• 20 Mag

    MARIA DI BETANIA: SEDUTA AI PIEDI DI GESÙ
    Luca: 10, 38-42


    a cura di p. Attilio Franco Fabris


    38 Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. 39 Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; 40 Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41 Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, 42 ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

    Questa volta ai piedi di Gesù c’è un’altra donna, ma senza lacrime né profumo… Anche la casa è diversa. Gesù lì vi è accolto come ospite e amico graditissimo, circondato di ogni affetto e attenzione. 

    E’ Marta che fa gli onori di casa verso Lui e i suoi discepoli; la sorella, Maria, si accomoda con calma, con cura ai suoi piedi. Il suoi occhi sono rivolti a Gesù, non sono rivolti a terra pieni di lacrime: il suo sguardo è aperto, attento, gioioso.

    A Maria è sufficiente stare ai piedi del suo Maestro: Guarda il suo Gesù e lo ama. Pende dalle sue labbra: non si lascia sfuggire una sola parola. Per lei non c’è nulla di meglio da fare!

    Non c’è nulla e nessuno che si frappone tra lei e Gesù… 

    All’improvviso la voce di sua sorella: certamente amata e rispettata. Marta sta svolgendo un servizio: ha scelto un altro modo di amare Gesù. E Gesù non l’ha disprezzata. Un giorno risponderà alle parole di Marta con la resurrezione di Lazzaro.

    Certamente Gesù ama anche Marta e il suo modo di prendersi cura di lui, della sua attenzione alla sua umanità di Redentore. 

    Maria è bruscamente distratta e richiamata da parole umane, certo vere e sincere: “Dille che mi aiuti”. 

    La situazione è delicata. Non bisogna disorientare Marta: non bisogna dirle che sta sbagliando. Non è vero! Ma il primo servizio è quello di Maria: un servizio che sta facendo anche alla sorella indaffarata: ella porta in quella casa la capacità intensa straordinaria e  gioiosa di incontro e ascolto della Parola di Vita. 

    “Marta, Marta…”: è un’espressione dolce, detta col sorriso, da parte di Gesù… Una parola che ne significava cento altre. “Non devi agitarti per le cose, tra le cose, non devi perdere te stessa… Quello che sta facendo Maria è il primo dono che porta nella tua casa… Ella apre la porta all’ascolto, alla luce, alla Parola…

    “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori… 

    La disponibilità al servizio nella tua casa non può prescindere dall’essere innanzitutto comunione con Gesù, nel lasciarti amare: Maria ha scelto la parte migliore e non sarà Gesù a togliergliela. 

    Però, ora Maria: aiuta Marta!.. Va beh! Se lo dici tu…   

    CONFRONTANDOMI

      La sequela di Gesù è innanzitutto una vita di ascolto e di preghiera.

    Seguimi!  Dove, come, quando? Anzitutto mettendoti ai piedi di Gesù maestro. Ascoltando desideroso la sua parola, cosa ha da dirti. E’ da Gesù che ricevi via, verità e vita per la tua sequela. 

    Gesù non mi sta chiedendo se non di lasciarmi amare da lui. 

    Allora che cos’è la preghiera: quale posto deve avere nella mia vita? La tua preghiera è il tuo tempo dato a Dio, necessario a Dio per farmi suo.

    Una preghiera fatta anzitutto di silenzio e di ascolto. Creando uno spazio vuoto dentro di me affinché la sua parola possa risuonare in me liberamente. 

    Ciò richiede impegno, esercizio, perseveranza e non certo improvvisazione. 

    Nessuno forse mi ha insegnato il silenzio. Tanti mi hanno insegnato solo parole e parole… Devo far mia l’arte di saper ascoltare, accogliere, comprendere. Forse nella stessa comunità cristiani ci si educa al “dire”, al “fare”, al “sentire”, al “pensare”… 

    Che dire poi di quel frastuono e continuo rumore che caratterizza questa nostra cultura, questo tempo, il mio tempo, la mia vita quotidiana. Forse ho paura del silenzio… 

    Si tratta di vivere la vocazione alla sequela del Signore con uno stile contemplativo. lo stile di Maria di Betania. 

    Il mio pregare deve divenire traduzione del mio voler essere del Signore, del voler essere “nelle cose del Padre”. Nessuno mi dovrà distrarre. 

    Certo si tratterà di dare una mano anche a Marta: ma quando sarà Gesù a chiedermelo.       

    DI CONSEGUENZA

      La mia vita ha come scopo il divenire esclusiva proprietà di Dio. 

    1.Analizzo il mio ritmo e stile di preghiera: quali gli aspetti positivi e negativi?

    E’ momento privilegiato di ascolto?

    – a cosa mi sento invitato?

    * cosa devo lasciare o modificare

    * cosa devo invece privilegiare o scegliere 

    2.Faccio sì che la mia comunità sia anzitutto una comunità di ascolto e preghiera.

    Come? 

    3.Quale il ruolo dell’eucaristia? Diviene momento privilegiato di incontro con il Signore?

    momento di ascolto e risposta

    momento di intensa comunione tra me e il Signore

    spinta alla carità concreta?

  • 18 Mag

    LA PECCATRICE: LACRIME E PROFUMO…
    Luca: 7,36-50


    a cura di p. Attilio Franco Fabris

     

    36 Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.39 A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». 40 Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure». 41 «Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. 42 Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». 43 Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». 44 E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». 48 Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?». 50 Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

    Questo incontro ha come protagonista una donna: una peccatrice. Ci viene presentata con dettagli caratteristici: lacrime, capelli, baci, profumi…

    Gesù sa e conosce, accoglie. Non si sente a disagio.

    Colpisce quel pianto, quelle lacrime. Si tratta di un’esperienza caratteristica ed importante disseminata in tutto il vangelo: il pianto amaro di Pietro la notte della passione, il pianto della vedova che vede morire il suo unico figlio, il pianto di Gesù su Gerusalemme, il pianto di Marta e il pianto di Gesù davanti alla tomba di Lazzaro…

    Nel discorso della montagna Gesù annunzia: Beati coloro che piangono… s. Paolo esorta i cristiani: Piangete con quelli che sono nel pianto…

    Quando si parla di pianto si parla di quel mondo misterioso che sono le nostre emozioni più profonde. Anche la gioia più profonda si esprime nel pianto! Il pianto sgorga da una forte provocazione esterna che scuote, modifica, provoca profondamente.

    E’ Gesù che provoca le lacrime di quella peccatrice. Ciò che era dalla donna vissuto “senza pianto” ora diventa una dolorosa coscienza di peccato. La sua abitudine a vivere una vita dissoluta, al di sotto delle possibilità offerte dall’amore ora è scossa e provocata… alla donna si apre improvvisamente la possibilità di un nuovo modo di vivere…

    Le sue lacrime esprimono, senza vergogna, la sua riconoscenza verso Gesù. Per la sua parola che gli ha aperto nuove prospettive di vita.

    E’ Gesù che rivela la donna a se stessa. Le lacrime parlano di una resa, di una presa di coscienza. La donna ora può vedere realmente la strada imboccata dalla sua vita.

    Gesù ha colto in lei un travaglio più profondo di quanto essa stessa potesse sospettare.

    Ella è ai piedi di Gesù. Si sente compresa e perdonata. Ella è finalmente “beata”… testimonia la gioia delle beatitudini. E’ il pianto che si apre alla speranza. La certezza che domani non sarà lo stesso giorno di ieri. Tra quel passato e un futuro nuovo  ci sono quei piedi. Piedi del Verbo venuto incontro all’umanità per portare una parola di salvezza. “Come sono belli i piedi di chi reca buoni annunzi… piedi  che annunziano la pace…” (Is).

    Ben diverso l’atteggiamento duro, incapace di cogliere il mistero del profondo sentimento della donna, del fariseo Simone. La sua mente è attraversata da pensieri maligni e verso Gesù e verso la donna. Egli è scandalizzato dalla misericordia di Gesù.

    Gesù ripercorre ogni gesto della donna interpretandolo nella sua profondità: sono gesti che rivelano un grande amore.

    La donna ha amato e ama la vita. La sua dignità. Non ha mai smesso di amare anche quando si è consegnata a storie senza amore… ora ha trovato finalmente un perché, una ragione, un futuro al suo bisogno di amore e di vita…

    Dal suo passato porta sì ancora quei lunghi capelli, quella bocca e quel profumo che faceva parte del mestiere… Ma ora  che quelle lacrime hanno inaugurato. Mette tutta se stessa e ciò che ha in un servizio nuovo.

    Su di sé sente quelle parola di liberazione e di pace. Parola che troncano un passato: “Ti sono rimessi i tuoi peccati”. Gli si apre una storia nuova.

    CONFRONTANDOMI

    Il pianto rivela la nostra vulnerabilità di fronte a ciò che avviene fuori di noi e in noi.

    Il pianto di questa donna dice il suo essere “segnata” dall’amore… la donna che è accoglienza, dono, attenzione piange spesso perché è più disposta a lasciarsi coinvolgere da ciò che accade nella vita.

    Ma il pianto può essere anche sterile. Segno di impotenza, scoraggiamento ripiegamento non appartenente all’ordine dell’amore. Il pianto, quello vero, scaturisce sempre dall’amore.

    Questa donna desidera incontrare Gesù, e trova in Gesù colui che la accoglie. Ella può finalmente apparire quella che è, senza vergogna o rispetto umano: il suo pianto è dolce e amaro nello stesso tempo.

    L’incontro con Gesù mi costringe a misurarmi con la sua verità perché io possa misurarmi con la mia e possa così fermarmi, valutare, discernere…

    Mi costringe a domandarmi quale vita e quale amore sta nascendo dalla mia fede… quale coerenza nella mia sequela…

    Se Gesù è di casa nella mia casa e io divento familiare del suo cammino vengo invitato ad imparare l’arte della verifica: egli mi offre continuamente l’occasione per crescere umanamente e spiritualmente.

    Dovrei imparare a accostarmi con grande umiltà a quei suoi piedi trafitti dai chiodi del mio peccato e del suo amore, a versare abbondanti lacrime capaci di scavare quel vuoto in me capace di essere riempito dalla presenza della grazia.

    So che Gesù considera un dono le mie lacrime perché esse sono frutto di una nuova consapevolezza circa la mia storia fatta così spesso di inadeguatezza, incoerenza, frammentarietà…

    Questo dai miei occhi sgorgano lacrime significa che sto cominciando ad amare.

    DI CONSEGUENZA

    * Il sacramento della riconciliazione-penitenza:  è appuntamento prezioso e gioioso di incontro con Gesù.

    Esso mi dona una certezza basilare: Gesù è in comunione con me, sta dalla mia parte. Egli continuamente mi prende per mano quando mi fermo, devio o mi volto indietro…

    E’ il momento in cui scopro l’amore fedele di Dio capace di aprirmi dinanzi sempre nuovi orizzonti.

  • 17 Mag

    NICODEMO: ovvero la fatica del dialogo
    Giovanni: 3,1-21


    a cura di p. Attilio Franco Fabris


    L’incontro con Nicodemo ha molti  aspetti che ricordano l’incontro con il giovane ricco.

    Anche qui l’iniziativa parte da Nicodemo desideroso di interrogare Gesù, per capire, comprendere di più.

    Nicodemo è un fariseo, uno dei capi, uno stretto osservante della Legge. Probabilmente un membro del sinedrio. Dunque un “maestro d’Israele”. Egli è colpito non tanto dall’insegnamento di Gesù, quanto dai “segni” che gli compie che lo spingono a porsi degli interrogativi su Gesù, che lo discostano dalla linea ufficiale adottata da quella del suo partito fatta di rifiuto e di ostruzionismo. Come tutti gli altri è sicuramente condizionato da una concezione terrena e politica del Messia.

    Egli va da Gesù di notte. Un particolare che rivela molto dell’atteggiamento, del carattere e delle preoccupazioni di Nicodemo.

    Noi sappiamo come Giovanni usa molto la simbologia del contrasto: luce-tenebre, giorno-notte, spirito-carne… per sottolineare alcuni elementi non solo psicologici ma anche spirituali. Ad es. Giuda quando decide di tradire di Gesù esce dal cenacolo: “Ed era notte”. Anche nel prologo al suo vangelo troviamo espressamente la lotta tra le tenebre e la luce che è da esse rifiutata. Vi potrebbe essere tuttavia un rimando al fatto che la notte era considerata dai rabbini il tempo più opportuno per dedicarsi allo studio della Thoràh.

    In fin dei conti si vuole dire che Nicodemo non ha fatto ancora nessuna scelta. Non si è posto dinanzi ad un’alternativa. Egli vuole anzitutto capire.  Vuole vedere se è possibile conciliare un dialogo con Gesù pur non compromettendosi e sblilanciandosi pubblicamente. Non si mai…: “Rabbi, sappiamo che…”.  ben diverso fu l’atteggiamento di Zaccheo.

    Nicodemo è ancora troppo preoccupato di sé, è soprattutto attento alle sue domande: vuole avere prima delle certezze. Si avvicina sì, ma di notte…

    In un certo senso Gesù lo aggredisce. Gesù comprende che il dialogo con Nicodemo è possibile solo nella misura in cui egli  si lascerà scalfire le sue certezze teologiche. Ancora una volta Gesù non rifiuta un incontro ambiguo: è venuto per tutti perché tutti siano salvi.

    Usa gli stessi strumenti di Nicodemo: lo invita a guardare, a vedere: se non riesce a vedere in quello che dice e fa la “diversità” con quella ha visto e sentito dai profeti che lo hanno preceduto non c’è niente da fare. Occorre rinascere: questa è la condizione per entrare nel Regno che egli sta aspettando. E questa nuova nascita avviene solo nella fede in lui: “chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio” (1 Gv 5,1).

    Gesù vuole aprirgli lo sguardo su una realtà nuova, a lui che è immerso talmente nei problemi teologici da divenire incapace di scoprire il regno nella vita che gli sta intorno. La vita non si identifica con l’osservanza delle leggi, che per l’ebreo potevano rigenerare l’uomo, ma con la Sapienza divina che scruta in profondità la “verità” di ogni cosa. Occorre lo Spirito che è vita e che apre a risposte nuove, sconosciute, imprevedibili: la pienezza consiste nel vivere non solo come Dio vuole ma nel vivere la stessa vita di Dio.

    Nicodemo viene strappato alle sue sicurezze farisaiche per essere rimandato all’esperienza dell’Esodo: la rinascita nello Spirito scaturisce dal costato di Cristo innalzato sulla croce. Gesù gli domanda di lasciare le tenebre e di “venire alla luce” (v 21).

    Ma il dialogo non decolla: “Come può accadere ciò?”.  Che risonanza avranno avuto in lui le parole di Gesù?

    Ritroveremo Nicodemo al momento della sepoltura di Gesù, accanto a Giuseppe d’Arimatea. Lo immaginiamo turbato, ancora perplesso. Non riesce a fare il passo: non sarà né discepolo né apostolo.

    Gesù non ha insistito. Ha rispettato, con il pianto nel cuore, la sua libertà.

    Nicodemo è tornato a cercare, lui “maestro”, altrove: probabilmente ancora nelle leggi che sono precetti di uomini.

    CONFRONTANDOMI

    Sono messo dinanzi ad una verità: la realizzazione della mia vita non dipende anzitutto dai miei sforzi ma dalla mia docilità all’asacolto della Parola viva che mi trasforma.

    Si tratta di fare lo sforzo per rendersi disponibili all’azione rigenerante dello Spirito di Gesù.

    Gesù mi sta chiedendo, e in un certo senso costringendo, ad andare con la mia fede ad una profondità ancora più grande, che va al di là delle mie possibilità. A non accontentarmi del già visto, sentito, vissuto: egli mi vuole aprire alla novità: “Ecco io faccio nuove tutte le cose”. E’ la vita stessa che nel suo evolversi mi chiede questa docilità e apertura in avanti: in fin dei conti essa si spiega solo con una chiamata; e solo in una mia risposta di adesione totale essa può svolgersi, svilupparsi in tutta la sua pienezza. Io sarò quello che Dio mi farà se mi lascerò fare da lui. E solo così vivrò al massimo tutte le mie potenzialità e possibilità: ciò significa accogliere l’invito a “rinascere” continuamente e nuovamente e dall’alto.

    In altre parole si tratta di percorrere una strada che mi consenta di piegare me stesso, tutto ciò che in me di intelligenza, affettività, volontà, si oppone alla novità di Dio.

    Se avviene ciò si apre dinanzi a me una spazio straordinario: l’apertura alla verità di Dio e alla sua vita che riempie di senso e mi apre al dono.

