovo.

    Ma in ogni caso la responsabilità e la missione apostolica di ogni cristiano nel mondo, al livello del suo ambiente di vita, deriva “dal mandato sacramentale del battesimo e della cresima“.

    I laici derivano il dovere e il diritto all’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo capo. Infatti, inseriti nel corpo mistico di Cristo per mezzo del battesimo, fortificati dalla virtù dello Spirito santo per mezzo della cresima, sono deputati dal Signore stesso all’apostolato. Vengono consacrati per formare un sacerdozio regale e una nazione santa onde offrire sacrifici spirituali mediante ogni attività e testimoniare dappertutto il Cristo. Inoltre con i sacramenti soprattutto con l’eucaristia, viene comunicata e alimentata quella carità che è come l’anima di tutto l’apostolato“(3). ,

    Una collaborazione e un impegno diversificati

    Ma ciascuno al suo posto e secondo i doni che ha ricevuto C’è infatti una diversità di chiamate, di capacità, di situazioni; in una parola: di carismi; cioè di quei doni particolari che lo Spirito ha fatto a ciascuno per il servizio della comunità e del mondo. I laici non sono numeri intercambiabili; irreggimentati dai preti per camminare con passo uniforme sulle vie dell’obbedienza.

    Ciascuno è un membro vivo di un corpo vivente, e deve dare il meglio di se stesso nella molteplice ricchezza delle sue possibilità: “Dall’aver ricevuto questi carismi, anche i più semplici, sorge per ogni credente il diritto e il dovere di esercitarli per il bene degli uomini e per l’edificazione della chiesa nella chiesa e nel mondo con la libertà dello Spirito santo, il quale spira dove vuole” (AA 3).

    Ogni battezzato è dunque guidato direttamente dallo Spirito, non dal clero. “Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2Cor 3,17). Ma bisogna essere certi che si tratti della libertà dello Spirito santo.

    Il concilio chiede quindi che sia vissuta, “in comunione con i fratelli in Cristo, soprattutto con i propri pastori, che hanno il compito di giudicare sulla genuina natura e sull’uso ordinato di questi doni, non certo per estinguere lo Spirito, ma per esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cf. ITs 5.12-19.21)” (AA 3).

     

  • 10 Giu

    LA RICERCA DI DIO E DEL SUO AMORE

     

    La Bibbia è la rivelazione di Dio-Amore, l’epifania dell’Amore eterno, increato, che vuol far partecipi gli uomini della Sua infinita felicità. La storia della spiritualità è la storia degli uomini in cerca dell’Amore di Dio, e dei mezzi da essi adoperati per raggiungere tale scopo.

    Il Concilio Vaticano II afferma che il Religioso « si dona totalmente a Dio sommamente amato, così da essere con nuovo e speciale titolo destinato al servizio e all’onore di Dio ».

    La spiritualità monastica già nel suo nascere è caratterizzata da un profondo senso teo-centrico: il solo scopo della vita del monaco è amare Dio; nella solitudine egli cerca l’unione con Dio. Le penitenze, frequentemente spettacolari, dei primi eremiti hanno talvolta oscurato agli occhi di molti osservatori i veri e più profondi motivi della loro spiritualità. Forse, come afferma G.M.Colombás, le prime fonti monastiche che sono un po’ restie ad esternare le manifestazioni di tenero amore verso Dio (l’’umiltà e il pudore degli antichi asceti erano contrari a questa specie di effusioni). Comunque, i dati in nostro possesso sono sufficienti per comprendere che Dio occupa il posto centrale nella spiritualità di questi monaci.

    1.   La ricerca dell’amore di Dio

    Teodoreto di Ciro, monaco cenobita e poi vescovo, ci ha lasciato un prezioso documento storico sul rigido ascetismo della Siria e ha dato a questa Storia dei monaci il titolo di “Storia dell’amore di Dio” (Storia philothea) o Vita ascetica. Così facendo, Teodoreto ha sinterizzato la vita di una trentina di asceti incentrandola sull’amore di Dio. Lo stesso Teodoreto spiega il titolo della sua Storia philothea nel Trattato sulla divina carità con cui chiude la suddetta Storia: l’autentico virtuoso o filosofo è il vero amante di Dio o philotheo,  perché Dio è “sapienza” (sophia).

