• 15 Mar

    Gli ebrei in Egitto:
    una condizione di sofferenza e umiliazione

    Es. 1

    di p. Attilio Franco Fabris

    E’ evidente che gli episodi narrati nei primi capitoli dell’esodo e così solennemente celebrati dalla tradizione biblica di fatto furono episodi del tutto marginali rispetto alla grande storia dell’impero egiziano durante la XIX dinastia. Alla lettura ufficiale dei fatti sfugge l’avventura di per sé apparentemente irrilevante di quel gruppo di ebrei sbandati.

    Ma alla coscienza di Israele si manifesta nel fatto che proprio con questa vicenda di così scarsa rilevanza si è iniziata una storia che assumerà un significato fondamentale in ordine alla salvezza non solo di Israele, ma anche della comunità dei discepoli di Gesù e di tutti i popoli: è una storia che inizia con un atto di fede che impara a leggere nel proprio passato, nella storia, il compimento delle promesse sempre aperte e attuali di Dio.

    Il racconto dell’esodo ci pone così fuori da ogni prospettiva mitologica o mitizzante. La nascita del popolo di Israele, a differenza di altre mitologie religiose, non viene fatta risalire in alcun modo ad un’origine divina e gloriosa. Né il sorgere di questo popolo viene fatto risalire ad un nucleo di personalità particolarmente brillanti. Esso ci colloca invece all’interno di una lettura teologica di una storia di oppressione e umiliazione.

    Potremmo interrogarci: in quale misura la nostra fede è radicata nella storia? Nel riuscire con uno sguardo di fede a leggere negli avvenimenti la presenza e l’agire del Dio della promessa? Non corriamo forse talvolta il rischio di rinchiudere la fede in schemi mentali, in belle affermazioni teoriche, in teologie costruite in modo asettico e a tavolino ma staccate dalla vita? È il rischio di disincarnare la fede biblica, di “sciogliere” la carne di Cristo.

    Una minoranza che rischia di “dimenticare”.

    Gli israeliti ormai si erano da tempo ambientati nel paese straniero ospitante e fertile d’Egitto: le famiglie vi si trovano bene, aumentava il numero dei figli. Il testo abbonda di verbi per descrivere questa prosperità: gli israeliti fruttificarono, pullulavano si moltiplicarono, divennero molto forti, il paese si riempì di loro… Tutto questo è già in parte realizzazione della benedizione data ad Abramo: una delle tre promesse (quella di una discendenza numerosa: cfr Gn 12,3) si sta realizzando! Sembrerebbe quasi un’età dell’oro.

    Ma proprio questa situazione racchiude in sé un pericolo mortale, un veleno micidiale: è il rischio di accontentarsi, di adattarsi che porta con sé inevitabilmente un vuoto progressivo di memori. Il ricordo del proprio passato scompare, e con essa tutto il bagaglio di esperienze spirituali e culturali accumulato pazientemente dai propri padri. Così il divario tra le generazioni si amplia sempre più trascinando con sé, in questa sorta di vuoto, una dimenticanza di sogni più grandi, la rinuncia della ricerca di una propria identità e di un proprio spazio. Un popolo senza memoria, senza radici è inesorabilmente destinato a scomparire, a dissolversi. Israele in Egitto rischia di scordarsi della stessa esperienza di Dio fatta da Abramo e delle promesse da lui ricevute. Questo fa sì che gli israeliti siano ormai un gruppo senza passato né futuro.

    È un rischio sempre possibile: Ma guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli.(Dt 4,9).

    Viviamo in un contesto in cui è facile “dimenticare”, trascurare le “domande” essenziali, rinunciare alla ricerca. Questo anche nella vita delle nostre comunità e a livello individuale. Il prezzo è alto: la coscienza ne è assopita con conseguenze disastrose.

    Una minoranza angariata e umiliata

    Il nostro testo avverte il lettore di un cambiamento di governo  in Egitto che comporta un cambiamento di politica. Il re d’Egitto – probabilmente Ramses II – “che non aveva conosciuto” Giuseppe adotta una politica molto diversa dai predecessori. L’espressione “non conoscere” equivale a non voler tener conto di tutto un passato. Per il nuovo faraone la politica adottata è di tipo ultranazionalistica, il che comporta un’opera di repressione di tutti gruppi etnici stranieri ritenuti pericolosi per l’unità dell’immenso impero.

