• 18 Feb

    IL COMPIMENTO


    11. “Allora ho detto: eccomi”

    Gesù e i suoi apostoli hanno fatto una cena pasquale “classica”?  Nessun evangelista afferma che hanno mangiato l’agnello rituale.  E sappiamo da Giovanni 18,28 che, per l’insieme del popolo, l’immolazione degli agnelli avrebbe avuto luogo, nel tempio, nel pomeriggio del 14 di nisan il venerdì – nell’ora della agonia e della morte in croce di Gesù, il vero agnello pasquale.

    Nulla di straordinario che ci sia stata un’anticipazione del rito. I manoscritti di Qumrán ci rivelano che il calendario legale non era adottato universalmente.  Alcune comunità praticavano delle anticipazioni ufficiose. Forse come a Qumrán e in altre “chiese ebraiche” dell’epoca, Gesù anticipò di un giorno il suo pasto pasquale.  E di ciò nessun discepolo ebbe a meravigliarsi. Gesù aveva i suoi buoni motivi.

    Gesù sembra essere stato molto vicino a un movimento di risveglio religioso assai importante in quel tempo, i battezzatori.  Battezzato di sua volontà da Giovanni Battista, egli stesso ha battezzato in massa attraverso il ministero dei suoi discepoli (Gv 3,22-30; 4,1-2), prima di fare del battesimo il grande rito di aggregazione alla sua chiesa.

    Tali battezzatori si segnalavano per il loro rifiuto di cibarsi di carni sacrificali.

    Come potevano allora praticare il pasto pasquale?  Ciò nonostante erano fra gli ebrei i più vivi e i più spirituali.  Soprattutto dopo l’esilio, si era diffusa l’usanza di “sacrifici di pienezza”, cioè di “piena comunione con Dio e tra i partecipanti”, sacrifici in cui la lode aveva un posto maggiore dello stomaco.

    I responsabili del tempio li tolleravano perché erano molto in voga negli strati popolari.  Questi “pasti eucaristici” – venivano chiamati proprio così – erano pasti cultuali in cui si lodava Dio con salmi di ringraziamento, in cui si implorava e si attendeva la redenzione di Israele, condividendo soprattutto il pane e il vino.

    Ad ogni modo, i racconti evangelici non sono dei reportages, ma una rivelazione teologica.  Dell’evento conservano perciò solo ciò che è nuovo, ciò che è vissuto nell’eucaristia cristiana della loro comunità.  Se non ricordano l’agnello pasquale, non si può trarre la conclusione che non faceva parte del menu, ma che non aveva più alcuna importanza.

    Consacrando il pane e il vino, Cristo elimina ogni traccia di sacrificio animale.

    Morendo sulla croce nell’ora delle immolazioni del tempio, egli alza verso il Padre e sul mondo il corpo donato e il sangue versato dell’unico vero agnello “pasquale”: colui che “passa” effettivamente e “fa passare” verso Dio.

    Egli è sulla tavola, sulla croce, come la perfetta realizzazione di tutti i sacrifici di espiazione, di redenzione, di implorazione, di comunione e di lode tentati attraverso i secoli dagli ebrei e dai pagani. Il suo unico sacrificio pone fine, nel regime dell’amore che inaugura, all’inganno delle sostituzioni.- non si ha più il diritto di vagare altrove alla ricerca della vittima.

    “Poiché è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri.  Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Ebr 10,4ss).

    Perché “un corpo”? Per essere sacrificato?  No. Ma “un corpo, per fare, o Dio, la tua volontà”.

    Dopo avere detto prima “non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato”, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: “Ecco, io vengo a fare la tua volontà”.  Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo.  Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta dei corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre. (Ebr 10,8-10)

    E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla” (Gv 6,63), ha affermato Gesù, parlando proprio dell’eucaristia.  E con ciò voleva dire: “La mia carne per la vita del mondo non è innanzitutto la materialità della mia morte sulla croce; è lo spirito, cioè l’amore che mi porta a offrirmi liberamente alla morte”. Tale amore fu quello di tutta la sua vita.

    In primo luogo la sua incarnazione: “Io vengo per fare, o Padre, la tua volontà”.  “Entrando nel mondo”.