    Come non pregare il salmo 138: Signore tu mi scruti e mi conosci…”?.

    L’episodio di Nicodemo mi fa comprendere come sia solo Dio colui che fa rinascere e crescere con il dono dello Spirito donatomi dal Figlio.

    DI CONSEGUENZA

    Mi pongo dinanzi allo Spirito che mi abita e nel quale sono stato rigenerato. Lo Spirito di vita che mi apre alla sorgente del vero, del buono e del bello.

    1.       Essere docili alla sua azione: lasciare che il vasaio crei un’opera d’arte dalla creta con le sue mani: cosa comporta questa docilità, dove si concretizza?

    2:       Lo Spirito è novità di vita: guardo al mio vissuto. Posso dire di essere aperto a questa novità. Capace di accogliere ciò che mi viene offerto come dono di Dio per la mia crescita anche se questo comporta un distacco e un cambiamento.

    3.       Prendere coscienza del dono dello Spirito fattomi nel battesimo, nella confermazione, (nell’ordinazione). Come ricomprendere la mia iniziazione cristiana?

    Quali strumenti utilizzare per giungere a questo scopo?

    4.       Vivere un’etica battesimale: cosa comporta? Provo a dare una definizione e una serie di caratteristiche in ordine di importanza.

  • 16 Mag

    Un Dio per disperare?
    Geremia 15,10-21


    di p. Attilio Franco Fabris

     

    I versetti citati vengono per lo più spostati cronologicamente al tempo di Ioiakim (608-598) perché proprio sotto questo re Geremia ebbe molto da soffrire.  Ma quella datazione è tutt’altro che sicura; il brano potrebbe stare altrettanto bene al tempo di Sedecia (597-586).

    I vv. 13 e 14 sono stati inseriti in questa pagina più tardi.

    Il contenuto è un confronto personale tra Geremia messo alla prova e il suo Dio.

    Dal punto di vista terminologico, la presente Confessio è imparentata con le lamentazioni veterotestamentarie.

    La caratteristica linguistica induce a pensare che Geremia si lamenti di Jahvè con Jahvè stesso, e anzi in ultima analisi lo metta sotto accusa.

    L’insuccesso di Geremia

    Nell’esercizio del suo ministero profetico, nella sua predicazione di profeta, Geremia è diventato «oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese» (v. 10).  La sua critica al comportamento asociale dei ricchi, all’ottusità del popolo, la sua critica al tempio e al culto, ai sacerdoti e ai profeti di salvezza, la sua critica al re, gli hanno tirato addosso l’ostilità di tutti.

    Tuttavia egli non ha nutrito sentimenti cattivi nei confronti dei suoi nemici.

    “Forse, Signore, non ti ho servito del mio meglio, non mi sono rivolto a te con preghiere per il mio nemico, nel tempo della sventura e nel tempo dell’angoscia? (v. 11).

    Eppure la predicazione profetica lo ha gettato nella solitudine.  Chi infatti sarebbe disposto a coltivare l’amicizia con un profeta che non ha altro da annunciare se non: per voi non c’è salvezza?

    Come sarebbe stato volentieri una persona normale, come tutte le altre!  Ma questa possibilità gli era negata.

    Non mi sono seduto per divertirmi nelle brigate dei buontemponi, ma spinto dalla tua mano sedevo solitario, poiché mi avevi riempito di sdegno” (v. 17).

    L’emarginazione dalla società come conseguenza del suo insuccesso professionale, profetico, spinge Geremia ad esclamare: «Me infelice, madre mia, che mi hai partorito» (v. 10).

    Ma non è soltanto il fallimento esterno che lo spinge a questa confessione.  Bisogna prendere in considerazione un punto ancor più essenziale.

    L’inattendibilità di jahve

    Geremia ha affrontato e percorso la stoltezza dell’esistenza profetica. «Mi hai sedotto, Signore, e io stolto mi sono lasciato sedurre» (Ger. 20,7).

    La forza di questa espressione acquista tutto il suo rilievo soltanto se si avverte che il verbo ebraico qui adottato ptb è la formula specifica per indicare la seduzione di una ragazza.  Geremia viene allora a dire: Dio, tu hai approfittato della mia buona fede, della mia fiducia, della mia disponibilità, del mio affetto e amore.  Sono stato stolto a fidarmi di te.

    Nel racconto della vocazione di Geremia (Ger. 1), in cui egli avanza delle obiezioni contro la sua vocazione, preoccupazioni e obiezioni di Geremia vengono respinte da Jahvè con queste parole:

    1,8 Non temerle, perché io sono con te per proteggerti.

    E in 1,17-19 la promessa viene continuata:

    «Tu, poi, cingiti i fianchi, alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti, alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro. Ed ecco oggi io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti».

    Geremia aveva prestato fede a questa promessa.

    Ma ora egli ha fatto l’esperienza che Dio non è di parola.

    Se richiamiamo il significato del verbo    già ricordato pth («sedurre»), possiamo tradurre a         un dipresso così l’esperienza di Geremia: « … tu hai approfittato della mia ingenuità … mi hai fatto tutte le promesse possibili, e io sono stato così sciocco da abbandonarmi a te…, tu mi hai piantato nella mia vergogna».

    Così egli comincia a dubitare, a disperare. Questo è il dolore continuo, la ferita inguaribile di cui egli soffre e di cui parla in 15,18a:

    “Perché il mio dolore è senza fine

    e la mia piaga incurabile non vuol guarire?”

    Se Geremia terminasse il suo lamento con il v. 18a, allora – secondo la struttura delle lamentazioni cultuali d’Israele – ci sarebbe ancora per lui speranza, allora forse la sua delusione non sarebbe ancora definitiva.  Infatti l’interrogativo – «perché?» – nelle lamentazioni punta a una risposta di Dio, risposta di consolazione e di liberazione, alla assicurazione che le sofferenze finiranno presto o anche subito.  Nelle lamentazioni la domanda del «perché» è un grido fiducioso a Jahvè, affinché operi un cambiamento e torni a guardare con bontà l’orante.

    Ma in base alla propria esperienza Geremia è evidentemente ormai incapace di piegarsi alle movenze della lamentazione; egli le oltrepassa e sfocia nell’accusa, ed esprime così di non riuscire più a sperare.

    Tu sei diventato per me un torrente infido,

    dalle acque incostanti (18 b).

    Che cosa significhi un torrente infido lo descrive Giobbe 6,15-20.  Al tempo delle piogge invernali anch’essi sono colmi d’acque, ma nei periodi di secca inaridiscono.  Chi s’abbandona a loro nei tempi di siccità, finisce male. Chi si fida dei torrenti infidi perisce.

    Quando Geremia rimprovera a Jahvè di essere per lui come un torrente infido, si deve richiamare anche Ger. 2,13.  Qui il profeta rimprovera il popolo in nome di Dio:

    Perché il mio popolo ha commesso due iniquità:

    essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva,

    per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua.

    Le cisterne screpolate sono gli dèi a cui Israele si è affidato.  Non servono a nulla, non ci si può fidare.  Orbene questa stessa denuncia Geremia la fa ora (15, 18) anche nei riguardi di Jahvè.  Implicitamente il profeta colloca Jahvè sul banco delle divinità, da cui egli peraltro non si aspetta nulla.

    Certo, egli non esplicita quest’idea; ma il suo confronto con il torrente infido non lascia altra conclusione.

    La lamentazione trasformatasi in accusa raggiunge qui indubbiamente il suo punto più alto; tanto più che, nell’Antico Testamento, si può mettere in dubbio tutto ma non il dogma della fedeltà e credibilità di Jahvè e della sua superiorità sugli dèi.

    Quando Geremia ha accettato il suo incarico, se poteva contare su qualcosa, era la fedeltà di Jahvè, che per l’israelita rappresentava il punto assolutamente sicuro.  Quella fedeltà è la base autentica dell’esistenza profetica.  Ma ora egli deve costatare che Jahvè non è fedele, che la sua parola non è credibile.  Ne rimane sconvolto.

    Come può infatti un profeta essere ancora profeta se sperimenta che la parola di Dio non è credibile? Qui è intaccata la radice del profetismo, di ogni fiducia, di ogni fede  personale.  Forse Geremia sarebbe riuscito a reggere, più o meno volentieri il suo pesante destino di profeta e la solitudine umana, se in base alla sua esperienza personale non gli fosse diventata problematica la fedeltà di Jahvè e non avesse invece conosciuto la sua apparente inattendibilità.

    Presupposti teologici

    Per poter comprendere la situazione disperata di Geremia, bisogna avere ancora presenti due presupposti teologici.

    Al tempo di Geremia, la fede dell’Antico Testamento non conosce ancora una vita di segno positivo dopo la morte.

    Se dunque ora il profeta viene ingannato da Dio, quest’inganno coinvolge la vita e il suo senso perché, se questo senso fallisce ora, fallisce per sempre.

    Attorno al 600 a.C., lo Sheol è il luogo dei morti, la patria del silenzio.  L’uomo è in cammino verso lo Sheol; ma qui non c’è più né azione né pensiero né conoscenza né saggezza (Eccl. 9,10).  Non c’è neppure sofferenza e tormento.  Ombra, silenzio, inghiottimento nel nulla: né attività positiva né passività negativa: ecco lo Sheol.  Un infinito ammutolire e spegnersi.

    Se non si può sperare in un’esistenza positiva e piena di senso dopo la morte, diventa naturalmente anche più pesante aver a che fare con un Dio che tace in questa vita.  E nella situazione descritta al cap. 15 Geremia fa chiaramente l’esperienza di un Dio silenzioso, al punto che egli deve chiedersi se le parole pronunciate in passato da Dio, con cui questi gli si era manifestato, non fossero pura fantasia invece che realtà divina.

    In qualità di cristiani – dopo che in Gesù è apparsa la parola decisiva di Dio – ci è più facile accettare il silenzio di Dio, anche se ne soffriamo.  Come possibilità di accettare questo silenzio, rimeditiamo alcune espressioni di Karl Rahner in Tu sei il silenzio: «Perché dunque tu taci?… Se tu taci, non è questo un segno che tu non mi ascolti?  Oppure tu ascolti attentamente la mia parola, forse tu ascolti a lungo la mia vita, fino a che io mi sia detto tutt’intero a te, ti abbia dispiegata tutta la mia vita?  Tu taci proprio perché ascolti spiando silenziosamente finché io non sia davvero compiuto, al termine, per dirmi allora la tua parola, la parola della tua eternità, per mettere allora fine una buona volta al monologo di un pover’uomo, questo monologo che dura tutta una vita nella pesante oscurità di questo mondo, mettervi fine con la parola illuminante della vita eterna, in cui tu stesso ti dirai a me dentro il mio cuore?».

    Ma per Geremia la possibilità di vita eterna a cui si richiama Rahner non esiste ancora. E neppure gli passa per la mente che il silenzio divino è la garanzia della libertà umana. Inoltre, egli ha non solo ascoltato qualcosa di Dio; ha ascoltato – in qualche modo Dio stesso. Almeno, così ha pensato finora.  Come potrà allora predicare la parola se non gli viene più pronunciata?  Se Dio tace, Geremia non può più essere profeta.

    La seconda cosa che va tenuta presente è che Geremia non vede ancora nella sofferenza dell’innocente una possibilità ricca di senso da parte di Dio.  E Geremia si considera uno che soffre da innocente; non per nulla egli sottolinea: «Forse, Signore, non ti ho servito del mio meglio, non mi sono rivolto a te con preghiere per il mio nemico, nel tempo della sventura e nel tempo dell’angoscia?» (v. 11).

    Ciò che la Passione di Gesù ci ha reso quasi troppo familiare, la sofferenza vicaria per la salvezza dei peccatori, ciò che si trova già con piena maturità teologica nel quarto canto del Servo di Dio, non è ancora chiaro per Geremia, e quindi neppure affermabile, sebbene un tempo breve lo separi dal Deuteroisaia, l’autore del canto del Servo, e sebbene più di una volta si possa avere l’impressione che egli partecipi già alla sofferenza vicaria del Servo (cfr.  Ger. 11,19; 10,19 s.; 14,17.19, in questi testi il profeta non piange la propria miseria ma quella del popolo, che è come diventata sua; egli soffre già quello di cui gli altri non hanno ancora coscienza).

    L’alternativa di Geremia

    Nella confessio di Geremia si può anche riconoscere soltanto lamentazione e accusa.

    Ma l’accusa diventa comprensibile soltanto se si è prima riconosciuta l’alternativa del profeta, quella che egli pone al suo Dio, cioè alla sua idea di Dio alla sua immagine di Dio.

    Se questa alternativa sia stata del tutto chiara a Geremia stesso, è un altro paio di maniche.  Di fatto egli la offre.  Ed essa soltanto riesce a spiegare il suo dubbio nella fedeltà di Dio, la sua disperazione.

    «Tu lo sai, Signore,

    ricordati di me e aiutami, vendicati per me dei miei persecutori.

    Nella tua clemenza non lasciarmi perire,

    sappi che io sopporto insulti per te» (15, 15).

    In queste frasi Geremia chiede al suo Dio un intervento decisivo, e proprio in questo modo gli pone un’alternativa. O Jahvè si riconosce nel suo profeta, o con la sua clemenza finisce per mettersi dalla parte dei nemici di Geremia e per lasciarlo perire.  Nella prospettiva di Geremia, Jahvè deve intervenire in favore del profeta, poiché la rovina di questi dimostrerebbe che le sue parole non erano messaggio di Jahvè.

    Geremia è molto abile nell’evidenziare che nel suo destino è in gioco in ultima analisi la causa stessa di Jahvè; perciò egli può anche dire: «Vendicati per me dei miei persecutori».  Geremia non vede che un’alternativa: io o i nemici.  Non vede altra possibilità, e quindi assolutizza la propria alternativa come l’unica possibile.  Ma in questo modo egli limita le possibilità di Dio a quelle che sono da lui contemplabili e comprensibili.

    Ma dato che Jahvè non interviene contro i nemici del profeta, Geremia – nel senso della sua alternativa – si vede oramai in balia della rovina definitiva.  Dio non si riconosce in lui, non si riconosce dunque nel suo messaggio Egli non comprende più il suo Dio.  Perciò egli dispera della sua esistenza profetica e del suo Dio, a cui non può non negare allora l’attendibilità, la fedeltà alla sua stessa parola.

    Questo Dio, della cui esistenza il profeta non dubita, non corrisponde più all’immagine di Dio che Geremia si era fatta in base alla teologia tradizionale veterotestamentaria e alla propria esperienza personale.  Dio gli è diventato estraneo.  Egli si trova in presenza di uno sconosciuto, di cui non si può più fidare.

    Geremia non è (ancora) disposto ad abbandonarsi a questa nuova realtà divina, egli si attiene a quanto gli è stato tramandato e a quanto ha finora sperimentato.  Anch’egli ha le sue idee su com’è il Dio d’Israele e su come, di conseguenza, Jahvè come Dio deve essere e comportarsi.  Perciò può esigere come alternativa che non esageri in pazienza ma si decida finalmente a prendere pubblicamente posizione a fianco del profeta. Se Dio non fa così, sulla base di quanto è accaduto finora non resta che accusarlo di infedeltà.

    Che Dio è se non mantiene la sua parola così come ci si aspetta da lui?

    La risposta di Jahvè

    Tutto quanto abbiamo finora ripetutamente incontrato viene confermato e approfondito nella risposta di Jahvè.  Il fatto che questa risposta venga data significa che Geremia non è più capace di uscire dal suo vicolo cieco.  Non vede più via d’uscita dalla situazione vissuta della sua esistenza; Dio – e con lui ogni cosa – gli è diventato problematico.  Al tempo stesso, la risposta mette in luce che Dio non ha ricusato il suo profeta, non si è ritirato da lui.  Lamentazione e accusa non sono cadute nel vuoto; Jahvè lo ha ascoltato, era quindi vicino a lui, anche quando Geremia non riusciva più a crederlo perché si era immaginata in modo diverso la promessa «presenza» di Dio.

    Dobbiamo pensare che Geremia abbia creduto di sperimentare l’inattendibilità di Dio soprattutto nel fatto che la promessa legata alla sua vocazione «Non temerli, perché io sono con te per proteggerti» (1,8. 19) non era stata mantenuta.  Egli non poteva infatti accordare la sua situazione, quale la presenta al cap. 15, con questa promessa; l’una divergeva dall’altra.  Ma la risposta di Dio gli dice: la sua solitudine, il suo insuccesso e il silenzio divino non comportano senz’altro una separazione e un’infedeltà di JahvèDio era ed è vicino al suo profeta, ne conosce il destino, sta al suo fianco – ma in maniera diversa da come Geremia se l’aspettava.  Dio non è diverso soltanto nel suo essere, ma anche nel suo agire, nel modo in cui realizza la parola data.