    Questo gruppo straniero minoritario inizia così ad essere visto come presenza. Si tratta di un destino comune a tutte le minoranze lungo la storia umana! La presenza di minoranze non recuperabili entro l’ambito sociale dei gruppi dominanti o entro determinati e sicuri spazi psicologici, si traduce sempre in un incubo minaccioso (1,12). L’«altro» nella sua diversità di cultura, razza, lingua, religione viene percepito come un pericolo, una minaccia per la propria sicurezza. La diversità invece di ricchezza suscita problema e la soluzione più immediata e facile è la sua eliminazione (cfr Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Giacobbe e Esaù…i due fratelli della parabola).

    Questa situazione fa sì che il gruppo degli ebrei inizi ad essere sottoposto alla prepotenza di chi ha come obiettivo il negare loro ogni loro originalità culturale e spirituale. Ci troviamo di conseguenza dinanzi ad un gruppo di minoranza umiliato (1,11), che non ha né la forza né il coraggio di reagire. Si tratta ormai di una massa lavorativa da sfruttare da parte dei potenti del momento: gli egiziani fecero lavorare i figli di Israele trattandoli duramente (1,11.13); Resero loro amara la vita costringendoli  a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi; e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza (1,14).

    La prima azione repressiva nei confronti della minoranza ebraica è perciò di angariarla con lavori forzati al fine di “rendere loro amara la vita”. I verbi sono eloquenti: “schiacciare con pesi faticosi” (v. 11) “prendere in orrore” (v. 12) “asservire al lavoro con crudeltà” (vv. 13.14) “rendere la vita amara con lavori terribili” (v. 14). Un’osservazione: il verbo tradotto con “schiacciare” e “affliggere” (vv. 11.12) è anah, della stessa radice di anw o ani, povero da cui anawim: poveri, viene indicata un’esperienza di sventura, indigenza, afflizione, umiliazione caratteristica del povero che non ha alcuna difesa.

    Il fine di questa politica è di porre la minoranza ebrea sotto stretto controllo e nello stesso tempo sfruttarla. Il lavoro forzato e massacrante agisce come deterrente, esso debilita, toglie energie, non concede tempo per coltivare sogni e desideri, abbruttisce solamente, pone sotto la paura di più gravi oppressioni. Si vuole ad ogni costo esattamente “rendere amara la vita”. Perché? Perché è ferma volontà dell’oppressore estirpare ogni desiderio di libertà. Troppe volte, anche oggi, il lavoro si trasforma in strumento di oppressione e sfruttamento della vita dell’altro, del povero che non può rivendicare diritti, del minore incapace di autodifendersi. Allora il lavoro, da occasione per lasciar esprimere la creatività e assicurare il diritto-dovere a procurarsi ciò che è necessario alla vita, si trasforma in schiavitù, oppressione, ingiustizia “che grida vendetta al cospetto di Dio”.  Siamo in direzione opposta al significato del lavoro attribuito nei primi due capitoli della genesi, dove esso diviene occasione per esprimere la dignità di colui che partecipa all’opera divina e umana della creazione.

    Angariare col lavoro significa schiavizzare. Cosa significa essere schiavi? Significa essere privati della libertà di vivere e di essere se stessi e di decidere della propria vita. E’ sentirsi sacrificati violentemente contro la propria volontà dal più forte, sentirsi privati dei propri talenti, delle proprie forze a beneficio unico di altri che non ti vedono come persona ma come merce. E’ non poter rivendicare in alcun modo i propri diritti fondamentali. E’ perciò una non-vita perché è negata la stessa possibilità di aspirare ad un futuro, è negato il diritto fondamentale e più prezioso della vita stessa che è la libertà dono prezioso di Dio all’uomo. E’ una drammatica esperienza di morte:  maledette le città in cui sono stati schiavi i tuoi figli, maledetta colei che li ha trattenuti (Br 4,32).

    La seconda azione repressiva consiste in una violenta imposizione di  limitazione delle nascite. I figli maschi devono essere immediatamente sterminati. Questa crudele decisione assume una valenza drammatica che investe non solo la vita del nascitura ma quella dello stesso popolo. Eliminare il figlio maschio significa troncare non solo la vita del piccolo, ma anche tutta la futura discendenza. Uccidere il figlio è troncare la speranza della vita che è riposta i  lui, è per l’uomo antico il figlio rappresenta l’unica alternativa per sconfiggere la morte. Questa azione repressiva è diametralmente in contrasto con la promessa fatta ad Abramo di una numerosa discendenza. La potenza del male vuole vanificare, rendere in-credibile la promessa di Jhwh.

