• 10 Giu

    LA RICERCA DI DIO E DEL SUO AMORE

     

    La Bibbia è la rivelazione di Dio-Amore, l’epifania dell’Amore eterno, increato, che vuol far partecipi gli uomini della Sua infinita felicità. La storia della spiritualità è la storia degli uomini in cerca dell’Amore di Dio, e dei mezzi da essi adoperati per raggiungere tale scopo.

    Il Concilio Vaticano II afferma che il Religioso « si dona totalmente a Dio sommamente amato, così da essere con nuovo e speciale titolo destinato al servizio e all’onore di Dio ».

    La spiritualità monastica già nel suo nascere è caratterizzata da un profondo senso teo-centrico: il solo scopo della vita del monaco è amare Dio; nella solitudine egli cerca l’unione con Dio. Le penitenze, frequentemente spettacolari, dei primi eremiti hanno talvolta oscurato agli occhi di molti osservatori i veri e più profondi motivi della loro spiritualità. Forse, come afferma G.M.Colombás, le prime fonti monastiche che sono un po’ restie ad esternare le manifestazioni di tenero amore verso Dio (l’’umiltà e il pudore degli antichi asceti erano contrari a questa specie di effusioni). Comunque, i dati in nostro possesso sono sufficienti per comprendere che Dio occupa il posto centrale nella spiritualità di questi monaci.

    1.   La ricerca dell’amore di Dio

    Teodoreto di Ciro, monaco cenobita e poi vescovo, ci ha lasciato un prezioso documento storico sul rigido ascetismo della Siria e ha dato a questa Storia dei monaci il titolo di “Storia dell’amore di Dio” (Storia philothea) o Vita ascetica. Così facendo, Teodoreto ha sinterizzato la vita di una trentina di asceti incentrandola sull’amore di Dio. Lo stesso Teodoreto spiega il titolo della sua Storia philothea nel Trattato sulla divina carità con cui chiude la suddetta Storia: l’autentico virtuoso o filosofo è il vero amante di Dio o philotheo,  perché Dio è “sapienza” (sophia).

    È eloquente la narrazione della vocazione di Teodoro, il grande discepolo di Pacomio, alla vita monastica. Un giorno Teodoro, ancora ragazzo di 14 anni, tornando da scuola e vedendo la famiglia in gran festa, fu colpito da un pensiero improvviso: « Se ti abitui a questi cibi e a questi vini, non vedrai mai la vita eterna di Dio?  Il giovane Teodoro si ritirò allora in un angolo tranquillo della casa, si prostrò a terra e pianse dicendo: « Signor mio Gesù Cristo, tu sai che non desidero nulla, ma solo te e la tua grande misericordia che amo ». Il giorno seguente lasciò la sua casa e la sua città e si recò in un monastero. Similmente nella Storia Lausiaca leggiamo che Ammonio, insieme a tre altri fratelli e a due sorelle, « giunti al culmine dell’amore di Dio, fecero del deserto la loro dimora ». Le testimonianze che mettono all’ inizio della vocazione monastica l’amore di Dio potrebbero moltiplicarsi.

    L’amore di Dio è per gli antichi monaci l’ambito vitale dell’esistenza cristiana. Per essi la vita cristiana si realizza nella comprensione e nella esperienza dell’amore di Dio. Il solo ostacolo a tale ideale è il peccato. Il mondo poi, così come ora si presenta agli occhi degli uomini (non più come pura e semplice creazione di Dio, ma come mondo caduto e fallito a causa del peccato), è una forza nemica che ostacola l’espandersi dell’amore di Dio e quindi l’esperienza di questo amore nella vita dell’uomo. Conseguentemente l’amore di Dio è in netta contraddizione con l’amore del mondo.

