• 30 Nov

    Il vissuto della prima comunità cristiana:

    Atti 4,32-35

     a cura di p. Attilio Franco Fabris

     

    Il v. 35 con parole lapidarie afferma: “veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno”. E’ un’affermazione di grandissima importanza. Veniva dato a ciascuno non secondo i suoi meriti o demeriti, non secondo il grado, il ruolo, il posto che occupa nella comunità, non secondo la sua anzianità o la sua santità, ma secondo il suo bisogno. Si tratta di una gratuità che guarda al bisogno dell’altro.

    Noi saremmo tentati di dare “secondo giustizia” il che sta a significare in base ad una giustizia puramente distributiva (a tutti in parti uguali), o in base ad una giustizia meritocratica (a ciascuno secondo il suo merito). Dare a ciascuno invece secondo il suo bisogno è un’affermazione folle!

    Allo scandalo del buon senso mondano la tradizione biblica offre l’unica risposta possibile: la vita è dono, tutto è dono…Non temere dunque di vivere la gratuità. Il Signore è fedele!

    E’ questo il compimento della promessa biblica contenuta in Deuteronomio 15,7ss. La comunità cristiana si pone come il prolungamento e l’adempimento della Legge e della Promessa. Ecco la buona notizia! Le promesse di Dio finalmente si adempiono nella comunità di Gerusalemme.

    Ma qual è il fondamento di tutto questo, di questo adempimento?

    Esso si colloca nell’esperienza battesimale (cfr v 35 dove “deporre” sta ad indicare un vocabolario battesimale che dice una comune esperienza). In Atti 4,35.37 si “depongono” i beni che si possiedono: essi sono dono di Dio.

    Allora la condivisione dei beni si radica nella condivisione battesimale dell’essere. Cioè: io non depongo i miei beni ai piedi della croce, se prima, ai piedi della croce, non mi sono deposto io stesso.

    Alcuni tuttavia commenteranno: “Mah, sarà vero? Luca non parlerà probabilmente di un ideale mai raggiunto?”. Dobbiamo rispondere: se quella di Atti 2,42-47 3 32-37 è soltanto una prospettiva ideale, e non la certezza e la speranza che l’ideale biblico della fraternità proprio nel nome di Gesù, per dono di Dio, si può realizzare, al cristianesimo che cosa resta? Per rilanciare l’ideale di Dt 15 c’era bisogno che Gesù morisse? Non valeva la pena restare ebrei? L’interpretazione riduttiva di questa testimonianza chiave degli Atti demolisce la novità della prospettiva evangelica, cioè la stessa Buona Notizia.

    In questa interpretazione ci giochiamo la nostra identità ecclesiale.

    Quella comunione instaurata nella primitiva comunità ha un fondamento. Questo fondamento è la condivisione dell’essere.

    Quando si parla di condivisione ricordiamo che il primo bene da mettere in comune è la vita. Questo vuol dire il nostro tempo, il che vuol dire un progetto di vita, il che significa giocare in questo la propria libertà.

    Ma come si fa?

    E’ un dono del Signore che scaturisce dal fare “memoria” ogni giorno della sua Passione. Quando accogliamo, ai piedi della croce, questa gratuità dell’amore di Dio, allora l’amore circola fra di noi e noi diventiamo un cuor solo e un’anima sola. Ecco il segreto della comunità cristiana primitiva, la sua “grande forza”.

    Piste di riflessione

     ∑    La primitiva comunità vive la condivisione: “A ciascuno veniva dato secondo il suo bisogno”. Si mette in atto una giustizia che va al di là dell’equa distribuzione e del merito. E’ la folla “giustizia” della croce. Nelle nostre comunità è possibile parlare di condivisione? Se sì in quale senso? Se no in quale senso?

    ∑    Il fondamento della condivisione dell’avere è la condivisione dell’essere. Il che significa disponibilità a condividere la vita, il tempo, le energie, i progetti, la propria libertà. Ti sembra che in questi anni la provincia abbia camminato in questa direzione, ovvero di una sempre maggior proposta di una condivisione dell’essere?

    ∑    Questa condivisione dell’essere scaturisce dal deporre ai piedi della croce la propria vita. E’ dunque fondamentale la “memoria passionis” affinché nelle nostre comunità scaturisca una autentica comunione di vita. Questo significa accogliere incessantemente nella nostra vita la buona notizia. La proposta del primo annuncio ha trovato concretamente spazio nella vita personale e comunitaria come richiesto dalla programmazione capitolare?

    Posted by attilio @ 12:58

Leave a Comment

Please note: Comment moderation is enabled and may delay your comment. There is no need to resubmit your comment.