    In che maniera sia giunta a Geremia la risposta di Jahvè non possiamo saperlo.  Dio ha parlato esplicitamente al suo profeta? O si è trattato di una conoscenza interiore fondata su un’ispirazione divina?  Non è possibile risolvere questi problemi.  Soltanto un punto si presenta verosimile: non può trattarsi di una riflessione puramente umana, in cui la ragione riacquisti il controllo sul dolore e sulla delusione.  La cosiddetta formula di messaggio «oracolo di Jahvè» induce a pensare a un’ispirazione, comunque modulata.

    Ha risposto allora il Signore:

    «Se tu ritornerai a me, io ti riprenderò

    e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile,

    sarai come la mia bocca.

    Essi torneranno a te,

    mentre tu non dovrai tornare a loro» (15,19).

    Geremia ha parlato di Dio con leggerezza, proprio perché lo ha giudicato in base a presupposti puramente umani, perché implicitamente ha prescritto a Dio come egli deve agire, come deve essere Dio, perché ha assolutizzato il proprio pensiero umano.

    In questo modo Geremia può ben essere un uomo che contende con il suo Dio, che perde la fiducia in lui, ma non può più così essere profeta, essere la bocca di Dio.  Perciò egli deve convertirsi.

    Convertirsi significa sempre nel messaggio di Geremia: indirizzarsi con tutta la propria esistenza a Jahvè e prenderlo seriamente nella sua qualifica divina.  Se ora è Geremia stesso che deve convertirsi, ciò significa per il profeta: dimenticare se stesso, non pensare a ciò che nei versi precedenti egli ha esposto con parole appassionate.

    Ma se Geremia deve trasformare il proprio modo di pensare, se deve abbandonare i pensieri che ha prima espressi, ciò significa al tempo stesso che quando si pensa Dio e l’uomo non si può pretendere di misurare e giudicare con un modello di pensiero bell’e fatto l’azione di Dio sull’uomo, sul profeta come sui suoi nemici.  E perciò non si può neanche pretendere di presentare a Jahvè un’altemativa più o meno rigida, come ha fatto Geremia, perché quest’alternativa scaturisce dall’interesse personale, e non rende quindi giustizia alla realtà divina.

    Ma allora l’invito alla conversione significa anche prendere sul serio il fatto che Dio non solo non è affatto un nostro conoscente ma è anzi essenzialmente un estraneo. che può fare questo e quello, da cui ci si deve veramente aspettare questa e quella sorpresa.

    Nella evoluzione dell’Antico Testamento c’è voluto molto tempo prima che la percezione e il riconoscimento dell’estraneità di Dio riuscissero a esprimersi in formule chiare, indipendenti dall’esperienza dei singoli. L’idea si trova poi sviluppata nel Deuteroisaia dei tempi dell’esilio. «Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore.  Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre, i miei pensieri sovrastano i vostri» (Is. 55,8 S.).

    Geremia deve convertirsi, deve rovesciare il proprio pensiero, secondo cui soltanto le possibilità e le alternative umane sarebbero le possibilità di Dio.  In fondo, ritroviamo qui la stessa posizione che in Giobbe: costui deve troncare la sua disputa pro e contro Dio nel momento in cui viene messo a confronto con il pensiero e l’azione di Dio, che trascendono le possibilità di Giobbe.

    Un insegnamento anche per noi

    Se da tutte queste riflessioni si vuol trarre un guadagno teologico – forse anche di significato generale – si impone anzitutto la constatazione quasi banale: Dio è diverso da come noi uomini lo pensiamo.

    Non si tratta soltanto di ammettere che gli uomini possono sbagliarsi nelle loro affermazioni su Dio.

    Si tratta piuttosto di avvertire che Dio è diverso da come la persona teologicamente formata e da come l’uomo carismaticamente dotato pensa il suo Dio. Perché Geremia non è un uomo della strada; proviene da una famiglia sacerdotale, è stato educato secondo le tradizioni teologiche d’Israele, sa pure che cosa bisogna pensare e credere di Jahvè, e che cosa bisogna fare.  E proprio a lui è capitato di smerciare idee sue come realtà divine, mentalità umana come prospettiva ultima, di parlare di Dio con leggerezza.

    Orbene, che le persone ufficiali si possano sbagliare nelle «cose» attinenti a Dio e alla sua volontà, è un fatto che oggi non sorprende più un certo gruppo di persone impegnate.

    Ma può essere sorprendente per loro che Geremia non possa essere annoverato appunto tra i cosiddetti conservatori di Israele, tra quei credenti ortodossi che nella loro fede difendono le proprie posizioni.  Geremia appartiene invece ai critici più accaniti del sistema.

    Egli attacca teologia e prassi cultuali; attacca le istituzioni religiose, smaschera come menzogna la fede nel tempio, consacrata dalla tradizione, rinfaccia i loro difetti ai padroni dell’altare e del trono che – quasi per assicurarsi il favore divino – hanno alle spalle la garanzia dei teologi.

    Ma anche Geremia può sbagliarsi nel suo pensare e parlare di Dio, anch’egli può parlare con leggerezza del suo Dio.

    Davanti al Dio che compare in Ger. 15 non c’è che l’atteggiamento della totale apertura, non ci si può trincerare dietro posizioni ufficiali, scientifiche, umane, se si vuol incontrare lui e non unicamente se stessi nel proprio pensiero.

    L’uomo deve tenersi aperto per la realtà di Dio, che nella sua attività, e specificamente nella sua azione sull’uomo, si fa strada e si manifesta.  L’uomo deve aprirsi a questa realtà, deve mettersi a disposizione di Dio, anche se non riesce a penetrare i suoi pensieri.  Infatti non è determinante riuscire a penetrare e ad esprimere esperienze adeguate.  Determinante è soltanto la fiducia nell’abbandonarsi tra le mani di questo Dio divino, non umano.  Determinante è che la propria realtà, la propria umanità – anche se passata attraverso il crogiolo della sofferenza e quindi in apparenza legittimata – non venga contrabbandata come realtà divina; qui infatti è il tentativo più o meno consapevole di circoscrivere le possibilità di Dio a possibilità umanamente pensabili e rappresentabili.

    Le nostre conclusioni potrebbero suscitare l’impressione che si abbia a che fare con una problematico puramente teologica.  Non è così; lo dimostra l’espressione corrente in tutti gli strati sociali: «Se c’è un Dio, non può permettere questo o quest’altro».  Espressioni come queste possono scaturire da una profonda sofferenza umana ed essere quindi fin troppo, comprensibili; e tuttavia esse nascondono un modo di pensare e di parlare che prescrive a Dio come egli, debba essere in quanto Dio, che cosa debba fare come DioSe non è così, se non agisce così, si dispera di lui, o si nega la sua esistenza.

    Con quanta facilità proprio i credenti e praticanti, corrano il pericolo di voler disporre di Dio – naturalmente «in buona fede» – perché sono convinti di conoscerlo, può essere documentato da un episodio narrato in Ger. 42-43.

    Godolia, posto da Nabuccodonosor come governatore di Giuda dopo la distruzione di Gerusalemme, venne assassinato a Mizpa per motivi sconosciuti.  Temendo un’azione punitiva del re babilonese, un gruppo, consistente di Giudei che dimoravano a Mizpa o che si erano adunati in questa città, fuggirono verso l’Egitto.  Ma, da bravi credenti, non si volle fare questo

    passo senza avere la garanzia divina: Jahvè doveva benedire l’impresa, accompagnarli per così dire nel bagaglio di marcia, essere loro presente.  Perciò questo gruppo di fuggiaschi si rivolse a Geremia perché cercasse qual era la volontà di Dio e la facesse loro conoscere. Ed essendo brave persone, non volevano naturalmente disporre di Dio ma compiere la sua volontà.

    E’ quanto essi assicurano a Geremia: «Il Signore sia contro di noi testimone verace e fedele se non faremo quanto il Signore tuo Dio ti rivelerà per noi.  Che ci sia gradita o no, noi ascolteremo la voce del Signore nostro Dio al quale ti mandiamo, perché ce ne venga bene obbedendo alla voce del Signore nostro Dio» (Ger. 42,5 s.).

    La situazione è chiara.  Ci si sottomette interamente alla volontà di Dio.  Come potrebbe essere altrimenti, se ci si rivolge a Dio?  Dieci giorni dopo il profeta comunica loro la volontà di Dio: devono restare in Giuda e non fuggire in Egitto!  Anche questa comunicazione è chiara.

    Eppure i devoti commissionari della preghiera rifiutano questo verdetto divino. «Una menzogna stai dicendo!  Non ti ha inviato il Signore nostro Dio a dirci: non andate in Egitto per dimorare là; ma Baruch figlio di Neria ti istiga contro di noi per consegnarci nelle mani dei Caldei, perché, ci uccidano e ci deportino in Babilonia» (43,2 s.). Questa reazione al verdetto del profeta mostra ormai il vero volto di quelle persone pie.  Esse non volevano conoscere la volontà di Jahvè ma soltanto vedere confermati da Dio i propri progetti e propositi così ragionevoli.  Malgrado le loro parole buone e religiose, mancava loro qualunque apertura a Dio.  E poiché Dio attraverso Geremia non aveva deciso come essi avevano pensato e desiderato, quella risposta non poteva venire da Dio.  Essi infatti avevano le loro idee ben solide a riguardo di Dio e sapevano già in partenza che cosa egli dovesse dire e fare, anzi che cosa egli potesse pensare e volere. La loro immagine di Dio, che emerge attraverso le loro parole, costituiva il criterio sicuro che permetteva loro di distinguere l’umano dal divino.  Ma è proprio contro questa posizione che Geremia si esprime.  Ed egli è in grado di farlo perché nell’esperienza narrata in Ger. 15 ha conosciuto qual è la collocazione del pensiero umano su Dio, ha visto come un’immagine consolidata di Dio deve cadere di fronte alla realtà divina, se ci si abbandona a questa realtà e non la si liquida come impossibile.

    Il profeta parla per trovare ascolto; diversamente, il suo messaggio cade nel vuoto.  Tuttavia, egli deve tenere dinanzi agli occhi la propria missione.  Non può piegare e adattare la parola di Dio per trovare consenso e approvazione; deve annunciare senza riduzioni il messaggio affidatogli, opportune et importune!

    L’episodio di Geremia richiama emblematicamente al messaggero della parola il suo ruolo.  Il profeta deve contrastare chi pretende di avere il sigillo di Dio sulla propria azionePerciò in Ger. 15,20s. vengono rinnovate le promesse legate alla vocazione, già annunciate in 1,18 s. Toccando Geremia, esse cadono ormai su un terreno ben diversamente preparato, trovano una comprensione ben più profonda che quando vennero pronunciate la prima volta, alla vocazione.

    Il profeta ha oramai imparato, e ora sa perché quasi inevitabilmente egli dovesse diventare «oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese» (v. 10). Ora egli potrà prendere su di sé più facilmente o almeno con più sicurezza il confronto e lo scontro con il suo popolo, perché ha sperimentato in se stesso di che si tratta.  Deve diventare l’uomo del contrasto e del litigio perché nella sua persona al pensiero umano, alla chiusura umana dell’io e alla sua schiavitù deve contrapporsi la sfera del divino come il contropolo autentico, come l’unica realtà valida, davanti a cui non c’è che da tenersi aperti e da mettersi a sua disposizione.  Tutto ciò è possibile soltanto se ci si affida a Dio anche quando non lo si capisce.

  • 15 Mag

    “Hai combattuto con Dio

    e con gli uomini e hai vinto”

    Gn 32,23-33


    a cura di p. attilio franco fabris

     

    E’ uno degli episodi più misteriosi e affascinanti racchiusi nella sacra Scrittura.

    Esso si colloca ad un crocevia geografico-esistenziale della vicenda di Giacobbe. Ci troviamo ad una svolta della sua vita: tutti i problemi, i conflitti, le contraddizioni accumulate qui raggiungono il loro apice risolvendosi e sciogliendosi.

    1. contesto

    Per comprendere bene l’episodio è necessario ripercorrere la storia.

    L’episodio della lotta si colloca anzitutto a poche ore di distanza dal temuto incontro di Giacobbe col fratello gemello Esaù.

    Giacobbe è terrorizzato dall’idea dell’incontro, teme la vendetta del fratello.

    Quest’ansia e quest’angoscia è sottolineata dall’annotazione temporale: era notte:

    Giacobbe rimase in quel luogo a passare la notte (v. 14).

    Nell’imminenza di questo incontro avviene un altro incontro non meno temibile e inaspettato: una lotta con un uomo misterioso. Lotta dalla quale uscirà claudicante non senza aver imparato che la pietà è più potente di tutto (Sap 10,12).

    La storia di Giacobbe è inscindibilmente legata a quella di Esaù. I due sono gemelli. Sono un dono del Signore a Rebecca sposa di Isacco, fino ad allora sterile. Un dono sovrabbondante. Ma ciò che da parte di Dio è sovrabbondante, viene percepito come problematico da parte dell’uomo.

    Il confronto fa nascere la competizione, la ricerca di prevaricazione sull’altro. Si ritiene che la propria identità debba essere affermata a scapito dell’altro. Prima ancora di nascere i due fratelli si urtano, litigano, si disturbano reciprocamente:

    Isacco supplicò il Signore per sua moglie, perché essa era sterile e il Signore lo esaudì, così che sua moglie Rebecca divenne incinta. Ora i figli si urtavano nel suo seno ed essa esclamò: “Se è così perché questo?”… Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco due gemelli erano nel suo grembo. Uscì il primo, rossiccio e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù. Subito dopo, uscì il fratello e teneva in mano il calcagno di Esaù; fu chiamato Giacobbe (Gn 25, 21-22.24-26).

    Giacobbe afferra il calcagno di Esaù nel momento del parto. Da qui il gioco di parole riguardante il suo nome: ‘aqev=calcagno e Ya’aqov che è come dire “Fu chiamato Giacobbe perché faceva lo sgambetto al fratello”.

    In Gn 27,36 il nome lo si fa derivare dalla radice ‘aqav che significa “soppiantare – tallonare”.

    Esaù esclamerà:

    Forse perché si chiama Giacobbe mi ha soppiantato già due volte?

    Giacobbe dunque è per definizione (l’importanza del nome nella cultura semitica che non è segno solo convenzionale ma esprime contiene l’essenza, il mistero della persona) il soppiantatore, lo sgambettatore del fratello. In altre parole l’imbroglione.

    Egli nasce afferrando il calcagno di Esaù e se questi potesse parlare direbbe: “Lasciami!”. Le stesse parole che l’uomo misterioso gli dirà alla fine della lotta al guado di Yabbok (Gn 32,27).

    Questa ostilità tra Giacobbe ed Esaù ci riporta indietro, a quella tra Caino e Abele (Gn 4). Anche qui viene riproposto lo stesso tema del peccato contro il fratello, con la differenza che qui il Signore farà sì che la relazione venga restaurata. L’odio viene riassorbito dall’amore.

    Nella relazione con il fratello è in questione la verità della propria identità: non solo il rapporto con Esaù, ma anche quello con Dio e con le sue promesse.

    Nello svolgimento del racconto Giacobbe deve fuggire dal paese promesso da Dio alla discendenza di Abramo, deve fuggire dall’odio del fratello che si è vista sottratta la benedizione del padre.

    Sia l’uscita che l’entrata nel paese di Canaan è incorniciato da due teofanie: il sogno della scala a Betel (Gn 28,10-22) e la lotta con l’uomo misterioso. La vita di Giacobbe è accompagnata, avvolta dal mistero della presenza di JHWH.

    Ma sia la fuga come il rientro sono sempre condizionati dalla relazione col fratello, egli è il passaggio obbligato, il ponte umano gettato sul giordano che permette a Giacobbe di rientrare nella terra promessa.

    La fuga dal fratello è stata in un certo senso illusoria. Anche se fisicamente lontano, la sua presenza ossessiona sempre Giacobbe. Per fuggire realmente da lui dovrebbe fuggire da se stesso.

    Prima o poi giunge il momento in cui colui che ho cercato di eludere mi pesa sulla coscienza come un incubo notturno che mi aggredisce senza preavviso, mi terrorizza. Prima o poi bisogna fare i conti con se stessi, non si può sempre fuggire.

