• 17 Feb

    IL COMPIMENTO

    10. “Come io vi ho amato,

    così amatevi anche voi gli uni gli altri”


    “Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”.  Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”.  Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Cor 11,23-26).

    Questo racconto di s. Paolo è la più antica testimonianza che possediamo sull’ultima cena. Fu scritto intorno agli anni 55-57, prima del vangelo di Marco. E’ perciò molto importante.

    Questo testo si trova al centro di un vasto contesto che ha per scopo il reprimere un abuso sacrilego che si era introdotto, presso i Corinzi, nella celebrazione dell’agape cristiana.

    La partecipazione all’eucaristia sa di sacrilegio, se manca la preoccupazione per il pane degli uomini. Il segno suona falso nella misura in cui non viene posto il problema di sapere, se il pane è guadagnato nella giustizia o a detrimento del pane degli altri.

    Il cristiano, che dovesse accostarsi all’eucaristia senza preoccuparsi della giustizia e dell’amore nel lavoro, sarebbe vittima d’uno spiritualismo tanto pericoloso per la coscienza quanto il materialismo

    Questo sacrilegio – l’unica comunione sacrilega che la Scrittura colpisce direttamente – non consiste nell’aver rotto il digiuno o divagato su “pensieri cattivi”. E’ il sacrilegio di aver rotto la pace e la comunione fraterna! Di aver trascurato il fratello bisognoso.

    “Non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio.  Innanzitutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo.  E’ necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi.  Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. (Invece di radunarvi insieme e di mettere tutto in comune nell’uguaglianza), ciascuno, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco.  Volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Ricordatevi che cosa state compiendo, secondo l’insegnamento che vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane, lo spezzò… Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore.  Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,17-29).

    I primi cristiani erano entrati con gioia (At 2,42ss; 4,32ss), forse anche con un po’ di ingenuità, nelle esigenze che l’eucaristia comporta: condividevano tutto e tutto mettevano in comune.  E la messa non era una “cerimonia” fuori della vita; era un pasto fraterno in cui ciascuno portava ciò che poteva e dove, nella condivisione della parola, degli inni rituali e dei viveri, venivano consacrati e “spezzati” per ciascuno il pane e il vino: il corpo e il sangue del Signore.

    La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti era tra loro bisognoso, perché quanti possedevano campi o case, li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno. (At 4,32-35)

    L’eucaristia era chiamata la “frazione del pane”, in ricordo del gesto abituale e caratteristico di Gesù.  Questa idea della condivisione, infatti, era totalmente naturale, quasi automatica, per coloro che credevano al Corpo donato e al Sangue versato del Salvatore, presenti nel pane e nel vino.

    In seguito, si sono costruite chiese meravigliose e organizzate stupende liturgie. Ma Cristo non ha offerto il suo unico sacrificio nello sfarzo, bensì in un realismo spoglio e terribile: nella nudità del suo corpo ferito e trafitto: “Questo è il mio corpo spezzato.  Questo è il mio sangue versato”.  Questa è la messa, la nostra messa; oppure non è nulla, per noi, come per lui.

    Cristo non si è accontentato di parole.  Per questo ha istituito i sacramenti, soprattutto l’eucaristia, in simboli molto vicini alla vita di ogni giorno: perché i sacramenti devono cambiare la vita.

    Si prende il pane, lo si spezza, lo si condivide, perché il Signore ha istituito il sacramento dell’eucaristia affinché noi, divenuti veramente una cosa sola con Gesù sacrificato, condividiamo poi, con tutti, quanto è rappresentato dal pane e dal vino, tutto ciò che procura nutrimento e gioia agli uomini, tutto ciò che fa vivere e vivere bene, tutto ciò che rende felici e liberi.

    Senza dubbio lo dicevano anche i Corinzi, ma facevano il contrario.  C’erano i ricchi e i poveri, e disprezzo dei poveri da parte dei ricchi.  Allora Paolo interviene: “Non è più un’eucaristia!”.  Perché?  “Perché vi sono divisioni tra voi”.  E disuguaglianza clamorose: “Uno ha fame, l’altro è ubriaco”.