    Poi, attraverso tutta la sua vita, questo “sì” al Padre non si smentisce mai, non esita, non viene mai meno.  La sua vita “non fu “sì” e “no”, ma in lui c’è stato il “sì” “ (2Cor 1,19).  “Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te” (Mt 11,26): ecco tutta la sua esistenza… “Io faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,29).  “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” (4,34).

    Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.  Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra d’ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. (Fil 2,6-11)

    Fino alla morte, e la morte di croce… Perché l’amore resta uguale a se stesso, sia nelle circostanze tragiche, come nel quotidiano con i suoi lavori monotoni e comuni.

    Allo stesso modo, per Gesù, davanti alla tortura.  La morte atroce del crocifisso sarà il sì di ogni giorno: “Non la mia volontà, ma la tua

    Il sacrificio di Cristo, pertanto, non può essere dell’ordine rituale, ma di quello della carità.  Di conseguenza, il sacrificio eucaristico non è dell’ordine rituale ma di quello della carità; nemmeno la comunione eucaristica è dell’ordine rituale, ma è dell’ordine della carità.  Non si tratta di compiere degli atti cultuali, né per lui né per noi.  Siamo di fronte a una trasformazione profonda, interiore, di tutto il nostro essere.  Si tratta d’offrire se stessi con Cristo, in Cristo e per Cristo al Padre nello Spirito santo.

    E’ questo il sacrificio che penetra i cieli!  Con la medesima “elevazione”, il Figlio sale sulla croce e poi ascende nella risurrezione di gloria.  Dio, appunto perché gradisce il suo sacrificio, l’accoglie “alla sua destra” e lo fa Signore del mondo.

    Solo la risurrezione fa della morte di Cristo un “sacrificio” e solo attraverso la risurrezione il Padre manifesta di gradire l’offerta, dimostra che essa “passa”, che è accolta nella piena comunione di Dio.

    L’offerta, così accettata, è “santificata”, “sacrificata”, pienamente “divinizzata”, nel senso che Gesù-Uomo entra nella sua piena potenza di Figlio di Dio (Rm 1,4) e ci trascina dietro a lui.  (Cfr  Is 53,10-12)

    Tutta la portata e l’ampiezza, tutto il movimento unico dei sacrificio di Cristo sono contenuti in un inno cristiano primitivo che ci viene tramandato da s. Paolo in Fil 2,5-11: la spogliazione dell’incarnazione, l’obbedienza del servo per sempre, l’obbedienza fino alla croce.  Per questo Dio l’ha innalzato.

    Nel culto ebraico, il rito della grande espiazione doveva essere ripetuto ogni anno:

    Doni e sacrifici non possono rendere perfetti.  Cristo, invece, _venuto come sommo sacerdote di beni futuri… non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario (= presso il Padre), procurandoci così una redenzione eterna” (Eb 9,9-12).

    Così Cristo, dopo essersi offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti…” (v. 28);

    siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre”(10,10).

    Nessuna messa, quindi, rinnoverà questo sacrificio o vi aggiungerà qualcosa.  La messa ci rende presente l’unico sacrificio di Cristo.

    Il sacrificio di Cristo è, pertanto, chiaramente posto nel passato: non abbiamo un’immolazione rinnovata di Cristo per il fatto ch’egli è ridotto sotto apparenze insignificanti, o che lo si mangia e lo si beve, o che il pane è separato dal vino come il corpo dal sangue.  “Una volta per sempre” vuoi dire appunto una volta per sempre! E tuttavia, l’unico sacrificio è realmente presente alla messa, non solamente “rappresentato” sotto il simbolo del pane (corpo dato) e del vino (sangue versato), ma presente, o, se si preferisce, “ri-presente” nel senso di “presente nuovamente”.

    E necessario, infatti, che sia presente.  La salvezza del mondo è nella morte di Gesù, la risurrezione degli uomini è nel suo corpo.

    Ma presente in che modo?

    Sappiamo che la morte fissa eternamente ciascuno nella disposizione in cui essa lo coglie.  Cristo muore nel momento culminante del dono d’amore al Padre e ai fratelli, e quindi è risorto, glorificato per sempre in siffatto stato.  Non esiste altro Cristo che Gesù al culmine della sua vita, della sua morte, del suo amore.  Gesù è glorificato al culmine del suo sacrificio.

    Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. (Eb 9,24)

    A ogni messa (“Questo è il mio corpo… il mio sangue”) è quindi presente realmente sull’altare nello stato in cui si trova per sempre: accolto e glorificato al culmine dei suo sacrificio. E questo “il sacrificio della messa”…

    Ma a che serve?

    E’ chiaro che, se Cristo è perfetto nel suo amore e nel suo sacrificio, la chiesa non lo è affatto!  Come un masso informe, essa deve essere squadrata a colpi di mazza, lavorata a colpi di scalpello, per diventare conforme al modello divino.

    Gesù, invitandoci a mangiare il suo corpo dato, a bere il suo sangue versato, ci coinvolge nel suo sacrificio.  Ci invita a fare una sola cosa con lui (mangiare!) per entrare con lui nel sacrificio ch’egli stesso fa della propria vita al Padre e ai fratelli: vivere come lui, morire con lui, a fuoco lento forse, ma realmente, concretamente, ventiquattr’ore su ventiquattro.

    Con che cosa mi presenterò al Signore, mi prostrerò al Dio altissimo?  Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli d’un anno?  Gradirà il Signore le migliaia di montoni e torrenti d’olio a miriadi?  Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato? Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio. (Mi 6,6-8)

    Questo il senso delle sue parole troppo dimenticate: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua”.  Dobbiamo, allora, accettare la parte che Gesù c’invita ad assumere nella sua stessa missione, accettare la sua rinuncia suprema, il suo amore insomma, e la sua gloria.  Non possiamo assolutamente cercare altrove la vittima!

    Bere allo stesso calice, segno del destino comune, simbolizza appunto questo: destino comune fra i partecipanti, ma prima di tutto destino comune con colui di cui si beve il sangue, Cristo, “obbediente al Padre fino alla morte e alla morte di croce”.

    Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini… anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione d’un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo… Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio s’è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua mirabile luce” (1 Pt 2,4-9).

    Se rimaniamo soli, staccati da Gesù, tutti i nostri “sacrifici”, materiali o spirituali, risultano vani, in quanto non c’è che un solo sacrificio per sempre; perché solo nella vita obbediente di Cristo e nella sua morte glorificante, nel suo corpo in una parola, s’opera la salvezza per tutti.  Per questo, come dice s. Pietro, “stringiamoci a lui”, con le nostre mani piene, per così dire, dei nostri “sacrifici spirituali”, in modo da gettarli nel suo sacrificio, dato che egli per primo, con la messa, s’avvicina a noi nello stato glorificato del suo sacrificio.

    Altrimenti egli rimane solo, inutile, poiché il suo sacrificio “una volta per tutte” non può essere “ripresentato” se non per accogliere il nostro.

    Tocca a noi essere questo “sacrificio spirituale”, ossia d’amore, come fu la vita di Gesù, nel compimento della volontà di Dio.  E ancora, dobbiamo “vivere non più per noi stessi”, dobbiamo essere noi stessi “in Cristo un’offerta vivente”, ogni giorno della nostra vita, come chiedono le preghiere eucaristiche:

    “Perché non viviamo più per noi stessi, ma per lui che è morto e risorto per noi, hai mandato, o Padre, lo Spirito santo, primo dono ai credenti, a perfezionate la sua opera nel mondo e compiere ogni santificazione”

    Ecco perché, Signore, “ti offriamo il suo corpo e il suo sangue, sacrificio a te gradito, per la salvezza del mondo.  Guarda con amore, o Dio, la vittima che tu stesso hai preparato per la tua chiesa; e a tutti coloro che mangeranno di quest’unico pane e berranno a quest’unico calice concedi che, riuniti in un solo corpo dallo Spirito santo, diventino offerta viva in Cristo, a lode della tua gloria”.

    “ALLORA HO DETTO: ECCOMI!”

    Nel Nuovo Testamento il memoriale riceve un significato nuovo. Quando la Chiesa celebra  l’Eucaristia, fa memoria della Pasqua di Cristo, e questa diviene presente: il sacrificio che Cristo ha offerto una volta per tutte sulla croce rimane sempre attuale (cfr. Ebr 7,25-27): “Ogni volta che il sacrificio della croce, «col quale Cristo, nostro agnello pasquale è immolato», viene celebrato sull’altare, si effettua l’opera della nostra redenzione” (LG 3).

