• 23 Set

    LA PREGHIERA CONTINUA
    Obiettivi, indicazioni pratiche, principi base

    Tratto da Matta El Meskin, L’ESPERIENZA DI DIO NELLA PREGHIERA , ed. Qiqajon 

    La vita nel suo senso più profondo, si riassume in due atti costanti di un’estrema semplicità: il primo è l’amore la cui sorgente è Dio, il secondo è l’adorazione, che è il proprium della creazione: “Dio è amore” (1Gv 4,16); “Io non sono che pre­ghiera” (Sal 109,4). Questi due atti sono ininterrottamente co­stanti; così, Dio non cessa di amare la creazione e la creazione non cessa d’adorare Dio: “Vi dico, che se questi taceranno, gri­deranno le pietre” (Lc 19,40).

    Tutti gli atti e le molteplici occupazioni della vita passeranno e scompariranno dopo averci valso condanna o ricompensa e re­steranno soltanto questi due straordinari atti: l’amore di Dio per noi e la nostra adorazione di Dio. Non passeranno mai e rimar­ranno eternamente, perché Dio è felice d’amarci: “Ho posto le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pr 8,31) e noi troviamo tutta la nostra felicità nell’adorazione di Dio.

    Quest’adorazione è un’intuizione divina depositata da Dio al cuore della natura dell’uomo, affinché egli abbia la gioia d’adorare la sorgente della vera felicità. L’abbiamo toccato con mano, sperimentato e verificato tante e tante volte; abbiamo acquisito la certezza che la preghiera e l’adorazione sono fonti di felicità permanente.

    C’è dunque un mezzo per condurre una vita d’ado­razione e di preghiera ininterrotta, per mettere Dio al centro del nostro pensiero, per fare in modo che tutti i nostri atti e i nostri comportamenti gravitino intorno a lui, per vivere alla sua pre­senza dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina? In realtà, quest’opera non è una cosa da poco; esige da parte nostra grande determinazione, perseveranza e molta attenzione. Non dimentichiamo però che, così facendo, realizziamo il verti­ce della volontà e del piano divini e che, di conseguenza, vi tro­veremo immancabilmente l’aiuto, l’amore e la guida di Dio.

    Riassumiamo come segue la sostanza di quest’esercizio.

    1.       Gli obbiettivi della preghiera continua:

    – Vivere sempre alla presenza di Dio.

    – Associare Dio a tutte le nostre attività, a tutti i nostri pen­sieri e conoscere la sua volontà.

    – Accedere a una vita di gioia, avvicinandoci alla fonte stessa della felicità: Dio, e gioire del suo amore.

    – Acquisire un’alta conoscenza di Dio nel suo stesso essere.

    – Praticare un felice distacco dalle cose di questo mondo, sen­za rimpiangere nulla.

    1.     Qualche indicazione sulla preghiera continua:

    – Ravvivare il sentimento di essere alla presenza di Dio che vede tutto ciò che facciamo e sente tutto ciò che diciamo.

    – Tentare di parlargli di tanto in tanto, con brevi frasi che tra­ducano il nostro stato del momento.

    – Associare Dio ai nostri lavori domandandogli di essere pre­sente alle nostre attività, rendendone a lui conto dopo averle con­cluse, ringraziandolo in caso di riuscita, dicendogli il nostro rammarico in caso di fallimento, cercandone le ragioni: ci siamo forse allontanati da lui o abbiamo omesso di chiedere il suo aiuto?

    – Cercare di percepire la voce di Dio attraverso i nostri lavori. Molto spesso egli ci parla interiormente ma non essendo attenti a lui, perdiamo l’essenziale dei suoi orientamenti.

    – Nei momenti critici, quando riceviamo notizie allarmanti o quando siamo assillati, chiediamogli subito consiglio; nella pro­va egli è l’amico più sicuro.

    – Non appena il cuore comincia a irritarsi e i sentimenti ad agitarsi, volgiamoci a lui per calmare la nefasta agitazione prima che invada il nostro cuore; invidia, collera, giudizio, vendetta, tutto ciò ci farà perdere la grazia di vivere alla sua presenza, per­ché Dio non può coabitare con il male.

    – Tentare per quanto possibile di non dimenticarlo, tornando subito a lui, non appena i nostri pensieri sono colti in flagrante reato di vagabondaggio.

    – Non intraprendere un lavoro o dare una risposta prima di aver ricevuto una sollecitazione da Dio. Questa diventa sempre meglio discernibile a misura della fedeltà del nostro cammino alla sua presenza e della nostra determinazione a vivere con lui.

           3. Principi base per una vita di preghiera continua:

    – Credi in Dio? Allora che Dio sia la base di tutti i tuoi comportamenti; con lui accogli tutto ciò che incontri nella vi­ta, felicità o tristezza. Che la tua fede non cambi ogni giorno a seconda delle circostanze. Non lasciare che sia il successo ad aumentare la tua fede, né il fallimento, la perdita e la malattia a indebolirla o ad annientarla.

    – Hai accettato di vivere con Dio? Allora, una volta per tutte, metti in lui tutta la tua fiducia e non cercare di indietreggiare o di battere in ritirata. Sii fedele a lui fino alla morte.

    – Affidagli tutti i tuoi affari materiali e spirituali; egli è vera­mente in grado di reggerli tutti. Sappi che la vita con Dio sopporta tutto: malattia, fame, umiliazione… e non essere sorpreso se ti accadono queste cose; sii paziente e le vedrai trasformarsi e schierarsi dalla tua parte per il tuo maggior bene.

    – Concentra il tuo amore su Dio e non permettere agli ostaco­li di ridurlo; al contrario, accogli ogni sofferenza senza amarezza ma con dolcezza, a motivo di questo amore, perché il vero amore trasforma la sofferenza in felicità.

    – Beati coloro che sono stati ritenuti degni di soffrire per il suo Nome. Ancora più beati coloro che desiderano sacrificarsi per amore del suo Nome.

    Breve storia della preghiera continua

    La preghiera continua è una disciplina spirituale particolare che impegna le facoltà interiori dell’anima e tocca centri precisi del cervello con lo scopo d’acquisire la calma interiore neces­saria a pervenire a uno stato di veglia spirituale costante e di percezione permanente della presenza divina, accompagnata da un completo dominio dei pensieri e delle passioni. Costituisce l’opera spirituale più importante e più elevata che, condotta con successo, può farci raggiungere le vette della vita spirituale.

    Questa forma di preghiera è già menzionata negli insegna­menti dei primi padri del deserto d’Egitto: Macario il Grande parla della recitazione costante del “dolce Nome di Gesù”e abba Isacco, discepolo di Antonio, fa un lungo elogio della ripetizione continua del versetto di un salmo. Entrambi hanno vissuto verso la fine del IV secolo e gli insegnamenti del secondo sono stati raccolti da Cassiano durante i suoi viaggi in Egitto.

    Attraverso le parole di abba Isacco apprendiamo che questo metodo di preghiera, costitutivo di una delle tradizioni asce­tiche più importanti tra quelle che i padri avevano ricevuto dai loro predecessori, “è un segreto che ci è stato rivelato da quei pochi padri appartenenti al buon tempo antico, ma che vivono tutt’ora; noi lo riveliamo a nostra volta a quel piccolo numero di anime che dimostrano una vera sete di conoscerlo”.

    Quanto agli effetti di questa pratica sulle facoltà dell’anima e della mente, essi erano noti ai padri fin dall’inizio,come si deduce dalle parole di Isacco: “[Questa preghiera] esprime tutti i sentimenti di cui è capace la natura umana; conviene perfetta­mente a tutti gli stati e a ogni sorta di tentazione… Che l’anima (mens) ritenga incessantemente questa formula, cosicché, a for­za di ripeterla, acquisti la capacità di rifiutare e allontanare da sé tutte le ricchezze rappresentate dai nostri molteplici pensieri“.

    Fin da allora, cioè dal IV secolo, la preghiera continua si è dif­fusa in Egitto e in tutto l’oriente cristiano fino a occupare un posto preponderante nella dottrina ascetica di tutte le chiese orientali. La ritroviamo, tra gli altri, negli insegnamenti di Nilo il Sinaita (+ 430), poi in quelli di Giovanni Climaco all’inizio del VII secolo (570-640), e di Esichio di Batos (Sinai, VII o VIII secolo). L’importanza accordata all’hesychìa (tranquillità) si am­plifica progressivamente fino a raggiungere uno dei suoi vertici negli insegnamenti di Isacco ll Siro, vescovo di Ninive, verso la fine del VII secolo.

    Gli elementi frammentari di questi insegnamenti furono rac­colti in una dottrina sistematica solo con l’arrivo di Simeone il Nuovo Teologo (1022) e poi di Gregorio il Sinaita, che li orga­nizzarono in una dottrina mistica di tipo specificamente bizan­tino. Gregorio il Sinaita, seguito dal discepolo Callisto che di­verrà patriarca di Costantinopoli, la introdusse al Monte Athos alla fine del XIII secolo e fece della preghiera continua una prati­ca mistica fondamentale nella tradizione bizantina, dopo aver raccolto la quasi totalità delle parole dei padri riferite a questo argomento, ordinandole, spiegandole e commentandole.

    Con il soggiorno di Nil Sorskij al Monte Athos, nella seconda metà del XV secolo, si aprì una porta molto ampia per l’impian­tazione in Russia della preghiera continua. Tutta l’eredità orien­tale antica, con le sue ricchezze, si trovò trasferita ai padri russi che rivaleggeranno in ardore per applicarla con amore, fedeltà e devozione. Ormai, questa pratica occuperà un posto molto im­portante nella vita delle generazioni successive, come ci si può rendere conto leggendo i Racconti di un pellegrino russo.

    Ma, lasciando il deserto d’Egitto, suo luogo d’origine, la pre­ghiera continua perse buona parte della sua semplicità originaria; chi la praticava nei primi secoli, viveva spontaneamente in profondità i suoi effetti spirituali senza esaminarne il come; ne raccoglieva i frutti senza che ciò suscitasse in lui ambizioni spirituali.

    Questa forma di preghiera è dunque passata da un’umile pra­tica ascetica a una sistematizzazione mistica elaborata, provvista di discipline proprie, proprie condizioni, gradi e risultati. L’o­rante può prendere coscienza di tutto ciò ancor prima di cominciare a praticarla. Il che, naturalmente, non ha mancato di attri­buire al metodo una buona parte di complessità, accresciuta da una dannosa mancanza di naturalezza. Nondimeno, la preghiera continua ha sempre i suoi adepti e i suoi praticanti esperti e, su coloro che l’amano, non cessa di versare in abbondanza i suoi effetti benefici, le sue grazie e le sue benedizioni. L’autore stes­so confessa i benefici di questa preghiera per quanto lo riguarda personalmente.

  • 20 Set

    LA PURIFICAZIONE DEL CUORE

    MATTA EL MESKIN
    L’ESPERIENZA DI DIO NELLA PREGHIERA – ed. Qiqajon  COMUNITA’ DI BOSE

     

    In senso biblico, il cuore è il centro dal quale sgorgano tutte le reazioni della vita spirituale e corporea: “Con ogni cura vigila sul tuo cuore, perché da esso sgorga la vita” (Pr 4,23), non sol­tanto quelle buone, ma anche quelle cattive: “Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le pro­stituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie” (Mt15,19).

    Il cuore diviene così l’interprete della situazione dell’uomo, sia egli buono o cattivo: “L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo, dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuo­re” (Lc 6,45), il che significa che il movimento interiore del cuo­re influenza l’uomo tutto intero, il suo pensiero, le sue parole e le sue azioni. Gli è impossibile parlare senza svelare il proprio cuore, che lo voglia o no: “Perché la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Lc 6,45). Così la parola dell’uomo esprime la realtà del suo cuore e può, di conseguenza, giustificarlo o condannar­lo: “Poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” (Mt 12,37). Il rapporto tra il cuore e la bocca è espresso da Paolo: “Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rm  10,10). Quin­di, ciò che il cuore crede, la bocca deve confessarlo.

    Ma l’evangelo ci parla della possibilità di veder coesistere nell’uomo due cuori, l’uno che traduce esattamente il suo stato, l’altro, contraffatto, dal quale escono pensieri, parole e azioni simulate che non traducono lo stato reale dell’uomo. Egli allora parla e agisce da uomo virtuoso per far credere di esserlo, invece è malvagio: “Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34).

    Questa parola del Signore ci insegna come sia impossibile all’uomo dire cose buone quando è cattivo, a meno che egli non possieda in se stesso, per simulare la virtù, una forza supple­mentare o un altro cuore che viene dal demonio. Possiamo percepire questo dal fatto che il Signore descriva i falsificatori del bene “razza di vipere“, perché la vipera è il simbolo del demo­nio; e l’obiettivo della dimostrazione simulata della virtù è quel­lo di mascherare il male e meglio assicurarne la persistenza. Tale è la tattica peculiare del demonio.

    Il demonio non si accontenta di insozzare il cuore con il male e le passioni, trasformando il “tesoro del cuore” in rifugio del maligno che diffonde il male, ma vi aggiunge la possibilità di as­sociargli un secondo cuore che parla virtuosamente al fine di mascherare il male e meglio assicurarne la diffusione e l’azione.

    Quanto all’azione di Dio sul cuore, essa consiste nello strap­pare radicalmente il cuore malvagio creando nell’uomo “un cuore nuovo” (Ez 36,26). E con questo cuore nuovo l’uomo diventa necessariamente un uomo nuovo. “Lo spirito del Signore inve­stirà anche te e ti metterai a fare il profeta insieme con loro e sa­rai trasformato in un altro uomo… Ed ecco, quando ebbe voltato le spalle per partire da Samuele, Dio gli mutò il cuore” (1Sam   10,6.9).

    Nella Bibbia, la creazione del cuore nuovo equivale a tre ope­razioni essenziali. La prima: il cuore dell’uomo peccatore è con­trito; la seconda: l’uomo è interamente lavato e purificato dall’interno; la terza: l’uomo riceve lo Spirito santo. Ritroviamo queste operazioni espresse con grande chiarezza nel Salmo 51. Nell’Antico Testamento, la creazione di un cuore nuovo era un’operazione eccezionale e individuale. Nel Nuovo Testamento, essa è generalizzata, non solo relativamente alla creazione di un cuore nuovo, ma anche alla creazione di un uomo interamen­te nuovo.

    Quanto alle tre operazioni, le ritroviamo tutte nel mistero battesimale, nel quale il cuore è lavato e purificato nella fede: “… purificandone i cuori con la fede” (At 15,9). Sul piano sen­sibile ciò è espresso con l’immersione nell’acqua nel Nome di Cristo. Ma la purificazione è completa solo quando il cuore, contrito per il pentimento e la rinuncia al peccato, ottiene la remissione: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel Nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito santo” (At 2,38). E’ quindi a perfezionamento della purificazione per la fede e il pentimento che l’uomo riceve lo Spirito santo.

    Così, la creazione di un cuore nuovo con l’acqua e lo Spirito diventa possibile per ogni uomo tramite la fede e la conversione. C’è però una differenza importante tra la purificazione del cuo­re attraverso la fede e la conversione, e la creazione, attraverso lo Spirito santo, di un cuore puro e nuovo.

    La purificazione del cuore è per noi un percorso obbligatorio e necessario, mentre la creazione di un cuore puro e nuovo e un’azione soprannaturale che spetta a Dio solo. E’ tuttavia lega­ta al nostro cammino, perché è nella misura in cui noi purifichiamo il nostro cuore attraverso la fede e la conversione che di­ventiamo atti ad accogliere pienamente quel cuore nuovo crea­to a immagine di Dio. E’ nella misura in cui detestiamo il male, aborriamo i pensieri e le passioni malvagie e abbiamo in orrore le opere del peccato, che diventiamo atti ad accogliere la potenza della santità perché abiti in noi come una nuova natura, river­sando in noi l’amore divino e ispirandoci le opere di giustizia. Nella misura in cui ci sforziamo di purificare il nostro cuore dal­le tenebre del peccato che oscurano lo sguardo spirituale, diven­tiamo atti ad accogliere la verità, a portarla e a radicarla nelle profondità del nostro essere. In altri termini, è nella misura in cui ci sbarazziamo dell’uomo vecchio con i suoi mali esecrabili che possiamo apparire nella forza dell’uomo nuovo divino: “Vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rive­stito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, a im­magine del suo creatore” (Col 3,9-10).