    È eloquente la narrazione della vocazione di Teodoro, il grande discepolo di Pacomio, alla vita monastica. Un giorno Teodoro, ancora ragazzo di 14 anni, tornando da scuola e vedendo la famiglia in gran festa, fu colpito da un pensiero improvviso: « Se ti abitui a questi cibi e a questi vini, non vedrai mai la vita eterna di Dio?  Il giovane Teodoro si ritirò allora in un angolo tranquillo della casa, si prostrò a terra e pianse dicendo: « Signor mio Gesù Cristo, tu sai che non desidero nulla, ma solo te e la tua grande misericordia che amo ». Il giorno seguente lasciò la sua casa e la sua città e si recò in un monastero. Similmente nella Storia Lausiaca leggiamo che Ammonio, insieme a tre altri fratelli e a due sorelle, « giunti al culmine dell’amore di Dio, fecero del deserto la loro dimora ». Le testimonianze che mettono all’ inizio della vocazione monastica l’amore di Dio potrebbero moltiplicarsi.

    L’amore di Dio è per gli antichi monaci l’ambito vitale dell’esistenza cristiana. Per essi la vita cristiana si realizza nella comprensione e nella esperienza dell’amore di Dio. Il solo ostacolo a tale ideale è il peccato. Il mondo poi, così come ora si presenta agli occhi degli uomini (non più come pura e semplice creazione di Dio, ma come mondo caduto e fallito a causa del peccato), è una forza nemica che ostacola l’espandersi dell’amore di Dio e quindi l’esperienza di questo amore nella vita dell’uomo. Conseguentemente l’amore di Dio è in netta contraddizione con l’amore del mondo.

    L’uomo caduto che vive nel mondo si lascia sedurre dai richiami mondani. Perciò, secondo la spiritualità monastica, se si vuole conservare l’amore di Dio, è necessario distaccarsi da ogni affezione mondana e rinnegare se stessi. In questo contesto, l’ascesi è vista come un mezzo per poter vivere nell’amore di Dio; l’ascesi è anzi necessaria per realizzare l’esistenza cristiana nell’Amore di Dio. L’ascesi, che è il contrario della concupiscenza, dà spazio all’amore di Dio, conduce a questo amore e lo sviluppa. Ci raccontano i Detti dei padri del deserto che Ammonio di Nitria recandosi dal suo amico il grande s. Antonio l’eremita, gli disse: «Ecco la mia vita è più dura della tua, come sei più rinomato di me? ». Antonio gli rispose: « Perché amo il Signore più di te ». Di fronte al pericolo di assolutizzare il valore delle pratiche ascetiche, è significativo questo detto che subordina l’ascesi all’amore di Dio.

    Per i primi monaci l’ascesi divenne lo strumento essenziale per raggiungere il perfetto amore di Dio. Il non-uso del mondo nel suo significato radicale e totale distingue l’ascesi monastica. I monaci vanno via dal mondo per poter amare meglio e più profondamente Dio. Specificamente monastici sono soltanto i mezzi adoperati per la realizzazione di questo ideale. Anzi questi mezzi non sono propriamente nuovi: preparati, indicati e sviluppati dalla tradizione ascetica della Chiesa, vengono concretizzati in una forma di vita monastica. Dedicare la vita all’amore di Dio non è una novità per i monaci. Essi sanno bene di seguire le tracce di molti altri che prima di loro hanno cercato e amato Dio. I monaci si organizzano in comunità di “amici di Dio“. Loro esemplari sono Abramo, gli Apostoli, i Martiri… Clemente Alessandrino, riprendendo il testo di Gc 2,23 dà il titolo di “amico di Dio” ad Abramo, considerato dai monaci modello ed esemplare, perché lasciò il suo paese per volere di Dio.

    2.   La meraviglia di fronte al cosmo, opera dell’amore di Dio

    I grandi Padri dell’antico monachesimo hanno alimentato anche una spiritualità della ricerca di Dio fondata sulla meraviglia di fronte al mondo creato. Il cosmo è il frutto dell’amore di Dio verso gli uomini: Dio ha creato il mondo perché voleva bene agli uomini. Non è quindi difficile scoprire i segni dell’amore di Dio profusi nella creazione: « Se guardi il cielo – dice la Scrittura – il suo ordine ti sarà guida verso la fede. Esso infatti rivela l’Artefice. Se guardi poi le bellezze della terra, queste ti aiuteranno ad aumentare la tua fede… La sapienza del Creatore traspare dalle cose più piccole. È lui che ha dispiegato i cieli e steso l’immensità dei mari, ed è lui che ha reso cavo l’esilissimo aculeo delle api. Tutte le realtà del mondo sono un’occasione di fede, non di incredulità ».

    Le cose umane, anche le più umili, si trasfigurano nella luce di Dio e acquistano un valore dossologico: « Tutto questo mondo è come un libro scritto che ci fornisce la materia per glorificare Dio ».

