• 19 Feb

    Il Signore risorto si fa presente alla Chiesa perseguitata, diventandone il punto di appoggio che la libera dalla paura e la abilita alla testimonianza.

     Contesto

     Il contesto del brano è dato dai primi versetti dell’Apocalisse, che introducono l’intero libro con un prologo (Ap 1,1-3) e un saluto liturgico (1,4-8).�
    Nel prologo, Giovanni presenta il tema del libro.  Si tratta della «rivelazione di Gesù Cristo» e del risultato felice che essa produce in chi la accoglie e la mette in pratica: la proclamazione e l’ascolto portano alla beatitudine.�
    La destinazione dell’Apocalisse alla lettura in un’assemblea liturgica fa da sfondo a tutto il libro.  La forza del messaggio e la conseguente urgenza dell’ascolto danno preziosità al tempo: «il tempo è vicino», esso è ormai la grande opportunità da non perdere (v. 3).
    Con il saluto liturgico inizia propriamente la grande lettera alle Chiese che è il libro dell’Apocalisse: «Giovanni, alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace … » (v. 4).  Qui egli riassume il valore della Pasqua di Gesù con diversi titoli: «il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra» (v. 5). Gesù è il testimone che ha deposto a favore della bontà della causa di Dio tra noi; egli ha aperto per tutti la strada della vita; la sua guida della storia non può essere messa in scacco.  La comunità cristiana sa che tutta la storia è sotto la sua azione di liberazione dal male, si riconosce essa stessa edificata dal suo amore (v. 6). Per questo dal messaggio pasquale proclamato e accolto sale al Signore la professione di fede e la lode: «a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli».
    E’ per far riscoprire questo percorso di fede e di salvezza, in situazione di difficoltà, che Giovanni scrive alla Chiesa, accogliendo e adempiendo il suo ministero di servitore del Vangelo.
    A questo punto Giovanni inizia a raccontare la sua esperienza di rivelazione, ossia l’evento da cui è scaturito il motivo della sua opera. 

    Struttura del testo

     La narrazione si sviluppa in tre momenti:
    1. nel primo viene descritta la condizione personale ed ecclesiale di Giovanni come contesto della visione (vv. 9-1 I);
    2. nel secondo si descrive la visione del Signore in termini simbolici (vv. 12-16);
    3. nel terzo si riporta il dialogo del Signore con Giovanni (vv. 17-20).  

    SPIEGAZIONE

     a. La condizione personale ed ecclesiale di Giovanni

     La condizione in cui si trova Giovanni, quando è raggiunto dalla visione del Signore, fornisce un contesto significativo alla visione stessa.  Possiamo delinearla a partire da tre coordinate.
    In primo luogo è una condizione esposta alla prova.  Con tutti i credenti, di cui si sente fratello e compagno, Giovanni condivide la tribolazione a cui è esposto chi è coinvolto nel regno di Dio, nell’impegno che esso chiede.  Questa situazione diviene così appello alla perseveranza.  Nel suo caso, questa tribolazione ha la forma di una esclusione (esilio a Patmos, piccola isola rocciosa dell’Egeo, 70 chilometri al largo di Efeso), ed è dovuta al suo servizio della Parola e alla testimonianza resa a Gesù Cristo (v. 9).�
    Appartiene al Vangelo chiedere anche perseveranza faticose, perché non si raggiunge mai una piena coincidenza tra il Vangelo e la situazione storica.  Il messaggio di Gesù porta con sé una eccedenza e una novità che è fonte di gioia, perché rende liberi dai limiti della storia, e, simultaneamente, è fonte di fatica perché entra in tensione con tali limiti.
    In secondo luogo la condizione di Giovanni è caratterizzata dal «giorno del Signore». E’ l’unica indicazione di tempo che lo scrivente ritiene utile fornire per collocare il motivo del suo scritto.  Il «giorno del Signore» è il giorno della risurrezione di Cristo e del suo mostrarsi vivente; il giorno in cui alla comunità è dato di comprendere il senso della Pasqua, radunandosi a celebrare la «cena del Signore» (1Cor 11,20; solo in questi due casi compare nel Nuovo Testamento l’aggettivo kyriakos: «signorile»).  L’esperienza di Giovanni, in questo giorno, è frutto dello Spirito («rapito in Spirito») e diventa la sorgente del suo compito ministeriale.
    Infine è una condizione raggiunta dalla parola del Signore. Dalla Parola e in funzione della Parola che Giovanni ha una visione e riceve un incarico.  Egli «ode» e «vede» per scrivere alle «sette Chiese» (vv. 10-11).  Questa cifra, seguita dai nomi delle singole Chiese, diventa simbolica della Chiesa nella sua totalità e nella sua concretezza: è l’unica Chiesa del Signore, che però sussiste nella concretezza delle singole comunità. 