     Entriamo qui nell’ambito della teologia ascetica e mistica per la quale le opere dell’uomo e la sua fatica, sostenute dalla grazia, rappresentano una base essenziale nell’accoglienza dei doni ineffabili di Dio che superano tutte le opere e la natura stessa dell’uomo. I padri asceti hanno posto come condizione indispensabile della salvezza “la purificazione del cuore”, perché essa condiziona la nascita dell’uomo nuovo e permette di vivere una nuova vita spirituale in Cristo. Per i padri, il cuore, hè kardia, rappresenta, conformemente alla nozione biblica, il centro dell’essere umano nella sua totalità. Corrisponde, con la sua descrizione e i suoi effetti, a quello che è il cervello per i medici. Ha anche, senza dubbio, un senso più ampio: è il centro delle facoltà, delle capacità, dell’intelli­genza, del discernimento, della volontà, della sapienza e del giu­dizio, tutto ciò nasce da esso e in esso si fissa. “Così è per il cuore che ha la mente che lo governa, la co­scienza che lo rimprovera, i pensieri che lo accusano e lo difendono”.  (Macario il Grande, Hom. sp. 15,33). Nella stessa omelia, Macario descrive il cuore come “l’offici­na della giustizia e dell’ingiustizia, là la morte, la vita, il commercio onesto e quello fraudolento “.
    Sebbene il cuore possa diventare il crocevia di tutti i mali, egli dice ancora:  E di nuovo là vi è Dio e anche gli angeli, la vita e il regno, la luce e gli apostoli, le città celesti, i tesori di grazia…  (Macario il Grande, Hom. sp. 43,7). Il cuore dirige e governa l’intero corpo e quando la grazia si è impossessata dei pascoli del cuore regna su tutte le membra e sui pensieri. Nel cuore è la sede dei pensieri e ogni pensiero dell’anima e la sua speranza, perciò da esso la grazia fluisce in tutte le membra del corpo.  (Macario il Grande, Hom. sp. 15,20).

     Appare così che la grazia, agli occhi dei padri, può penetrare il pensiero, la volontà, la coscienza e tutte le membra, se ha do­minato il cuore. In altri termini, la natura dell’uomo il cui cuore è investito dalla grazia diviene, a causa di ciò, una natura spiri­tuale nuova. Da qui il valore della purificazione del cuore come preludio all’inabitazione della grazia. Macario il Grande insiste nel dire che il cuore malvagio insoz­za la volontà e corrompe le inclinazioni e gli istinti naturali. Nel­lo sguardo e nelle mani di un simile uomo, senza che egli se ne renda conto, tutto diventa impuro:  Nel cuore di quanti sono figli della tenebra regna il pec­cato ed esso fluisce in tutte le sue membra, infatti “dal cuo­re escono i pensieri malvagi” (Mt 15,19) e, diffusosi in tal modo, ottenebra l’uomo … Come l’acqua fluisce attraverso un canale, così il peccato attraverso il cuore e i pensieri. Quanti negano questo sono confutati e dileggiati dal pecca­to stesso, benché esso non voglia trionfare; il male infatti cerca di restare occulto e nascosto nei pensieri dell’uomo”  (Macario Il Grande, Hom. sp. 15,21).

    Così, il primo sforzo dell’uomo e la sua prima preoccupazione per sormontare le derive della volontà e raddrizzare le inclina­zioni e gli istinti che si fossero lasciati sottomettere dalla domi­nazione del male diventa, prioritariamente, la purificazione del cuore, cioè il faccia a faccia con il male all’interno del cuore per dominarlo, combatterlo e annientarlo.

    Macario descrive il cuore nella stessa omelia 15 come “il pa­lazzo di Cristo, dove viene a riposare“. Lo descrive anche come “il capitano di una nave che dirige e governa tutto l’equipag­gio“, come il conducente del carro: “Se un carro, le redini, gli animali e l’intero equipaggio sono affidati a un solo conducente, costui, quando vuole, spinge il carro a rapidissima velocità e, quando vuole, lo ferma; e a sua volta il carro dunque è in potere di chi lo guida. Così anche il cuore”. È così che Macario esprime l’aspetto primario dell’azione del cuore e la sua estrema importanza in quanto capitano della nave della nostra vita e conducente del carro che traina i nostri corpi. Se quindi il capitano è ignorante e insensato, che cosa ne sarà della nave? E se il conducente è scervellato e folle, quale sarà la fine del viaggio per il carro e i suoi cavalli? Se la casa è sporca, come potrà il Signore venire a riposarvi e ad abitarvi? Quanto più la casa dell’anima, ove riposa il Signore, ha bisogno di essere adornata affinché possa entrarvi e riposar­vi colui che è immacolato e irreprensibile. In quel cuore tro­vano riposo Dio e tutta la chiesa celeste.  (Macario il Grande, Hom. sp. 15,45).

     Macario ritiene che, come la costruzione della città comincia con la demolizione delle rovine, come la coltivazione della terra comincia col dare fuoco ai rovi, così il cammino della vita co­mincia con la purificazione del cuore. Quando una casa è stata abbandonata e uno la vuole ri­costruire, innanzitutto abbatte gli edifici in rovina, perico­lanti… E chi vuole coltivare un giardino in luoghi deserti e maleodoranti comincia per prima cosa a ripulire il posto, lo cinge con un recinto, scava dei fossi … Così anche le volon­tà umane dopo la trasgressione sono incolte, deserte, disse­minate di spine … Occorre dunque molto lavoro e molta fatica per ricercare e porre il fondamento finché nel cuore de­gli uomini non venga il fuoco e inizi a ripulirlo dalle spine.  (Macario il Grande, Hom. Sp. 15,33).

     Ma perché Dio ha scelto il cuore dell’uomo quale luogo privi­legiato del suo riposo, escludendo ogni altro? “Dammi il tuo cuore e prestami attenzione, figlio mio, e tieni fisso lo sguardo ai miei consigli” (Pr 23,26). E il primo comandamento: “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore” (Dt 6,5). In realtà, l’uomo non possiede nulla di più fondamentalmente sensibile, tenero, dolce, misericordioso e affettuoso del cuore. Il cuore esprime l’insieme dei sentimenti dell’uomo più delicati e più veri. Non è tuttavia per questo motivo che Dio chiede il cuore dell’uomo. Il cuore ha una qualità che supera la dolcezza, la tenerezza, la misericordia e l’affetto, che fa di lui il centro dal quale sgorga la personalità con tutte le sue componenti, le sue caratteristiche e i suoi particolarismi. Il cuore è, in un certo senso, il santo dei santi dell’uomo. E’ questa sola qualità a renderlo degno di Dio. Co­sì, se l’uomo ama Dio con tutto il cuore, ciò significa che l’ama con tutto il proprio essere; di più, significa che si dona intera­mente a lui. E quando Macario dice che il cuore ingloba la mente, la co­scienza e i pensieri, mette l’accento sulla ragione principale dell’interesse di Dio per il cuore dell’uomo e per il suo amore.

    Dio non è interessato all’amore affettivo, quali che siano la sua intensità e perfino la sua violenza, perché si tratta di un amore che durante il cammino, quando i sentimenti sono feriti o offesi, necessariamente si spegne. Dio si preoccupa dell’amore del cuore, quello nel quale l’uomo si dona e dona tutto ciò che è, quell’amore le cui ferite ravvivano la fiamma, che i dolori af­finano e che la morte perfeziona.
    Per questo la purificazione del cuore è di una tale importanza per coloro che desiderano amare Dio. Dio non chiede né accetta l’amore parziale o condiviso. E’ necessario che il cuore sia total­mente per Dio. “Con tutto il tuo cuore“, vuoi dire: con un cuore depurato da tutte le imperfezioni dei sentimenti umani, dai le­gami carnali o dalle inclinazioni e dalle emozioni dei sensi, ciò significa anche completamente purificato da tutti gli idoli e dai culti segreti. Il santo dei santi deve essere consacrato a Dio solo e per lui ornato.

     

  • 09 Set

    I GRADI DELLA PREGHIERA
    NELLA SPIRITUALITA’ ORTODOSSA

    Di MATTA EL MESKIN

     

    E a ogni grado che li elevava verso la gloria pensavano di aver raggiunto la fine; e se si elevano ancora e si rischiarano a una luce più grande  dimenticano il livello precedente e pensano, una volta di più, di essere giunti alla fine del cammino! Ciò accade perché non sono loro,  ma l’azione dello Spirito santo in essi  che li eleva verso la gloria” (Giovanni di Dalyatha: Omelia sulla grandezza degli esseri spirituali)

    La preghiera

    La maggior parte tra noi conosce della preghiera soltanto la sua forma più semplice, quella che consiste nel recitare davanti a Dio qualche parola, sia essa improvvisata in base alle circostanze o composta dai santi, oppure costituita da brani scelti dalla Bibbia, dai salmi, dagli evangeli. In realtà, tutto ciò non è altro che un preliminare alla preghiera in Spirito e verità. E’ certo che se gli uomini sapessero quanto splendore ed elevazione sono rac­chiusi negli altri gradi della preghiera e come essi attirano grazia e benedizioni non esiterebbero un istante a cominciare a praticarli.

    Sebbene nella preghiera non sia facile distinguere tappe ben separate – a causa della loro unità e degli stretti legami che le uniscono -, possiamo comunque fornire alcune indicazioni sui diversi generi di preghiera.

    La preghiera vocale

    Nella preghiera vocale, come abbiamo già detto, recitiamo pa­role e frasi che possono essere improvvisate o selezionate dalla Bibbia o dalle opere dei santi; questo genere di preghiera si ritie­ne sia la base di altre, oppure una sorta di preliminare all’entrata in dialogo con Dio… Ma è necessario che sia accompagnata da uno sforzo mentale che permetta di seguire il senso delle parole recitate e da una motivazione interiore concernente tale senso, affinché le parole non siano declamate come se provenissero da qualcun altro, ma che siano assimilate e restituite come prove­nienti da noi stessi e rivolte direttamente a Dio

    Dobbiamo tuttavia notare che la preghiera, sia essa recitazio­ne personale o all’interno di una chiesa, salmodia individuale o in coro, può sfociare d’improvviso in uno stato contemplativo di rapimento dello spirito e di coscienza della presenza di Dio; per­ché lo stato di preghiera in quanto tale, nella propria stanza o in chiesa, è, in realtà, apparizione davanti a Dio ed entrata effetti­va nello spazio delle potenze spirituali che non cessano di lodare Dio e di servirlo.

    Se l’uomo si dispone alla preghiera vocale con cuore contrito, umile nell’adorazione e con il sentimento vivo di celebrare davanti alla santa Trinità, fin dal momento in cui apre la bocca egli è idoneo a entrare nella conoscenza e nella contemplazione dei divini misteri; allora la sua preghiera e la sua lode sono impre­gnate di calore e di purezza in un’indicibile felicità.

    Ma ciò non significa che ogni preghiera vocale debba trasfor­marsi in preghiera contemplativa; la preghiera vocale, in quanto tale, costituisce un grado particolare che ha la propria importan­za come servizio divino e che possiede la propria efficacia nella vita spirituale dell’uomo; non è meno importante della preghie­ra contemplativa.

    La preghiera mentale

    La preghiera mentale, detta a volte preghiera interiore per­ché viene dal profondo del cuore, è una preghiera nella quale l’intelletto si associa al cuore unendo pensiero e sentimento. Seppure di tanto in tanto la si esteriorizza con alcune parole, per la maggior parte del tempo essa è offerta nella calma e nel silenzio.

    La prima tappa della preghiera mentale è la meditazione; pos­siamo definirla come un intrattenimento con Dio nel corso del quale l’uomo fa memoria delle opere di Dio verso le sue creature e constata davanti a lui lo stato della propria anima; egli si pente, in questa circostanza, delle sue mancanze e dei suoi peccati, pre­senta lode e rendimento di grazie per testimoniare la propria gratitudine e decide di orientare la propria condotta in base alla volontà di Dio.

    Questa tappa è quella della “preghiera eterogenea”, che co­pre soggetti numerosi e diversi a volte senza alcun legame tra loro. I salmi ne costituiscono l’esempio più sostanzioso. Brani scelti della meditazione di David con Dio trattano tanto della creazione materiale, quanto della creazione dotata di ragione, una volta della legge, un’altra volta dell’anima e talvolta questa differenza è riscontrabile nel medesimo salmo; è sempre co­munque all’interno di un dialogo vivo e commovente dell’anima con Dio.

    La seconda tappa della preghiera mentale è la contempla­zione; qui la preghiera entra in uno stato di concentrazione non soltanto in rapporto al soggetto meditato (consistente per esempio, nel concentrare la preghiera su uno dei comandamen­ti o su una delle opere di Cristo evangeliche o redentrici), ma anche in rapporto all’uomo stesso: sotto la potente influenza dell’amore egli si trova in uno stato di veglia cerebrale perfetta, i sensi controllati, la volontà centrata sulla preghiera e il cuore spiritualmente pronto ad accettare qualsiasi orientamento dello Spirito santo.

    Ancora, la preghiera contemplativa è necessariamente divisa in due gradi legati tra loro.

    Primo grado: la contemplazione volontaria

    Il suo successo dipende dall’amore che l’uomo, nel proprio cuore, nutre per Cristo e dalla sua disponibilità a concentrarsi su un determinato soggetto per contemplarlo nel profondo del pro­prio cuore e del proprio pensiero, pur restando pronto a ricevere ogni orientamento spirituale.

    Questo grado non esiste senza l’aiuto intimo della grazia che accompagna la volontà dell’uomo e gli offre la possibilità di per­severare, di proseguire e di approfondire la sua preghiera, facen­dogli strada con la sua luce e permettendogli così di ottenerne un grande tesoro spirituale.

     Secondo grado: la contemplazione in spirito

    È apertura d’amore del cuore di Dio all’uomo in risposta all’amore dell’uomo in preghiera davanti a lui. Qui la preghiera è penetrata da un elemento divino che la fa uscire dall’ambito delle possibilità umane e volontarie; è il motivo per cui, a questo li­vello, è difficile parlare di preghiera, sarebbe meglio parlare di “grazia della preghiera”.

    All’inizio, questo grado può sembrare particolarmente elevato da raggiungere, ma fin dal momento in cui l’uomo riceve la gra­zia di accedervi, vi si abitua, se così si può dire; e tale stato gli diventa facile, naturale e accessibile a motivo della semplicità dello Spirito santo e della sua stupefacente disponibilità a ri­spondere a ogni richiesta che un cuore amante gli presenta. Per­ché si mantenga a questo livello, all’uomo viene chiesto soltanto di restare costantemente in accordo con il volere dello Spirito santo nell’amore, nella semplicità e nella purezza del cuore, nel distacco dalle preoccupazioni e dai pensieri terreni e nella capacità di osservare i comandamenti e l’insegnamento spirituale. E’ necessario però che comprenda che non esistono predisposizioni che possano conferirgli il diritto a raggiungere questo grado di contemplazione nella grazia e l’apertura del cuore di Dio, per­ché ciò è puro dono.

    Sta all’uomo domandare con lacrime e suppliche, senza crede­re di esserne degno, come dice Giovanni di Dalyatha: “Padre buono, donami il tuo amore, anche se non ne sono degno!” anche se vi accede ogni giorno, anche se è ritenuto degno di tut­te le altre virtù: purezza, ascesi, umiltà e preghiera continua; il dono della contemplazione in spirito e dell’apertura del cuore di Dio all’anima umana è al di sopra di tutte le virtù.

    Ciò non significa che il grado della contemplazione in spirito sia un miracolo; è però una grazia: prova ne è il fatto che essa è accompagnata generalmente dal dono del discernimento e da quello della sapienza; il grado della contemplazione spirituale è infatti la perfezione della preghiera, la perfezione di tutte le gra­zie e di tutti i doni.

     A coloro che sono ritenuti degni di perseverare in questa via saranno affidati anche altri doni e carismi che si trovano al di là dei confini della preghiera, come l’estasi o il rapimento nella contemplazione di Dio in uno stato spirituale prossimo alla per­dita di coscienza che permette di intravedere indicibili verità di­vine.

    Se volessimo illustrarli potremmo rappresentare i tre diversi generi della preghiera con tre atteggiamenti concreti: la preghie­ra vocale sarebbe rappresentata da colui che con timore sta da­vanti a Dio, la meditazione da colui che con lena si dirige verso Dio e la contemplazione da colui che con amore dimora nel seno di Dio.

    Semplificando ancora potremmo scoprire gli stessi tre generi nelle parole di Cristo: “Chiedete e vi sarà dato” è la preghiera vocale; “Cercate e troverete” è la meditazione; “Bussate e vi sa­rà aperto” è la contemplazione o il punto d’arrivo.

    Avendo trattato altrove della preghiera vocale sotto le sue molteplici forme, ci soffermiamo in questo capitolo sulla preghiera mentale, i suoi livelli e i suoi esercizi.

     1. La meditazione

     Ti siano gradite le parole della mia bocca,  il meditare del mio cuore davanti al tuo volto, Signore mia roccia e mio redentore!

     Beato l’uomo che… si compiace nella legge del Signore  e medita la sua legge giorno e notte.

     Parlerò dei tuoi consigli… Io trovo la mia gioia nei tuoi comandi Sì, li amo molto tendo le mani ai tuoi comandi che amo e medito sulle tue volontà.  (Sal 119 46-48)

    Il cuore mi bruciava nel petto al ripensarci si infiammava ancor di più.  (Sal 39,4)

    Medi/a (meléta) queste cose,  dedicati a esse interamente perché tutti vedano il tuo progresso.  (1Tm 4,15)

    Il termine “meditazione”, in greco meléte, è un termine con­venzionale tradizionale strettamente legato a una lettura appro­fondita delle Scritture che tocca il cuore e che lascia un segno indelebile nella memoria, nel sentimento e nel linguaggio.