    Un tale appuntamento con la verità di se stesso è fissato per lui a Penuel, nella lotta notturna, quando deve attraversare il mare della sua disperazione, il guado della sua paura del fratello. Notte di catarsi in cui morire a se stesso per ritrovarsi e ritrovare il fratello, ridiventando capace di guardarlo in volto.

    2. recupero della vista

    Il termine “volto” ricorre nel nostro brano troppo spesso per essere casuale.

    In Giacobbe vi è l’angoscia nel dover affrontare il momento in cui guardare in “volto” Esaù (32,21-22). Questa preoccupazione prelude all’episodio di “Penuel” che significa “Volto di Dio”:

    “Placherò il suo volto, con il dono che procede davanti al mio volto, e dopo potrò vedere il suo volto, forse risolleverà il mio volto”. E così passò il dono davanti al suo volto, mentre egli trascorse quella notte nell’accampamento.

    Tutta quest’ansia e preoccupazione di scioglierà quandp Giacobbe “sollevando gli occhi” vedrà Esaù (33,1) e i fratelli potranno ritornare a guardarsi reciprocamente negli occhi (33,5). Sino ad arrivare alle parole culminanti di Giacobbe:

    Se ho trovato grazia ai tuoi occhi accetta il mio dono dalla mia mano, perché per questo ho visto il tuo volto come si vede il volto di Dio e tu mi hai gradito (33,10).

    Giacobbe ritrovando il fratello ritrova se stesso, riconoscendo nei suoi tratti i tratti del volto di quel Dio a cui entrambi fanno riferimento.

    Ma prima di giungere a questa consapevolezza Giacobbe deve attraversare il guado di Yabbok e sostenere, tutto solo, una dura lotta che si protrae per tutta la notte, e al termine della quale Giacobbe vede Dio “volto a volto”, rimanendo in vita (32,31).

    3. La lotta con Dio

    Durante quella notte egli si alzò, prese le sue due mogli, le sue due serve, i suoi undici figlioli e attraversò il guado dello Iabbok.

    Li prese e fece loro attraversare il torrente e fece passare anche tutto il suo avere.

    Giacobbe rimase solo, e un uomo lottò contro di lui fino allo spuntar dell’aurora.

    Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo percosse nel cavo del femore; e il cavo del femore di Giacobbe si lussò, mentr’egli si abbracciava con lui.

    Quegli disse: «Lasciami andare, ché spunta l’aurora». Rispose: «Non ti lascerò partire se non mi avrai benedetto».

    Gli domandò: «Qual è il tuo nome?». Rispose: «Giacobbe».

    Riprese: «Non più Giacobbe sarà il tuo nome, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto».

    Riprese: «Non più Giacobbe sarà il tuo nome, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto».

    Giacobbe allora gli chiese: «Dimmi il tuo nome, ti prego!». Gli rispose: «Perché chiedi il mio nome?». Ed ivi lo benedì.

    Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel, «perché — disse — ho visto Dio faccia a faccia eppure la mia vita è rimasta salva».

    Sotto più di un aspetto un racconto esegeticamente molto difficile da decifrare.

    L’aspetto più misterioso è l’identità del personaggio aggressore: è un “uomo” (ish, v. 25)? E’ Dio (v. 31)? E’ l’uno e l’altro (vv.29-30)? Il testo non consente una definizione precisa. Una cosa è certa questa ambiguità sottolinea la confusione che regna nella mente di Giacobbe, che gli impedisce di vedere le cose nella loro piena verità.

    Ma perché ques’uomo-Dio aggredisce Giacobbe? Chi inizia per primo?

    Giacobbe in ogni caso non intende mollare la presa e rimane avvinghiato (‘avaq) all’uomo sino all’alba.

    Alla fine dopo aver slogato l’anca di Giacobbe, il personaggio misterioso chiede a Giacobbe di lasciarlo con un’apparente dichiarazione di sconfitta. Giacobbe ha ora la percezione di aver a che fare con un personaggio divino: non intende lasciarlo andare se prima non ottiene la sua benedizione.

    Per ottenerla egli ha dovuto lottare dunque lungamente fino a farsi slogare l’anca. Lo “Sgambettatore” ora è “sgambettato” per avere la benedizione, non più ottenuta con la frode e l’inganno, ma nella sua piena verità.

    Il personaggio chiede:

    Gli domandò: “Come ti chiami?”

    La prerogativa di chiedere il nome è di Dio: solo lui può chiedere il nome, perché solo lui ha il potere di far venire alla luce la verità.

    Chiedendogli il nome Dio gli domanda: “Chi sei?”, costringendolo a venire allo scoperto, a manifestarsi per quello che egli è: soppiantatore e prevaricatore del fratello.

    Solo dopo questa confessione il personaggio può intervenire per cambiargli il nome, conferendogli con il dono di un nome nuovo, una nuova identità.

    Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto.

    Dopo la lotta Giacobbe è un uomo nuovo. Non più simulatore e prevaricatore, ma Israele, colui che è stato forte con Dio e con gli uomini e ha vinto.

    A questo punto tante domande sorgono.

    Se l’aggressore fu Dio in che senso lo fu? E perché?

    4. Il significato della lotta

    In quella notte di lotta Giacobbe ha imparato come si va incontro al fratello, perché ha osato sfidare Dio contro se stesso.

    Una lotta talmente ardua da riuscire a cambiargli l’identità, a trasfigurarlo nel suo essere più profondo.

    Una lotta che mette allo scoperto la coscienza di Giacobbe, il suo peccato, senza temere le conseguenze dolorose che questa presa di coscienza avrebbe ottenuto.

    Dopo non sarebbe più stato lo stesso, si sarebbe dovuto presentare agli uomini, al fratello, per sempre zoppicante.

    Un confronto dunque doloroso e che segna per sempre.

    Giacobbe è claudicante ma trasfigurato.

    Spuntava il sole quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all’anca.

    Giacobbe è vinto e vincitore nello stesso tempo. Ha scoperto la vittoria del suo fallimento.

    La vittoria di Giacobbe-Israele  è un evento pasquale “ante litteram”. Fiorisce proprio sul segno di questa sconfitta. Adesso perdonato e zoppicante, zoppicante perché perdonato, potrà avvicinarsi al fratello per accogliere il suo perdono.

    5. I fratelli si abbracciano

    Giacobbe può finalmente alzare gli occhi e vedere il volto di Esaù:

    Poi Giacobbe alzò gli occhi e vide arrivare Esaù (33,1).

    Quando si è vinta la paura di se stessi L’”Altro” Dio – il fratello, non incute più timore.

    Giacobbe precedendo tutti gli altri va davanti ad Esaù, si prostra dinanzi a lui sette volte (33,3).

    Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò, e piansero (33,4).

    Ogni tensione si è dissolta nel perdono vicendevole.

    Giacobbe si è prostrato sette volte con la faccia a terra: un gesto di adorazione riservato solo a Dio. Come leggerlo? Adulazione? Pusillanimità? Giacobbe vede ora nel fratello invece il volto di Dio:

    Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché appunto per questo io sono venuto davanti al tuo volto, come si viene davanti al volto di Dio, e tu mi hai gradito (33,10).

    Esaù riflette il volto di Dio: Giacobbe si sente accolto e perdonato. Non è dunque sproporzionato il suo gesto. Il fratello gli ha rivelato il volto di Dio.

    Sotto questa luce l’autore della Sapienza leggerà l’episodio:

    Ma la sapienza liberò i suoi devoti dalle sofferenze:

    essa condusse per diritti sentieri

    il giusto in fuga dall’ira del fratello,

    gli mostrò il Regno di Dio,

    e gli diede la conoscenza delle cose sante;…

    gli assegnò la vittoria in una lotta dura,

    perché sapesse che la pietà è più potente di tutto

    (Sap 10,9.12).

    6. Giacobbe è Israele

    Il nome nuovo che Giacobbe si è conquistato è Israele.

    La sua vicenda diviene paradigmatica per la storia del suo popolo.

    E’ una storia di elezione, che passa attraverso la debolezza e il peccato, è storia di conversione in una lotta incessante in cui si riceve la forza dal Signore (Israele=Il Signore si mostri forte).

    Come Giacobbe-Israele, il popolo eletto percepisce continuamente l’inadeguatezza del compito altissimo che il Signore gli ha posto nelle mani nei confronti della storia umana.

    Gli è chiesto anzitutto ogni giorno di fronteggiare l’alterità del suo Signore, e nessuno ha mai sperimentato come lui la fatica di tenersi incessantemente sotto lo sguardo di qualcuno che è tutt’altro rispetto all’uomo.

    Questo cammino di fede comporta inevitabilmente una lotta durissima: è un rimanere saldi senza poter vedere l’Invisibile.

    Si continua a camminare per poterlo vedere, attraversando mari, serpenti e scorpioni, facendo i conti con il proprio limite e peccato.

    7. La lotta di Gesù al Getsemani

    Nel Nuovo Testamento pensiamo all’agonia” – combattimento di Gesù nell’orto del Getsemani (Lc 22,39-46).

    Il Figlio è solo davanti al peccato del mondo che incombe su di lui. E’ notte e Gesù lotta contro la sua volontà perché si compia la volontà del Padre. Una lotta dolorosissima, colma di angoscia e silenzio

    E il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra (Lc 22,44).

    Pensiamo ancora al suo grido sulla croce, al buio che avvolge il mondo.

    Pensiamo alla luce dell’alba, in cui quel corpo esce vittorioso dal combattimento con la morte conservando i segni della lotta: le trafitture dei chiodi e della lancia.

    E’ il “giorno del Signore” di cui sarà celebrata per sempre la memoria “fino ad oggi”, come fanno gli israeliti che conservano il ricordo della lotta, non mangiando il nervo sciatico che quegli aveva colpito.

  • 12 Mag

    “Presto! Andate a dire: E’ risorto!”
    Lectio di Mt 28,1-10

     

    di p. Attilio Franco Fabris

    Nel suo trattato “De resurrectione carnis”, Tertulliano scrive: “Fiducia christianorum resurrectio mortuorum; illam credentes, sumus – La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali”. Ciò che appare sconcertante è la dimenticanza di questo dato fondante che contraddistingue la fede cristiana e ne è il suo nucleo essenziale. Alla domanda: chi è il cristiano? La risposte, anche di praticanti – e talvolta anche di consacrati! – è la tragica riduzione dell’avvenimento cristiano, ovvero del mistero pasquale, a una morale del “comportarsi bene”: essere cristiani equivale ad amare il prossimo, credere che Dio c’è, non far del male a nessuno, osservare i comandamenti, ottemperare ad alcuni prescrizioni rituali, anche rispettare il creato… tutte risposte in sé anche vere ma certamente insufficienti e secondarie che non toccano la ragione fondamentale del fatto cristiano. Così alla fine la pratica religiosa si riduce a un impianto religioso senza fondamenta destinato a crollare come purtroppo stiamo constatando non solo nelle parrocchie ma anche forse nelle stesse comunità religiose.  La resurrezione di Cristo il crocifisso,ovvero il kerygma, non appare nella sua evidenza originaria di un annuncio sconvolgente destinato a sconvolgere totalmente la vita e la storia.

    Lo Spirito ci vuole “convincere” a questa verità, ci spinge a riscoprire e ad arrenderci alla Buona Notizia dell’amore incondizionato con cui Dio in Cristo ci ha amato e ama vincendo in noi ogni morte come la vinse nel Figlio. Perciò lo invochiamo: “Lo Spirito vi ricorderà ogni cosa”. O Spirito fammi ricordare la parola di Gesù, ma non perché essa discenda nel computer della mia memoria e vi immagazzini una quantità smisurata di dati. È il mio cuore che deve essere  destato perché riscopra nella Buona Notizia la parola che salva, la parola che consola, la parola che traccia una strada, la parola che mi strappa al buio del non senso. È il mio cuore che deve essere condotto sui passi di Gesù per contemplare da vicino il suo amore e la sua misericordia. Per imparare a scorgerlo presente, vivo, accanto a me, proprio lui che desidera donarmi per sempre la sua stessa vita divina.

    Lectio

    Le donne che si recano al sepolcro nel vangelo di Matteo sono Maria di Magdala e una non ben identificata “altra Maria”. La scena è collocata “all’alba del primo giorno dopo il sabato”, ovvero al sorgere del sole del “kyriakè hemera” (cfr Ap 1,10), il “giorno del Signore”. Matteo allude all’alba del giorno senza fine promesso dai profeti in cui Dio avrebbe portato a compimento le sue promesse: “Il tuo sole non tramonterà più né la tua luna si dileguerà, perché il Signore sarà per te luce eterna; saranno finiti i giorni del tuo lutto (Is 60,20; cfr Ap 22,5). Questa nuova alba è portatrice di una luce intramontabile perché il buio della morte è ormai irrimediabilmente sconfitto.

    Le due donne nel silenzio e nel dolore si recano al sepolcro per una visita, il loro atteggiamento è simile al nostro quando ci rechiamo al cimitero a visitare la tomba dei nostri cari potendoci solo limitare a fissare una fredda lastra di marmo, facendo scorrere nella mente i ricordi pronunciando qualche preghiera. Il verbo “visitare” suggerisce però anche un “osservare con attenzione”, gesto che idealmente prolunga il loro essere “state a guardare” il dramma del Calvario (27,55). Testimoni della morte ignominiosa del loro rabbì, saranno da ora testimoni della sua resurrezione.

    La loro visita assume le caratteristiche di un’esperienza sconvolgente: ecco un terremoto, un apparire di angeli, di vesti bianche e di una luce. E’ il linguaggio simbolico attraverso il quale nella sacra Scrittura si vuole narrare una teofania, ovvero una manifestazione della presenza e dell’agire di Dio dentro la storia. La resurrezione di Gesù appartiene alla categoria delle teofanie, ovvero è una manifestazione potente della presenza e dell’azione di “Dio che lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere” (At 2,11).[1]

    L’angelo svolge alcune importanti funzioni.

    La prima è quella di aprire il sepolcro facendo rotolare via la pietra rotonda che ostruisce l’ingresso. Su di essa poi siede nella posa del vincitore: la morte è definitivamente sottomessa. L’angelo rimane fuori dal sepolcro, egli lo apre solo perché le donne possano entrando constatare che esso ormai è vuoto: ““Non è qui! – annuncia alle donne -… venite a vedere il luogo dove era deposto”. Gesù è già risorto! La resurrezione in se stessa non è descritta. Nelle teofanie all’uomo è dato di vedere ciò che circonda e accompagna il mistero, ma gli è impedito di afferrarlo in se stesso: esso rimane in-dicibile e in-comprensibile! All’evangelista interessa annunciare alla chiesa l’essenziale del mistero: all’alba di quel primo giorno della settimana vi fu l’intervento salvifico più grande e sconvolgente di Dio nella storia umana!

    Veniamo alla presenza delle guardie: si tratta di un elemento peculiare del vangelo di Matteo. Non soltanto la pietra chiudeva il sepolcro, ma essa era anche sigillata e attentamente sorvegliata. La manifestazione di Dio sconvolge però le guardie. Il testo riferisce che queste rimasero come “cadaveri” (gr. nekroi), esse “tremano” (letteralmente “furono terremotate”; “scosse” trad. CEI) dinanzi all’imprevedibile. Le guardie, di allora e di sempre, sono testimoni impotenti della potenza di Dio, della sua libertà sovrana che non può certamente essere impedita da miseri calcoli politici umani. Sono ancora figura dell’incredulità e della menzogna, di allora e di sempre, a cui essa si aggrappa non accettando i fatti e costringendosi di conseguenza a manipolarli (28,11-15).

    Anche le donne sono spaventate da ciò che accade, ma l’ammonimento dell’angelo è: “voi non abbiate paura”. È un invito ad aprirsi con fiducia all’ascolto e alla novità di Dio.

    Arriviamo alla seconda funzione dell’angelo che potremmo definire “kerigmatica” nel senso che egli annuncia alle due donne il significato di ciò che vedono. Sempre le azioni di Dio necessitano infatti di una “parola” che le interpreti, che le “riveli” affinché l’ascoltatore possa farne esperienza. Alle due donne non era sufficiente il terremoto, e neppure il sepolcro vuoto per aprirsi al mistero della resurrezione. L’assenza del morto va spiegata! Non è il sepolcro vuoto che rende plausibile la resurrezione, ma è la resurrezione che rende plausibile il sepolcro vuoto. Ecco allora sulla bocca del messaggero – di allora e di sempre! – l’annuncio della pasqua: “Non è qui! È risorto! (egherthe!)”. Siamo al cuore della fede della Chiesa. Occorre per comprendere far memoria delle parole stesse di Gesù: “Come aveva detto”. Alla luce dell’annuncio possono iniziare a comprendere che ciò che è avvenuto in qualche modo era già contenuto nelle parole e nella vita di Gesù. Tutta la sua esistenza era stata vissuta nella certezza che il Padre suo non l’avrebbe abbandonato. Sarà questa l’evangelizzazione che il risorto stesso farà ai due discepoli diretti ad Emmaus (Lc 24).