    L’espressività e la capacità interpretativa della voce laudativa del creato è correlativa al grado di contemplazione del credente. In Oriente, al seguito di Origene, i Padri monastici elaborano un vero e proprio metodo dì spiritualità, in cui la meraviglia costituisce il primo gradino della contemplazione. La contemplazione (naturale) è l’attività spirituale che permette di cogliere nella creatura l’idea del creatore, la traccia, la ragione profonda dell’essere, il rapporto tra essa e l’archetipo divino. Ha sviluppato questo concetto in particolare s. Basilio, che asserisce venire dallo Spirito di Dio il poter contemplare la bellezza soprasensibile del cosmo: « La vera bellezza è quella che sorpassa ogni intelligenza e potenza umana; solo lo Spirito è capace di contemplarla. I discepoli ai quali Egli aveva insegnato in privato le parabole hanno conosciuto questa vera bellezza. Come Pietro e i figli del tuono hanno contemplato sul monte questa bellezza folgorante che sorpassa lo splendore del sole. Essi furono giudicati degni di percepire con i loro occhi l’inizio del suo avvento glorioso ».

    3.   Il Servizio di Dio come espressione dell’amore totale

    Sant’Atanasio nella Vita di Antonio stabilisce l’identità tra il farsi monaco e il consacrarsi a Dio: «… da quando (Antonio) diventò eremita e si consacrò a Dio ». In un apoftegma attribuito alla leggendaria madre Teodora, si insegna che il monaco deve vivere per Dio soltanto. La stessa idea, in Occidente, viene ripresa da Eucherio: scopo della vita del monaco è darsi a Dio, e da Giovanni Cassiano: il monaco è chiamato al culto di Dio. Una delle espressioni più frequenti per indicare questa donazione del monaco a Dio è stata quella del “servizio divino“: i monaci sono coloro che « amano la virtù e il servizio di Dio » e, quindi, il monachesimo è un «servizio di Dio ». Si sa anche che la denominazione “servo di Dio” è stata una delle più attribuite dall’antichità al monaco.

    Come avverte J.M. Lozano (La sequela di Cristo. Teologia storico-sistematica della vita religiosa, Àncora, Milano 1981), originariamente l’espressione concreta “serve e servi di Dio” ha preceduto quella astratta che qualifica la vita monastica “divino servizio”. Ciò significa che la gente vedeva i monaci vincolati in modo particolare a Dio. L’essenziale in questa espressione è che esprime il senso di rapporto con Dio. I monaci vennero chiamati servi di Dio perché il rapporto con Dio appare nella loro vita in maniera visibile e caratterizzante.

    4.   L’esperienza dell’amore di Dio

    Un apoftegma attribuito ad Antonio afferma che in lui l’amore di Dio ha cacciato il timore. È una affermazione unica poiché nei Detti dei padri del deserto il timore di Dio è abitualmente inteso nel senso biblico, e cioè come una disposizione assolutamente necessaria, indispensabile all’uomo come il respiro. Così anche per Basilio, l’amore supera il timore, ma non lo elimina. La tensione fra amore e timore in cui si trova il cristiano, non lo autorizza comunque ad eliminare il timore di Dio che è prodotto dall’attesa del giudizio, considerandolo semplicemente come un influsso della sinagoga o un residuo del pensiero giudaico.

    I santi monaci parlano dell’amore di Dio come di una esperienza profonda, mistica. Le immagini che usano per esprimere questa loro esperienza spirituale sono molto eloquenti. L’amore di Dio è come una “ferita nel cuore” (usano in greco i verbi: nússein, katanússein, titróskein) Parlando di Pacomio, la vita greca altera afferma che il Santo fondatore del cenobitismo, dopo una visione celeste avuta nel sonno, « fu ancora più ferito (trotheís) dall’amore di Dio e profondamente scosso (katanugeís) e desiderò farsi monaco ».

    L’amore di Dio, che così profondamente scuote il cuore del monaco, viene contemplato specialmente nel mistero del Verbo incarnato per mezzo del quale ci giunge la salvezza e il dono dello Spirito. Teodoreto di Ciro parla dei « dardi d’amore » con cui i monaci sono stati feriti quando consideravano i torrenti della divina misericordia e soprattutto la morte di Cristo innocente. Sant’Atanasio racconta che Antonio l’eremita, dopo aver trascorso quasi vent’anni in una fortificazione desertica, « parlando e ricordando i beni futuri e l’amore che Dio ci ha manifestato, in quanto “non risparmiò il proprio figlio ma lo consegnò per noi tutti“, persuase molti a scegliere la vita solitaria. Nella sintesi della spiritualità di Antonio che si può ricavare dalle sue lettere autentiche, le suddette idee vengono riprese e collocate nella cornice della storia sacra. Questa storia comincia con una tragica caduta, le cui conseguenze. si ripercuotono attraverso i secoli su ciascuno di noi. Ma ecco che Dio, di cui Antonio loda con accenti di entusiasmo l’immensa e incomprensibile bontà e l’infinito amore per gli uomini, decide di “visitare” la sua creatura prediletta. Tutta la storia sacra è intessuta di un succedersi ininterrotto di “visite” di Dio all’uomo. Momento culminante delle “visite” divine è il mistero dell’Incarnazione. Di fronte a tale ineffabile “visita”, l’uomo ha l’obbligo d’impegnarsi con tutte le sue energie per conseguire la santità perfetta, affinché la venuta del Salvatore non sia per lui motivo di condanna. E qui trovano posto nella mente di Antonio i temi cardinali, il dinamismo vivo e fiducioso della sua dottrina ascetica (cfr. M:Augé, Lineamenti di storia dell’antico monachesimo, Roma 1981).