    Paolo non biasima i destinatari per un errore concernente la dottrina.  Rimprovera loro di non comprendere le implicazioni che l’eucaristia comporta nella vita del cristiano e della comunità.  La frazione del pane consacrato, atto di fede nel sacrificio di Gesù, è anche, in maniera indissolubile, un atto di perdono e di condivisione.

    Delle due l’una: o Dio è un dio ingiusto che dà l’abbondanza alla Svizzera e le carestie al Pakistan o al Brasile (ma sappiamo d’altra parte che Dio è il Padre di Gesù Cristo, che ha rifiutato l’ingiustizia e ha dato la sua vita per tutti gli uomini); oppure Dio vuole che tutti gli uomini sazino la loro fame, ma vuole anche che noi partecipiamo al suo disegno di salvezza.  Sappiamo che Dio non farà piovere dei pani sugli indiani o gli africani. Il solo mezzo che Dio ha scelto per nutrire quelli che hanno fame è che noi, a corto termine, li aiutiamo a fare a meno di noi mediante l’istruzione, l’acquisto delle loro risorse a prezzo remuneratore e facendo dei prestiti a lungo termine e a basso interesse.

    I ricchi di Corinto credono di poter ricevere con i loro fratelli poveri il corpo di Cristo, pur rifiutando di condividere con essi i loro beni.  Ma questo è impossibile.  Non si può ricevere il Cristo condiviso (anche se non diviso: è tutto in tutti), senza condividere ciò che si possiede.  Non si può mangiare insieme lo stesso “pane”, senza essere veramente fratelli, senza rinunciare ai propri privilegi, senza vivere un’alleanza nell’amore, senza formare realmente “un solo corpo”.  Altrimenti, “si mangia il pane e si beve il calice del Signore in modo indegno, diventando così rei del corpo e del sangue del Signore”.

    L’apostolo è forse un po’ troppo severo? I ricchi di Corinto mancano gravemente ai loro doveri sociali.  Ma ciò è sufficiente per affermare che “gettano il disprezzo sulla chiesa di Dio” e che la loro messa “non è più un mangiare la cena del Signore”?

    Crediamo che Paolo, ispirato dallo Spirito santo, abbia ben pesato le parole: ai suoi occhi e agli occhi di Dio, la tenacia dei rancori, il rifiuto della condivisione, l’egoistico mantenimento dei privilegi, comportano una rottura della comunione con Cristo e i cristiani.

    “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?  Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (10,16-17).

    La non-condivisione porta perciò la contraddizione al cuore stesso del sacramento.

    Ci si preoccupa molto dell’ortodossia della dottrina, dell’uniformità liturgica.  Potrebbe essere un comodo alibi, se non si è prima ancora più esigenti per una conversione evangelica!

    Si celebrano troppe messe i cui partecipanti vivono consapevolmente o meno situazioni di ingiustizia, di rifiuto, di non perdono, di divisione… che è un rifiuto della condivisione, al punto che s. Paolo si rifiuterebbe di riconoscere in esse la cena del Signore… Che cosa ne pensa lo Spirito?

    Nello stesso ordine di esigenze eucaristiche, troviamo altre indicazioni ancor più brucianti del ferro arroventato portato da Paolo sulle piaghe di Corinto… e sulle nostre.

    S. Giovanni, che ha annunciato e commentato così a lungo il pane di vita (6,22ss), ci sorprende per il suo silenzio sull’istituzione di questo sacramento.  Ci sorprende ancor di più per il fatto che lo sostituisce con un racconto sconvolgente che ne precisa l’impatto: dove porta una vera eucaristia?