    A questa seconda funzione subentra la terza: il messaggero invita le due donne a divenire a loro volta evangelizzatrici nei confronti dei discepoli. Esse non devono, né possono, fermarsi a quella tomba vuota. E allora presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risorto dai morti” perché  la Buona Notizia non tollera indugi.

    L’appuntamento con tutti i discepoli da parte con il Risorto è dove tutto era iniziato: “vi precede in Galilea là lo vedrete”. È sempre lui il Signore, il buon pastore, che prende l’iniziativa e che apre la strada dove e quando lui vuole.  Il “vedere” dei discepoli non dobbiamo ridurlo a una semplice esperienza ottica, fisica: sarà contrassegnato invece da un vivere l’incontro con il Vivente con un’apertura del cuore diversa: quella della fede capace di scorgerlo ormai ovunque. E’ questo il senso del “ritorno in Galilea”, quasi un ripercorrere in compagnia del Risorto, tutto il precedente cammino, potendone comprendere solo ora il pieno significato.

    Ecco allora le due donne “correre con timore e gioia grande a dare l’annunzio ai suoi discepoli”. Gioia immensa che le superano incutendo nel medesimo tempo gioia e timore. Timore e gioia che, paradossalmente insieme, contraddistinguono sempre una grande esperienza di amore.

    Ma è una corsa che improvvisamente si interrompe. Non più un angelo ma Gesù stesso si fa incontro alle donne. E’ la prima apparizione del Risorto, ed è narrata in termini quanto mai sobri, soprattutto se la paragoniamo con l’apparizione precedente dell’angelo. Potremmo definirla come un incontro informale tra due persone che si incontrano casualmente per strada. Gesù non aggiunge nulla di nuovo a quanto detto dall’angelo e ciò fa rimanere un po’ stupiti, ci si aspetterebbe qualche novità! Il motivo è  che l’essenziale è già stato detto, non occorre aggiungere altro.

    E la prima parola che il Risorto rivolge alle donne è: “Salute a voi”. La traduzione è un po’ banale; “chairete” non ha solo il valore di un saluto convenzionale del tipo “buongiorno” ma è anche il verbo dell’invito alla gioia: “gioite, rallegratevi!”. L’invito alla festa è la prima parola del risorto all’umanità!

    Le donne si avvicinano a Gesù, si prostrano in adorazione abbracciando i suoi piedi. La scena è qui tutta pervasa dalla fede che nel corpo del Crocifisso Risorto si manifesta la gloria di Dio: non rimane che gioire ed adorare.  Questi gesti dicono molto più di tante parole, sono come il gesto silenzioso della donna che cospargeva con l’olio di nardo i piedi di Gesù (cfr Mc 14,1ss). Il gesto d’abbracciare i piedi è fortemente sottolineato: il verbo (ekratesan) esprime l’afferrare saldamente, lo stringere con forza: è il gesto istintivo di una gioia sconfinata che abbracciando stringe talmente fino a far male. Gesù non si sottrae a questo abbraccio di adorazione.

    Ma una novità, a dir del vero, c’è: Gesù chiama per la prima – e unica – volta i “suoi” discepoli “miei fratelli”: “Andate ad annunciare ai miei fratelli”. I credenti non devono più rapportarsi a Gesù semplicemente come discepoli nei confronti del Maestro; la risurrezione ha ormai aperto la possibilità di una relazione nuova e intima con il Padre al quale Gesù ci introduce come “fratelli suoi”. Egli ci ha fatto dono della sua stessa vita e della sua obbedienza filiale. Siamo perciò ormai “figli nel Figlio” per usare l’espressione cara ai padri.

    Le due donne sono divenute testimoni, non sono solo messaggere: hanno “visto, udito, toccato” (cfr 1Gv 1). Prime apostole ed evangeliste della buona Notizia affidata alla Chiesa!

    Collatio

    Leggo oggi sul giornale la notizia: “In Olanda, tre neonati sepolti nel giardino di una casa a Geleen: arrestata una donna”. È una notizia tra le tante dello stesso tono che sentiamo quasi ogni giorno. Se nell’’82 lo scrittore Kundera scriveva il romanzo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, la sensazione che avvertiamo ora dietro questi terribili fatti la potremmo definire come “l’insostenibile leggerezza del vuoto”. Una vita vuota colma di una angoscia, spesso inconscia e senza nome, che si trasforma, proprio perché “insostenibile” alla ragione, in violenza più o meno esplicita su di sé o  su altri. Assistiamo  a un crescente disprezzo della vita perché l’esistenza umana appare priva di valore, e lo è perché percepita senza senso, spalancata sull’assurdo di una libertà senza scopo e sospesa nel vuoto, destinata al nulla. Per tanti la vita diventa, come per Giobbe, una condanna più che un dono: “Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene,che la cercano più di un tesoro, che godono alla vista di un tumulo, gioiscono se possono trovare una tomba…” (Gb 3,20-22).

    L’uomo è costretto, prima o dopo, a visitare il sepolcro della sua vita: un sepolcro non solo che prima o dopo chiuderà il suo cadavere, ma che già ora rinchiude delusioni, insuccessi, insoddisfazione, rabbia, incapacità di dare risposte al senso della bellezza e del dolore, e soprattutto della morte. Sempre buone le parole del cupo Foscolo per descrivere questo stato d’animo: “Anche la Speme, ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve tutte cose l’obblío nella sua notte” (I sepolcri). Senza speranza “ultima dea” perché non raggiunti dall’annuncio della Buona Notizia della Risurrezione del Crocifisso ci recheremmo tutti, come le due donne, in visita al sepolcro del nazareno e nostro con il cuore sprofondato in una nostalgia di una vita diversa nella quale sia lei e non le nostre innumerevoli “morti” a trionfare sul nulla avvertito dalla ragione come “contro natura”.

    Anche il credente non è esonerato da un quotidiano cammino di visita “a quel sepolcro” che spesso attanaglia la sua stessa esistenza e la sua fede. Anch’egli fa sue le parole del salmista e di Gesù sulla croce:Salvami dal fango, che io non affondi, liberami dai miei nemici e dalle acque profonde. Non mi sommergano i flutti delle acque e il vortice non mi travolga, l’abisso non chiuda su di me la sua bocca” (Sal 68,15s). Anche il credente, come ogni uomo e donna sulla faccia della terra, ha bisogno di udire e risentire incessantemente le parole del messaggero evangelista che annuncia: “Non è qui! È risorto!”.

    La liturgia della Chiesa non è altro che un continuo aiutarci a fare memoria di questo annuncio celebrandolo come cuore sempre palpitante della nostra speranza che ossigena continuamente il cammino della vita di ciascuno, della Chiesa, dell’umanità intera: “Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione”.  Attraverso la Chiesa, angelo che sta sempre seduto sulla pietra tombale ormai rovesciata per sempre, l’annuncio della pasqua continua a risuonare al mondo intero: “Ci rendiamo conto che si tratta di un annuncio sconvolgente, che cambia la vita? Se Cristo non è risorto, la croce non ci salva, la causa del regno è sconfitta e la chiesa non ha più nulla da dire. Ma il nostro Dio è grande nell’amore e non finisce di stupire: ridona agli uomini come salvatore il proprio Figlio che essi hanno rifiutato e ucciso. Mediante il Crocifisso Risorto il Padre si fa definitivamente vicino ai peccatori, ai poveri, agli ammalati, ai falliti della storia, ai morti inghiottiti dalla terra” (Cei, Questa è la nostra fede, 11).

    Se Cristo è risorto allora tutto cambia! Se la prospettiva della mia vita è la mia resurrezione, il vivere in un’eternità di luce e di gioia, di comunione eterna con Dio e i miei fratelli che mi hanno preceduto e seguiranno, allora tutta la vicenda mia e dell’umanità, la mia storia e quella dell’umanità, cambiano radicalmente prospettiva. Non siamo più condannati all’assurdo, all’incapacità di dare risposta all’enigma dell’esistenza. Siamo definitivamente liberati dall’angoscia di un Leopardi che, facendosi voce dell’angoscia dell’uomo privo di fede affermava: “Pare che l’essere delle cose abbia per suo proprio e unico obbietto il morire. Non potendo morire quel che non era perciò dal nulla scaturiscono le cose che sono” (Operette morali). Finalmente all’uomo è donata una parola, o meglio un “avvenimento”, capace di abbattere un muro impossibile e di offrire una luce inaspettata.

    Chiaramente un tale annuncio non può non provocare un “terremoto” nella coscienza di chi lo ascolta. Di fronte ad esso i colti ascoltatori dell’apostolo Paolo ad Atene reagirono non certo con entusiasmo: “Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta»” (At 17,32). La vita, alla luce della resurrezione, viene infatti radicalmente riletta nelle sue premesse. Le guardie e le donne sono raggiunti dagli stessi segni: le donne vengono, guardano, si spaventano, gioiscono, corrono ad annunciare, dall’altra le guardie sono ferme, bloccate, rigide nella loro cadavericità, disposte a manipolare i fatti per cercare di tarpare la verità. La differenza è chiara: non basta essere lì nei pressi del sepolcro, tutto dipende dal “come” si è lì perché questo divenga annuncio di vita. Si tratta di lasciarsi “terremotare” dalla Parola!

    La fede accordata all’annuncio, l’incontro con il risorto, non scaturiscono di certo dagli “effetti speciali” di qualche prodigio, ma richiedono una disponibilità all’ascolto e il coraggio di un cammino da percorrere che non tutti sono disposti a compiere. È un annuncio che si offre nella debolezza e stoltezza della predicazione e della testimonianza il più delle volte umile e nascosta: “infatti nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione” (1Cor 1,21). Lo stile di Dio e dei suoi testimoni non è quello di stupire, ma di donarsi alla libertà dell’uomo. Penso alla grande e umile testimonianza di Teresa di Calcutta: la sua vita fu annuncio straordinario di risurrezione con il suo semplice e materno chinarsi sull’ultimo lebbroso emarginato, sul moribondo abbandonato ai margini della strada! Come è possibile questo se non nella consapevolezza della dignità e della bellezza di ogni vita chiamata all’eterno? Il Risorto si fa ancora presente sotto le sembianze del pellegrino, dell’ortolano o del pescatore. Occorrono occhi trasfigurati per incontrare il Trasfigurato! Ed incontrarlo sarà sempre una grazia. Quando lo incontreremo di fatto scopriremo che Lui era già presente, presente nella sua Parola, presente nell’eucarestia, presente nel sacramento del perdono, presente nella mia comunità di discepoli benché povera e scalcinata, presente nel volto del mio fratello, del povero che bussa alla porta o nel sorriso del bambino che incontro per strada. Presente nel cantico della creazione nella bellezza e trasfigurazione a cui è destinata.

    Quale la prova che ci dirà che è avvenuto l’incontro con il Risorto? Semplice. Se il cammino delle due donne verso il sepolcro è segnato dalla tristezza, dallo sconforto, da un senso impotente di vuoto, quello del loro ritorno al Cenacolo è una corsa straripante d’una incontenibile gioia che non attende altro che d’esser comunicata. La gioia dell’incontro non potrà essere trattenuta per sé. Saranno nostre le parole di Geremia: “nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (20,9).

    Concludendo possiamo affermare che solo a condizione che l’annuncio del kerygma ritorni ad essere il cuore palpitante della chiesa la proposta cristiana potrà superare gli insufficienti ambiti in cui la si è voluta rinchiudere o che abbiamo noi stessi preferito ridurla: penso ad una presentazione di essa in termini di semplice dottrina religiosa, di una proposta morale, di un insieme di valori atto a facilitare la convivenza umana, o di vaga salvezza in un “qualcosa” riservata all’aldilà. La fede del cristiano è incontro non con qualcosa ma con Qualcuno, con un volto e un nome: Gesù di Nazareth il crocifisso risorto! Solo a questa stessa condizione  potrà rinascerà l’anelito oggi affievolito di un’autentica missione non ridotta a meschina “propaganda religiosa”. Essa sarà comunicazione di un’esperienza! Che l’incontro con Gesù risorto conduca tutti noi a dire con l’apostolo Giovanni che “ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita… quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi… perché la vostra gioia sia perfetta” (1Gv 1,1-4).

    Oratio

    Ancora una volta veniamo, o Signore, ancora una volta per cantare la Pasqua.
    Che ostinazione!
    Per sfidare con te le forze delle tenebre e per gridare,
    per credere ancora che la notte non può impedire a Dio
    di far levare la luce.
    Ancora una volta veniamo per raccogliere da te la speranza,
    per trovare la gioia che si innalza nonostante i dubbi e le paure,
    per accogliere da te la gioia capace di far fronte a conflitti e difficoltà,
    per ricevere da te la vita che nulla può schiacciare,
    neppure la pietra del sepolcro.
    Ancora una volta veniamo per vedere all’opera te, Signore Dio nostro,
    il cui lavoro, fin dall’inizio dei tempi,
    consiste nel donare senza posa la vita per sempre. Amen
    ”.

    (Charles Singer).

     


    [1] E’ significativo il riferimento al “terremoto” che accompagna la discesa dell’angelo dal cielo. Il sovvertimento della terra, nella bibbia, fa sempre riferimento a momenti decisivi della storia della salvezza (cfr es. Es 24; Sal 17,8; 67,9…): esso esprime l’intervento della mano potente di Dio. Poco prima Matteo ci aveva descritto un altro terremoto: quello scatenatosi al momento della morte di Cristo (27,51-52). Si tratta di uno stesso terremoto in due tempi che accompagna il mistero della pasqua del Cristo! Già la sua morte accompagnata dalla resurrezione di “corpi di santi” aveva annunciato la sua vittoria finale (27,53ss). L’angelo è come una folgore (v. 3) simbolo del fuoco; è ancora un rimando alla potenza divina. La veste bianca come neve (v. 3) è l’abito che indossa il vincitore in battaglia (cfr Ap 3,5).
  • 10 Mag

    IL SOFFIO DEL DIO VIVENTE
    Gv 3,3-8


    a cura di p. Attilio Franco Fabris

     

    Sal 39, 6 Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni

    e la mia esistenza davanti a te è un nulla.

    Solo un soffio è ogni uomo che vive,

    7 come ombra è l’uomo che passa;

    solo un soffio che si agita,

    accumula ricchezze e non sa chi le raccolga.

    L’uomo è “soffio”: un essere segnato da una estrema fragilità.

    Tutto nella vita, infatti, è passeggero, instabile: Vanità delle vanità, tutto è vanità dice Qoeleth (Ql 1,2).

    Ma la traduzione esatta di hevel nonb è vanità: il termine sta ad indicare l’ultimo istante dell’appannarsi dello specchio, in cui per un attimo, si materializza l’ultimo respiro.

    Accanto a “soffio” troviamo la simbologia dell’ombra, dell’erba dell’acqua che si disperde… L’abbondanza di immagini sta ad indicare l’assillo che per il semita rivestiva la perdita delle sorgenti della vita.

    L’espressione inseguire il vento (Ql 1,14.17) significa l’inutilità e la stoltezza degli sforzi dell’uomo per prolungare la sua vita. L’essere umano che tenta di durare insegue il “soffio” che lo sfugge.

    SOFFIO E POLVERE

    Per l’antropologia biblica l’uomo è in realtà costituito da “soffio” e “polvere”.

    Il soffio non appartiene all’uomo: esso è dono dell’alito di Dio. E’ JHWH che soffia nelle narici di Adamo l’alito di vita.

    E’ così che vi è la consapevolezza che se “Dio richiamasse a sé il suo alito, se concentrasse in se stesso il proprio alito, ogni carne spirerebbe all’istante e l’uomo ritornerebbe in povere” (cf Gb 34,14-15) “Togli loro il respiro muoiono e ritornano nella loro polvere…” (sal…).

    L’elemento “polvere” in se stesso dunque è simbolo di dispersione, di morte, di fragilità estrema: di polvere ci si copre il capo in segno di lutto.

    E’ solo il “soffio” che può donare una speranza. Quel soffio che riposa in pienezza sul figlio diletto mandato a rianimare l’umanità moribonda. La vita del Figlio è lo stesso soffio che viene donato.