    Giovanni di Licopoli afferma: « Colui che è stato fatto degno di una conoscenza parziale di Dio (quella totale non la può ricevere nessuno), ottiene anche la conoscenza di tutte le altre cose, vede i misteri divini che Dio stesso gli mostra, prevede il futuro, contempla rivelazioni come i santi, compie miracoli, diventa amico di Dio e viene esaudito da Dio in ogni sua richiesta ». La conoscenza (gnôsis) di Dio di cui parla il testo designa la conoscenza amorosa e sperimentale di Dio, che non equivale alla conoscenza intellettuale pura e semplice. Questa conoscenza è il vertice della virtù, cioè la piena esperienza mistica. Pafnuzio, dopo aver ascoltato la vita santa che conduceva un consigliere comunale, gli disse: « Ti manca solo una cosa, il vertice delle virtù, la sapientissima conoscenza di Dio ».

    Ciò che propriamente costituisce l’uomo, secondo la corrente platonica e plotiniana – che era quella dominante tra i monaci dotti – è l’intelletto. Si parte dalla visione tripartita dell’uomo: corpo, anima e intelletto. Evagrio Pontico scrive: « Rinnega la carne e l’anima, e vivi secondo l’intelligenza ». Progredire per il cammino dell’intelligenza o della gnôsis, è indirizzarsi attraverso la apátheia verso la contemplazione della natura (theoría physiké), e attraverso  di essa allo stato primitivo o intellettuale puro, dove si trova la vera vita, la vita immortale dell’intelligenza, e dove si contempla Dio nel mirabile specchio del nous.

    Il grado più elevato della contemplazione è chiamato da Evagrio “gnôsis della Santissima Trinità“, “teologia” e “preghiera vera” o “preghiera pura”. Quando scrive: « Se sei teologo, pregherai veramente; e se preghi veramente, sei teologo », non si riferisce Evagrio al dotto che specula sulla divinità, ma al mistico contemplativo che è arrivato ai più alti gradi della contemplazione di Dio.

    Il monaco, affascinato dalla bellezza dell’amore di Dio, non aspira ad altro che a possedere questo amore. Spinto da così forte desiderio, si ritira in solitudine. Macario l’Egiziano ha comparato l’amore del monaco verso Dio con l’amore sponsale: « Se l’amore naturale allontana da qualsiasi altro amore,  quanto più coloro che sono stati degni di partecipare dello Spirito celeste e diletto, saranno liberi da ogni amore mondano.”.. . Perciò l’amore totale di Dio trova una sua adeguata espressione nell’abbandono definitivo del mondo. Per Eucherio, « il deserto è un tempio incircoscritto di Dio ». Nella Historia Monachorum di Rufino ci si racconta di Giovanni l’eremita che « quanto più si allontanava dalle cose umane, tanto più Dio si avvicinava a lui ». San Basilio afferma che colui che ama Dio si allontana da ogni cosa per unirsi con Dio.

    Concludendo, possiamo dire che la vocazione monastica già nel suo nascere è fortemente stimolata dall’amore di Dio. La consapevolezza di questo amore spinge i monaci a consacrarsi al servizio di Dio abbandonando il mondo il quale, a causa del peccato, è una forza nemica che ostacola l’esperienza dell’amore divino. Nel contesto sempre del peccato di cui l’uomo ha fatto amara esperienza, l’ascesi è uno strumento necessario per crescere nell’amore di Dio. I Padri dell’antico monachesimo hanno sviluppato anche una spiritualità della ricerca di Dio fondata sulla meraviglia di fronte al mondo creato, opera e dono dell’amore di Dio. L’esperienza dell’amore di Dio è infine una realtà profonda, mistica che trascina il servo di Dio ad una vita solitaria di totale e definitiva donazione a Dio, donazione che ricorda quella sponsale. Con il passar del tempo questo teocentrismo si arricchirà di altri elementi riscoprendo per esempio l’intimo rapporto esistente tra l’amore di Dio e quello dei fratelli.

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