    Secondo la tradizione patristica, la meditazione è la chiave di tutte le grazie; a colui che la pratica con fervore conferisce pen­siero, linguaggio e sentimenti evangelici; comprende le realtà al­la maniera di Dio e può progredire in tutti i doni e i carismi. Se apre la bocca, le parole della Scrittura ne escono senza artifici, né affettazione e, insieme a esse, i pensieri divini fluiscono co­me onde di luce che attraverso la conoscenza divina rischiarano lo spirito di colui che ascolta toccandone il cuore e infiamman­done i sentimenti.

    Il termine “meditazione”, in ebraico haghig e in greco meléte, dal verbo meletào, veicola un senso di studio, di approfondi­mento della comprensione attraverso l’esercizio del pensiero e del cuore. Così la meditazione della sapienza, meléte sophìas, si­gnifica studio della sapienza con applicazione, approfondimento ed esercizio pratico.

    Secondo la tradizione patristica, questo termine tendeva all’assidua applicazione del cuore e dell’intelletto alla Parola di Dio, affinché, grazie alla Parola, i monaci fossero trasformati. I padri, infatti, ritenevano che fosse opportuno dedicarsi alla me­ditazione solo attraverso la lettura della Parola di Dio; perché la meditazione del cuore ha il potere di modellare la coscienza e il pensiero dell’uomo, il quale non deve lasciarsi modellare se non dalla benedetta Parola di Dio, secondo la sua volontà e il suo pensiero.

    E’ per questo motivo che il termine “meditazione” si riferisce in modo particolare alla lettura della Bibbia e il suo uso si limita allo studio della Parola di Dio unito alla concentrazione interio­re per esserne impregnati e reagirvi spiritualmente.

     Lettura nella calma

     Sempre secondo la tradizione patristica, il primo dei gradi della meditazione è la lettura nella calma, con lentezza e a voce alta, “gustando” le parole; segue poi la ripetizione reiterata della stessa lettura. Presso i padri questo genere di lettura veniva sem­pre fatto a voce alta ed era detto “recitazione ripetitiva”. Di fat­to, la meditazione attraverso la ripetizione della Parola di Dio, a voce alta, con il cuore desto e come “gustandola” è in grado di radicare questa Parola nelle profondità dell’uomo che potrà ripeterla in seguito come se la “ruminasse”, fino a che essa di­venti sua parola; al tempo stesso egli sarà diventato il depositario fedele della Parola di Dio e il suo cuore il tempio del tesoro divino: “… che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). E’ proprio di questo che si tratta quando è detto di “custodire la Parola” (cf. Gv 8,51-52; 14,23; 17,6). L’evangelo o la Parola sono ormai custodite in un luogo sicuro all’interno del cuore come un tesoro di grande valore; il profeta David dice: “Custodisco la tua promessa nel mio cuore” (Sal 119,11). E’ co­me se l’uomo aderisse alla Parola e la cingesse, come un forziere, per metterla al riparo dai ladri.

    È per questa ragione che, nella tradizione patristica, le pre­ghiere improvvisate avevano un puro sapore evangelico, perché provenivano da un cuore traboccante della Parola di Dio. Simili preghiere improvvisate, o – per usare l’espressione di Isacco il Siro -, “che l’uomo compone da sé”, erano recitazioni ripetitive della Parola di Dio studiata a memoria che si completavano ar­monicamente fra loro; testimoniavano il grado al quale l’anima era stata toccata e modellata dalla Parola e dalla volontà di Dio.

    Di conseguenza, la meditazione è stata strettamente legata al­la preghiera come il primo dei suoi gradi, quello che permette all’uomo di viverne e di crescere davanti a Dio in piena fiducia e sicurezza; perché è una preghiera presa al cuore dell’evangelo e capace quindi di provocare una profonda trasformazione, un grande rinnovamento nella sensibilità, nel pensiero e nel lin­guaggio dell’uomo. Per questo motivo nella tradizione cristiana autentica non è possibile attribuire alcun valore alla preghiera improvvisata, se colui che prega non è ripieno della Parola di Dio, esercitato nella vera meditazione: la sua parola rischierebbe di essere non evangelica e i suoi pensieri potrebbero non tradur­re la volontà e il pensiero di Dio.

     Ripetizione silenziosa della Parola

     La meditazione non è unicamente lettura vocale in profondità; comprende anche la ripetizione silenziosa della Parola eseguita molte volte, con un approfondimento sempre crescente, fi­no a che il cuore viene infiammato dal fuoco divino. Ciò è ben illustrato dalle parole di David: “Il mio cuore mi bruciava nel petto, al ripensarci s’infiammava ancor di più” (Sal 39,4).

    Appare qui il filo sottile e segreto che lega la pratica e lo sfor­zo alla grazia e al fuoco divino.

    Il solo fatto di meditare più volte la Parola di Dio, lentamente e nella calma, conduce, mediante la misericordia di Dio e la sua grazia, all’incendio del cuore! Così la meditazione diventa il pri­mo legame normale tra lo sforzo sincero della preghiera e i doni di Dio e la sua grazia ineffabile. Questa è la ragione per cui la meditazione è stata considerata come il primo e il più importan­te grado della preghiera del cuore, a partire dal quale l’uomo può elevarsi al fervore dello spirito e viverne tutta la vita.

    Rammentiamo che in ebraico il termine “meditare” e reso con hagah, che ha il significato originario di “balbettare” – cioè il primo apprendimento della pronuncia e della comprensione -; esprime poi il tentativo di uno sforzo sostenuto per comprende­re e imparare ciò che deriva dalla volontà di Dio e dai misteri nascosti della sua Parola e dei suoi comandamenti; per questo, nel suo primo salmo, sentiamo David dire: “Beato l’uomo … che si compiace nella legge del Signore e medita (jehgheh) la sua legge giorno e notte”; diventerà di certo un uomo secondo la volontà di Dio, come lo era divenuto David stesso!

    Il risultato di questa meditazione, di questa pia ripetizione della legge del Signore, è annunciato da David: l’uomo riesce ormai in tutto ciò che intraprende (Sal 1,3), come se la medita­zione fosse il grado dei perfetti. Dall’origine del termine ebraico hagah (apprendimento elementare della pronuncia e della com­prensione della Legge) risulta tuttavia che la meditazione è an­che il grado adeguato ai debuttanti desiderosi di stabilire con Dio una relazione intima e sincera.

    La meditazione in quanto tale può essere quindi sia inizio che fine, perché la stessa Parola di Dio è inizio e fine: per mezzo suo l’uomo entra nella verità e, in essa, giunge alla verità intera.

    Per questa ragione, la meditazione era per i padri una pratica di grande profitto. L’hanno vissuta e praticata fino all’ultimo giorno della loro vita. Così Palladio, l’autore della Historia Lau­siaca, dice che Marco il Monaco conosceva a memoria l’Antico e il Nuovo Testamento (18,25), che Heron recitava a memoria, da­vanti a lui, i Salmi, la Lettera di Paolo agli Ebrei, il libro di Isaia per intero e una parte del libro di Geremia, dell’evangelo di Lu­ca e del libro dei Proverbi (26,3). Analogamente Rufino, nel corso dei suoi viaggi ha visto e testimoniato esempi simili.

    Non bisogna dedurne che presso i padri la meditazione consi­stesse soltanto nell’apprendere “a memoria”, piuttosto che que­sta ne era una conseguenza ineluttabile, giacché la “dilettazio­ne” costante delle sante Scritture nella recitazione ripresa quoti­dianamente, non può che imprimerle nella memoria e lasciarle correre sulle labbra con spigliatezza.

    Constatiamo che la perseveranza del cuore nella meditazione delle Scritture si traduce sempre in un’infusione nel cuore di vi­ta vera; perché la Parola di Dio, come il Signore l’ha definita, è Spirito e Vita. La perseveranza nella meditazione della Parola manifesta necessariamente un legame segreto con il Signore e, di conseguenza, un flusso di vita vera che irriga il cuore.

    Il cuore che invece si distoglie dalla meditazione della Parola manifesta di essere preda della stagnazione e dell’aridità. Il pro­feta David ci mostra la differenza tra il cuore che medita la legge di Dio e quello che se ne è allontanato: “Il loro cuore è ottuso come lardo, ma io medito la tua legge” (Sal 119,70). Intende di­re che la meditazione della legge di Dio mantiene il cuore vivo, lo riscalda al fuoco che scaturisce dalla Parola divina; perché la meditazione implica in modo fondamentale l’approfondimento costante dello spirito delle Scritture e la ricerca delle verità na­scoste dietro il comandamento, il che ha per risultato di rinnova­re ogni volta il pensiero dell’uomo, di affinare la sua sensibilità rendendola più evangelica e di conferirgli un comportamento docile e pronto, aperto positivamente a ogni eventualità.

     Verso la contemplazione

     Constatiamo così che, nei suoi stadi avanzati, la meditazione si stacca a poco a poco dalla lettura per dedicarsi alla considera­zione delle verità divine e di tutto ciò che i comandamenti e l’e­conomia divina comportano. La meditazione comincia allora a sfociare nei primi gradi della contemplazione, passando dall’ap­profondimento della Parola all’approfondimento della verità che la Parola cela.

    La perseveranza nella meditazione della Parola viva di Dio riempie il cuore e lo spirito di sante considerazioni, le quali, a loro volta, messe a profitto attraverso la contemplazione, diver­ranno le ali leggere che permetteranno di volare nel cielo dello spirito senza la mediazione della lettura.

    Senza la meditazione costante della Parola divina, dei coman­damenti del Signore e delle sue promesse è tuttavia impossibile che nascano in noi i pensieri e le sante considerazioni che riem­piono il cuore e lo spirito fino a farli traboccare.

    Oltre alla felicità che questo già di per sé comporta, l’immen­so tesoro dei pensieri e delle considerazioni che otteniamo grazie alla meditazione costante dei libri santi, procura all’uomo anche la ricchezza dello Spirito. Oltre all’eliminazione di tutti i pensieri malvagi, costituisce per l’uomo un’offerta capace di soddisfare e sempre gradita a Dio: “Ti siano gradite le parole della mia bocca, il meditare del mio cuore davanti al tuo volto, Signore, mia roccia e mio redentore” (Sal 19,15).

    Si racconta di un monaco che, dopo una lunga notte trascor­sa nella meditazione delle virtù di uno dei suoi fratelli monaci, dice all’anziano: “Padre, ho perso inutilmente la notte a elencare le virtù di mio fratello Untel, ne ho contate trenta e mi sono molto rattristato riscon­trando che io non ne possiedo nessuna”. L’anziano gli risponde: “La tua tristezza per esserti trovato sprovvisto di ogni virtù e la tua meditazione delle virtù di un altro valgono più di trenta vir­tù”. Questo esempio illustra come i comandamenti del Signore s’imprimano nell’intelletto e nella coscienza per esortare l’uomo a cercare nello spirito dove si trovano le virtù o dove non si tro­vano. Ciò mostra infatti come la meditazione della Parola di Dio generi la meditazione delle virtù e lo sforzo per acquisirle; inol­tre essa spinge l’anima, vigorosamente e costantemente, a esa­minarsi e a misurarsi in base all’evangelo, senza trovare riposo se non nella verità che essa medita, né felicità se non nell’appli­cazione del precetto divino. La meditazione è il pedagogo che conduce l’uomo per mano per elevarlo al di sopra di se stesso, la lampada che ne illumina il discernimento e, a grandi falcate, guida i suoi passi verso l’eternità.

     La meditazione dei misteri

     Il grado più alto della meditazione è però senza dubbio la meditazione dell’”economia” dell’incarnazione divina, della redenzione compiuta sulla croce e della resurrezione che ci ha do­nato la potenza di vita. È la meditazione del mistero del disegno di Dio che l’evangelo descrive con parole semplici e chiare, le quali, se l’uomo vi si sofferma a sufficienza, svelano al suo cuore il loro senso misterioso e vi riversano una forza ardente capace di offrirgli una nuova vita: “Conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte” (Fil 3,10); “Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cri­sto che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,17-19).

    La meditazione si lega qui alle parole stesse, alle stesse espres­sioni; si concentra sul senso manifesto del testo ispirato, distin­guendosi così dalla contemplazione di quegli stessi misteri, giac­ché procede liberamente senza limitarsi alla letteralità del testo, ma affidandosi all’insieme delle percezioni personali e all’allar­gamento degli orizzonti del discernimento e della conoscenza.

    Così, la meditazione dei misteri del disegno divino, esatta­mente come vengono presentati nella Scrittura, è la base imperativa della vera contemplazione, quella che permette di accede­re alla forza e alla luce di quegli stessi misteri. E’ la meditazione costante, felice e riuscita che permette alla contemplazione di progredire e di svilupparsi.

    La meditazione, questo lavoro spirituale avvincente e attraen­te, parte integrante dell’orazione, è un dovere che s’impone a tutti senza esclusioni; perché l’uomo non può nutrirsi della pa­rola della Scrittura se non la ripete nel proprio cuore e nella pro­pria mente: proprio questa è la meditazione. Così pure è diffici­le entrare in una preghiera a Dio che sia ardente e vera senza ri­petere davanti a lui le parole delle sue promesse, senza aggrap­parvisi e senza situarsi in rapporto a esse; anche questo dipende dalla meditazione.

    La meditazione è quindi una preghiera che si fonda sulla ripe­tizione delle parole di Dio e delle sue promesse nel cuore e nella mente, finché non siano integrate nella fede e nella speranza dell’uomo e divengano un’autentica forza sulla quale egli possa fare affidamento nel momento del bisogno: “Custodisco la tua promessa nel mio cuore per non peccare contro di te” (Sal 119,11).

     Guidata dal fervore o in lotta contro l’inerzia

     Quando l’uomo è fervente, infiammato dallo Spirito, la pre­ghiera di meditazione gli diventa facile, spontanea, senza biso­gno di sforzo di concentrazione o di sentimenti forzati; si parla, in questo caso, di preghiera semplice o spontanea; essa è intima, calorosa e amante fiducia dell’anima verso il suo creatore, è ciò che nutre interiormente: il desiderio di rendergli gloria per le sue opere, le sue qualità, la sua sapienza, o di rendergli grazie per la sua misericordia e la sua immensa e discreta sollecitudine. L’anima può allora infiammarsi nel corso della meditazione si­lenziosa, non sopportare più di tacere e cominciare a pregare con parole che, scorrendo senza freni, esprimono l’amore, l’adora­zione e la sottomissione, come un bambino che con deboli paro­le esprime i suoi immensi sentimenti. Il cuore è aperto davanti a Dio e sente tutto ciò che l’indicibile tocco della mano divina agita in lui.

    Ma se l’uomo vuole entrare nella meditazione senza possede­re quest’ardore preliminare che immediatamente lo esorta alla preghiera del cuore, ha bisogno di un certo sforzo interiore e di una concentrazione mentale che permettano all’anima di vince­re la propria inerzia e all’intelletto di liberarsi delle preoccupa­zioni esteriori per entrare in una lettura spirituale cosciente che l’elevi al livello della preghiera. Egli è allora chiamato a scuotersi interiormente, la coscienza deve opporsi volontariamente a tut­te le preoccupazioni psicologiche e mentali che l’hanno portata a disseccarsi e a trascurare l’adorazione, la preghiera e il contatto con Dio.

    Lo sforzo della coscienza verte sull’amore per vincere l’iner­zia e le preoccupazioni esteriori. L’uomo che, volontariamente e con tutto il cuore, avanza verso l’amore di Dio, anche se all’ini­zio è impacciato, si sente subito invaso dell’amore divino, perché l’azione divina sostiene sempre lo sforzo umano e alla fine vi si unisce.

    La volontà deve quindi restare attiva e paziente, in attesa dell’arrivo della forza divina che l’invaderà di calore spirituale, affinché la persona possa infine lanciarsi verso le profondità e cominciare la propria preghiera e la propria meditazione con fa­cilità e nella gioia.

    Questo cammino dello spirito nel corso della lettura spirituale fa passare l’uomo dall’aridità interiore e dalla preoccupazione mentale per le cose di questo mondo, alla concentrazione inte­riore, all’ardore spirituale e alla preghiera. In realtà, si ritiene che essa costituisca il cammino spirituale più importante e più delicato di tutta la vita di preghiera, la sola porta che apre sui se­greti della vita spirituale, il primo gradino della scala celeste che unisce l’anima al suo creatore.