    L’umanità rianimata dal suo soffio riconosce finalmente che Dio è “Abbà”, Padre, papà: finalmente l’uomo riscopre il vero volto di dio sfuggendo dalla rappresentazione di quel volto deturpato dalla sua ribellione iniziale:

    Gal 4,6 E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! 7 Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio.

    RINASCERE

    E’ perciò necessario rinascere dal Soffio di questa vita nuova. E questa rinascita avviene sacramentalmente nel battesimo: è una nuova creazione. Il dono rinnovato significa risurrezione.

    Gv 3,3 Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». 4 Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». 5 Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. 7 Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. 8 Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». 9 Replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?».

    Nella visione di Ezechiele questo appariva attraverso immagini simboliche in modo grandioso:

    Ez 37, 1 La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; 2 mi fece passare tutt’intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite. 3 Mi disse: «Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?». Io risposi: «Signore Dio, tu lo sai». 4 Egli mi replicò: «Profetizza su queste ossa e annunzia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore. 5 Dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. 6 Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete: Saprete che io sono il Signore». 7 Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre io profetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l’uno all’altro, ciascuno al suo corrispondente. 8 Guardai ed ecco sopra di esse i nervi, la carne cresceva e la pelle le ricopriva, ma non c’era spirito in loro. 9 Egli aggiunse: «Profetizza allo spirito, profetizza figlio dell’uomo e annunzia allo spirito: Dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano». 10 Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato.

    Sempre nell’AT vediamo come il soffio quando discende sull’uomo lo cambia, perché “Dio è con Lui” (Cf 1Sm 10,6-7).

    Quando scende l’unzione per mano del profeta l’uomo diventa “L’unto di JHWH”: ungere è perciò segno del soffio come principio di forza (1Sm 10,1; 16,13; 1Re 1,34):

    1Sm 16, 13 Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi. Samuele poi si alzò e tornò a Rama.

    Gesù a Nazaret legge nella sinagoga il proclama di Isaia: “Lo spirito del Signore Dio è su di me per questo mi ha consacrato con l’unzione…” (Lc 4,18-21).

    Nel battesimo il soffio discende su di lui come colomba, è in lui si attua la pienezza dei doni come aveva previsto Isaia:

    11, 1 Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,

    un virgulto germoglierà dalle sue radici.

    2 Su di lui si poserà lo spirito del Signore,

    spirito di sapienza e di intelligenza,

    spirito di consiglio e di fortezza,

    spirito di conoscenza e di timore del Signore.

    3 Si compiacerà del timore del Signore.

    Non giudicherà secondo le apparenze

    e non prenderà decisioni per sentito dire;

    Giovanni commenta:

    1, 32 Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. 33 Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo.

    I “sette soffi di Dio” in Ap. 1,4 sono pienezza di potenza e chiaroveggenza divina.

    DONO DEL CROCIFISSO RISORTO

    Il figlio morente dona il suo “soffio” sulla croce per donarlo all’umanità morente. Ed è morendo che il figlio rivela pienamente l’immagine del Padre. Dio è amore (!Gv 4,8.16) rivelato sulla croce.

    E’ così che il nome del Padre è glorificato dal Figlio (Gv 12,28).

    Ed è il Soffio che sospinge a questa confessione di fede. Lo Spirito diviene avvocato nei confronti del Figlio crocifisso. Spetta a Lui rivelare il peccato, la giustizia e il giudizio.

    Lo Spirito perora la causa di coloro che condividono la croce.

    L’ultimo soffio del crocifisso è la più alta opera del soffio di amore. E lui che strappa il velo del tempio e rianima i cadaveri (Mt 27,51-52).

    E’ lui che risuscita il crocifisso e lo innalza:

    Rm 1,4 costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore.

    E’ lui che infiamma gli apostoli il giorno di Pentecoste (cf At 2).

    E’ lui che prende possesso dei battezzati nel nome di Gesù e fa rinascere (At 2,32ss; Gv 3.5-6).

    Ez 36,25 Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; 26 vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27 Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi.

    La promessa fatta per bocca del profeta si è finalmente realizzata.

    Il Padre ha immesso il soffio del Figlio nel cuore dell’uomo riconquistato all’amore.

    La vita dell’uomo prende la forma dell’amore crocifisso.

    Il Padre riconosce nell’uomo il Figlio e il figlio adottivo riconosce in lui il Padre.

  • 09 Mag

    SANGUE DA BERE
    Gv 6,53-54

    a cura di p. Attilio Franco Fabris

     

    Il sangue di Abele invoca giustizia dalla terra su cui è stato sparso (Gn 4,10).

    Dio dall’inizio del mondo raccoglie nei suoi otri tutto il sangue innocente e ogni lacrima (cf Sal 56,9) al fine di farne un miscuglio con cui colmare le coppe d’ira (cf Ap 14,17-20) per il giorno finale della vendetta.

    Solo allora il clamore dei persecutori coprirà quello delle loro vittime (cf Es 11,6; 3,7; Sal 9,13; 18,7).

    I modi con cui versare il sangue sono molteplici, molti dei quali nascosti agli occhi degli uomini ma non a quelli di Dio.

    Il tema del sangue si riallaccia a quello dei sacrifici. Il sangue degli animali non può essere assolutamente impiegato perché esso appartiene a Dio, è l’anima su cui l’uomo non ha alcun diritto (Gn 9,2-4).

    Quale allora l’orrore dei discepoli nel sentire l’espressione di Gesù a Cafarnao, sulle rive del lago:

    Gv 6,53 Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

    Comprensibile la reazione: il linguaggio è duro e molti lo abbandonano.

    Dio aveva riservato per sé ogni sangue sparso dall’uomo: il sangue innocente come prova contro i persecutori, il sangue degli animali offerto come surrogato per la vita del popolo peccatore:

    Lv 17, 11: Poiché la vita della carne è nel sangue. Perciò vi ho concesso di porlo sull’altare in espiazione per le vostre vite; perché il sangue espia, in quanto è la vita.

    Il peccato infatti attirerebbe sul peccatore una pena di morte:

    Gn 2, 17: ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti.

    Tuttavia Dio mantiene in vita l’umanità peccatrice accettando il prezzo irrisorio del sangue animale. Forse in attesa di dare la propria vita in espiazione?

    “Le sostituzioni del sangue animale che mantengono in vita l’umanità moribonda dell’Antica Alleanza sono di auspicio all’abbeveraggio di sangue divino che nutrirà l’umnaità rinata nella nuova Alleanza”

    STERMINIO DEI PRIMOGENITI

    Il primo sangue animale sostitutivo è quello dell’Agnello pasquale.

    Possiamo porci alcune domande:

    – perché Dio vota allo sterminio i primogeniti d’Egitto?

    – perché Israele ha bisogno di una vittima di sostituzione per sfuggire allo sterminio degli egiziani?

    I primogeniti egiziani sono sterminati perché l’Egitto voleva sterminare il primogenito fra tutti i popoli, eletto da Dio. La piaga è un terribile taglione per aprire gli occhi ai persecutori sulla libera scelta di Dio.

    Se Israele sfugge lo è solo in quanto in quel momento è vittima.

    Ogni membro dell’umanità condannata a morte non sfuggirà alla sua pena se non in quanto avrà parte del mistero di vittima che definisce fra gli uomini la situazione del primogenito di Dio.

    I profeti lo ripetono continuamente: non è il sangue degli animali che giustifica, ma la giustizia derivante dall’osservanza dei comandamenti.

    A questo punto è l’inadempiente condannato che offre una vittima sostitutrice. Questo sangue innocente diventa misteriosamente intercessione per colui che lo ha sparso.

    E solo il sangue di una vittima senza peccato può intercedere per il peccatore:

    Lv 22,20 Non offrirete nulla con qualche difetto, perché non sarebbe gradito. 21 Se uno offre al Signore, in sacrificio di comunione, un bovino o un ovino, sia per sciogliere un voto, sia come offerta volontaria, la vittima, perché sia gradita, dovrà essere perfetta: senza difetti. 22 Non offrirete al Signore nessuna vittima cieca o storpia o mutilata o con ulceri o con la scabbia o con piaghe purulente; non ne farete sull’altare un sacrificio consumato dal fuoco in onore del Signore. 23 Come offerta volontaria potrai presentare un bue o una pecora che abbia un membro troppo lungo o troppo corto; ma come offerta per qualche voto non sarebbe gradita. 24 Non offrirete al Signore un animale con i testicoli ammaccati o schiacciati o strappati o tagliati. Tali cose non farete nel vostro paese, 25 né accetterete dallo straniero alcuna di queste vittime per offrirla come pane in onore del vostro Dio; essendo mutilate, difettose, non sarebbero gradite per il vostro bene».

    1Pt 1,18 Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, 19 ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia.

    Questo servirà a far comprendere il gesto criminale e misterioso della condanna a morte del Servo esente da peccato:

    1Gv 3,5 Voi sapete che egli è apparso per togliere i peccati e che in lui non v’è peccato.

    PER LE SUE PIAGHE SIAMO STATI GUARITI

    La distruzione del regno di Giuda mentre è in atto la grande riforma religiosa di Giosia non può essere letta come castigo verso il “Servo Israele”.

    Ma allora che significato essa può assumere?

    Essa è in vista di una glorificazione di Israele davanti a tutti i popoli:

    Is 53, 1 Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?

    A chi sarebbe stato manifestato il braccio del <Signore?

    2 E’ cresciuto come un virgulto davanti a lui

    e come una radice in terra arida.

    Non ha apparenza né bellezza

    per attirare i nostri sguardi,

    non splendore per provare in lui diletto.

    3 Disprezzato e reietto dagli uomini,

    uomo dei dolori che ben conosce il patire,

    come uno davanti al quale ci si copre la faccia,

    era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

    4 Eppure egli si è caricato delle nostre <sofferenze,

    si è addossato i nostri dolori

    e noi lo giudicavamo castigato,

    percosso da Dio e umiliato.

    5 Egli è stato trafitto per i nostri delitti,

    schiacciato per le nostre iniquità.

    Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di <lui;

    per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

    6 Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,

    ognuno di noi seguiva la sua strada;

    il Signore fece ricadere su di lui

    l’iniquità di noi tutti.

    7 Maltrattato, si lasciò umiliare

    e non aprì la sua bocca;

    era come agnello condotto al macello,

    come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,

    e non aprì la sua bocca.

    8 Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di <mezzo;

    chi si affligge per la sua sorte?

    Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,

    per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.

    9 Gli si diede sepoltura con gli empi,

    con il ricco fu il suo tumulo,

    sebbene non avesse commesso violenza

    né vi fosse inganno nella sua bocca.

    10 Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.

    Quando offrirà se stesso in espiazione,

    vedrà una discendenza, vivrà a lungo,

    si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.

    11a Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce

    e si sazierà della sua conoscenza;

    Dio stessi prenderà parola:

    11b il giusto mio servo giustificherà molti,

    egli si addosserà la loro iniquità.

    12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini,

    dei potenti egli farà bottino,

    perché ha consegnato se stesso alla morte

    ed è stato annoverato fra gli empi,

    mentre egli portava il peccato di molti

    e intercedeva per i peccatori.

    Le disgrazie del regno di Giuda assommano la figura del Servo, il destino dell’Agnello Pasquale e delle vittime del Tempio.

    Israele fuggendo dall’Egitto era vittima protetta da Dio, ora l’Israele dell’esilio rinuncia a questa protezione: esso prende proprio su di sé il castigo.

    E’ una nuova apertura verso la scoperta della sua vocazione in mezzo a tutti i popoli. Israele sarà lui stesso ormai la vittima del Tempio, ormai distrutto, la cui espiazione è sufficiente per sospendere l’esecuzione della sentenza di morte che incombe su chi sacrifica.

    Vi è un dramma storico di questo popolo al quale va attribuito il valore di un gesto profetico nel quale si rivela il mistero del Redentore.

    Certo, a giudizio dell’uomo nuovo, l’ultimo respiro dell’innocente è più potente del verdetto ingiusto che in lui si realizza. L’ultimo respiro avrà accesso all’Onnipotente sia che si tratti di vendetta che di intercessione.

    Ma tra i figli di Adamo esistono innocenti? O tutti sono vittime e carnefici nello stesso tempo?

    Esiste realmente un innocente?

    La figura misteriosa del Servo-Vittima appare così in trasparenza.

    E’ Dio che si incarica di portare un destino che i figli di Adamo non riescono a prendere su di sé. E’ Dio stesso che in Gesù di Nazaret diventa quel “piccolo resto” fedele e innocente annunciato dai profeti.

    Il suo destino di vittima non lo mette al bando solo da parte dei pagani ma anche da parte del suo stesso popolo. Nei suoi confronti tutti assumono il ruolo di carnefici.

    Il suo sangue innocente è l’unica bevanda capace di rendere la vita ai suoi moribondi carnefici. E il destino di tutte le vittime si compie in lui.

    Ora ogni figlio di Adamo è vittima e carnefice legato a colui che incarna la vittima come a colui che incarna il carnefice.

    Ma l’uomo credendosi solo vittima, rifiuta la sua responsabilità di carnefice, e le sue tendenze di carnefice gli impediscono di scegliere il destino di solidarietà con le vittime.

    ACQUA E SANGUE

    Dal costato di Cristo uscì sangue e acqua.

    E’ l’acqua del pentimento battesimale per il carnefice accusato dallo Spirito dinanzi alla croce.

    E’ il sangue della Nuova Alleanza per entrare in comunione di destino con la vittima.

    1Gv 5, 6 Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità. 7 Poiché tre sono quelli che rendono testimonianza: 8 lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi.

    Il sangue eloquente della Nuova Alleanza grida perdono e intercede:

    Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno

    Questo è il calice del mio sangue versato per voi e per tutti in remissione dei peccati

    Questo appello sovrasta il grido di vendetta del sangue di Abele.

    Ora L’agnello-Cristo è lui stesso propiziatorio, trono di JHWH, ed è colui che sta in mezzo al trono (Ap 7,17); è lui il sommo sacerdote che offre il suo sangue: il rituale dell’espiazione sta tutto ora nel corpo martoriato di Gesù.

    UN PRIMO APPELLO

    Il sangue di Cristo è invocazione di perdono per chi lo versa ed è appello al pentimento.

    La prima risposta è lo “spezzarsi del cuore di pietra” (Ez 36,26) del colpevole:

    At 2, 23 dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso… 36 Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!».  37 All’udire tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». 38 E Pietro disse: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo.

    Il battesimo di pentimento “nel nome” di colui che hanno crocifisso li unirà alla morte della loro vittima:

    Rm 6, 3 O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? 4 Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. 5 Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. 6 Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato.

    Immergendomi col battesimo nella morte di Cristo io metto a morte il ribelle e il carnefice, l’uomo vecchio, e mi unisco alla mia vittima.

    Questa unione ha come conseguenza che gli stessi carnefici vengano uniti anche tra di loro: un unico corpo immolato e redento:

    1Cor 12,13 E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito.

    Col 3, 11 Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti.

    UN SECONDO APPELLO

    Il secondo appello del sangue è dunque l’unità dell’umanità intera nella comunione al destino del crocifisso.

    E’ appello alla vita. La morte non ha più potere per colui che in Cristo è morto al destino di Abramo. Vi è un uomo nuovo, una umanità nuova nata dalla morte battesimale.

    SANGUE DA BERE

    Comprendiamo ora perché per i discepoli della Nuova Alleanza è necessario bere il sangue della loro vittima, mentre il sangue degli altri sacrifici doveva essere asperso.

    Il sangue è la vita, e Adamo si tagliò fuori dalle sorgenti della vita: era destinato dunque alla morte.

    La prima riparazione è un’effusione della vita davanti a Dio. Asperso dal sangue dei sacrifici Israele si trova assimilato simbolicamente alla morte delle vittime. Aspergendo l’altare Israele sparge simbolicamente davanti al suo Dio la vita sottratta ad Adamo.

    Questo sangue non può essere bevuto: i figli di Adamo non hanno diritto e potere di rianimare la loro vita moribonda.

    L’uomo tagliato fuori dal circolo vitale deve almeno ricordare che la vita viene e va a Dio.

    In Cristo Si attua una nuova relazione con Dio. Il sangue della vittima ora può essere bevuto: esso non solo restituisce alla vita il peccatore, ma riapre bensì anche le sorgenti della vita che erano state chiuse.

    Quel sangue e quell’acqua fanno scaturire quasi un grido di gioia (cfr. Gv 19,35).

    Da ora contempleranno tutti colui che è stato trafitto (cfr. Zac 12,10).