    “Mentre cenavano, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre” e perciò di dare il colpo definitivo; “sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani”, che cosa fa Gesù con le sue mani?  “Gesù si alza da tavola e, preso un asciugatoio, se lo cinge attorno alla vita; poi comincia a lavare i piedi dei discepoli” (Gv 13,1-5).

    Lavare i piedi degli altri?  Un lavoro da schiavi!  Anzi, neppure: non lo si poteva imporre a uno schiavo ebreo.  E che dire d’un maestro che lava i piedi ai discepoli?  Follia impensabile!  Invece no: lezione profetica, lezione di cose:

    Voi mi chiamate maestro e Signore e dite bene, perché lo sono.  Se dunque io, il signore e il maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri.  Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.  In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone” (13 -16).

    Pagare di persona, nei servizi più umili e più pesanti: questo è lasciar vivere in sé il Cristo che si è mangiato, “corpo donato, sangue versato per molti”.

    Subito dopo, attorno alla tavola eucaristica, i dodici arriveranno a litigare per il primo posto.

    “Chi è il più grande tra voi”, dirà Gesù, “diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve.  Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve?  Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,24-27).

    Perciò “chi vuol essere il primo tra voi, sarà il servo di tutti.  Il figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,44-45).

    E’  il “Servo” annunciato da Isaia 53

    S.  Paolo riassume così la legge eucaristica della lavanda dei piedi: “Mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri (Gal 5,13).

    “Figlioli, ancora per poco sono con voi… Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.  Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,31ss).

    Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.  Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.  Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando… Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. (Gv 15,12-17)

    Questo “gli uni gli altri” ‘ ripetuto attorno alla prima tavola eucaristica, rinvia ai partecipanti della stessa tavola eucaristica.

    Si amano essi tra loro?

    Perché è questo il “segno” della “chiesa una”.  Non ce n’è un altro.

    “COME IO VI HO AMATI, COSI’ AMATEVI ANCHE VOI GLI UNI GLI ALTRI”

    Coloro che ricevono l’Eucaristia sono più strettamente uniti a Cristo. Per ciò stesso, Cristo li unisce a tutti i fedeli in un solo Corpo: la Chiesa. La Comunione rinnova, fortifica, approfondisce questa incorporazione alla Chiesa già realizzata mediante il Battesimo. Nel Battesimo siamo stati chiamati a formare un solo corpo. L’Eucaristia realizza questa chiamata: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il Sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10,16-17)…

    L’Eucaristia impegna nei confronti dei poveri. Per ricevere nella verità il Corpo e il Sangue di Cristo offerti per noi, dobbiamo riconoscere Cristo nei più poveri, suoi fratelli (cfr. Mt 25,40).

    Tu hai bevuto il Sangue del Signore e non riconosci tuo fratello. Tu disonori questa stessa mensa, non giudicando degno di condividere il tuo cibo colui che è stato ritenuto degno di partecipare a questa mensa. Dio ti ha liberato da tutti i peccati e ti ha invitato a questo banchetto. E tu, nemmeno per questo, sei divenuto più misericordioso (s. Giovanni Crisostomo).

    Catechismo della Chiesa Cattolica, 1396-1397

    ***

    L’eucaristia è segno di condivisione di fede e di vita, non si possono disgiungere questi due elementi. Divenuti una cosa sola con Cristo sacrificato, condividiamo poi, con tutti quanto è rappresentato dal pane e dal vino: ovvero la vita. E’ sacrilega dunque l’eucaristia celebrata nella divisione, nel rifiuto, nel disprezzo dell’altro.

    Cfr       1Cor 11,17-29

    1Cor 10,16-17

    At 4,32-35

    ***

    San Giovanni riportando il racconto dell’ultima cena, presenta l’eucaristia attraverso il gesto della lavanda dei piedi e della consegna del comandamento nuovo. E’ questa la sua grande catechesi sull’eucaristia.

    Cfr       Gv 13,1-16

    Gv 15,12-17

    Lc 22,24-27

    Mc 10,44-45

    Gal 5,13

    Posted by attilio @ 10:37

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