    In quegli istanti l’uomo può incontrare una certa resistenza dell’anima, al momento dispersa in affanni e preoccupazioni molteplici che non hanno alcun valore né senso; può dover an­che affrontare l’astuzia di una mente che passa da una rappresentazione all’altra, da un pensiero all’altro, distratta da soggetti del tutto insignificanti. Tocca allora alla volontà, armata di un sincero proposito interiore, mantenersi con tenacia saldamente afferrata all’amore, polarizzata sul volto di Cristo, nell’attesa e nella supplica, finché la grazia divina la ritrovi, la liberi e le ren­da amore per amore.

     La Scrittura, scuola di meditazione

     È la Scrittura la fonte feconda, a partire dalla quale lo Spirito santo insegna ai suoi discepoli la meditazione; si tratta in realtà della grande scuola le cui lezioni non hanno mai fine, perché, quali che siano le ricchezze che possiamo trarne, in definitiva non ne avremo tratto che un’infima parte. La ricchezza delle Scritture è suddivisibile in tre livelli: il livello storico, che va dall’inizio della creazione alla fine dei tempi e concerne la crea­zione muta e quella dotata di ragione; il livello etico o legale, che comprende i comandamenti, i precetti e le leggi che Dio ha sta­bilito per gli uomini; il terzo livello che comprende i rapporti di Dio con coloro che egli ama, ciò che egli ha detto loro e ciò che essi hanno detto a lui. Questi tre livelli rispondono a tutti i biso­gni della nostra meditazione con Dio, non tanto come eventi del passato o realtà considerate in se stesse, quanto come proposte che mantengono tutta la loro attualità in noi e che costituiscono la nostra realtà interiore.

    Il più bell’esempio di meditazione eterogenea e libera, inte­grante i tre livelli, è l’ammirabile raccolta di salmi inaugurata dal profeta David. Veramente, attraverso il lungo e toccante intratte­nersi del salmista con Dio, troviamo capolavori di meditazione.

    Per quanto concerne la creazione non c’è creatura ch’egli non citi lodando il creatore per averla fatta. Egli parla con Dio della creazione del cielo e della terra e di ciò che è sotto la terra, delle montagne e le colline, dei mari e le sorgenti, delle valli, le cam­pagne e i prati, degli alberi, i boschi, le erbe e i frutti; canta il sole, la luna, gli astri e le stelle, le nubi e la nebbia, la neve e il gelo, il caldo e il freddo, la pioggia e la tempesta; parla dei rettili e dei pesci, degli uccelli del cielo e degli animali della terra; del­le bestie selvatiche e delle bestie dei campi e di tutto ciò che si muove sulla faccia della terra; parla dei popoli e delle nazioni, delle loro lingue e di tutte le creature della terra; e nella sua esal­tazione spirituale le interpella una dopo l’altra perché acclamino il creatore, invitandole a benedirlo e a cantarlo con lui.

    Poi il salmista in diversi passi dei salmi, soprattutto nel cele­bre Salmo 119, giunge a intrattenere Dio sulle sue leggi e i suoi comandamenti: ne descrive la loro entità, la loro bellezza, la loro dolcezza; testimonia davanti al creatore che esse sono per lui più dolci del miele, danno luce ai suoi occhi, sono la gioia del suo cuore, la ricchezza della sua anima, la meditazione delle sue not­ti e dei suoi giorni, tanto da diventare la lampada che guida i suoi passi e illumina il suo cammino; assicura i giovani che esse sono luce e rettitudine per le loro vie, e i bambini che vi trove­ranno la sapienza; poi confida a Dio la grande tristezza che l’in­vade alla vista dei peccatori che trasgrediscono i suoi precetti, degli orgogliosi che ignorano la legge; se la prende con quelli che la violano e li maledice; infine rende grazie a Dio per averlo istruito nei suoi comandamenti meglio dei suoi nemici e per avergli dato di comprenderli meglio degli anziani.

    Altrove il salmista si rivolge al suo creatore parlandogli del proprio stato: si considera verme della terra e non uomo, miserabile e senza più valore di qualsiasi altro; ricordando la propria giovinezza e i suoi traviamenti, chiede misericordia, vede gli at­tuali sbagli davanti ai propri occhi, la sua anima si affligge; egli grida, implorando clemenza, gli occhi infiammati per le lacrime, l’anima contrita per la tristezza, le ossa consumate per i rimorsi e i sospiri, tanto che con gli occhi stralunati, la pelle che ade­risce alle ossa, è come il gufo e l’uccello abbandonato solitario su un tetto (Sal 102,6)! Egli prega poi il suo creatore di non ca­stigarlo nella sua collera, perché è pronto a subire la correzione ma secondo l’amore e la misericordia di un padre clemente; lo supplica di non farlo morire “alla metà dei suoi giorni  (Sal 102,25), ma di lasciarlo vivere ancora, affinché possa offrirgli quanto gli spetta in lode, glorificazione e azione di grazie. Così David avrà assimilato integralmente l’insegnamento dello Spiri­to santo al punto da meritare la testimonianza del Signore: “Dio ha trovato un uomo [David] secondo il suo cuore” (1Sam 13,14) e ancora: “David ha parlato sotto l’ispirazione dello Spirito” (cf. Mt 22,43).

    Così David ci ha offerto, nello Spirito, un modello permanen­te e sempre attuale di meditazione perfetta secondo il desiderio di Dio. Ogni salmo è in sé una notevole opera di meditazione che già basta per iniziarci a questa forma di preghiera e che, in­sieme al resto dei salmi, ci offre una stupefacente immagine dell’intimità vissuta da David nel suo intrattenersi con il Signore.

    Il segreto dello straordinario avanzare di David risiede nella sua approfondita conoscenza della legge del Signore da lui medi­tata senza sosta.

    Sappiamo bene che la meditazione è un’arte che necessita di tempo per raggiungere la perfezione, ma il cui progredire è facile e rapido, anche se non lo si percepisce chiaramente; è ciò che ac­cade per tutte le virtù spirituali. Così, man mano che avanzia­mo, sentiamo le nostre mancanze e le nostre impotenze, tanto che quando giungiamo a un grado elevato, pensiamo di non do­ver avanzare più di un solo passo, ma è l’effetto della grazia che maschera i progressi ai nostri occhi per impedirci di cadere nella vanità e nell’orgoglio. Ogni volta che questo sentimento di im­potenza c’invade, sarà indizio – come i padri ispirati dallo Spiri­to ci hanno insegnato – che abbiamo raggiunto una tappa im­portante e che davanti a noi si staglia un’altura che necessita di un grande slancio per essere meglio superata.

     

  • 02 Set

    Immaginazione e vita spirituale

    Di Matta el Meskin

    Tra le grazie con le quali Dio ha gratificato l’uomo c’è l’am­piezza dell’immaginazione umana capace di estendersi ben oltre i limiti del mondo materiale. Il pensiero umano è in grado di abbracciare tutto ciò che si trova sulla terra e si estende ancora oltre a immaginare ciò che è nell’aldilà.

    Dio ci ha fornito di un’immaginazione viva affinché possia­mo rappresentarci gli eventi del passato, viverne, partecipare alle loro grazie e preservarci dai loro errori. Così, dalla vita di Cri­sto, dei profeti e dei santi, possiamo attingere immagini viventi e imprimerle nelle nostre vite: “Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando atten­tamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede” (Eb 13,7). “Imparate da me” (Mt 11,29).

    Unendo al presente delle nostre vite il passato con le sue im­magini vive impresse nella nostra memoria, possiamo prolungar­lo grazie all’immaginazione e concepire un avvenire migliore.

    L’immaginazione è il legame che unisce le verità del passato alle realtà del presente e alle speranze del futuro.

    Tuttavia l’ampiezza dell’immaginazione differisce a seconda delle persone; ve ne sono alcune dotate di un’immaginazione potente, illimitata, capace di concepire le cose nella loro verità senza vederle. Così, non appena il loro sguardo cade su cose or­dinarie, insignificanti per gli altri, vi vedono una bellezza e un fascino nascosti e ne traggono considerazioni di un’estrema pre­cisione e perspicacia.

    Altri non vedono negli eventi che immagini pure e semplici che nella coscienza rapidamente si dissipano, al punto che i sen­si vi prestano poca attenzione; esse passano senza lasciare nell’a­nima alcuna traccia.

    Certuni possono farsi un’idea estremamente sensibile degli eventi del passato; tutti i sensi partecipano allora al clima dell’e­vento, tanto che la persona percepisce in profondità di vivere in esso. Coloro che sono dotati di questo tipo d’immaginazione sono profondamente impressionati dalla vita di chi li ha prece­duti, possono facilmente trasporre immagini della vita dei loro predecessori e imprimerle nella propria vita; esse diventano così verità del presente.

    L’immaginazione, come ogni dono naturale creato da Dio, può deviare e, invece di essere per l’uomo causa d’elevazione e di crescita sul cammino della virtù, può trarlo in inganno, la­sciando vagabondare il suo pensiero verso il male e la passione, perdersi nelle futilità e nel distorcimento morale e consegnarsi a sogni illusori.

    Se l’uomo non diffida di questa deriva, se non governa il proprio pensiero e non controlla la propria immaginazione, sarà per lui di un’influenza disastrosa, in particolare durante la pre­ghiera.

    Dobbiamo dunque cercare di sapere come nasce l’immagina­zione.

    L’immaginazione non è un entità esistente in quanto tale, li­bera dal comportamento dell’uomo, come a prima vista può sembrare; è la risultante di molteplici forze: l’ambizione, l’im­potenza, la passione repressa, l’invidia amara, la collera e la pau­ra sono fattori che possono risvegliarla e proiettarla lontano dal mondo della verità e della realtà per supplire a ciò che l’anima è stata incapace di realizzare.

    Per questo, per curare dal vagabondaggio del pensiero nei sogni e dall’evasione dal mondo reale, si parte dall’analisi dei soggetti del pensiero vagabondo. E’ un percorso relativamente facile che uno può fare da solo. Per garantire però un risultato determinante è meglio che sia il padre spirituale a guidare una simile analisi.

    È inutile tentare di controllare il pensiero con la forza; è im­possibile. La mente continua a funzionare e il pensiero a dispie­garsi fino a quando nell’uomo c’è un soffio di vita, sia sveglio oppure dorma. Il rimedio sta nella conoscenza della ragione del vagabondaggio del pensiero nei territori del male, e poi nel per­corso necessario per trattare le cause della repressione.

    Parimenti, dobbiamo preparare al pensiero un buon terreno, perché possa installarvisi e soddisfare i propri bisogni immagi­nativi e contemplativi, esercitandolo alla contemplazione e al ri­cordo degli eventi della Scrittura e delle vite dei padri, attraver­so un sostenuto esercizio quotidiano.

    Nonostante tutto quel che possiamo dire e tutto ciò che pos­siamo fare a proposito del controllo del pensiero, in modo particolare durante la preghiera, in realtà, per l’uomo c’è un unico cammino che gli permette di raggiungere la pace interiore e il riposo del pensiero: l’amore, l’amore che sgorga dalla fede e dal­la fiducia in Dio. I metodi volontaristi del controllo del pen­siero possono riuscire a governare parzialmente il pensiero e le capacità immaginative, ma non possono riuscire a fissare il pen­siero in Dio.

    Quando nel cuore dell’uomo esplode l’amore di Dio, esso non investe soltanto la mente, ma tutti i sensi, e l’uomo tutto intero diviene bocca che parla e orecchio che ascolta: nessuna forza può più separarlo dal suo dialogo d’amore con Dio.

    Quando l’amore di Dio ne infiamma il cuore, l’uomo, non so­lo controlla il proprio pensiero e i propri sensi ma, nella propria interezza, accede anche a uno stato di quiete e di serenità pa­ragonabile al paradiso.

    Ciò dipende dal senso di sicurezza e di fiducia assoluta che si riceve alla presenza del Dio onnipotente. Il passato, con i suoi mali e i suoi tristi ricordi, è cancellato dall’orizzonte del pensiero in preghiera, nemmeno esistono più le preoccupazioni del presente con le loro esigenze, e scompare l’angoscia del futuro con le sue incognite. Ormai l’anima riposa in Dio. Ha posto in lui una fiducia illimitata, simile a quella del bimbo che riposa sul seno di sua madre.

    Uno dei più grandi misteri del nostro amore di Dio e del suo impatto sull’anima umana è, senza dubbio, la capacità di quest’amore di convincere l’anima ad affidare totalmente, semplice­mente e immediatamente, la propria volontà, la propria vita, le proprie speranze e la propria debolezza nelle mani del suo ama­to. L’uomo si alza allora per pregare, non soltanto con lo spirito chiaro e il pensiero controllato, ma anche con un senso di ab­bandono, di serenità e di calma perfino nelle situazioni d’ango­scia e di turbamento più violente e pericolose.

    L’atteggiamento del martire che avanza verso la spada del carnefice con calma e tranquillità, pregando e levando al cielo le mani e gli occhi, è immagine viva ed eloquente della potenza dell’ amore capace di vincere su tutto.

    Per colui che ama, la disposizione al dono di sé e all’abne­gazione è il miglior scudo contro tutti gli imprevisti, tutte le minacce e le angosce che, durante la preghiera, sono i fattori più potenti di turbamento del pensiero.

  • 31 Ago

    Gli effetti della preghiera

    Alexis Carrel (1941)

     

    In questo testo, tratto dal suo libro La preghiera (1941), il medico e biologo francese Alexis Carrell (1873-1944), vincitore del premio Nobel per la medicina nel 1912, spiega la necessità, quasi fisiologica, che l’essere umano ha di pregare. Con l’esercizio e la costanza nel pregare l’uomo stesso “fiorisce” nella sua personalità; si producono in lui cambiamenti e atteggiamenti che lo fortificano e lo sollevano al di sopra della proprie capacità. “Non dobbiamo vedere la preghiera come un atto ai quale si affidano solo i deboli di spirito, i mendicanti, o i vigliacchi”, afferma lo scienziato. E citando la frase di Nietzsche secondo cui sarebbe vergognoso pregare, Carrel segnala che, “in realtà, pregare non è più vergognoso di quanto sia vergognoso bere o respirare. L’uomo ha bisogno di Dio come ha bisogno di acqua e di ossigeno”.

     

    La preghiera è sempre seguita da un risultato, se è fatta in condizioni convenienti. «Nessun uomo ha mai pregato senza imparare qualche cosa», scriveva Ralph Waldo Emerson. Tuttavia la preghiera è considerata dagli uomini moderni un’abitudine caduta in disuso, una vana superstizione, un resto di barbarie.

    In verità noi ignoriamo quasi completamente i suoi effetti. Quali sono le cause della nostra ignoranza? Innanzitutto, la scarsezza della preghiera. Il senso sacro è sulla via di scomparire presso gli uomini civili. È probabile che il numero dei Francesi che pregano abitualmente non oltrepassi il quattro o il cinque per cento della popolazione. In secondo luogo, la preghiera è spesso sterile. Poiché la maggior parte di coloro che pregano sono egoisti, bugiardi, orgogliosi, farisei incapaci di fede e d’amore. Infine gi effetti della preghiera, quando si producono, spesso, ci sfuggono. La risposta alle nostre domande e al nostro amore vien data abitualmente in modo lento, insensibile, quasi non udibile. La piccola voce che sussurra questa risposta nel fondo di noi stessi vien facilmente soffocata dai rumori del mondo. I risultati materiali della preghiera sono anch’essi oscuri. Si confondono generalmente con altri fenomeni. Ben pochi uomini, anche fra i sacerdoti, hanno dunque l’occasione di osservarli in modo preciso. E i medici, per deficienza di interesse, lasciano spesso passare, senza studiarli, i casi che sono alla loro portata. Inoltre, gli osservatori sono spesso sviati dal fatto che la risposta è ben lungi dall’essere sempre quella che si attendeva. Per esempio, chi domanda d’esser guarito di una malattia organica resta ammalato, ma subisce una profonda e inesplicabile trasformazione morale. Tuttavia, l’abitudine della preghiera, sebbene sia eccezionale nell’insieme della popolazione, e relativamente frequente nei gruppi rimasti fedeli alla religione degli avi. In tali gruppi è possibile ancora oggi studiare la influenza della preghiera. E, fra gli innumerevoli effetti di essa, il medico ha soprattutto l’occasione di osservare quelli che si chiamano psicofisiologici e curativi.

    La preghiera agisce sullo spirito e sul corpo in un modo che sembra dipendere dalla sua qualità, dalla sua intensità, dalla sua frequenza. È facile conoscere qual è la frequenza della preghiera e, in una certa misura, la sua intensità. La sua qualità, invece, resta sconosciuta, perché noi non abbiamo il mezzo di misurare la fede e la capacità di amore degli altri. Tuttavia, il modo di vivere di colui che prega può illuminarci sulla qualità delle invocazioni che egli innalza a Dio. La preghiera, perfino quando è di debole valore e consiste soprattutto nella recitazione macchinale di formule, esercita un effetto sulla condotta. Essa fortifica nello stesso tempo il senso sacro e il senso morale. Gli ambienti nel quali si prega sono caratterizzati da una certa persistenza del senso del dovere e della responsabilità, da una minor gelosia e malvagità, da qualche bontà nei rapporti col prossimo. Sembra dimostrato che, a parità di sviluppo intellettuale, il carattere e il valore morale sono più elevati negli individui che pregano, anche in modo mediocre, che in quelli che non pregano.