    L’uomo si abbevera al fianco della vittima riconosciuta come Dio.

  • 07 Mag

    IL DIO GELOSO E LO SPOSO INGANNATO

    La profezia di Osea

     

    a cura di p. Attilio Franco Fabris

     

    Lungo l’Antico Testamento ricorre sovente l’espressione: “Io sono il Signore Dio tuo, forte e geloso”.

    Dio è fuoco divoratore che consuma chi si allontana da lui, e una volta che Israele è stato scelto non rimangono a quest’ultimo se due scelte:

    – o essere l’oggetto del favore e della protezione di Dio

    – o rischiare di vedersi consumato e distrutto da lui.

    Israele deve imparare a temere Dio.

    Ora il temere nella sacra scrittura possiede due accezioni:

    – si trema di paura

    – si trema perché si ama e si viene meno per la gioia.

    Nei confronti di Dio questi due aspetti sono contemporaneamente presenti, sono complementari. Ciò che si  oppone al timore non è tanto la familiarità, quanto l’oblio, la dimenticanza.

    Allora l’alternativa è duplice: temere o dimenticare.

    IL RISCHIO DELL’OBLIO

    Israele è sempre tentato di dimenticare Dio. Lungo l’arco delle generazioni è possibile che ci si scordi di quel Dio che “con potenza ha diviso il mare”.

    Allora accade che il popolo decada in un ateismo pragmatico: sì Dio viene affermato, ma lo si relega a concetti e pratiche religiose. La vita ne resta estranea, si vive come se non ci fosse.

    E’ questa la situazione descritta con amarezza da Dt 32,9-18:

    9 Perché porzione del Signore è il suo popolo,

    Giacobbe è sua eredità.

    10 Egli lo trovò in terra deserta,

    in una landa di ululati solitari.

    Lo circondò, lo allevò,

    lo custodì come pupilla del suo occhio.

    11 Come un’aquila che veglia la sua nidiata,

    che vola sopra i suoi nati,

    egli spiegò le ali e lo prese,

    lo sollevò sulle sue ali,

    12 Il Signore lo guidò da solo,

    non c’era con lui alcun dio straniero.

    13 Lo fece montare sulle alture della terra

    e lo nutrì con i prodotti della campagna;

    gli fece succhiare miele dalla rupe

    e olio dai ciottoli della roccia;

    14 crema di mucca e latte di pecora

    insieme con grasso di agnelli,

    arieti di Basan e capri,

    fior di farina di frumento

    e sangue di uva, che bevevi spumeggiante.

    15 Giacobbe ha mangiato e si è saziato,

    – sì, ti sei ingrassato, impinguato, rimpinzato –

    e ha respinto il Dio che lo aveva fatto,

    ha disprezzato la Roccia, sua salvezza.

    16 Lo hanno fatto ingelosire con dei stranieri

    e provocato con abomini all’ira.

    17 Hanno sacrificato a demoni che non sono Dio,

    a divinità che non conoscevano,

    novità, venute da poco,

    che i vostri padri non avevano temuto.

    18 La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato;

    hai dimenticato il Dio che ti ha procreato!

    In una vita sostanzialmente ormai profana il popolo ha imparato ad incensare idoli a buon mercato.

    I profeti rivolgono al popolo parole indignate. Il libro del profeta Isaia si apre con questo atto di accusa:

    2 Udite, cieli; ascolta, terra,

    perché il Signore dice:

    «Ho allevato e fatto crescere figli,

    ma essi si sono ribellati contro di me.

    3 Il bue conosce il proprietario

    e l’asino la greppia del padrone,

    ma Israele non conosce

    e il mio popolo non comprende».

    4 Guai, gente peccatrice,

    popolo carico di iniquità!

    Razza di scellerati,

    figli corrotti!

    Hanno abbandonato il Signore,

    hanno disprezzato il Santo di Israele,

    si sono voltati indietro;

    5 perché volete ancora essere colpiti,

    accumulando ribellioni?

    La testa è tutta malata,

    tutto il cuore langue. (1,1-5)

    Israele ha dimenticato addirittura da chi ha ricevuto l’esistenza: nella sua testardaggine si è rivolto a idoli attribuendo a loro la sua vita.

    Mosè in punto di morte aveva lasciato parole di monito, un testamento: Dt 4,22-31

    23 Guardatevi dal dimenticare l’alleanza che il Signore vostro Dio ha stabilita con voi e dal farvi alcuna immagine scolpita di qualunque cosa, riguardo alla quale il Signore tuo Dio ti ha dato un comando. 24 Poiché il Signore tuo Dio è fuoco divoratore, un Dio geloso. 25 Quando avrete generato figli e nipoti e sarete invecchiati nel paese, se vi corromperete, se vi farete immagini scolpite di qualunque cosa, se farete ciò che è male agli occhi del Signore vostro Dio per irritarlo, 26 io chiamo oggi in testimonio contro di voi il cielo e la terra: voi certo perirete, scomparendo dal paese di cui state per prendere possesso oltre il Giordano. Voi non vi rimarrete lunghi giorni, ma sarete tutti sterminati. 27 Il Signore vi disperderà fra i popoli e non resterete più di un piccolo numero fra le nazioni dove il Signore vi condurrà. 28 Là servirete a dei fatti da mano d’uomo, dei di legno e di pietra, i quali non vedono, non mangiano, non odorano. 29 Ma di là cercherai il Signore tuo Dio e lo troverai, se lo cercherai con tutto il cuore e con tutta l’anima. 30 Con angoscia, quando tutte queste cose ti saranno avvenute, negli ultimi giorni, tornerai al Signore tuo Dio e ascolterai la sua voce, 31 poiché il Signore Dio tuo è un Dio misericordioso; non ti abbandonerà e non ti distruggerà, non dimenticherà l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri.

    Mosè si premura di ricordare ad Israele una duplice realtà:

    – JHWH è un Dio geloso

    – JHWH è un Dio misericordioso

    Sono due certezze apparentemente contraddittorie.

    Israele dovrà passare attraverso l’esperienza del fuoco divoratore del Dio geloso, ma farà altresì esperienza della sua misericordia.

    Quest’ultima realtà sarà quella del “resto di Israele”.  Il fuoco divorante è la “porta stretta”, è un “vaglio di un setaccio” (cf Is 6,13;10,21).

    Il popolo eletto per riconvertirsi a Dio deve passare attraverso la prova. Solo a questa condizione gli idoli possono essere annientati.

    Questo nuovo intervento di Dio è presentato dai profeti come una nuova creazione, un nuovo esodo. Non si tratta più di richiamare, esortare, da di procedere ad un vero e proprio reimpianto.

    E’ questo il significato della nuova alleanza annunciata da Geremia (cap. 31) e il senso delle profezie di Ezechiele:

    11,19 Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro; toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne…

    Gr 31,31-34: «Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. 32 Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. 33 Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. 34 Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato».

    IMPOTENZA DELLA LEGGE

    Per poter essere ricreato, l’uomo deve arrendersi, e si arrende solo quando fa esperienza di una completa impotenza.

    San Paolo insiste sul fatto che la Legge aveva lo scopo di rivelare all’uomo il suo peccato: Rm 7:

    7 Che diremo dunque? Che la legge è peccato? No certamente! Però io non ho conosciuto il peccato se non per la legge, né avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non desiderare.

    14 Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. 15 Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. 16 Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; 17 quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 18 Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; 19 infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. 20 Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 21 Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. 22 Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, 23 ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra.

    Solo in questa situazione Dio può aprirsi un varco nel cuore dell’uomo al fine di ricrearlo

    SANTITA’ CHIAMA SANTITA’

    Il motivo più appariscente della gelosia di Dio? Perché egli è santo e quindi…

    Lev 19,1-2:

    1 Il Signore disse ancora a Mosè: 2 «Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo.

    11,44-45

    44 Poiché io sono il Signore, il Dio vostro. Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo; non contaminate le vostre persone con alcuno di questi animali che strisciano per terra. 45 Poiché io sono il Signore, che vi ho fatti uscire dal paese d’Egitto, per essere il vostro Dio; siate dunque santi, perché io sono santo.

    Questa è la base della spiritualità del libro del Levitico. Vengono proposte delle norme che Israele deve imparare  ad osservare affinché prenda sempre più consapevolezza di chi è Dio e di che cosa egli a chiamato a diventare.

    L’interrogativo però è: Israele tradirà questa vocazione per altro? Compirà forse il cammino inverso rispetto a quello dell’uomo che ha scoperto un tesoro nel campo e va a vendere ogni suo avere per comprare quel campo (Mt 13,44)? Israele rinuncerà al suo tesoro per altre realtà disprezzabili?

    Occorre fare una considerazione: una eredità ricevuta in prima persona entusiasma e responsabilizza. Colui che la riceve a sua volta invece, ormai la conosce troppo bene, ci ha fatto l’abitudine, affettivamente quella eredità è svalutata ai suoi occhi.

    Alla prima occasione assale la voglia  di cambiare e vendere ciò che non è più colto come valore.

    Israele è il popolo eletto perché possiede la Gloria di JHWH. Ma questa gloria, ricorda Paolo, è contenuta in vasi di creta (2Cor 4,7).

    La Legge esiste perché il popolo sia protetto dalla tentazione di vendere il tesoro.

    Israele non deve confondersi con gli altri popoli! “Siate santi”, “non confondetevi”: perché questo? Proprio per proteggere al massimo il tesoro prezioso.

    (Siamo agli opposti del Nuovo testamento in cui si domanda espressamente di comunicare il dono ricevuto, di dover essere lievito in mezzo ai popoli.

    Ma questa svolta è dono dello Spirito dono del crocifisso risorto: l’uomo finora non è ancora rinato).

    Le conseguenze di questi divieti sono: il non contrarre matrimoni con i goim. Salomone verrà meno a ciò, e il regno di Davide conoscerà la spaccatura e il declino.

    (Cf Dt 7,1-6).

    Un altro impegno: la città conquistate della terra di Canaan devono essere rase al suolo, e gli abitanti tutti sterminati. Il leitmotiv è: “Li passarono per le armi, e votarono all’anatema tutto ciò che trovarono di vivo. Non rimase un solo sopravvissuto” (cfr. Gs 6,17ss….). La mancanza di questo impegno porta a gravi conseguenze (cf Gs 2,1-5).

    Se Dio è valore supremo e unico, tutto il resto deve passare in second’ordine. E’ meglio strappare l’occhio o perdere una gamba piuttosto che perdere ciò che è più prezioso (Mt 5,29). Allora tutto ciò che minaccia, che è “scandalo” deve essere tolto.

    IL SEME DELLA VERA FEDE

    Israele si consideri non un popolo fra tanti altri, ma come il seme della vera fede nel mondo. E questo seme va protetto più di ogni altra cosa, perché un giorno sarà destinato a tutta l’umanità. Israele deve rimanere luce del mondo: Is 42,6; 60,3…

    Può sorgere un interrogativo: ma questo non conduce al fanatismo, all’integralismo?

    Forse occorre riconsiderare la progressività della rivelazione. Ciò che è rivelato in un preciso momento  può essere accolto dal popolo come tutto ciò che Dio vuole dire, mentre non è tutto. Vi è costantemente questo rischio.

    Dio voleva veramente la distruzione, l’anatema o fu piuttosto Israele a comprendere in questa direzione il comando di Dio, o meglio non è il modo in cui Israele comprese Dio?

    E’ difficile rispondere e trovare un equilibrio.

    Ciò che è importante è che scopriamo ancora una volta che Dio accompagna l’uomo nella sua storia, anche quando questa prende direzioni errate.

    OSEA

    Cinque secoli più tardi Dio svelerà il segreto della sua gelosia ad Osea figlio di Beeri.

    Egli è sposato con Ghomer, una donna molto attraente e che forte del suo fascino non esita a concedere i suoi favori agli ammiratori.

    Gomer partorisce due figli, Osea non è sicuro della paternità:

    1,3 Egli andò a prendere Gomer, figlia di Diblàim: essa concepì e gli partorì un figlio.

    6 La donna concepì di nuovo e partorì una figlia e il Signore disse a Osea: «Chiamala Non-amata,  perché non amerò più  la casa d’Israele,  non ne avrò più compassione.

    8 Dopo aver divezzato Non-amata, Gomer concepì e partorì un figlio.

    Questa donna infine abbandona il marito Osea dandosi alla prostituzione. Osea rimane solo, umiliato nella sua dignità di marito, ferito nel suo amore tradito.

    Eppure era Dio che aveva chiesto il matrimonio con questa donna frivola. E ora Dio tace!

    Passano gli anni: Gomer invecchia, il suo fascino decade e i suoi successi amorosi iniziano a declinare. Ella ripensa così agli anni trascorsi con Osea:

    2,9 Inseguirà i suoi amanti,

    ma non li raggiungerà,

    li cercherà senza trovarli.

    Allora dirà: «Ritornerò al mio marito di prima

    perché ero più felice di ora».

    Così si decide a riprendere i contatti col suo vecchio marito. Per il suo riscatto da protettore saranno sufficienti quindici monete d’argento e un moggio e mezzo di orzo:

    3,2 Io me l’acquistai per quindici pezzi d’argento e una misura e mezza d’orzo 3 e le dissi: «Per lunghi giorni starai calma con me; non ti prostituirai e non sarai di alcun uomo; così anch’io mi comporterò con te.

    OSEA PROFETA

    Osea è nel contempo contento e turbato: esitante tra un amore offeso e un amore ferito.

    Ed è proprio in questa situazione che Dio gli rivolge la sua parola:

    3,1 Il Signore mi disse ancora: «Va’, ama una donna che è amata da un altro ed è adultera; come il Signore ama gli Israeliti ed essi si rivolgono ad altri dei e amano le schiacciate d’uva».

    E’ come se Dio gli dicesse: Se mi si dimentica quando tutto va bene e non ci si ricorda di me che nei momenti difficili, credi tu che io possa accettare questo? Eppure guarda: ogni volta io riaccolgo il mio popolo: Dunque tu, senza tante storie, riprendi con te la tua donna, proprio quella che ti ha tradito.

    La gelosia di Dio ha dunque un risvolto: il suo innamoramento per la sua creatura:

    Is 43,3:  poiché io sono il Signore tuo Dio,

    il Santo di Israele, il tuo salvatore.

    Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto,

    l’Etiopia e Seba al tuo posto.

    4 Perché tu sei prezioso ai miei occhi,

    perché sei degno di stima e io ti amo.

    Così nei profeti le dichiarazioni di amore per il suo popolo non mancano:

    Gr 2, 1 Mi fu rivolta questa parola del Signore:

    2 «Va’ e grida agli orecchi di Gerusalemme:

    Così dice il Signore:

    Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza,

    dell’amore al tempo del tuo fidanzamento,

    quando mi seguivi nel deserto,in una terra non seminata.

    Gr 31, 20 Non è forse Efraim un figlio caro per me,

    un mio fanciullo prediletto?

    Infatti dopo averlo minacciato,

    me ne ricordo sempre più vivamente.

    Per questo le mie viscere si commuovono per lui,

    provo per lui profonda tenerezza».

    Oracolo del Signore.

    21 Pianta dei cippi,

    metti pali indicatori,

    stá bene attenta alla strada,

    alla via che hai percorso.

    Ritorna, vergine di Israele,

    ritorna alle tue città.

    22 Fino a quando andrai vagando, figlia ribelle?

    Poiché il Signore crea una cosa nuova sulla terra:

    la donna cingerà l’uomo!

    I profeti useranno l’immagine dello “sposo”:

    Is 54, 6 Come una donna abbandonata

    e con l’animo afflitto, ti ha il Signore <richiamata.

    Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù?

    Dice il tuo Dio.

    7 Per un breve istante ti ho abbandonata,

    ma ti riprenderò con immenso amore.

    8 In un impeto di collera ti ho nascosto

    per un poco il mio volto;

    ma con affetto perenne ho avuto pietà di te,

    dice il tuo redentore, il Signore.

    O ancora l’immagine della “madre”:

    Is 49, 15 Si dimentica forse una donna del suo bambino,

    così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?

    Anche se queste donne si dimenticassero,

    io invece non ti dimenticherò mai.

    NEL CANTICO DEI CANTICI

    In questo libro troviamo gli accenti più espliciti  dell’amore che unisce JHWH al suo popolo. Qui viene impiegata la simbologia affettivo-sessuale.

    Il Dio amante afferma:

    8,5 Chi è colei che sale dal deserto,

    appoggiata al suo diletto?

