• 14 Apr

    Io sono la vite vera

    Giovanni 15, 1-8


    Lectio

    Il contesto del capitolo 15 è l’insieme dei discorsi d’addio che occupano un quarto di questo vangelo (capp. 13-17). Il capitolo 15 segna una cesura nel racconto e appare come una ripresa (e un ulteriore sviluppo) dei temi presenti nei capitoli 13-14, forse con un accento più caldo; il nostro testo è occupato dalla similitudine della vite; prima esposta (1-6) e poi spiegata (7-17). Il testo di questa domenica dunque è strettamente unito a quello della prossimo (9-17).

    L’immagine della vite è di derivazione biblica (cfr. Is 5,1-7; 27,2-5; Ger 5,10; 12,10s; Ez 15,1-8; Sal 80), quasi sempre applicata ad Israele, tranne che in Ez 17,5-10 dove ci si riferisce al Messia. Ci sono altri testi interessanti con riferimento all’attività di coltivazione delle vigne, caratteristico del popolo ebraico, come Gn 9,20; Nm 13,23; Ct 1,14; 2,15; 8,12; 1Re 5,5; e anche nel N. T. abbiamo dei riferimenti come in Mt 21,33-43 e paralleli Mc 12,1-12; Lc 20,9-19 (cfr. Mt 20,1-16). All’interno di questo panorama possiamo accostare la pericope proposta per questa domenica, mantenendola in tensione con il tema della IV domenica e con i temi generali del testo giovanneo.

    1 Io sono la vite vera, e il Padre mio è l’agricoltore.

    Gesù si autorivela, notare la formula solenne io sono, come la vera (alethinè) vite e l’accento della frase cade su di lui, anche se nello stesso tempo si parla del Padre che è definito l’agricoltore, colui che si prende cura della vite (tema molto presente nell’A.T.). Ancora una volta al centro sta la persona di Gesù, vera vite; cogliamo qui, come nel capitolo 10 del buon pastore o al capitolo 6 con il vero pane, un sottinteso confronto tra Gesù e quanti l’hanno preceduto nella storia di Israele, in particolare coloro che dovevano esserne le guide.

    2 Ogni tralcio in me che non porta frutto, lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto, lo monda affinché porti più frutto. 3 Voi siete già puri per la parola che vi ho detto.

    Con un riferimento al lavoro dei contadini Gesù ricorda che in un primo tempo è necessario tagliare i rami infruttuosi (marzo-aprile) e poi, in estate (agosto), potare o mondare i germogli superflui. A cosa si riferisce il portare frutto sarà chiarito dall’applicazione successiva (vv. 9-17); per il momento è introdotta l’idea dello stretto legame tra Gesù, la vite, e i discepoli, i tralci. I discepoli a cui Gesù sta parlando hanno già avuto modo di essere purificati (kathatoi’ con riferimento a 13,10) o potati attraverso la sua parola; il testo passa dall’esposizione della similitudine ad una prima tringata applicazione, il rapporto tra Gesù e i credenti. Infatti la parola entra in gioco nella relazione personale.

    4 Rimanete in me, e io in voi. Come il tralcio non può portar frutto da sé se non rimane nella vite, così neppure voi se non rimanete in me.

    Rimanete in me, è la parola chiave del nostro testo (ripetuta 8 volte in 4 versetti), ed ha un forte legame con la prima lettera di Giovanni dove pure ricorre spesso questa espressione. La formula di immanenza reciproca con cui si apre questo versetto è sorprendente e conferma che l’orizzonte del testo è l’Alleanza dell’A.T.; l’esortazione a rimanere è proposta sia in modo reciproco, come qui, sia in modo esortativo, rivolta ai discepoli, e questo crea il ritmo del nostro testo. Riprendendo il paragone con la vite Giovanni chiarisce il senso dell’imperativo iniziale: l’unità tra Gesù e i credenti è spiegata con questa immagine vegetale, in certo senso più forte di quella del pastore e del suo gregge, suggerendo un legame più vitale e intimo. Infatti benché Gesù e i discepoli siano chiaramente distinti, sono presentati da questa immagine come strettamente uniti, come i tralci esistono solo per e nella vite, che li porta (cfr. 1Gv 3,24).