    Queste decisioni del faraone appaiono sagge! Ma è sempre la paura che impone le sue decisioni “sagge” (“comportiamoci saggiamente” proclama il faraone al suo popolo v. 10)  dettate dalla preoccupazione e dall’ansia per la vita. A livello politico forse “sagge” lo sono effettivamente, ma nell’ottica della storia della salvezza questa paura e la persecuzione che ne consegue segnano il rifiuto della benedizione di Dio che passa attraverso Israele. Commenta il salmo 104: “E Israele venne in Egitto, Giacobbe visse nel paese di Cam come straniero. Ma Dio rese assai fecondo il suo popolo, lo rese più forte dei suoi nemici. Mutò il loro cuore e odiarono il suo popolo, contro i suoi servi agirono con inganno” (vv. 23-25)

    Il senso del primo capitolo è chiaro: Israele sta vivendo una situazione impossibile, una esperienza progressiva di morte e di non speranza. Eppure proprio nella sofferenza e nella schiavitù si realizzerà la salvezza del popolo di Dio e, per prima cosa, nascerà l’uomo che sarà strumento nelle mani di Dio per questa salvezza.

    Ci interroghiamo: quante situazioni oggi di ingiustizia, di sopruso, di diffidenza e di rifiuto dell’altro. A livello internazionale, nazionale ma anche di quartiere e in … casa nostra.  Le dinamiche delle risposte “sagge politicamente” (ne mettiamo sempre in atto) solleticano una soluzione facile, ma è quella di Dio? In questa complessità e confronto come agire da credenti?

    E a livello personale: dove sperimento questa situazione di oppressione e umiliazione? Qual è il “faraone” che mi schiaccia e mi vuole annientare? E dove invece rischio di assumere le fattezze del “faraone” nei confronti dell’altro che avverto come una minaccia? Quali strategie utilizzo?

    Il “timor di Dio” dei semplici

    Nei primi quattordici capitoli del libro dell’esodo la figura del faraone più che ad un preciso riferimento storico di un personaggio viene a simbolizzare una sorta di ipostatizzazione di tutte le forze negative e oppressive che si schierano in opposizione al progetto di Dio. In tal modo il racconto descrive il realissimo e perenne scontro storico che sempre  pone sulla scena della storia due posizioni inconciliabili: da un lato sta la violenza autoritaria di un potere che si auto divinizza rappresentato dal faraone dall’altro la resistenza a questa pretesa assoluta da parte di coloro che credono in Dio e che la bibbia denomina “timore di Dio” (1,17.21). E’ la resistenza degli anawim, di Azaria Misaele e Anania che non si prostrano dinanzi alla statua di Nabucodonor,  dei fratelli Maccabei, di coloro che rifiutano di adorare “la Bestia” (cfr Ap)-  Qui la resistenza è rappresentata è data da due povere donne che trovano il coraggio di opporsi all’autorità del faraone e che osano disobbedirgli: Ma le levatrici temettero Dio e non fecero come aveva loro ordinato il re (1,17).

    Il popolo di Dio non nasce gloriosamente da esperienze di vittorie politiche, culturali, sociali di successo, esso viene scandalosamente partorito da Dio in una situazione di umiliazione profonda e quando esso si vede contestato il diritto fondamentale di esistere (1,15-22).

    Questo fatto posto agli inizi della storia di Israele ha un significato preciso: perché nasca un popolo di credenti, Dio utilizza le persone umanamente più insignificanti, senza peso politico diremmo in questo caso. E’ questa una dimensione essenziale all’economia della salvezza rivelata dall Scrittura: Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? (1Cor 1,19-20). I disegni della Provvidenza non si attualizzano mediante strumento forti e potenti.

    Queste due donne assumono un ruolo profetico: per via misteriosa l’opposizione nascosta che la gente povera contrappone al potere oppressivo del potere, fosse anche in quello spazio ristrettissimo ma fondamentale che è la propria coscienza, acquista sempre la funzione di una profezia per il bene di tutti, essa rivendica sempre la dignità, il valore e il diritto di ciascuno.

    Il frutto di questo coraggio motivato dal “timor di Dio”, è la benedizione di Dio stesso: “diede loro una numerosa famiglia” (1,21).  Da notare che “loro” è usato alla forma maschile e quindi non si riferisce tanto e solo alle due donne, quanto piuttosto a tutto il popolo: è tutto Israele che tramite queste due donne riceve da Dio il beneficio di una “numerosa famiglia”, ovvero il dono della speranza.