    Sotto il melo ti ho svegliata;

    là, dove ti concepì tua madre,

    là, dove la tua genitrice ti partorì.

    6 Mettimi come sigillo sul tuo cuore,

    come sigillo sul tuo braccio;

    perché forte come la morte è l’amore,

    tenace come gli inferi è la passione:

    le sue vampe son vampe di fuoco,

    una fiamma del Signore!

    7 Le grandi acque non possono spegnere l’amore

    né i fiumi travolgerlo.

    Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa

    in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio.

    La Passione di Dio brucia di amore. Egli non è geloso degli idoli, se non in quanto in essi prende corpo lo spirito di prostituzione che gli sottrae l’amore dell’amata:

    Mi 6, 3 Popolo mio, che cosa ti ho fatto?

    In che cosa ti ho stancato? Rispondimi.

    Vi è quest’amore sviscerato che però non viene ancora “spiegato”: esso rimane ancora un mistero nascosto nelle profondità di Dio.

    IL FIGLIO PREDILETTO

    Perché questa umanità è oggetto di un tale amore, passione, da parte del Creatore?

    Possiamo tentare una risposta alla luce di tutta la rivelazione: è perché in essa deve nascere un essere nuovo. Un figlio divino le sarà donato.

    Che cosa può Dio amare nell’uomo se non Dio stesso fatto uomo?

    E ‘ questo che attende JHWH: l’amore di questa amata infedele, un amore dal quale deve nascere il Figlio atteso: l’Emmanuele, Dio-Con-Noi.

    Ciò che Dio ama nell’antico popolo dell’alleanza è questa vocazione di madre di un popolo nuovo, nel quale il Figlio potrà raggiungere la sua statura perfetta.

    I profeti punteranno da ora in poi gli occhi su questo atteso parto doloroso nel quale prenderà corpo Dio stesso.

  • 06 Mag

    GLI  IDOLI  E  L’IMMAGINE

    Es 32

     

    a cura di p. Attilio Franco Fabris

     

    La corretta restaurazione dell’immagine di  Dio inizia, nell’AT, con l’accogliere tramite la Thorà due misure proibitive:

    1.       Il popolo di Israele non deve riconoscere nessun’altra autorità se non quella di Dio (cfr. il primo comandamento del Decalogo).

    2.       Non deve farsi nessuna immagine di Dio (cfr. il secondo comandamento del Decalogo):

    Es 20,4-6: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi”;

    Dt 5,8-10: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai. Perché io il Signore tuo Dio sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per quanti mi odiano, ma usa misericordia fino a mille generazioni verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti”.

    Con questi due divieti Dio può ricreare le condizioni in cui poter rimodellare la sua vera immagine nell’uomo.

    Mascherare o esprimere Dio

    Non ci si deve creare nessuna immagine, nessun idolo perché attraverso l’idolo l’uomo tenta di mascherare quel viso che è fuoco divoratore e di cui sente timore:

    Es 24,17 “La Gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna”.

    Dt 4,24: “Poiché il Signore tuo Dio è fuoco divoratore, un Dio geloso”.

    Dt 9,3: “Sappi dunque oggi che il Signore tuo Dio passerà davanti a te come fuoco divoratore, li distruggerà e li abbatterà davanti a te; tu li scaccerai e li farai perire in fretta, come il Signore ti ha detto”(cf Ebr 12,29).

    L’idolo non è una caricatura: esso infatti utilizza ciò che è più sublime e perfetto: non è forse legittimo che l’uomo, desideroso di vedere il volto di Dio, tenti di decifrare nella lettera della creazione l’immagine del creatore?

    Specchio deformante

    Ma l’uomo, fuggito dalle mani di Dio, non può coltivare questa “pretesa”, essa era forse possibile prima del peccato, e lo sarà nuovamente dopo la redenzione (cfr. la lotta iconoclasta):

    Ma anche se non vi è nessun desiderio di caricaturare il mistero, tuttavia le intuizioni non possono più offrire all’uomo un’adeguata immagine di Dio.

    Si Proibisce perciò ogni immagine:

    Dt 4,15-20: “Poiché dunque non vedeste alcuna figura, quando il Signore vi parlò sull’Oreb dal fuoco, state bene in guardia per la vostra vita, 16 perché non vi corrompiate e non vi facciate l’immagine scolpita di qualche idolo, la figura di maschio o femmina, 17 la figura di qualunque animale, la figura di un uccello che vola nei cieli, 18 la figura di una bestia che striscia sul suolo, la figura di un pesce che vive nelle acque sotto la terra; 19 perché, alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutto l’esercito del cielo, tu non sia trascinato a prostrarti davanti a quelle cose e a servirle; cose che il Signore tuo Dio ha abbandonato in sorte a tutti i popoli che sono sotto tutti i cieli. 20 Voi invece, il Signore vi ha presi, vi ha fatti uscire dal crogiolo di ferro, dall’Egitto, perché foste un popolo che gli appartenesse, come oggi difatti siete”;

    Is 40,18: “A chi potreste paragonare Dio e quale immagine mettergli a confronto?”.

    Dio in tal modo vuole strappare l’uomo al fascino allucinante di una sua possibile immagine sfigurata.

    Ancor più deve essere salvaguardata una corretta gerarchia: non deve essere l’uomo a voler possedere Dio, ma è Dio che deve prendere l’uomo e a questi tocca la disponibilità a lasciarsi fare da lui.

    Oggetto o soggetto?

    Cos’è l’idolatria? In definitiva è il tentativo di invertire il rapporto Dio-Uomo, un rapporto nel quale l’uomo pretende di divenire soggetto.

    L’uomo deve al contrario riconoscere di trovare la sua origine e fonte in Dio e da Dio: ogni iniziativa è anzitutto sua.

    Ma per l’uomo peccatore riconoscere questo rapporto risulta insopportabile:

    Gn 3,10: “Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”.

    Gb 7,19-20: “Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e non mi lascerai inghiottire la saliva? Se ho peccato, che cosa ti ho fatto, o custode dell’uomo? Perché m’hai preso a bersaglio e ti son diventato di peso?”.

    L’uomo peccatore vorrebbe che Dio scomparisse: il volto del Dio vivo brucia, suscita una memoria, una nostalgia ma nello stesso tempo un timore, una paura, un disagio.

    Nel mezzo del mare burrascoso di questo conflitto all’uomo risulta più incoraggiante e meno impegnativo puntare gli occhi sull’idolo che non disturba.

    Ricreare il Creatore

    Così piuttosto che lasciarsi modellare dalle mani di Dio l’uomo sceglie di modellare un Dio a sua immagine.

    Non riconoscendo la propria situazione di creatura, ma sentendo tuttavia che la sua relazione col creatore non può essere abolita, l’uomo tenta di fare del creatore una sublime sua creatura.

    Ed è il peccato del vitello d’oro.

    IL VITELLO D’ORO

    Così il peccato originale del popolo eletto è il suo tentativo di modellare un Dio a somiglianza delle creature.

    Anzitutto un vitello: perché? Certamente esso esprime, nelle culture semitiche, i caratteri essenziali della divinità ovvero potenza e fecondità. Il vitello esprime così un Dio forte e datore di vita.

    Il popolo è entusiasta dell’opera artistica di Aronne il sacerdote, fatta con ciò che vi è di più prezioso (oro) e simbolico di fedeltà (anelli e pendagli):

    Es 32,3-5: “Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: «Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!». Ciò vedendo, Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: «Domani sarà festa in onore del Signore”.

    JHWH e Mosè sono ormai da tempo in cima al monte, lontani e inaccessibili (cf Es 24,17-18). Perciò Aronne si sente in dovere di prendere in mano la situazione: propone dunque un oggetto di adorazione che sia immediato, accessibile certamente di più di quella lontana nube tuonante e fiammeggiante.

    Non è apostasia la sua, ma un tentativo di trovare una presa immediata per sostenere l’ansia e la paura.

    L’idolo doveva servire a conservare la memoria del Dio inaccessibile: dunque per il bene del popolo e …di Dio!

    Ma proprio in quel momento Dio irato tronca improvvisamente il discorso con Mosè:

    Es 32,7-10: “Allora il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata! Si son fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto». Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione”.

    Dio forse ha una crisi di gelosia? Dio forse non riconosce in quel che è accaduto una relazione tra segno e significato?

    Anche gli israeliti certamente riconoscevano nel vitello solo una immagine evocativa, un segano che rimandava ad altro.

    Ma è proprio questa ambiguità dell’immagine che non è tollerata da Dio.

    L’immagine è sempre nello stesso tempo trasparenza e oggetto, materia e velo. Essa può iniziare alla realtà ma può prenderne anche il posto.

    Questo rischia infiamma la gelosia di Dio: egli non accetta e non dà nessuna immagine di sé.

    Rimane un’unica possibilità: che faccia lui stesso sorgere nell’umanità una immagine che non sia distinta da lui, che non sia solo un rimando, ma realtà stessa… sarebbe l’incarnazione.

    Purtroppo vi è la continua tentazione dei “preti” (pontifices) di lanciare dei ponti tra umanità e Dio. Si dimentica che solo Dio può stabilire dei ponti: con Mosè stava avvenendo questo.

    Ma la “passerella” di Aronne è derisoria e ambigua e si chiama “idolo”.

    Sino a che l’uomo non rinuncerà ai suoi vani tentativi Dio non può lanciare il ponte dell’incarnazione. Chiedendo all’uomo la rinuncia a questi vani tentativi Dio lo prepara ad accogliere quello che sarà il lancio del suo ponte. L’incarnazione del Verbo.

    LA CONOSCENZA DI DIO

    Il desiderio di Dio è di modellare lui il cuore dell’uomo a immagine del suo (“Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo…” Ger 31) , in modo che sappia un giorno accogliere la sua vera immagine.

    Dove cogliere dunque una conoscenza di Dio, una sua immagine? Quando i profeti parlano di “conoscenza” di Dio si collocano agli antipodi di ogni forma di gnosticismo.

    Per essi conoscere Dio è praticare la giustizia ed amare la misericordia:

    Mich 6,8: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio.”

    Questo atteggiamento può creare un “cuore a cuore” con Dio:

    Gr 9,23 “Ma chi vuol gloriarsi si vanti di questo, di avere senno e di conoscere me, perché io sono il Signore che agisce con misericordia, con diritto e con giustizia sulla terra; di queste cose mi compiaccio”.

    Se Dio sembra estraneo, Israele deve ben ricordarsi è che:

    Is 59,1-2 “Ecco non è troppo corta la mano del Signore da non poter salvare; né tanto duro è il suo orecchio, da non poter udire. Ma le vostre iniquità hanno scavato un abisso fra voi e il vostro Dio; i vostri peccati gli hanno fatto nascondere il suo volto così che non vi ascolta”.

    Ecco dove sta l’immagine e il volto (la conoscenza) dell’Altissimo: nella giustizia e nella misericordia:

    Is 58,6-10:“Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: «Eccomi!». Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio”.

    Come non far riecheggiare qui le parole della prima lettera di Giovanni 3,7: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”.

    Ma per arrivare a questa finale rivelazione Dio dovrà impiegare più di mille anni per potersi rivelare. E’ stato necessario un lungo cammino, estenuante, in cui avanzamenti e retrocessioni si sono continuamente alternate ma in cui la fedeltà di Dio non è venuta mai meno. A poco a poco Israele ha potuto mettersi al passo con Dio. Soltanto alla fine L’Altissimo può rivelare la sua identità(cfr. Tb 12,15ss).

    Il “ehejeh asher ehejeh” di Es 3,14 ha detto sin dall’inizio la necessità di un lungo dispiegarsi nel tempo perché si attui la rivelazione dell’identità divina.

    Dio sì, si è dato un nome, JHWH, ma si tratta di un puro appellativo che non richiama nessuna nozione e nessuna immagine. E’ il sacro tetragramma, impronunziabile, assolutamente aperto ad ogni progressiva rivelazione che culminerà nell’ultima frase della preghiera sacerdotale di Gesù: Gv 17,26 “E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”.

    TEOFANIA IN TRE ATTI

    Una progressiva e triplice rivelazione dell’immagine di Dio:

    La nube ed il fuoco

    La Gloria, per Israele (Kabod da Kabed=pesante), evoca un peso, una realtà incombente e sovrastante alla quale non si può sfuggire:

    Es 19,16-18: “Appunto al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore.

    Allora Mosè fece uscire il popolo dall’accampamento incontro a Dio. Essi stettero in piedi alle falde del monte.

    Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto”.

    Solo Mosè può penetrare nella nube e nel fuoco, il popolo deve stare lontano: pena la morte (cf 33,11; Nm 12,6-8; cf Sal 18).

    Nel fuoco e nella nube JHWH non ha forma: vi è solo un “folgorio accecante”: l’uomo non può rappresentarsi Dio.

    L’uomo mell’arcobaleno

    650 anni dopo Ezechiele sulle rive del Chebar ha una visione:

    Ez 1,4-5.22.25-28: “Io guardavo ed ecco un uragano avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinìo di fuoco, che splendeva tutto intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di elettro incandescente.  Al centro apparve la figura di quattro esseri animati, dei quali questo era l’aspetto: avevano sembianza umana …Al di sopra delle teste degli esseri viventi vi era una specie di firmamento, simile ad un cristallo splendente, disteso sopra le loro teste… Sopra il firmamento che era sulle loro teste apparve come una pietra di zaffiro in forma di trono e su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sembianze umane.  Da ciò che sembrava essere dai fianchi in su, mi apparve splendido come l’elettro e da ciò che sembrava dai fianchi in giù, mi apparve come di fuoco. Era circondato da uno splendore il cui aspetto era simile a quello dell’arcobaleno nelle nubi in un giorno di pioggia. Tale mi apparve l’aspetto della gloria del Signore. Quando la vidi, caddi con la faccia a terra e udii la voce di uno che parlava”.

    Vi troviamo due elementi nuovi:

    1. La figura d’uomo

    2. L’arcobaleno

    A distanza così di anni l’uomo ricomincia ad apparire nella sua somiglianza con Dio. Le varie prove e sofferenze hanno fatto sì che il cuore di Israele si sia purificato ulteriormente.

    L’arcobaleno è segno dell’alleanza (cf Gn 9,12-13).

    La visione di Ezechiele è così promessa di riconciliazione a partire dalla restaurazione dell’immagine divina nell’umanità.

    L’Agnello sgozzato ritto sul trono

    Ancora 650 anni: una nuova visione nell’isola di Patmos.

    Qui vi è un trono su cui siede “qualcuno”, vi è l’arcobaleno, un mare trasparente, quattro animali. Al centro qualcosa di nuovo: un agnello sgozzato e ritto con sette corna e sette occhi:

    Ap 4,2-3 “Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto. Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono.”

    Ap 5,6 “Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi”.

    Si tratta di una nuova figura dotata di pienezza di potere e di sapere: ucciso e vivo. E’ degno di lode (5,12); è liberatore (5,9).

    Certamente vi è il richiamo all’agnello muto di Isaia 53,7-8: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;  chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte”.

    L’agnello è Gesù suppliziato e risorto: il Signore. In Lui non vi più somiglianza (“come”), ma “è” incarnazione: lui è “esegesi del Padre”: “Dio nessuno l’ha mai visto, lui l’unigenito del Padre ce l’ha rivelato” (Gv 1).

    Sono questi tre sondaggi, equidistanti nel tempo, circa la rivelazione della Kabod divina, sondaggi che permettono la decifrazione progressiva dell’autentica immagine di Dio

    TRASFORMATI NELL’IMMAGINE

    Dio ha proibito le immagini perché l’umanità è predestinata a divenire conforme all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29).

    Il fulgore della gloria sarà trasfigurante non più accecante, farà penetrare nella notte oscura della croce e nella luce mattutina e dolce del mattino di pasqua.

    Gesù servo è “veramente Figlio di Dio” e così Dio si è identificato col povero, con l’oppresso, perché lui stesso si è fatto schiavo e servo (Fil 2,6-7).

    Se Dio invitava alla misericordia e alla giustizia è perché il cuore dell’uomo si preparasse ad accogliere lo scandalo dell’incarnazione e della croce: mistero di una giustizia e di una misericordia assolutamente divine.

    L’immagine di  Dio va ricercata agli antipodi della filosofia e dell’estetica e del sacro.

    La proibizione dell’immagine ha lasciato il posto all’icona del Cristo incarnato, umiliato, crocifisso e risorto: è lì che vi è rivelazione piena e definitiva del volto di Dio: “Gli disse Filippo: Signore, mostraci il Padre e ci basta. 9 Gli rispose Gesù: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre”.

     

« Previous Entries    Next Entries »