    L’uomo caduto che vive nel mondo si lascia sedurre dai richiami mondani. Perciò, secondo la spiritualità monastica, se si vuole conservare l’amore di Dio, è necessario distaccarsi da ogni affezione mondana e rinnegare se stessi. In questo contesto, l’ascesi è vista come un mezzo per poter vivere nell’amore di Dio; l’ascesi è anzi necessaria per realizzare l’esistenza cristiana nell’Amore di Dio. L’ascesi, che è il contrario della concupiscenza, dà spazio all’amore di Dio, conduce a questo amore e lo sviluppa. Ci raccontano i Detti dei padri del deserto che Ammonio di Nitria recandosi dal suo amico il grande s. Antonio l’eremita, gli disse: «Ecco la mia vita è più dura della tua, come sei più rinomato di me? ». Antonio gli rispose: « Perché amo il Signore più di te ». Di fronte al pericolo di assolutizzare il valore delle pratiche ascetiche, è significativo questo detto che subordina l’ascesi all’amore di Dio.

    Per i primi monaci l’ascesi divenne lo strumento essenziale per raggiungere il perfetto amore di Dio. Il non-uso del mondo nel suo significato radicale e totale distingue l’ascesi monastica. I monaci vanno via dal mondo per poter amare meglio e più profondamente Dio. Specificamente monastici sono soltanto i mezzi adoperati per la realizzazione di questo ideale. Anzi questi mezzi non sono propriamente nuovi: preparati, indicati e sviluppati dalla tradizione ascetica della Chiesa, vengono concretizzati in una forma di vita monastica. Dedicare la vita all’amore di Dio non è una novità per i monaci. Essi sanno bene di seguire le tracce di molti altri che prima di loro hanno cercato e amato Dio. I monaci si organizzano in comunità di “amici di Dio“. Loro esemplari sono Abramo, gli Apostoli, i Martiri… Clemente Alessandrino, riprendendo il testo di Gc 2,23 dà il titolo di “amico di Dio” ad Abramo, considerato dai monaci modello ed esemplare, perché lasciò il suo paese per volere di Dio.

    2.   La meraviglia di fronte al cosmo, opera dell’amore di Dio

    I grandi Padri dell’antico monachesimo hanno alimentato anche una spiritualità della ricerca di Dio fondata sulla meraviglia di fronte al mondo creato. Il cosmo è il frutto dell’amore di Dio verso gli uomini: Dio ha creato il mondo perché voleva bene agli uomini. Non è quindi difficile scoprire i segni dell’amore di Dio profusi nella creazione: « Se guardi il cielo – dice la Scrittura – il suo ordine ti sarà guida verso la fede. Esso infatti rivela l’Artefice. Se guardi poi le bellezze della terra, queste ti aiuteranno ad aumentare la tua fede… La sapienza del Creatore traspare dalle cose più piccole. È lui che ha dispiegato i cieli e steso l’immensità dei mari, ed è lui che ha reso cavo l’esilissimo aculeo delle api. Tutte le realtà del mondo sono un’occasione di fede, non di incredulità ».

    Le cose umane, anche le più umili, si trasfigurano nella luce di Dio e acquistano un valore dossologico: « Tutto questo mondo è come un libro scritto che ci fornisce la materia per glorificare Dio ».

    L’espressività e la capacità interpretativa della voce laudativa del creato è correlativa al grado di contemplazione del credente. In Oriente, al seguito di Origene, i Padri monastici elaborano un vero e proprio metodo dì spiritualità, in cui la meraviglia costituisce il primo gradino della contemplazione. La contemplazione (naturale) è l’attività spirituale che permette di cogliere nella creatura l’idea del creatore, la traccia, la ragione profonda dell’essere, il rapporto tra essa e l’archetipo divino. Ha sviluppato questo concetto in particolare s. Basilio, che asserisce venire dallo Spirito di Dio il poter contemplare la bellezza soprasensibile del cosmo: « La vera bellezza è quella che sorpassa ogni intelligenza e potenza umana; solo lo Spirito è capace di contemplarla. I discepoli ai quali Egli aveva insegnato in privato le parabole hanno conosciuto questa vera bellezza. Come Pietro e i figli del tuono hanno contemplato sul monte questa bellezza folgorante che sorpassa lo splendore del sole. Essi furono giudicati degni di percepire con i loro occhi l’inizio del suo avvento glorioso ».