    Quando la preghiera è abituale e veramente fervente, la sua influenza si fa chiarissima. Essa è in certo modo paragonabile a quella di una ghiandola secrezione interna, come la tiroide o la ghiandola surrenale, per esempio. Essa consiste in una sorta di trasformazione mentale organica. Tale trasformazione si compie progressivamente. Si direbbe che nella profondità della coscienza s’accenda una fiamma. L’uomo si vede così com’è. Scopre il suo egoismo, la sua cupidigia, i suoi errori di giudizio, il suo orgoglio; si piega all’adempimento del dovere morale; tenta di acquistare l’umiltà intellettuale. Così gli si apre dinanzi il regno della Grazia… A poco a poco si produce una pacificazione interiore, un’armonia delle attività nervose e morali, una maggiore resistenza alla povertà, alla calunnia, alle preoccupazioni, la capacità di sopportare, senza accasciarsi, la perdita delle persone care, il dolore, la malattia, la morte. Così il medico, che vede un malato mettersi a pregare, può rallegrarsi. La calma generata dalla preghiera è un aiuto potente alla terapeutica.

    Tuttavia la preghiera non dev’essere paragonata alla morfina. Poiché essa determina, insieme con la calma, una integrazione delle attività mentali, una specie di fioritura della personalità. Talvolta l’eroismo. Essa imprime nei suoi fedeli un sigillo particolare. La purezza dello sguardo, la tranquillità del contegno, la gioia serena dell’espressione, la virilità della condotta e, quando è necessario, la semplice accettazione della morte del soldato o del martire, rivelano la presenza del tesoro nascosto nei fondo degli organi e dello spirito. Sotto quest’influenza anche gli ignoranti, i tardi, i deboli, i poco dotati utilizzano meglio le loro forze intellettuali e morali. La preghiera — come pare — solleva gli uomini al di sopra della statura mentale loro propria per eredità o per educazione.

    Dio li ricolma di pace. E pace si irradia da loro. E pace essi portano dovunque vadano. Disgraziatamente non c’è ora nel mondo che un minimo numero d’individui che sappiano realmente pregare.

    Sono gli effetti curativi della preghiera che, in tutte le epoche, hanno principalmente attirato l’attenzione degli uomini. Oggi ancora, negli ambienti in cui si prega, si parla molto spesso di guarigioni ottenute per effetto di suppliche indirizzate a Dio o ai suoi Santi. Ma quando si tratta di malattie suscettibili di guarire spontaneamente o con l’ausilio delle cure ordinarie, è difficile sapere quale sia stato il reale agente della guarigione. Solo nei casi nei quali qualsiasi terapeutica è inapplicabile, o fallita, i risultati della preghiera possono essere sicuramente constatati. L’ufficio medico di Lourdes ha reso un grande servizio alla scienza dimostrando la realtà di queste guarigioni. La preghiera ha talvolta un effetto, per così dire, esplosivo. Vi sono malati che sono stati guariti quasi istantaneamente di affezioni come il lupus al viso, il cancro, le infezioni renali, le ulceri, la tubercolosi polmonare, ossea o peritoneale. Il fenomeno si produce quasi sempre nello stesso modo. Un grande dolore. Poi il senso d’esser guariti. In alcuni secondi, o tutt’al più in alcune ore, i sintomi scompaiono, e le lesioni anatomiche si rimarginano. Il miracolo è caratterizzato da una accelerazione estrema dei processi normali di guarigione. Mai una simile accelerazione è stata osservata finora nel corso delle loro esperienze dai chirurghi e dai fisiologi.

    Perché questi fenomeni si producano, non c’è bisogno che preghi il malato. Bambini, ancora incapaci di parlare, e non credenti sono stati guariti a Lourdes. Ma, al loro fianco, qualcuno pregava. La preghiera fatta per altri è sempre più feconda di quella fatta per se stessi. Dall’intensità e dalla qualità sembra dipenda l’effetto della preghiera. A Lourdes, i miracoli sono molto meno frequenti di quanto fossero quaranta o cinquant’anni fa. Gli è che i malati non vi trovano più l’atmosfera di profondo raccoglimento che vi regnava un tempo. I pellegrini sono divenuti turisti e le loro preghiere sono divenute inefficaci.

    Tali sono i risultati della preghiera dei quali io ho una sicura conoscenza. Accanto ad essi ce n’è una moltitudine di altri. La storia dei Santi, anche moderni, ci riferisce molti fatti meravigliosi. E non c’è dubbio che la maggior parte dei miracoli attribuiti, per esempio, al Curato d’Ars, siano veri. Quest’insieme di fenomeni ci introduce in un mondo nuovo, l’esplorazione del quale non è ancora cominciata e sarà feconda di sorprese. Quel che noi già sappiamo chiaramente è che la preghiera produce effetti tangibili. Per quanto strano ciò possa apparire, noi dobbiamo considerare vero che chi domanda riceve e che a chi batte viene aperto.

    Insomma, tutto accade come se Dio ascoltasse l’uomo e gli rispondesse. Gli effetti della preghiera non sono un’illusione. Non bisogna ridurre il senso sacro all’angoscia dell’uomo davanti ai pericoli che lo circondano e davanti al mistero dell’universo. Né bisogna fare unicamente della preghiera una pozione calmante, un rimedio contro la nostra paura della sofferenza, della malattie della morte. Qual è dunque il significato del senso sacro? E quale posto assegna la natura stessa alla preghiera nella nostra vita? In realtà è un posto molto importante. In tutte le epoche gli uomini dell’Occidente hanno pregato. La Città antica era principalmente una istituzione religiosa. I Romani innalzavano templi ovunque. I nostri antenati dei Medio Evo coprivano di cattedrali e di cappelle gotiche il suolo della Cristianità. E ai nostri giorni ancora, al di sopra di ogni villaggio s’innalza un campanile. Con le chiese, come con le università e le officine, i pellegrini venuti dall’Europa instaurarono nel Nuovo Mondo la civiltà occidentale. Nel corso della nostra storia pregare è stato un bisogno elementare come quello di conquistare, di lavorare, di costruire o di amare. In verità il senso sacro sembra essere un impulso proveniente dal più profondo della nostra natura, un’attività fondamentale. Le sue variazioni in un gruppo umano sono quasi sempre legate a quelle di altre attività basilari, il senso morale e il carattere, e talora il senso estetico. Ma proprio a questa parte tanto importante di noi stessi noi abbiamo permesso di atrofizzarsi e spesso di scomparire.

    Bisogna ricordare che l’uomo non può, senza pericolo, comportarsi secondo il piacere della propria fantasia. Per riuscire, la vita dev’essere guidata da regole invariabili che dipendono dalla sua stessa struttura. Noi corriamo un grave rischio, quando lasciamo morire in noi qualche attività fondamentale, sia essa d’ordine fisiologico, intellettuale o spirituale. Per esempio, la deficienza di sviluppo dei muscoli, dello scheletro e delle attività non razionali dello spirito in certi intellettuali è disastrosa quanto l’atrofia dell’intelligenza e del senso morale in certi atleti. Ci sono innumerevoli esempi di famiglie prolifiche e forti, le quali non produssero che dei degenerati o si estinsero, dopo la scomparsa delle credenze ataviche e del culto dell’onore.

    Noi abbiamo imparato, attraverso una dura esperienza, che la perdita del senso morale e dei senso sacro nella maggioranza degli elementi attivi di una nazione porta alla decadenza di essa e al suo asservimento allo straniero. La caduta della Grecia antica fu preceduta da un fenomeno analogo. È evidentissimo che la soppressione delle attività mentali volute dalla natura è incompatibile con la riuscita della vita.

    In pratica, le attività morali e religiose sono legate le une alle altre. Il senso morale svanisce poco dopo il senso sacro. L’uomo non è riuscito a costruire, come voleva Socrate, un sistema di morale indipendente da ogni dottrina religiosa. Le società nelle quali scompare il bisogno di pregare generalmente non sono lontane dal processo di degenerazione. Per questo appunto tutti gli uomini civili — increduli o credenti allo stesso modo — devono interessarsi a questo grave problema dello sviluppo di ciascuna attività basilare di cui l’essere umano è capace.

    Per quale ragione il senso sacro ha una funzione molto importante nella riuscita della vita? Per mezzo di quale meccanismo la preghiera agisce su di noi? Qui noi lasciamo il dominio dell’osservazione per quello dell’ipotesi. Ma l’ipotesi, sia pure audace, è necessaria al progresso della conoscenza. Bisogna che ci ricordiamo un primo luogo che l’uomo e un tutto indivisibile, composto di tessuti, di liquidi organici e di coscienza. Esso non è dunque compreso interamente nelle quattro dimensioni dello spazio e del tempo. La coscienza, infatti, se pur risiede nei nostri organi, si prolunga nello stesso tempo al di là della continuità fisica. D’altra parte il corpo vivente, che ci sembra indipendente dal suo ambiente materiale, cioè dall’universo fisico è, in realtà, inseparabile da esso. Infatti è intimamente legato a tale ambiente dal suo bisogno incessante dell’ossigeno, dell’aria e degli elementi che la terra gli fornisce. E non ci è permesso di credere che siamo immersi in una atmosfera spirituale, della quale non possiamo fare a meno più che non possiamo fare a meno dell’universo materiale, della terra, cioè, e dell’aria? Quest’atmosfera null’altro sarebbe che l’essere il quale è immanente in tutti gli esseri e che tutti li trascende, quello cioè che noi chiamiamo Dio. La preghiera potrebbe dunque essere considerata è come l’agente delle relazioni naturali fra la coscienza e il suo proprio ambiente. Come una attività biologica dipendente dalla nostra struttura. In altri termini come una funzione normale del nostro corpo e del nostro spirito.

    Riassumendo, il senso sacro riveste, in rapporto alle altre attività dello spirito, una importanza singolare. Poiché ci mette in comunicazione con l’immensità misteriosa del mondo spirituale. Per mezzo della preghiera l’uomo va a Dio e Dio entra in lui. Pregare appare cosa indispensabile al nostro sviluppo totale. Non dobbiamo vedere la preghiera come un atto ai quale si affidano solo i deboli di spirito, i mendicanti, o i vigliacchi. «È  vergognoso pregare » scriveva Nietzsche. In realtà pregare non è più vergognoso di quanto sia vergognoso bere o respirare. L’uomo ha bisogno di Dio come ha bisogno di acqua e di ossigeno. Congiunto con l’intuizione, coi senso morale, col senso estetico e con la luce dell’intelligenza, il senso sacro fa sì che la personalità possa pienamente sbocciare. Non c’è dubbio che la riuscita della vita richieda lo sviluppo integrale di ciascuna delle nostre attività fisiologiche, intellettuali, affettive e spirituali. Lo spirito è nello stesso tempo ragione e sentimento. È necessario dunque amare la bellezza di Dio. Noi dobbiamo ascoltare Pascal con lo stesso fervore con quale ascoltiamo Cartesio.

    da A. Carrel, La Preghiera, Morcelliana, Brescia, 1986, pp. 28-44.

     

  • 28 Ago

    SOLIDARIETA’: ESSERE IN RELAZIONE

     a cura di p. attilio f. fabris

    Se accostandoci al nostro mistero ci siamo scoperti soli, limitati, nel medesimo tempo avvertiamo una grande forza, un bisogno, che ci spinge a porci in relazione: il bisogno di relazione deriva dall’essenza e dalla coscienza del nostro essere persone umane.

    Siamo creati ad immagine di Dio e Dio è relazione trinitaria. La Gaudium et Spes afferma al n. 12: L’uomo, per sua intima natura, è un essere sociale e senza rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti.

    L’apertura agli altri è connaturale, stabilire e allacciare legami con gli altri risponde alla nostra natura; formare il “noi”, ovvero la comunità, è una delle nostre aspirazioni essenziali. Nessuna è un’isola autosufficiente, tutti abbiamo bisogno di relazione per completarci

    Come entrare in relazione, con quale atteggiamento? Anzitutto porsi nella percezione dell’altro come “mistero”. L’altro è un Tu differente da me, che mi sta dinanzi e mi interpella. Io non sono un oggetto per il tu e neppure il tu lo deve essere per me.

    Dall’incontro di due misteri nasce la tensione alla comunione. Per essere autentica deve sempre rispettare la soglia di “solitudine” che è il centro dell’altro. Occorre perciò riconoscere nell’altro un nucleo incomunicabile. Questo limite certo comporta sofferenza, ma senza di esso vi sarebbe fusione confusa, non ci sarebbe né un Io né un Tu.

    Il fatto che l’altro resti altro fa scattare altri atteggiamenti: innanzitutto il rispetto e l’accoglienza non giudicante. Non ne desidero l’assorbimento, la fusione che indicherebbe patologia. La vera relazione è integrazione, incontro, di due persone.

    L’intimità nasce sempre da questo tipo di incontro: essa non pone l’accento né sull’uno né sull’altro, è indipendente. Diviene clima, atmosfera di fiducia, accoglienza incondizionata.

    E dove c’è incontro c’è amore, e dove vi è amore vi è Dio.

    AD IMMAGINE DELLA TRINITA’

     Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza. Ad immagine e somiglianza della vita trinitaria.

    Possiamo affermare che l’uomo trova la sua metafisica, il suo fondamento, nella teologia trinitaria. E’ l’uomo trinitario, non chiuso in se stesso come in occidente, e neppure l’uomo che viene assorbito, fuso, o nei totalitarismi o nelle mistiche orientali. L’”uomo trinitario” è perciò per natura essere in relazione. Questo passaggio dalla comunione divina a quella umana si è attuata in Cristo, nel suo comandamento, per il dono dello Spirito, poiché nella Pentecoste avviene il miracolo dell’unità nella diversità.

    Il mistero della persona e della comunità deve far riferimento al mistero trinitario.

    Nella Trinità ogni Persona è relazione sussistente, ovvero pura relazione. Nella Trinità ciascuna persona è pienamente se stessa senza confusione in perfetta relazione.

    Questa relazione fa delle persone divine una comune-unità.

    Tutto in comune senza perdere nulla di se stesse. Non esiste confusione, fusione, ma passaggio di amore perfetto tra l’una e l’altra.

    Questo deve divenire punto di riferimento per la nostra vita. Dare tutto restando noi stessi. Nella Trinità ogni persona è dono di sé, un dono che viene comunicato all’uomo rendendolo capace di comunione nonostante il peccato.

    A nostra volta realizziamo ricevendo dall’altro, sia donando all’altro.

    Un Dio solitario non sarebbe l’Amore senza limiti. Un Dio dualizzato sarebbe l’origine di una cattiva molteplicità che deve alla fine essere riassorbita. La trinità è la pienezza dell’unita nella comunione molteplice. L’unità- trinitaria indica l’infinito superamento dell’opposizone come della solitudine. Ciascuna persona divina contiene l’unità mediante la sua relazione alle altre, non meno che per la sua relazione con se stessa (s. Giovanni Damasceno).

    Il nostro vivere la relazione allora è sorretto dalla solidarietà, che è corresponsabilità e interdipendenza gli uni nei confronti degli altri.

    Ancora la GS al n. 24 dice: L’uomo, la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso in terra, non può ritrovarsi pienamente, se non attraverso un dono sincero di sé.

    “Se noi possiamo amare è perché rispondiamo all’amore di Dio. Dio ci ama per primo. L’amore si incarna e viene a noi in Gesù, lo Spirito santo è questo amore che si effonde nei nostri cuori. Così noi amiamo Dio per mezzo di Dio, lo spirito ci rende partecipi dell’amore con cui il Padre ama il Figlio e il Figlio il Padre. L’amore ci getta negli spazi trinitari, gli spazi trinitari sono gli spazi dell’amore” (O. Clement)

  • 26 Ago

     

    Rinnegare se stessi

     

    Matta el Meskin, Comunione nell’Amore,  curata dalla Comunità di Bose ( pagg. 127-140 ), Edizioni Qiqajon 1986 – Magnago VC

    Il monachesimo è la via della vera e autentica morte al mondo, cioè a se stessi.  Perciò la comunità monastica nella quale vive è per il monaco l’arena in cui si sottopone alla morte a se stesso. Se un monaco si sottopone a questa morte in tutta verità e sincerità verso Dio, e ogni giorno incomincia a vivere in Cristo, le porte dell’Amore divino si spalancano davanti a lui. Quando l’amore divino s’accende nel suo cuore, allora finalmente la vita in comunità diventa per il monaco un nuovo mondo di amore in cui fa traboccare la sua gioia. Perciò, sia che siate giovani, sia che siate anziani nella vita monastica, riflettete bene: se la comunità monastica è diventata per voi un luogo di amore, allora avete segretamente raggiunto lo scopo della vostra chiamata e la nuova vita. “Il nostro unico compito è amare Dio e trovare la nostra gioia in quest’amore“.  Ma se ancora giudicate e inciampate di fronte  agli ordini  delle  vostre guide, agli errori dell’anziano e ai peccati del giovane, allora dovete esaminare ancora la vostra vocazione e ridiventare monaci da capo.