    B. La visione del Signore

     Giovanni «si voltò per vedere la voce» e «voltatosi, vide»: i due verbi connettono (con una certa forzatura) l’esperienza uditiva con quella visiva ed esprimono una percezione del tutto particolare, espressa in termini fortemente simbolici. Le diverse immagini cui Giovanni ricorre sono utilizzate non tanto per descrivere staticamente un oggetto, quanto per significare dinamicamente una realtà di ordine teologico.  Conviene quindi non fissarsi individualmente su ciascuna di esse, ma lasciarsi guidare dal movimento di senso che esse producono.  Qui sono utilizzate immagini desunte per lo più dall’Antico Testamento.  Esse tendono a raccogliersi attorno a due tematiche:
    a)   i segni della funzione sacerdotale-regale di Cristo (abito lungo, fascia d’oro…), i segni della sua realtà trascendente, appartenente alla sfera divina (capelli bianchi, il suo volto assomigliava al sole … ) esprimono la pienezza della presenza di Dio alla sua Chiesa (i sette candelabri e le sette stelle in mano al Signore);
    b)   i segni che rimandano alla figura del Messia che prende possesso del suo Regno (il figlio dell’uomo) dicono la funzione di giudice escatologico che Cristo risorto esercita, divenendo criterio ultimo di valutazione, con una parola capace di penetrare in profondità e di smascherare ogni altra pretesa di signoria sulla storia (la spada affilata a doppio taglio). 

    C.  La parola del Signore per la sua Chiesa

     Di fronte alla percezione del Signore nella sua gloria, la reazione di Giovanni (come quella dei profeti dell’Antico Testamento) esprime tutto il suo timore e il senso di inadeguatezza: «caddi ai suoi piedi come morto» (v. 17).  Il gesto delicato e forte del Signore, che posa la sua destra su di lui e lo incoraggia a non temere, mostra che il compito ministeriale affidato a Giovanni viene dal Signore stesso ed è possibile proprio perché egli abilita Giovanni a questo.
    Ciò che sostiene e motiva l’incarico di «scrivere alle Chiese» è dato dal Signore stesso nel suo modo di presentarsi.�
    Egli si qualifica come il Signore della Pasqua ero morto, ma ora vivo per sempre»), colui che possiede in pienezza la vita (è «il Vivente»), colui che è in grado di realizzare la salvezza in tutte le sue dimensioni (è «il Primo e l’Ultimo», ha «potere sopra la morte e gli inferi»). Ciò che sembra contrastare mortalmente la vita della Chiesa è già stato vinto dal Signore risorto.
    Il compito affidato a Giovanni trova così la sua conferma e il fondamento della sua forza: «scrivi dunque» (v. 19)!  Ciò che deve essere scritto, e di cui il libro dell’Apocalisse globalmente è testimonianza, riguarda le cose viste così come le cose presenti e quelle che devono accadere.  Le tre dimensioni del passato, del presente e del futuro diventano oggetto di testimonianza e di profezia nella misura in cui sono rilette nella luce della Pasqua di Cristo.�
    Egli introduce alla comprensione della visione, indicando i destinatari delle lettere: sono le sette Chiese.  Il duplice simbolo delle stelle identificate con gli angeli della Chiesa e dei candelabri le qualifica nella loro realtà terrestre e celeste.  Saldamente custodite dalla destra del Signore, le Chiese sono definite dalla relazione che il Signore ha stabilito con esse. 