    3.   Il Servizio di Dio come espressione dell’amore totale

    Sant’Atanasio nella Vita di Antonio stabilisce l’identità tra il farsi monaco e il consacrarsi a Dio: «… da quando (Antonio) diventò eremita e si consacrò a Dio ». In un apoftegma attribuito alla leggendaria madre Teodora, si insegna che il monaco deve vivere per Dio soltanto. La stessa idea, in Occidente, viene ripresa da Eucherio: scopo della vita del monaco è darsi a Dio, e da Giovanni Cassiano: il monaco è chiamato al culto di Dio. Una delle espressioni più frequenti per indicare questa donazione del monaco a Dio è stata quella del “servizio divino“: i monaci sono coloro che « amano la virtù e il servizio di Dio » e, quindi, il monachesimo è un «servizio di Dio ». Si sa anche che la denominazione “servo di Dio” è stata una delle più attribuite dall’antichità al monaco.

    Come avverte J.M. Lozano (La sequela di Cristo. Teologia storico-sistematica della vita religiosa, Àncora, Milano 1981), originariamente l’espressione concreta “serve e servi di Dio” ha preceduto quella astratta che qualifica la vita monastica “divino servizio”. Ciò significa che la gente vedeva i monaci vincolati in modo particolare a Dio. L’essenziale in questa espressione è che esprime il senso di rapporto con Dio. I monaci vennero chiamati servi di Dio perché il rapporto con Dio appare nella loro vita in maniera visibile e caratterizzante.

    4.   L’esperienza dell’amore di Dio

    Un apoftegma attribuito ad Antonio afferma che in lui l’amore di Dio ha cacciato il timore. È una affermazione unica poiché nei Detti dei padri del deserto il timore di Dio è abitualmente inteso nel senso biblico, e cioè come una disposizione assolutamente necessaria, indispensabile all’uomo come il respiro. Così anche per Basilio, l’amore supera il timore, ma non lo elimina. La tensione fra amore e timore in cui si trova il cristiano, non lo autorizza comunque ad eliminare il timore di Dio che è prodotto dall’attesa del giudizio, considerandolo semplicemente come un influsso della sinagoga o un residuo del pensiero giudaico.

    I santi monaci parlano dell’amore di Dio come di una esperienza profonda, mistica. Le immagini che usano per esprimere questa loro esperienza spirituale sono molto eloquenti. L’amore di Dio è come una “ferita nel cuore” (usano in greco i verbi: nússein, katanússein, titróskein) Parlando di Pacomio, la vita greca altera afferma che il Santo fondatore del cenobitismo, dopo una visione celeste avuta nel sonno, « fu ancora più ferito (trotheís) dall’amore di Dio e profondamente scosso (katanugeís) e desiderò farsi monaco ».

    L’amore di Dio, che così profondamente scuote il cuore del monaco, viene contemplato specialmente nel mistero del Verbo incarnato per mezzo del quale ci giunge la salvezza e il dono dello Spirito. Teodoreto di Ciro parla dei « dardi d’amore » con cui i monaci sono stati feriti quando consideravano i torrenti della divina misericordia e soprattutto la morte di Cristo innocente. Sant’Atanasio racconta che Antonio l’eremita, dopo aver trascorso quasi vent’anni in una fortificazione desertica, « parlando e ricordando i beni futuri e l’amore che Dio ci ha manifestato, in quanto “non risparmiò il proprio figlio ma lo consegnò per noi tutti“, persuase molti a scegliere la vita solitaria. Nella sintesi della spiritualità di Antonio che si può ricavare dalle sue lettere autentiche, le suddette idee vengono riprese e collocate nella cornice della storia sacra. Questa storia comincia con una tragica caduta, le cui conseguenze. si ripercuotono attraverso i secoli su ciascuno di noi. Ma ecco che Dio, di cui Antonio loda con accenti di entusiasmo l’immensa e incomprensibile bontà e l’infinito amore per gli uomini, decide di “visitare” la sua creatura prediletta. Tutta la storia sacra è intessuta di un succedersi ininterrotto di “visite” di Dio all’uomo. Momento culminante delle “visite” divine è il mistero dell’Incarnazione. Di fronte a tale ineffabile “visita”, l’uomo ha l’obbligo d’impegnarsi con tutte le sue energie per conseguire la santità perfetta, affinché la venuta del Salvatore non sia per lui motivo di condanna. E qui trovano posto nella mente di Antonio i temi cardinali, il dinamismo vivo e fiducioso della sua dottrina ascetica (cfr. M:Augé, Lineamenti di storia dell’antico monachesimo, Roma 1981).