    La vera morte al mondo è crocifiggere se stessi: è una morte interiore che non dipende dal digiuno, da precetti o da tanti atti di culto. Dipende piuttosto, prima che da tutte queste cose, accanto ad esse ed oltre ad esse, dal rinnegamento di se stessi, dalla compiacenza a rinunciare a se stessi e dall’abbandono pronto, spontaneo e senza esitazione della propria volontà.  Questa era la via seguita dai Padri nell’istruire i novizi. Dalla vita di Samuele il confessore sappiamo che il padre spirituale gli insegnò a dire: “Sì”, “Volentieri” e “Ho peccato”, tutte espressioni piene di significato. Alcuni Padri avevano l’abitudine di dare ai loro discepoli ordini assurdi, di insegnar loro a non obiettare o discutere, per quanto gli ordini potessero sembrare loro sbagliati: la morte a se stessi infatti è più importante del successo in un qualsiasi compito.

    Se sei un giovane monaco e ti rallegri nella tua vocazione, nella tua comunità e nella tua nuova vita, sappi che tutti gli elementi che contribuiscono alla morte a se stessi e al rinnegamento di sé, tutti gli elementi che aiutano la graduale distruzione della volontà propria e delle passioni – come il sopportare l’ingiustizia, le offese e lo scherno, la noncuranza nei confronti dei tuoi desideri, il disprezzo delle tue idee, delle tue opinioni e delle tue necessità primarie, il sopportare le sofferenze e le malattie che incontri nella vita – proprio questi elementi accendono l’amore divino e ne alimentano il fuoco. Le porte dell’amore divino sono spalancate per il monaco che vuole morire a se stesso e non conoscere più la propria volontà, perché al di là della morte a se stessi nasce la forza dell’amore, perché il Signore si rivela solo nei cuori di coloro che si sono abbandonati a lui totalmente e completamente. “Se uno vuol essere mio discepolo non conosca se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,34).

    Il monaco che cerca il volto di Dio deve ricordare che il dio dell’uomo naturale è il suo proprio io; quest’uomo è pronto a sacrificare il fratello, la famiglia e Dio stesso per soddisfare le proprie passioni e i propri desideri.  Di conseguenza quando si intraprende la vita monastica inizia una lotta senza riserve tra il proprio io e Cristo. Prima di essere una guerra aperta, visibile o tangibile, essa è qualcosa di non definibile e spaventoso, qualcosa che spesso uno percepisce solo dopo aver commesso delle gravi colpe nei confronti di Cristo. Allora ci si rende conto che il proprio io è realmente impegnato in una guerra con Cristo, cerca di annientarne la presenza e di sbarazzarsi completamente della sua persona.

    Il monaco deve soprattutto comprendere che il vero culto reso a Cristo significa morte a se stessi, perché vi può essere obbedienza a Cristo solo nella rinuncia alla volontà propria; gli si può rendere onore e gloria solo in un rifiuto categorico di ogni onore e gloria nei confronti del proprio io; vi può essere un’autentica lode a Cristo solo nel ripudio di ogni vanagloria e autoesaltazione. Il vero amore di Cristo può stare solo là dove c’è l’odio di se stessi, cioè l’odio della volontà propria e di tutti i piaceri, le comodità, le abitudini e le gioie dell’ingannevole schiavitù di questo mondo.

    Allora è chiaro che il culto reso a Cristo consiste nel rinnegamento di sé e nel non conoscersi dall’inizio alla fine. Questa morte è totale, non parziale, ed è reale, non apparente; esiste infatti una morte parziale che inganna e una morte esteriore che è falsa.

    Il monaco deve esaminare con attenzione il processo di morte del proprio io, perché l’io è pieno di tranelli e inganni e usa molti stratagemmi disorientanti per far sì che la morte si presenti come illusione o come forma esterna: in tal modo esso riesce a prendersi gioco sia del monaco che di Cristo e a vivere e venire esaltato al posto di quest’ultimo. Il monaco deve sempre stare in guardia contro il culto di se stesso che in realtà è il rinnegamento e il non conoscere Cristo, qualunque sia poi il posto che occupano nella sua vita la chiesa, la croce, il vangelo, le preghiere, le prostrazioni, le lacrime e il battersi il petto!

    L’io è davvero morto quando accetta la propria morte apertamente e segretamente. Questa condizione è chiaramente percepita da tutti. Ognuno infatti si rende conto che un monaco il cui io è morto non ha alcuna volontà propria, ha abbandonato ogni polemica, ostinazione, spirito di contraddizione, ogni tranello, inganno, astuzia, ogni ambiguità, mormorazione, collera; non chiede più il rispetto preteso per paura di perdere la propria dignità, perché tutto è buono, tutto gli reca beneficio e ogni situazione e ogni cosa operano per il suo bene e la sua edificazione.  Tutto questo diventa naturalmente trasparente e chiaramente visibile, senza ricercatezza, né ostentazione o parole. Il modo stesso in cui un tal monaco lavora basta di per sé a proclamare la divina verità che egli sta avanzando saldamente e sicuramente lungo la via della morte a se stesso.

    D’altra parte, se l’io rifiuta di sperimentare segretamente la morte, esso comincia a fare qualche passo sulla strada dell’auto-rinnegamento, così da sembrare morto a se stesso, anche se in realtà non lo è. Qui la strada del falso monachesimo si divide in tre sentieri, ciascuno dei quali è un labirinto senza uscita.

    1.   Il primo falso sentiero è quello che potremmo chiamare il grande inganno. In questo stato l’io, apparentemente morto, è tanto astuto e sleale da trarre in inganno il suo “padrone” nel compimento meticoloso di ogni rito e dovere di culto e nell’incitarlo a sforzi straordinari, a un ascetismo severo e ad altre fatiche sia in pubblico che in privato. Tuttavia, dato che non è morto, gli è impossibile prestare culto a Cristo senza qualche riconoscimento umano. Così escogita tutti i mezzi possibili per rendere note le sue imprese e i suoi sforzi, al fine di attirarsi rispetto, onore, lode e affetto da parte degli altri. Quando li ottiene è soddisfatto e moltiplica i suoi sforzi, le sue regole ascetiche e le pratiche. Ma se gli vien meno questa ricompensa, perde vigore nei suoi sforzi e tentativi e le sue attività e i suoi atti di culto diminuiscono considerevolmente.

    Questo sentiero ingannevole è estremamente pericoloso; l’anima infatti è completamente asservita, crede di rendere culto a Dio, mentre in realtà sta rendendo culto al proprio io.

    Abbiamo chiamato questo sentiero “il grande inganno”, proprio perché chi lo percorre vive la vita intera nell’illusione di rendere culto a Dio, illusione creata dall’inganno del proprio io. Può accorgersi del proprio stato solo se prende atto delle tante specie di peccati segreti che commette contro Cristo: questi non possono in alcun modo essere l’opera di un uomo veramente morto a  se stesso e che vive nell’amore divino, formando un solo spirito con Cristo.

    2.   Il secondo falso sentiero può essere chiamato l’inganno esplicito.  Qui l’io non può convincere il suo “padrone” a fare grandi sforzi e così accetta di salvare soltanto le apparenze, accontentandosi solo dei compiti esteriori, ma non facendo alcuno sforzo per impegnarsi nel culto e nella lotta nascosta o negli sforzi spirituali segreti.  Questo tipo di io è manifesto alla persona interessata, in altre parole: questa conosce se stessa, vede in se stessa, è consapevole delle proprie infamie e accondiscende all’inganno di fronte agli altri.  Qui  l’io inganna solo gli altri, convincendoli di essere pio e morto al mondo, ma non inganna il suo “padrone”. Questo è il motivo per cui l’abbiamo chiamato il sentiero dell’inganno esplicito, mentre abbiamo chiamato il primo “il grande inganno”, dato che in quel sentiero l’io inganna anche il suo “padrone”.

    In entrambe queste situazioni troviamo che lo scopo dell’io che rifiuta di morire per volontà propria è quello di venir onorato, glorificato e lodato per gli atti di culto e le preghiere che compie. Questo è uno sfacciato culto di se stessi e un’usurpazione del diritto esclusivo di Cristo alla gloria e all’onore.

    3.   Il terzo falso sentiero possiamo chiamarlo errore manifesto. Qui l’io non può convincere l’individuo a intraprendere una qualsiasi attività o a fare qualche sforzo per rendere culto a chicchessia, perché l’io preferisce apertamente e chiaramente rifiutare il culto, lo sforzo spirituale e la preghiera. In questo caso l’io non chiede onore, gloria o lode con un ingannevole culto e nello stesso tempo non accorda alcun onore, gloria o lode agli altri; giunge al punto di negare il bisogno dell’adorazione stessa e rifiuta il dovere che abbiamo di faticare nel cammino spirituale, derubando così Dio di tutti i diritti che l’uomo è tenuto a riconoscergli.  Qui il rifiuto dell’amore di Cristo e la rinuncia ai nostri obblighi di rendergli culto e amarlo sono diretti e aperti. L’io qui è smascherato davanti a se stesso e a tutti nel suo errore e indossa la persona e le azioni del maligno.

    “Le vostre parole sono state dure contro di me – dice il Signore –. Ora voi dite: «Come abbiamo parlato contro di te?».  Avete detto:  «È inutile servire il Signore. Che vantaggio abbiamo ricevuto per aver custodito il suo incarico e aver camminato come in lutto davanti al Signore degli eserciti? D’ora innanzi giudichiamo beati i superbi; prosperano quelli che compiono il male e anche quando mettono Dio alla prova restano impuniti». Allora parlarono tra di loro i timorati di Dio; il Signore fece attenzione e  li ascoltò e un libro di memorie fu scritto davanti a lui per quelli che lo temono e onorano il suo nome. Essi saranno miei – dice il Signore degli eserciti – mia speciale proprietà nel giorno che io preparo, e io farò grazia ad essi come un uomo fa grazia al figlio che lo serve. Allora ancora una volta potrete distinguere tra il giusto e l’empio, tra chi serve Dio e chi non lo serve” (Mal 3, 13-18).

    Nella vocazione monastica non c’è quindi possibilità di scelta tra il morire o il non morire a noi stessi: infatti o c’è la morte a se stessi, oppure c’è il fallimento completo nella vita monastica, che terminerà con la condanna e l’inimicizia da parte di Dio.  O moriamo a noi stessi e allora perseveriamo con Cristo e viviamo con lui nello spirito giorno per giorno, ora per ora, momento per momento, mentre il suo amore arde in noi finché raggiungiamo il cielo;  oppure non moriamo a noi stessi, preferiamo essere indulgenti con il nostro io, onorarlo, lodarlo, glorificarlo e fargli festa, e allora indirizziamo ogni nostro culto, ascetismo e preghiera a onore dell’io, facendo cosi allontanare per sempre il vero Cristo dall’anima.  Verrà allora il giorno in cui il monaco si renderà conto di aver invano faticato nella sua vita a onore di un falso Cristo, che in realtà non era altro che il proprio io, che adorava e al quale rendeva culto.

    L’autentico monachesimo è la pratica della morte radicale a se stessi, cercando di spezzare tutte le strade che conducono al proprio io, così che non possa mai più risorgere e rivivere.

    Se la morte a se stessi fosse un processo il cui compimento dipendesse unicamente dalla volontà personale e dalle capacità umane, sarebbe impossibile da realizzare, perché l’io è più forte della ragione e della volontà e le pone a suo servizio. Inoltre l’io coincide con l’uomo stesso quando questi lascia via libera agli istinti naturali.

    Ma la morte a se stessi nella vita con Cristo è un processo compensativo: come prima cosa riceviamo in anticipo la forza di morire a noi stessi, prima che ci sia chiesto di intraprendere un atto di volontà. Questa forza è la forza della croce, cioè della morte volontaria a se stessi.  È una grande forza mistica, che Cristo personalmente sperimentò per primo e ci trasmise come un libero dono di grazia. Così per essa noi sappiamo con Cristo morire al mondo e il mondo può morire a noi stessi. Questa forza di Cristo, cioè la grazia della croce, non ci è trasmessa da sola, priva del pegno della gloria: ci è dato infatti di pregustare la vita eterna, e questo è il più delizioso dono di Cristo. Perciò la morte a se stessi e al mondo a causa dell’amore di Cristo ha sempre bisogno di questi due elementi di supporto: la forza della croce, per far morire l’io facilmente, e la pregustazione della vita eterna che è pegno della risurrezione, per consolarci nel faticoso processo della morte dell’io. La morte a se stessi è perciò diventata facile e dolce, nonostante la sua difficoltà e asprezza, per coloro che senza paura intraprendono la via della rinuncia radicale a se stessi e alla propria volontà a causa e per amore di Cristo. Può questa verità incoraggiarci a subire senza timore la morte a noi stessi?

    Nessuno pensi che il processo della morte dell’io sia complesso, ricco di misteri o gradi differenti. Non può essere! È estremamente semplice, non è altro che la determinazione della persona di affidare l’intera sua vita in ogni particolare, il passato insieme al presente e al futuro, senza esitazione nelle mani di Cristo, rinunciando così per sempre ai propri desideri, come un bambino affida con amore al padre quanto di più caro possiede, sicuro di ricevere in cambio qualcosa ancora migliore. Consegniamo a Cristo il nostro “io” impuro e mondano e la nostra volontà stupida e folle e al loro posto riceviamo l’Io stesso e la vita di Cristo, mentre egli ci trasporta sulle ali della sua santa volontà.

    Come sono dunque beati quelli che sono morti a se stessi! Chi infatti è morto a se stesso non teme di perdere proprio più nulla nella sua vita, perché ha già perso tutto: l’io è, per così dire, tutto ciò che appartiene all’uomo sulla terra. Costui non teme più nemmeno la morte perché le si è sottoposto deliberatamente, invece di doverglisi sottoporre – prima o poi – contro la propria volontà.

    L’io che non è morto chiede sempre di essere innalzato al di sopra degli altri, specialmente delle guide e di chi ha degli incarichi, cercando di stupire gli altri con la simulata condiscendenza nei confronti dei deboli, per accattivarsi la loro simpatia e la ammirazione della gente ed essere così elevato sopra gli altri. Si serve anche della carità, dell’offerta di doni, della cortesia, dell’adulazione e della difesa degli oppressi in modo da distinguersi dagli altri e apparire diverso dalle ingiuste, negligenti, vili e stupide guide: l’io le dipinge di fronte agli altri con queste tinte, in modo da apparire più virtuoso di loro.

    Ricordatevi di tutto questo e siate vigilanti su voi stessi. Esaminate scrupolosamente i motivi dei vostri straordinari digiuni, preghiere, veglie, dei molti e importanti gesti di servizio, della vostra straordinaria umiltà o della volontà di offrire voi stessi totalmente. Fate bene attenzione che tutto ciò sia solo a causa del vero e fedele amore di Cristo e non abbia come scopo la gratificazione personale, l’essere onorati e rispettati dalla gente.

    L’io che non è morto cerca sempre di evitare le occupazioni e le situazioni che potrebbero rivelare la sua debolezza. Si trattiene perciò dall’accostarsi a tali compiti ricorrendo a scuse svariate, come la mancanza di esperienza, l’inadeguatezza dei fratelli o la malattia. Può anche arrivare a chiedere un tempo di solitudine e di silenzio per evitare quelle situazioni e non lasciar trasparire i propri difetti.

     

    Guardatevi dunque dal seguire il vostro io e dal nascondere le sue imperfezioni, per non perdere l’occasione di purificare le vostre infermità, anche se sono all’inizio; chi infatti svela le sue debolezze fin dal loro nascere acquista al loro posto la vera umiltà e toglie per sempre di mezzo l’orgoglio. Chi invece nasconde i propri difetti, vivrà con essi per sempre. Meglio perciò subire la vergogna in questa vita che non nell’altra, davanti agli angeli e ai santi!

    L’io che non è morto non può sopportare di essere disprezzato, insultato, giudicato indegno o sminuito.  Se lasciate ancora spazio a sentimenti di astio o di amarezza, in relazione al modo in cui siete trattati da un padre, da un fratello, da un superiore o da un inferiore, voi venerate ancora voi stessi e l’amore di Cristo non è ancora penetrato nel vostro cuore.  L’uomo infatti il cui io è stato crocifisso con Cristo  ed  è morto, non solo è contento di sopportare sdegno, insulto, scherno o ingiustizia, ma addirittura li desidera ardentemente.

    L’io che non è morto non può sopportare di ricevere ordini o direttive da uno che gli è inferiore per cultura, età o stato;  questo infatti gli sembra un attentato ai suoi diritti, alle sue capacità, al suo rango.  L’uomo il cui io è morto, invece, si considera all’ultimo posto, senza alcun diritto, né capacità, né posizione sociale.