    In quanto memoriale della pasqua di Cristo, l’Eucaristia è anche un sacrificio. Il carattere sacrificale dell’eucaristia si manifesta nelle parole stesse dell’istituzione: “Questo è il mio Corpo che è dato per voi” e “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi” (Lc 22,19-20). Nell’Eucaristia Cristo dona  lo stesso corpo che ha consegnato per noi sulla croce, lo stesso sangue che egli ha “versato per molti, in remissione dei peccati” (Mt 26,28).

    L’Eucaristia è dunque un sacrificio perché ri-presenta (rende presente) il sacrificio della croce, perché ne è il memoriale e perché ne applica il frutto:

    Il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’eucaristia sono un unico sacrificio. “Si tratta infatti di una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno offrì se stesso sulla croce: diverso è solo il modo di offrirsi”. “In questo divino sacrificio, che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo che si offrì una sola volta in modo cruento sull’altare della croce” (Conc. Trid.)

    L’Eucaristia è anche il sacrificio della Chiesa. La Chiesa, che è il Corpo di Cristo, partecipa all’offerta del suo Capo. Con lui, essa stessa viene offerta tutta intera. Essa si unisce alla sua intercessione presso il Padre a favore di tutti gli uomini. Nell’Eucaristia il sacrificio di Cristo diviene pure il sacrificio  delle membra del suo Corpo. La vita dei fedeli, la loro lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a quelli di Cristo e alla sua offerta totale, e in questo modo acquistano un valore nuovo. Il sacrificio di Cristo presente sull’altare offre a tutte le generazioni di cristiani la possibilità di essere uniti alla sua offerta.

    Catechismo della Chiesa Cattolica, 1364-1368

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    La nostra partecipazione al Corpo e al Sangue del Signore Gesù Cristo non tende altro che a trasformarci in quello che riceviamo, a farci rivestire in tutto, nel corpo e nello spirito, da colui nel quale siamo morti, siamo stati sepolti e siamo risorti. S. Gregorio Magno, Disc. XIII

    ***

    Come io, con le braccia distese sulla croce e col corpo spogliato, spontaneamente ofrii me stesso al Padre per i tuoi peccati, cosicché nulla rimase di me che non fosse offerto in sacrificio per placare Dio, così tu pure devi offrirmi volentieri te stesso, come un’ostia pura e santa, ed ogni potere e affetto del tuo cuore, quanto più intimamente puoi. Che altro io ti chiedo? Se non che ti consegni interamente a me? Qualunque cosa tu mi offra, fuori di te, non la curo, perché non ti chiedo i tuoi doni, ma il tuo cuore. Imitazione di Cristo, IV,8.1

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    Morendo sulla croce nell’ora delle immolazioni dei sacrifici nel tempio, Gesù sulla croce alza verso il Padre e sul mondo il suo Corpo donato e il suo Sangue versato, “unico vero agnello pasquale”. Colui che “passa” effettivamente e “fa passare” a Dio.

    Cfr       Ebr 10,4-10

    ***

    Tutta la vita di Cristo, dall’Incarnazione alla morte fu un “sì” incondizionato al Padre. Un rendimento di grazie, un’«eucaristia»

    Cfr       2Cor 1,19

    Mt 11,26

    Gv 4,34; 8,29;…

    Fil 2,6-11

    ***

    Il sacrificio di Cristo pertanto non si colloca ad un livello rituale, ma nell’ordine della carità. Di conseguenza il sacrificio eucaristico non è nell’ordine rituale ma nell’ordine della carità. Non si tratta dunque da parte nostra di compiere puri atti cultuali, né per lui né per noi. Siamo invece posti di fronte ad una trasformazione profonda, interiore di tutto il nostro essere invitato a divenire un’offerta in Cristo, per Cristo, con Cristo al Padre nello Spirito santo.

    Cfr       Mich 6,6-8

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    Tocca a noi essere questo “sacrificio spirituale”, ossia d’amore, come fu la vita di Gesù, nel compimento della volontà di Dio. E ancora, dobbiamo “vivere non più per noi stessi”, dobbiamo essere noi stessi “in Cristo un’offerta vivente”, ogni giorno della nostra vita, come chiedono le preghiere eucaristiche: “Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito perché possiamo ottenere il premio eterno”

    Posted by attilio @ 10:07

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