    Giovanni di Licopoli afferma: « Colui che è stato fatto degno di una conoscenza parziale di Dio (quella totale non la può ricevere nessuno), ottiene anche la conoscenza di tutte le altre cose, vede i misteri divini che Dio stesso gli mostra, prevede il futuro, contempla rivelazioni come i santi, compie miracoli, diventa amico di Dio e viene esaudito da Dio in ogni sua richiesta ». La conoscenza (gnôsis) di Dio di cui parla il testo designa la conoscenza amorosa e sperimentale di Dio, che non equivale alla conoscenza intellettuale pura e semplice. Questa conoscenza è il vertice della virtù, cioè la piena esperienza mistica. Pafnuzio, dopo aver ascoltato la vita santa che conduceva un consigliere comunale, gli disse: « Ti manca solo una cosa, il vertice delle virtù, la sapientissima conoscenza di Dio ».

    Ciò che propriamente costituisce l’uomo, secondo la corrente platonica e plotiniana – che era quella dominante tra i monaci dotti – è l’intelletto. Si parte dalla visione tripartita dell’uomo: corpo, anima e intelletto. Evagrio Pontico scrive: « Rinnega la carne e l’anima, e vivi secondo l’intelligenza ». Progredire per il cammino dell’intelligenza o della gnôsis, è indirizzarsi attraverso la apátheia verso la contemplazione della natura (theoría physiké), e attraverso  di essa allo stato primitivo o intellettuale puro, dove si trova la vera vita, la vita immortale dell’intelligenza, e dove si contempla Dio nel mirabile specchio del nous.

    Il grado più elevato della contemplazione è chiamato da Evagrio “gnôsis della Santissima Trinità“, “teologia” e “preghiera vera” o “preghiera pura”. Quando scrive: « Se sei teologo, pregherai veramente; e se preghi veramente, sei teologo », non si riferisce Evagrio al dotto che specula sulla divinità, ma al mistico contemplativo che è arrivato ai più alti gradi della contemplazione di Dio.

    Il monaco, affascinato dalla bellezza dell’amore di Dio, non aspira ad altro che a possedere questo amore. Spinto da così forte desiderio, si ritira in solitudine. Macario l’Egiziano ha comparato l’amore del monaco verso Dio con l’amore sponsale: « Se l’amore naturale allontana da qualsiasi altro amore,  quanto più coloro che sono stati degni di partecipare dello Spirito celeste e diletto, saranno liberi da ogni amore mondano.”.. . Perciò l’amore totale di Dio trova una sua adeguata espressione nell’abbandono definitivo del mondo. Per Eucherio, « il deserto è un tempio incircoscritto di Dio ». Nella Historia Monachorum di Rufino ci si racconta di Giovanni l’eremita che « quanto più si allontanava dalle cose umane, tanto più Dio si avvicinava a lui ». San Basilio afferma che colui che ama Dio si allontana da ogni cosa per unirsi con Dio.

    Concludendo, possiamo dire che la vocazione monastica già nel suo nascere è fortemente stimolata dall’amore di Dio. La consapevolezza di questo amore spinge i monaci a consacrarsi al servizio di Dio abbandonando il mondo il quale, a causa del peccato, è una forza nemica che ostacola l’esperienza dell’amore divino. Nel contesto sempre del peccato di cui l’uomo ha fatto amara esperienza, l’ascesi è uno strumento necessario per crescere nell’amore di Dio. I Padri dell’antico monachesimo hanno sviluppato anche una spiritualità della ricerca di Dio fondata sulla meraviglia di fronte al mondo creato, opera e dono dell’amore di Dio. L’esperienza dell’amore di Dio è infine una realtà profonda, mistica che trascina il servo di Dio ad una vita solitaria di totale e definitiva donazione a Dio, donazione che ricorda quella sponsale. Con il passar del tempo questo teocentrismo si arricchirà di altri elementi riscoprendo per esempio l’intimo rapporto esistente tra l’amore di Dio e quello dei fratelli.

    Posted by attilio @ 14:22

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