    L’io che non è realmente morto a se stesso trova da un lato molto facile scegliere per sé l’ultimo posto, ma, d’altro lato, non può sopportare che altri gli assegnino un posto appena inferiore a quello che lui considera come la sua giusta posizione.

    Questo io vive palesemente in modo conforme a un falso vangelo: per lui infatti l’adempimento del comandamento sta nel servire i propri interessi e non nell’obbedienza ai comandamenti di Cristo.

    Ricordate sempre che chi sceglie l’ultimo posto è provato con il fuoco e che, secondo le parole di Isacco il Siro, “colui che umilia se stesso per essere onorato dagli uomini, Dio lo smaschererà”.

    Il segno invece che l’io è morto è il suo amore e il suo desiderio per l’ultimo posto: egli non lo ricerca, per timore di vanagloria, ma aspetta che gli venga assegnato dagli altri!

    Se l’io che non è morto non è onorato dai membri della comunità, o è disprezzato da essi, allora odia pregare con loro e non può sopportare di stare in mezzo a loro o di cantare inni insieme e cerca sempre di evitare, per quanto possibile, queste situazioni. Ciò rivela che le sue preghiere e i suoi inni riguardano il suo onore e non quello di Dio o l’amore di Cristo. Si vede così quanto può essere falso il culto a Dio!

    Quanto invece all’io che è morto, per lui la comunità è un luogo di amore, vita, gioia e lode a causa della presenza del Signore. L’anima che ama i fratelli ha attraversato la morte ed è giunta alla vita, perché il Signore è sempre presente in mezzo alla comunità.

    Un monaco può non riuscire a mettere radicalmente a morte il proprio io e  così essere incapace di trovare la via stretta. Per una tal persona, quanto più aumenta la sua conoscenza, tanto più ardua diventa la sua salvezza; quanto più si addentra nei segreti della virtù, sia per quel che legge che per quel che ascolta, tanto più diventa incapace di praticarla, poiché il suo io, che non è stato spezzato, lo inganna appagandolo con la conoscenza, quasi questa potesse sostituire le sue opere. Ciò accade perché l’io sa bene che il compimento delle vere opere ha come sicura conseguenza la sua morte ed egli non vuole morire! L’io inganna il monaco e lo illude, facendogli credere di possedere tutte le virtù dei santi di cui legge la vita e di non aver bisogno di sforzarsi o di compiere alcunché, perché è già perfetto. Non appena sente parlare di qualche virtù o opera buona pensa di possederne anche di migliori, perché l’io fa suo tutto ciò di cui sente parlare e lo rivendica per sé.  Quest’uomo si inebria dell’amore di sé, loda se stesso di fronte agli altri e ne provoca gli elogi. Secondo lui, nessuno è alla sua altezza e ognuno ha capacità inferiori alle sue. Se possiede un difetto evidente, lo imputa agli altri o alle circostanze; se ne possiede uno di nascosto, lo tiene segreto anche al proprio padre spirituale. Se commette un errore senza essere visto, insiste che gli altri sono i colpevoli e se è colto sul fatto tira fuori un sacco di scuse per provare la sua innocenza. Per lui, i suoi peccati sono leggeri, mentre gli sbagli degli altri sono crimini imperdonabili. Esprime rammarico solo per evitare critiche e chiede scusa solo per conservare la propria posizione. A poco a poco il pentimento diventa per lui una debolezza e lo scusarsi una vergogna.

    Se non volete essere così, cercate fin dal primo momento della vostra vita monastica di mettere in atto, sperimentare e praticare solo ciò che è fonte di virtù e non le opere o gli scritti degli altri. Imparate come esporre con semplicità il vostro io a tutto ciò che può metterlo sotto il potere della croce, perché questa è la morte volontaria, in modo da intraprendere la via della virtù attraverso la porta della croce e non attraverso quella della ragione. Cercate anche di mettere in pratica quel che predicate e di parlare solo di ciò che avete sperimentato, non di quello che avete letto o di cui avete sentito parlare; come dice Paolo, “Noi ci vantiamo indebitamente di fatiche altrui” (2Cor 10,15); “Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi” (2Cor 3,5); “Perché nessuno mi giudichi di più di quello che vede o sente da me” (2Cor 12,6); “Perché non colui che si raccomanda da sé viene approvato, ma colui che il Signore raccomanda” (2Cor 10,18).

    È possibile anche che un monaco perda la capacità di mettere a morte il suo io quando è ormai a metà strada, dopo aver assaggiato e preso parte ai doni di Dio. Ma la brama di conoscenza si impadronisce di lui ed egli desidera diventare uno studioso dei misteri dello Spirito, cercando la gloria mondana e abbandonando il confortevole seno di Dio e quella semplicità che introdusse i pescatori di Galilea al libero dono della sapienza dello Spirito. Tale monaco si smarrisce dalla via della salvezza dopo essersene mostrato degno e questo lo rende costantemente nostalgico del passato e lo fa sentire di giorno in giorno sempre più smarrito e disorientato. Egli non ha però la forza di tornare sui propri passi, perché il suo io si è ora insuperbito a causa delle conoscenze raggiunte e la via stretta è in realtà diventata per lui gravosa e ripugnante. Le opere di penitenza di un tempo diventano per lui amare e aspre perché l’io si è gonfiato a causa del sapere. Così, pensando che tornare sui propri passi è così difficile da sembrare impossibile, s’inoltra di giorno in giorno lungo vie sempre più perverse e scivolose. Il problema di un io siffatto è che si vergogna sempre di se stesso. Accetta facilmente la lode, ma poi la rivomita, quando si ricorda della propria debolezza e dell’umiltà di un tempo. Ama l’onore, ma non vi trova alcun conforto. Le cattedre dell’insegnamento sono estremamente allettanti, ma sedersi su di esse è immediatamente motivo di pena, a causa dell’amaro rimorso per il passato di umiltà. L’io si rende conto che la volontà propria mette radici e che questo costituisce un insulto alla volontà di Dio, ma la dolcezza del frutto della disobbedienza e la bellezza dell’albero della ribellione non lasciano vedere le loro conseguenze. E così l’io assapora lo smarrirsi lontano da Dio, fino a quando, alla fine, si desta unicamente per constatare di essere completamente fuori strada, lontano dall’albero della vita e anche dall’albero della conoscenza.

    Se dunque volete restare al sicuro fino alla fine sulla strada della morte a voi stessi, seguite la via stretta del pentimento, fino al giorno della morte. Non siate sedotti dal sapere, che vi rende sicuri di voi stessi. Al contrario aggrappatevi alla semplicità, che conduce alla profonda sapienza dello spirito. Fate della confessione delle colpe la vostra occupazione redditizia, e non muovete nemmeno un passo sulla via del sapere spronati dal desiderio della gloria mondana, se non volete precipitare, ancora giovani, nell’abisso.

    Esiste un tipo di io che non è morto a se stesso il quale, quando la conoscenza legittima gli risulta troppo difficile da portare, arso com’è dalla fama mondana a basso prezzo, dà via libera al suo padrone, inducendolo insistentemente a diventare un ladro al servizio del proprio io, rubando per lui non oro o argento, ma i detti, le azioni e i pensieri dei Padri, prendendoli dai loro libri o dalle loro labbra e attribuendoli a se stesso, così da essere lodato per cose che non gli appartengono. Si illude di dar gloria a Dio. “Ma se per la mia menzogna la verità di Dio risplende per sua gloria, perché dunque sono ancora giudicato come peccatore? […]. Come alcuni […] ci calunniano dicendo che noi [così] affermiamo” (Rm 3,7-8). Questo io rende infelice il suo padrone, poiché, senza che egli se ne renda conto, lo opprime con molti peccati e iniquità che non sono meno gravi di quelli commessi da un delinquente comune, mentre appare agli altri un ministro della virtù e un rappresentante della rettitudine.

    Vigilate dunque e siate ben attenti alla mortificazione del vostro io. Condannatelo prima che vi condanni.  Privatelo di quanto gli appartiene, così che non possa usurpare ciò che appartiene agli altri. Poiché se queste cose sono insopportabili e riprovevoli per una coscienza libera, quanto più lo sono per Dio!

    Esiste un tipo di io tirannico, astuto e ingannatore che domina e rende schiavo il suo padrone allo stesso modo in cui un ipnotizzatore rende schiavo chi è in suo potere. Lo sprona con continui incitamenti ad avere visioni e sogni durante il sonno, tutti frutto delle macchinazioni dell’io, in complicità con le sue passioni e le sue aspirazioni. Essi sembrano tutti facilmente applicabili agli eventi quotidiani, e armoniosamente connessi, quasi fossero reali. L’individuo si sveglia solo per credere di essere diventato un santo durante la notte! Comincia a dire in giro le sue visioni e i suoi sogni altamente significativi e tutti sono stupefatti da questo io, lo lodano e lo glorificano come se fosse un santo dotato di doni di illuminazione, rivelazione e profezia. Egli così si illude ancor di più, convinto com’è che sia tutto vero, mentre in realtà è tutto opera di autosuggestione per mezzo di concetti mentali e fantasie imposti all’animo debole dall’ambizioso io. Questi costringe la mente a rappresentare, nel sonno o nel dormiveglia, con logica sorprendente, ciò che egli desidera, o ciò che teme, a tal punto che l’io sembra possedere una natura superiore a quella delle altre persone e soddisfà così la sua ambizione. Quando l’io non riesce a tenere sotto controllo il suo padrone, così da soddisfare le sue brame con opere, parole e capacità pratiche, lo costringe a usare concetti mentali in sogni o visioni di estrema chiarezza, così da compiere ciò che non è riuscito a fare nella realtà tramite le capacità e risorse pratiche e così che l’io sia glorificato in ogni modo e a ogni costo.

    Siate dunque attenti e vigilanti fin dall’inizio. State in guardia contro gli ingannevoli trucchi dell’io e le sue ambizioni e speranze, perché se riesce a sfuggire alla morte nonostante la vostra vigilanza, in realtà comincerà a vivere nelle visioni e nei sogni, comandando a tutti i talenti dell’anima e della mente di lavorare per la sua definitiva lode e glorificazione quale io soprannaturale. Solo un rifiuto totale sia delle visioni che dei sogni può impedirgli di procedere su questa strada; tuttavia, per assicurare il vostro progredire lungo la stretta via della salvezza, è possibile che visioni e sogni siano concessi a quelli la cui statura spirituale è elevata e la cui salvezza non corre pericolo.

    L’io che non è morto odia ed evita la confessione, perché la confessione lo condanna e lo espone. Ma l’io che è morto o è disposto a morire, trova conforto nella confessione e la ricerca con gioia, superando ogni ostacolo, perché nella confessione viene purificato e purificato nuovamente, fino a diventare candido.

    L’io che non è stato messo a morte, se decide di non morire, nasconde i propri difetti nella confessione. Comincia allora a diventare aggressivo nei confronti della confessione e del suo confessore, accusandolo di ignoranza, trascuratezza o parzialità e fa di questi pretesti una barriera definitiva che gli impedisce di esporre i propri difetti.

    L’io che non è stato messo a morte e che ha deciso di non morire non trova vantaggio nelle parole o nei consigli del padre spirituale, anche se questi fosse lì a consigliarlo ogni giorno e ogni ora. Le sue parole diventano per lui un peso insopportabile. Ma l’io che è morto, o che è pronto a morire, a una sola parola del padre spirituale si lancia lungo la via della vita eterna e corre senza stancarsi; le parole di rimprovero gli sono dolci come il miele.

    * * *

    Coraggio, fratelli!  Ecco, lo Sposo – che amiamo ma non possiamo vedere – viene come un ladro nel mezzo della notte per sorprenderci. Vegliamo dunque per poterlo ricevere e beato colui che Egli troverà vigilante.

  • 19 Ago

    Figli del Padre

    sintesi a cura di p. Attilio Fabris

    La prova, il cammino nel deserto,  e la decisione della conversione hanno preparato il terreno ad una ulteriore fase che è quella della nascita di un uomo nuovo. Si tratta dunque di un lavoro (una sinergia) che giunge fino alla radici della totalità del nostro essere. Un cammino scevro da illusioni create da una falsa immagine di Dio e di esperienza spirituale. E’ invece esperienza di quell’ ”amore folle” con il quale Dio non cessa di cercare l’uomo. Sarà esperienza che il verso protagonista del nostro cammino spirituale è  lo Spirito che ci è stato dato in dono.

    “Fa’, o Padre, che io ricerchi te, salvami dall’errore, e nel cercarti, fa’ che non trovi niente al tuo posto. Se non desidero altri che te, fa’ che ti trovi, o Padre. Se vi è in me alcun desiderio superfluo, tu stesso mondami e fammi capace di vederti” (s. Agostino Soliloqui, 1,1.6).

    La ristrutturazione della totalità del nostro essere verrà a toccare perciò tutti i nostri dinamismi che vengono purificati e trasformati: è un cambiamento radicale di cuore-mente-volontà. Il cammino spirituale dovrebbe portare l’uomo a scoprirsi figlio di un Padre che è nei cieli. E’ scoperta di se stessi, della propria dignità, della propria vocazione esistenziale.

    Se scopro Dio come Padre allora ricevo ogni cosa come un dono. Sono libero dal bisogno di “conquistare” Dio con la mia presunta santità. Di guadagnarmi con le mie mani. Scopro che mio primo compito non è la mia perfezione, ma il saper ringraziare e godere dei doni di Dio: arrivare a dire con gioia: Abbà, Papà!

    Paura e inerzia

     Certo oggi non è facile parlare di padre. La nostra cultura ha reso ambigua la sua immagine (il padre-padrone) per cui si corre da una ricerca affannata di una società senza padre a fenomeni di dipendenza, di identificazione con un leader e con il gruppo. La nostra esperienza di Dio potrebbe essere disturbata da questa atmosfera: si vive un rapporto fatto di paura e timore oppure ci si accontenta di proseguire trascinati dagli altri senza la capacità di prendere una nostra decisione personale e creativa.

    Un padre che fa festa

     Gesù ci assicura che Dio fa festa per il peccatore pentito, non la fa per i 99 giusti che non hanno bisogno di conversione. Perché fa festa? Perché il peccatore gli dà occasione di manifestare pienamente il suo essere padre: un Padre di misericordia (come fa pronunciare la formula di assoluzione).

    Di conseguenza che dinanzi a Dio riconosce con umiltà il suo essere peccatore fa esperienza di essere figlio perché sempre amato e accolto dalle braccia misericordiose del Padre. Solo il figlio può sentire il dolore di aver offeso il padre. Chi si ritiene senza colpa non ha bisogno di perdono né di un padre che lo accolga. Si costruisce una sua perfezione senza capire che tutto quel che ha lo ha ricevuto in dono.

    Prendiamo coscienza che non si sentiamo mai abbastanza figli, e che nei confronti di Dio Padre, lo percepiamo come padrone, un datore di lavoro e di ricompense: Siamo un po’ tutti come il figlio maggiore della parabola. Viviamo sì in casa del padre ma più come schiavi che come figli.. Ne deriva che non ci sentiamo così poi tanto peccatori: siamo dei buoni osservanti che hanno sempre obbedito ma senza gioia.

    Il Dio che è Padre ci converte dalla paura e dalla presunzione, non ci chiede di essere perfetti, né ci consente di sentirci tali, ma ci invita alla sua festa per condividere con noi anche la sua gioia.

    “Con tutte le forze”

     A Dio che ci ha donato ogni cosa, anche lo stesso desiderio di cercarlo. Siamo chiamati nella libertà a rispondere. La nostra decisione se è autentica deve incidere sulla nostra vita e cambiarla. Nessuno può amare Dio se non lo vuole con tutte le proprie forze.

    Ciò comporta il coraggio di fare delle scelte: non basta una scelta fatta una volta per tutte. Occorre rinnovare tale scelta ogni giorno, qui e ora. Esiste sempre il rischio dell’inerzia e del riflusso (ci si accontenta di ripetersi), cessa ogni cammino e ogni tipo di crescita: tutto a un certo momento viene a noia. Il credente è un viandante: se si ferma o perde il gusto del cammino, la sua fede è in pericolo. Si deve avere il coraggio di fare un tipo preciso di scelte: o scegliamo Dio o noi stessi. Fare esperienza di Dio significa ispirare la nostra esistenza secondo precisi criteri. Quali?

    Decisioni coerenti

             Non basta essere convinti che è bene fare; bisogna operare concretamente. E’ impossibile credere davvero in ciò che non si vive quotidianamente, perché i valori che si sono professati restano vivi nella misura in cui trovano espressione in atteggiamenti corrispondenti. Se desidero incontrare Dio devo pormi in uno stile di vita coerente: e questo a partire dalle piccole scelte quotidiane.

    Decisioni significative

             Decisioni forti, portate fino in fondo.