    SIGNIFICATI PER LA NOSTRA VITA

     Presentandoci la visione di Giovanni, il testo ci fa attenti a come il Signore stesso si rivela ed entra in comunicazione con noi.�
    Giovanni è sollecitato a udire e vedereCiò che si fa udire e vedere è il Signore della Pasqua, il Risorto con la sua gloria, ma l’incontro avviene nella disponibilità all’azione dello Spirito che dinamizza le strutture normali, secondo le quali l’uomo si apre alla realtà: la percezione dei fatti nel loro significato. E’ questo il modo in cui le nostre esperienze diventano significative e «rivelative» e possiamo giovarci della condivisione dell’esperienza con gli altri.�
    Quanto più è grande la ricchezza di significato che gli eventi mettono a disposizione per la nostra vita, tanto più siamo sollecitati a vedere-udire in profondità, lasciandoci guidare dallo Spirito.�
    La trama delle nostre relazioni, dunque, può diventare il luogo in cui si percepisce la presenza e il significato della Pasqua, l’evento sempre disponibile alla vita dell’umanità.�
    Occorre chiedersi però come viene gestita la comunicazione dentro la comunità cristiana, che cosa viene messo a disposizione nella trama dei nostri rapporti, a che cosa si fa spazio nei momenti qualificanti della comunicazione ecclesiale.  La fiducia nell’azione dello Spirito, che valorizza la nostra umanità e la apre a Dio, può condurci a coltivare la nostra capacità di comprendere e di condividere le esperienze, piccole e grandi, nelle quali si rende presente la forza della risurrezione.
    E’ molto significativo per noi il fatto che Giovanni abbia avuto l’esperienza di questa visione nel giorno del SignoreLa condizione di tribolazione e di persecuzione, in cui egli si trovava, riceve la sua interpretazione adeguata e il suo sostegno incrollabile proprio nel giorno in cui la comunità si raduna a celebrare nel memoriale dell’eucaristia la risurrezione del suo Signore.  La domenica dunque si profila come il giorno dedicato dal Signore alla sua Chiesa, prima che giorno che la Chiesa dedica a lui; giorno in cui il Signore si dona alla Chiesa, prima che la Chiesa a lui.�
    Vissuta in questo modo, lasciando che il dono del Risorto rigeneri e ridefinisca le relazioni all’interno dei credenti e quelle tra la Chiesa e il mondo, la domenica diventa il giorno in cui la comunità cristiana è rivelata a se stessa nella sua identità, il giorno nel quale può riscoprire e riaffermare il senso del suo cammino nella storia e riscattare il valore della sua costanza nella fatica e nella prova.  Il radunarsi nella memoria del Signore e nell’accoglienza fraterna, l’ascolto della sua Parola, la comunione al pane spezzato e al calice del suo sangue versato, la festa della vita come affermazione della risurrezione, sono gesti che appartengono all’espressione fondamentale della fede e al cammino di crescita normale di una comunità.  Non si può ridurre la domenica alla questione del precetto e dell’astensione dal lavoro. E’ evidente oggi la necessità di riscoprire e di rimotivare il senso del giorno del Signore, radicandolo nella profondità della fede e nella concretezza del vissuto.
    L’esperienza vissuta da Giovanni esprime quasi un itinerario: dalla condizione di prova alla percezione della presenza del Signore, all’incontro con lui che si autopresenta.�
    La condizione in cui ci si trova può aprirsi al Signore e ricevere nuovo significato da lui.  Per Giovanni l’incontro con il Signore sfocia nell’incarico di scrivere alle Chiese.  Quando si raggiunge la consapevolezza che, anche nella nostra vita, ci è dato di essere partecipi dello stesso dinamismo pasquale di morte e risurrezione, allora diventiamo testimoni: abbiamo qualcosa di decisivo da comunicare, qualcosa che può diventare il punto di appoggio per sorreggere la quotidianità della vita cristiana e, talvolta, la fatica della fedeltà al Vangelo.�
    Uno dei primi doni per chi crede nel Signore risorto è il superamento della paura Non temere!»): la nostra vita, l’esito finale delle nostre fatiche, sono nelle mani di Colui che vive per sempre.  E questa la grande rivelazione che dallo scritto di Giovanni viene consegnata alle nostre comunità ecclesiali e che da noi non può che essere testimoniata nella gioia.
    Da ultimo, si può cogliere una suggestione nell’insistenza con cui Giovanni ripete il verbo «voltarsi»: «mi voltai per vedere», «appena voltato, vidi».  Non siamo mai del tutto orientati verso il Signore.  C’è una conversione continua che ci viene sollecitata dal dialogo che egli apre con noiMantenersi permanentemente rivolti al Signore è un atteggiamento di costante attenzione ai segni della sua presenza, a ciò che egli suscita nel cammino personale ed ecclesiale, a quel significato e a quel valore che la sua risurrezione può donare alla nostra esistenza.  Questa visione ci ricorda il momento iniziale di un cammino di vita cristiana e di servizio; ci invita anche a non smarrire l’orientamento a ciò che ne costituisce permanentemente il contenuto e la forza. 