    5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, questi porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla.

    Con un richiamo al v. 1 Gesù definisce di nuovo se stesso come la vite e poi i discepoli come i tralci,

    indicando esplicitamente il suo rapporto personale e vitale con i credenti. L’affermazione finale di questo versetto è molto forte (possiamo coglierne un’eco nel testo di Paolo Fil 4,13: tutto posso in colui che mi dà forza); non si tratta di una negazione delle capacità umane, ma di sottolineare l’importanza per il discepolo di accogliere in sé l’attività stessa di Gesù e di permettere al suo amore, che si diffonde per sua stessa natura, di suscitare vita in lui. L’insistenza sul frutto da portare, si ricollega alla potatura dei vv. 2-3; ma di quale frutto sta parlando Gesù? Della fede del credente o della sua testimonianza? O dell’amore reciproco che è il tema del brano successivo del capitolo (cfr. vv. 9-17)? Viviamo in Cristo se abbiamo, o cerchiamo di avere, in un implacabile rinnovamento interiore, l’apertura universale dei figli di Dio. La linfa di Gesù alimenta un’umanità di uomini e donne forti e liberi che da lui hanno non solo una legge, ma un principio vitale di apertura e di comunione (cfr. G. Vannucci).

    6 Se uno non rimane in me, viene gettato fuori come il tralcio e si dissecca; e questi (tralci) si raccolgono e si gettano nel fuoco, e bruciano.

    Una nuova ripresa del tema nel v. 6 presenta una variante: la sorte dei tralci che non restano in Cristo è la morte (il fuoco, cfr. Ez 15,2-5; anche Mt 3,10 e paralleli; 25,41). La risposta personale del discepolo/tralcio non conosce vie intermedie: o si porta frutto o si muore. Questo versetto sembra fare riferimento ad un momento di fragilità e crisi della comunità giovannea, come nella sua prima lettera, (1Gv 5,16 parla del peccato che conduce alla morte). La prospettiva di questo versetto è universale e si può applicare ai credenti di tutti i tempi: quelli che rifiutano di credere in Gesù, nel Figlio, non sono innestati nella vite, l’invito a rimanere in Lui è rivolto a tutti.

    7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete, e vi sarà fatto.

    Abbiamo un rinvio al v. 3 dove pure si citavano le parole o parola di Gesù; e di nuovo l’invito a rimanere, nel senso della reciprocità come nei vv. 4.5; l’esaudimento della preghiera era stato anticipato il 14,13 (cfr. 16,23) dove pure si parla della gloria del Padre. Anche qui il soggetto attivo è, indirettamente, Dio Padre che esaudisce le preghiere rivolte a lui (cfr. Mt 18,19).

    8 In questo è glorificato il Padre mio, che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

    La glorificazione di Dio avviene quando si compie il suo progetto di salvezza, quando si manifesta il suo amore e quindi quando i discepoli lo accolgono pienamente restando uniti a Gesù, il Figlio (cfr. Mt 5,16). Sorprende che Gesù dica diventiate, perché si rivolge a coloro che sono già suoi discepoli. Il senso del verbo greco gignomai indica in genere una trasformazione, ma qui significa mantenersi e manifestarsi come discepoli; la condizione di discepoli è infatti dinamica, si realizza nell’agire che a sua volta esprime la condizione di unità con Gesù. Il significato sacramentale del testo è solo secondario: sebbene il discorso sia inserito nel contesto dell’ultima cena e l’immagine della vite rimandi al vino e dunque al sangue di Gesù, il messaggio dell’evangelista non è diretto principalmente alla comunione eucaristica, ma all’inabitazione di Gesù nei suoi discepoli (X. Léon-Dufour).

     

    Meditatio

    – Cosa dice alla mia esperienza di comunione con Gesù l’immagine della vite proposta da questo testo evangelico?

    – Qual è il frutto che Gesù si attende dai suoi discepoli e da noi?

    – La comunità dei credenti e Cristo condividono la stessa vita come i tralci e la vite: quale idea di chiesa veicola questa immagine?

    Posted by attilio @ 17:43

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