    Si tratta di:

             – Scelte umane: non deve essere frutto solo di un atto di volontà. Sono scelte ragionate e desiderate (anche quelle piccole). Chi vive questo, vive nella libertà: può permettersi di fare anche il “tappabuchi” senza sentirsi umiliato. Ha scoperto che l’importanza dei suoi gesti non gli deriva dalla risonanza sociale che essi possono avere, ma unicamente dall’amore che ci mette dentro e dalla verità con cui liberamente si prefigge lo stesso scopo: cercare Dio in tutto.

              – Decisioni sofferte: rinunce che costano. Si rinuncia a qualcosa per qualcosa di più grande: il Signore. Attraverso queste scelte si entra nello spirito delle beatitudini. Sia arriva al punto che più le decisioni costano più ci si sente beati evangelicamente gustando una nuova conoscenza di Dio. Quel nesso misterioso tra sofferenza e amore fa sì che si ami maggiormente ciò per cui si è sofferto. Chi non “soffre” Dio non lo può né conoscere né amare. “Agire è scegliere, e per conseguenza decidere, tagliar corto e, pur adottando, rifiutare, respingere. Edificare è sacrificarsi; ma la decisione non è un colpo di forza interiore, cieco e arbitrario: è la persona tutta intera rivolta al suo avvenire, concentrata in un atto duo e ricco, che riassume la sua esperienza e integra in essa un’esperienza nuova. I rifiuti che l’accompagnano sono rifiuti reali, imbarazzanti e talvolta laceranti: non sono mutilazioni. Essi parlano di una pienezza esigente, e non di indigenza: perciò sono creativi” (P. Grieger).

             – Decisioni autotrascendenti: sono scelte di vita in cui l’unico obiettivo è il Signore. Il tesoro nel campo per cui tutto si vende. Si tratta di decisioni che vengono a purificare sempre più le nostre motivazioni, spesso tanto contaminate dal nostro egoismo. Questo è un cammino molto lungo.

  • 17 Ago

    Perdonerai settanta volte sette

    di p. Attilio Franco Fabris

    Buona parte delle offese che ci infliggiamo sono spesso causate da abituali difetti di carattere. Questi difetti fanno sì che la persona avverta in se stesso quasi la presenza di due personalità diverse. Nonostante tanti e tanti sforzi, le sconfitte sono sempre presenti. Allora come devo reagire di fronte a questi difetti sia nel caso che sia io l’offensore, come in quello in cui io ne sia la vittima?

    Dobbiamo notare il fatto che si tratta di comportamenti che nessuno approva quando è sereno, ci si accorge che dissentono con quei valori in cui si crede. La coscienza rimorde provocando un sentimento sgradevole quando si rientra in se stessi prendendo coscienza del proprio errore. Sino a quando questo succede è anche un bene!

    Non si tratta dei peccati più gravi. Quelli peggiori sono invece quei comportamenti che non provocano più rimorsi di coscienza, quelli che sono ormai “internalizzati”.

    Scrive un autore: Il peccato non è che il terminale logico di un processo semicosciente di piccole scelte e di grandi giustificazioni che, a lungo andare, finiscono col convertire in logica, in coerenza e, forse, anche in necessità, il male che si compirà più tardi. In questo mondo la grande forza del male risiede in questi processi misteriosi… grazie ai quali un giorno il male arriverà a sembrare plausibile o necessario… L’uomo non si consegna mai alla mostruosità fine a se stessa, ma ad una mostruosità che è il risultato finale di un processo sottile, grazie al quale ciò che è mostruoso viene spogliato del suo essere terribile, fino ad apparire logico e necessario (Gonzàles Faus, Este es el hombre).

    Allora non si tratta più di una “scappatella”, ma dello stabilirsi in noi in modo permanente e sempre più inconscio di un ordine di cose pienamente assimilato. Il vero peccatore non è colui che, dopo un eccesso d’ira, si sente un disastro nel suo intimo, ma colui che giustifica pienamente i propri eccessi e non riesce più ad allontanarli criticamente. (cfr. il marito violento che cerca argomenti per giustificare il suo modo di agire). I peccati così diventano “logici, coerenti, necessari, plausibili, privi di mostruosità”.

    Quanto è necessaria allora una efficace disciplina penitenziale al fine di aiutarci a non arrivare a quel punto. Non potremo forse giungere ad estirpare i nostri vizi, ma certamente potremo evitare che questi si convertano in qualcosa di “pienamente giustificato”, impossessandosi del nostro io più profondo. Bisogna disattivare pazientemente, mediante il pentimento e la confessione tutte le nostre “piccole scelte e le grandi giustificazioni”.

    E’ a questo punto che rientra l’ammonimento del Signore del chiedere perdono settanta volte sette: Allora Pietro si fece avanti e gli domandò: «Signore, quante volte, se il mio fratello peccherà contro di me, dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Mt 18,21-22).

    Il maggiore ostacolo al pentimento è pensare che non serve a nulla, dal momento che si tornerà di nuovo a peccare. Questo è il grande intralcio alla  vera disciplina penitenziale, la pietra di scandalo nella quale molti inciampano, abbandonando la lotta contro i propri difetti, lasciando che il male prenda sempre più radici in noi.

    Sul pianeta del piccolo principe, c’erano, come su tutti i pianeti erbe buone e erbe cattive. Di conseguenza dei semi buoni e dei semi cattivi. Ma i semi sono invisibili. Essi dormono nel segreto della terra fino a quando qualcuno di loro non si sogna di svegliarsi. Allora esso fa spuntare timidamente verso il sole un germoglio piccolo e verde, inoffensivo. Si tratta di un germoglio di ravanello o di rosa, si può allora lasciarlo crescere come vuole. Ma se si tratta di un pianta cattiva, bisogna strapparla subito, appena la si riconosce.

    Ora vi sono dei semi terribili sul pianeta del piccolo principe… sono i semi di baobab. Il suolo del pianeta ne era infestato. Ora di un baobab, se  si interviene troppo tardi, non è più possibile sbarazzarsene. Egli occuperà tutto il pianeta. Lo attraverserà con le sue radici. E se il pianeta è troppo piccolo, e se i baobab sono numerosi, alla fine sarà distrutto.

    “E’ una questione di disciplina – mi disse più tardi il piccolo principe. Quando ho terminato  le pulizie del mattino, bisogna accuratamente fare le pulizie del pianeta. Bisogna imporsi regolarmente di strappare i baobab e distinguerli dalle rose alle quali essi rassomigliano molto quando sono piccoli. E’ un lavoro noioso, ma molto facile” (A. De Saint-Exupery, Le petit prince, V).

    Anche l’effetto dei nostri peccati sugli altri è molto diverso quando li confessiamo e ci pentiamo. E’ molto più facile ottenere il perdono. Quanto invece diviene insopportabile e terribile convivere con persone che giustificano il loro atteggiamento sbagliato.

    Ma ritorniamo al brano evangelico citato: nel brano parallelo di Luca, a differenza di quello di Matteo, appare chiaramente che il perdonare “settanta volte sette” si riferisce all’offensore: Se il tuo fratello pecca, ammoniscilo e, se si pente, perdonalo; e se pecca contro di te sette volte al giorno e sette volte torna a dirti: “Mi pento”, devi perdonarlo (Lc 17,3-4). Le differenze con il testo di Matteo sono evidenti. Luca non parla di “settanta volte sette”, dice semplicemente “Sette volte”, ma aggiungendo “al giorno”. In modo diverso, mette ugualmente in risalto la ripetitività dell’offesa. Ma, soprattutto, l’elemento di novità è che il testo di Luca presuppone il pentimento e la richiesta di perdono da parte dell’offensore, il quale ritorna per dire: “Mi pento”.

    Allora perdonare non significa in alcun modo “dissimulare l’offesa ricevuta”, il “far finta di niente”. Col nostro “passar sopra” infatti contribuiremmo a rinsaldare la cattiva coscienza dell’offensore. Non sempre il nostro silenzio è sintomo di “carità” verso l’altro. Luca dice che dobbiamo “rimproverare” “correggere” il fratello. Soltanto quando costui si pente entra in gioco il nostro dovere di perdonare “sette volte”.

    Ora, in ogni famiglia, in ogni comunità, occorrerebbe avere il coraggio di affrontare le tensioni e le sofferenze. Le amarezze, i risentimenti se si accumulano, non trovando soluzione in una continua riconciliazione, alla fine raggiungono livelli di tossicità mortali per la vita di comunione. (cf. la necessità della correzione fraterna e della revisione di vita). Il consiglio della scrittura è molto esplicito: Se vi capitasse di adirarvi, cercate di non peccare; che non tramonti mai il sole sulla vostra ira (Ef 4,26-27).

    Madre Basilea Schlink, fondatrice di una famiglia religiosa che possiede il carisma della ricerca di una continua riconciliazione tra i suoi componenti, scrive nella regola: Riconciliati! Non essere mai inimicato con nessuno. Va’ da quella persona verso la quale nutri nel tuo cuore qualche risentimento, o lei contro di te, e lascia che sopraggiunga l’amore. Qui comincia il regno dei cieli. “Non tramonti il sole sopra la vostra ira”: se ci addormentassimo in questo stato forniremmo all’ira il modo di impadronirsi del nostro sonno, di infiltrarsi nelle zone profonde dell’inconscio, trasformando in simboli permanenti parole e azioni negative della giornata. Rimane valida la massima dell’ascetica più classica di “arrestare il male al suo inizio”.

    Doroteo di Gaza scrisse una pagine esemplare su questo tema: Un uomo accende un fuoco, un piccolissimo fuoco; è soltanto un carbone acceso. Esso raffigura la parola del fratello che ti offende… Se riesci a sopportarla, spegni il fuoco. Al contrario, se ti fermi a pensare: “Perché mi ha detto questo?”, come colui che ravviva la fiamma, getti sul fuoco dei ramoscelli verdi, legna bagnata che fa molto fumo, turbandoti… Il turbamento non è altro che l’afflusso di pensieri che eccitano ed esaltano il cuore, e questa esaltazione ti spinge a vendicarti dell’offensore… Se all’inizio del turbamento, appena appaiono il primo fumo e le prime scintille, ti fai avanti per accusare te stesso, prima che scatti la fiamma della collera, mantieni la pace. Al contrario, se una volta che è stata provocata la collera, non cerchi di calmarla e, anzi, insisti nell’accrescere il turbamento e l’esaltazione, è come se gettassi della legna sul fuoco per mantenerlo vivo finché tutto brucia” (Istruzioni, VIII, 89,91).  Gesù nel vangelo ammonisce: Mettiti d’accordo con il tuo avversario subito, mentre sei per via con lui, affinché l’avversario non ti consegni al giudice, il giudice al carceriere e tu sia gettato in prigione. In verità ti dico: non ne uscirai, finché non avrai pagato fino all’ultimo quadrante. (Mt 5,25-26).

    Fa’ la pace col tuo avversario prima che la situazione precipiti e ti sfugga di mano; riconciliati subito prima che tutti e due arriviate ad un punto da cui sarà poi difficile tornare indietro. L’immagine del carcere rappresenta una situazione, un luogo da cui è molto difficile poter fuggire. Ricerca la pace: quando si tratta di offese, la cosa importante non è sapere chi ha cominciato ad offendere per primo, ma chi dei due avrà il coraggio di fare il primo passo verso la riconciliazione.

    per la meditazione

    1. Esamino la mia vita nei miei rapporti con gli altri. Esistono comportamenti che desidererei non esistessero? Quali sono? Ne ho coscienza, o rischiano di divenire “plausibili e necessari”?
    2. Il maggiore ostacolo al pentimento è pensare che  non serve a nulla perché si tornerà di nuovo a peccare.
      Avverto in me questo tipo di ragionamento?
      Sono al contrario disposto ad una disciplina penitenziale che mi conduca ad avere sempre  coscienza di quegliaspetti che in me hanno ancora bisogno di conversione e purificazione?
    3. Riesco a riconoscere il mio sbaglio e a chiedere perdono, oppure mi ripugna fare questo? Perché?Lascio che la mia “ira” covi in me i suoi veleni o cerco immediatamente la strada del perdono e della riconciliazione?
    4. Ho il coraggio di dire al fratello il suo errore? Faccio finta di niente? ortante (anzitutto per me!) la correzione fraterna e la revisione di vita? Cosa potresti fare affinché nella tua comunità ci si aiuti in questa direzione?

     

     

  • 16 Ago

    Signore, insegnaci a perdonare

     d p. Attilio F. Fabris

    Il Padre nostro con la sua richiesta di perdono dei nostri debiti diviene una scuola di misericordia; lì sono invitato a prendere coscienza del mio peccato e del mio bisogno di perdono. Un dono questo che si salda strettamente con l’ingiunzione di perdonare ai nostri debitori. “Va’, e anche tu fa lo stesso” (Lc 10,37).

    Quali caratteristiche ha il perdono, la misericordia, del Padre? Esso non è né uno sconto, né un condono. Non è un lasciar perdere, un far finta di niente. Non è neppure un perdono gratificante concesso ad un bambino viziato.

    Dio prende sul serio il mio peccato. Realtà talmente tragica da dover esigere il sacrificio del Figlio prediletto. Il perdono del Padre che passa attraverso la croce del figlio fa sì che ci sia dato un cuore nuovo dall’effusione fatta dello Spirito. Un cuore a misura del suo stesso cuore; e quindi capace di perdonare come ne è capace lui.

    Ci trasforma così in strumenti di misericordia e riconciliazione.  Perdonare è quindi dono di Dio, e chi perdona fa esperienza dell’amore del Padre, nella misura in cui il suo perdono si rapporta a quello divino.

    PERDONO CREATORE

    Il perdono del Padre ci precede sempre, è perfettamente gratuito. Ancora: esso possiede una infinita capacità creativa, capace di rigenerare alla vita.  Il perdono è gesto gratuito, non legato alla richiesta dell’altro e neppure al suo pentimento. Non ci si interroga su chi deve fare “il primo passo”, non sta ad analizzare se vi siano segni o no di pentimento, non pone condizioni del tipo “Ti perdono se…”

    Il perdono è gesto umile. Esso non umilia mai. Vorremmo vedere l’altro battersi il petto riconoscendo il proprio peccato, e noi prenderemmo l’occasione per far pesare ancor più la sua colpa. Il perdono che procede dalla misericordia divina non ha queste caratteristiche, esso passa accanto all’altro con mitezza e discrezione

    Il perdono più che un atto è un atteggiamento di vita: E’ un modo di porsi di fronte all’altro e alla sua debolezza. E’ più uno stile di vita, uno sguardo di magnanimità e comprensione, incapace di scandalizzarsi della miseria dell’altro.

    Il perdono autentico è sincero; ovvero dice una volontà reale di accoglienza e comunione. Un desiderio di ricostruire ciò che è stato infranto. Che sia sincero non significa che non sia sofferto e faticoso.

    Non mette perciò in conto il passato poiché è rivolto maggiormente al futuro nuovo.  Il perdono è ancora un messaggio di stima e di fiducia, un dire all’altro la sua bontà oggettiva che mai può venir meno. Perdonare vuol dire perciò entrare nella convinzione che il fratello sia sempre migliore di quel che appare. Perdonare allora non è passar sopra, un far finta di niente. Al contrario è forza che provoca la scoperta e la rivelazione della propria identità.

    PERDONO REDENTORE

    Confessare il nostro peccato e riceverne il perdono genera in noi una disposizione alla misericordia. Si tratta di una misericordia concessa in maniera sovrabbondante, non si accontenta del concedere il minimo per ristabilire la relazione. E’ disponibile ad andare al di là, capace di perdonare settanta volte sette senza paura di passare per eroi  o per fessi.

    Si tratta di una misericordia che è amore che va al di là della “giustizia”. Un perdono concesso senza amore non è un vero perdono. Non c’è più solo la motivazione dell’utilità o dell’importanza del rapporto, ma quella più nobile e vera del sentirsi responsabili dell’altro. Per perdonare, occorre ricordarlo, non occorre essere in due.

    Un perdono gratuito sembra un atto ingenuo. Paolo VI quando si inginocchiò di fronte agli “uomini” delle brigate rosse sembrò compiere un atto patetico ed inutile visto poi il triste epilogo della vicenda. Ma fu un gesto profetico, come quello di Giovanni Paolo II quando andò a visitare il suo attentatore in carcere. Sono gesti profetici capaci di seminare nei solchi della nostra storia dei semi diversi da quelli della violenza e della legge del taglione. Sono semi del regno di Dio.

    PERDONARE DA PECCATORI

    C’è ancora un aspetto da sottolineare. Quando perdoniamo lo facciamo sempre da peccatori, mai da giusti. Non dobbiamo avere vuoti di memoria quando perdoniamo agli altri. Non dobbiamo porci ad un livello superiore sentendoci sempre più… giusti!

    Noi perdoniamo da peccatori riconoscendo che il perdono è più da condividere che da concedere: è attingere da un dono che proviene dall’Alto. Comprendiamo a questo punto che il perdono non solo da dare ma anche da chiedere. Onestà e trasparenza verso noi stessi.

     

     

     

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