    Preghiera finale

     Signore, nel momento della prova,
    ora che il dolore e la trepidazione gravano sul mio cuore,
    guidami con la chiarezza della fede
    a trovare in te l’aiuto e il conforto.
    Lo Spirito Santo mantenga in me la certezza di essere tuo figlio
    aiutandomi ad accettare tutto dalla tua mano.
    Persuadimi che tu, Padre,
    disponi gli avvenimenti al mio bene, rispettando la libertà umana.
    Fa’, o Cristo,
    che nella certezza del tuo amore
    io trovi la risposta a quelle domande che superano questo mistero umano.�
    Fa’ che senta sulla mia strada dolorosa
    il tuo passo sicuro che non mi abbandona.
    Credo in te, o Gesù,
    perché sei la Verità.
    Spero in te perché sei fedele.
    Amo te, perché sei l’Amore. 

    CARD.  GIOVANNI BATTISTA MONTINI

     PER APPROFONDIRE IL TEMA

     V. Frankl, medico e fondatore della logoterapia, che nei lunghi anni di permanenza nei Lager nazisti sperimentò come «la forza di reazione dello spirito» permetta all’uomo di affrontare con coraggio e dignità le situazioni traumatiche:
    Non vi è nulla al mondo che sia in grado di aiutare un uomo a superare disagi interiori o difficoltà esteriori quanto la consapevolezza di avere un compito specifico, il sapere che esiste un significato assolutamente concreto, non nel complesso della vita, bensì ora e qui, nella concreta situazione in cui egli si trova.  E questo si è visto ad esempio nei campi di prigionia.
    Tra gli studenti della mia università in California avevo anche alcuni ufficiali che avevano trascorso i più lunghi periodi di prigionia nei campi dei nordvietnamiti: celle di isolamento e altre cose del genere, semplicemente inimmaginabile.  E uno di loro addirittura per sette, dico per sette anni!  Ebbene, abbiamo organizzato una discussione pubblica, ed il risultato è stato che se c’è stato qualcosa che li ha tenuti in vita – e la stessa cosa la si può sentire dai reduci di Stalingrado e dai prigionieri dei campi di concentramento – era il sapere che nel futuro c era qualcosa che li attendeva.  Qualcosa o qualcuno.

    Da: V.E. FRANKL, F. KREUZER, In principio era il senso, Queriniana, Brescia 1995, p. 43)

    Invita, poi, a rispondere alle seguenti domande:
    – Quali aspetti di questo brano senti veri anche per la tua esperienza
    « … se c’è stato qualcosa che li ha tenuti in vita era il sapere che nel futuro c’era qualcosa che li attendeva.  Qualcosa o qualcuno».  Proviamo a dirci quali «presenze» nella nostra vita ci sostengono e danno senso al nostro cammino.
     In quali esperienze personali o comunitarie abbiamo intuito la presenza del Signore Vivente? – Come ci piacerebbe poter vivere le situazioni di difficoltà?
    –  Nella celebrazione eucaristica domenicale facciamo la stessa esperienza?
    Come possiamo aiutarci a vivere la domenica in questo modo?

     La domenica è il giorno del Signore risorto, la Pasqua settimanale.  Da sempre caratterizza la vita di ogni comunità e di ogni vero credente: «è il giorno del cristiano, il nostro giorno» (s.  Girolamo).  Ci riuniamo in assemblea per incontrare il Crocifisso risorto, per ascoltarne la Parola, per attuare la comunione con lui nell’eucaristia.  Facciamo festa; ci riposiamo dal lavoro; ci dedichiamo alla famiglia, agli amici, alla contemplazione, alle opere di carità, al gioco, al contatto con la natura.  Questi valori sono tutelati dal comandamento di Dio e dalle leggi della Chiesa.  Pregustiamo così l’ottavo giorno fuori del tempo, «la pace senza sera» (s.  Agostino), l’armonia perfetta del regno di Dio, e diamo significato anche ai giorni feriali della fatica. (Dal Catechismo degli adulti La verità vi farà liberi, n. 658)

    Posted by attilio @ 16:56

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