    Ma anche se derisa da questo raggiro la cattiveria del faraone non disarma, anzi!: ogni figlio maschio che nascerà agli ebrei lo getterete nel Nilo, lascerete vivere ogni figlia” (1,22). Quindi non più sole le figlie dovranno essere eliminate ma anche i neonati maschi. Questa è volontà di estirpare ormai la radice dell’esistenza di Israele: è una prima “soluzione finale”.  Il male non si arrende, percorre sempre tutte le possibili strade pur di contrastare il disegno di Dio. È una vicenda che si ripete lungo la storia (ritornerà a proposito della strage dei bambini di Betlemme “dai due anni in giù” dettata dal disperato tentativo di Erode il Grande di eliminare inutilmente il suo concorrente: il re-messia). Ancora una volta, come con Caino e Abele, la convivenza delle diversità appare  impossibile: uno dei due dovrà per forza essere eliminato perché l’altro si senta al sicuro e più forte.

    Ci interroghiamo: la coscienza delle due donne levatrici di Israele è più forte della paura. Il loro coraggio è attinto dal “timore di Dio”. Riconosco la mia debolezza nei momenti in cui la paura ha avuto il sopravvento sulla voce di Dio che risuonava nel sacrario del mio intimo.

    Ringrazio il Signore per quelle volte in cui ho saputo ascoltare quella stessa voce trovando la forza di operare scelte secondo la volontà di Dio.

    Ringrazio infine il Signore per il dono della testimonianza di tutti coloro, che soprattutto nel nascondimento e nel silenzio, senza alcun applauso da alcuno, lungo la storia hanno saputo seguire il dettame della coscienza “voce di Dio di fronte alla prepotenza e alla prevaricazione del male e della menzogna.

  • 14 Mar

    L’Idiozia: debolezza di Dio e salvezza dell’uomo

    di p. Silvano Fausti s.j.

    Introduzione

    Che cosa ne è della salvezza che il Figlio di Dio  ha portato ai fratelli?

    E’ semplice proiezione di desideri, belli consolatori, ma inconsistenti?

    Il male è enigma insolubilemette in crisi non solo noi, ma anche la realtà di Dio.

    Se c’è perché non interviene?

    Forse non può o non vuole?

    Ma se non può, non è onnipotente; se non vuole, non è buono!

    Che Dio è allora? Impotente o cattivo?

    Il male, realtà innegabile, fa crollare la nostra idea di lui, che, se c’è, necessariamente è onnipotente e buono.

    I greci cercano una divinità sapiente, in grado di fondare e spiegare le aspirazioni umane. Con essa ci si può rassegnare all’esistente, in attesa che si compia il cieco destino.

    I giudei, come tutti i religiosi, cercano una divinità potente, in grado di far trionfare la sete di libertà e di giustizia.

    Il Dio crocifisso.

    Paolo parla di un Dio crocifisso che è stupidità per i sapienti del mondo e debolezza per i pii di ogni religione (1Cor 1,23).

    Il paradosso del cristianesimo è non solo proporre un Dio stupido e debole, ma – doppio paradosso – pretendere che la sua stupidità convinca d’insipienza i sapienti e che la sua debolezza distrugga i potenti.

    La Parola della Croce rivela un “assurdo”. La Croce è l’enigma con cui Dio risponde all’enigma dell’uomo.

    Un Dio crocifisso non corrisponde a nessuna concezione religiosa o atea.

    E’ una rappresentazione “oscena”: fuori della scena del nostro immaginario. E’ la distanza infinita che Dio ha posto tra sé e l’idolo.

    Salvezza

    Certo togliere la ricerca della salvezza è levare la molla che aziona l’uomo. Non ci sarebbe cultura, né storia, né libertà; ma solo natura, fato, necessità. Si rinuncerebbe anche a vivere: perché conservare la vita se la si perde inesorabilmente?

    Chi rinuncia alla propria promessa di felicità, si condanna da subito al naufragio del non senso, nell’infinita vanità del tutto.

    Si può salvare uno che è veramente perduto e che da solo non può uscire dalla sua situazione. Per noi cristiani il nostro salvatore è Gesù di Nazaret.

    Salvezza è l’opposto di perdizione.

    E la salvezza costituisce il progetto fondamentale di ogni uomo. La felicità è l’obiettivo assoluto e ogni nostra azione è mirata in tal senso.

    L’uomo è cosciente di dover morire: questo ci distingue dall’animale.

    Ognuno vive questa situazione come limitazione mortale e angosciosa da superare ad ogni costo, invece che come condizione naturale da vivere.

    L’uomo vuol mettere le mani sul proprio principio invece di mettersi nelle sue mani, vuol possedere la vita invece di riceverla in dono: da qui il sorgere di ogni male. Ed ecco anche tutti i nostri tentativi inutili di salvarci dalla morte.

    Nel cristianesimo parliamo di salvezza oltre la morte, che quindi si realizza oltre la storia individuale e collettiva.

    Pensare la salvezza in questo modo è un’opzione che uno può fare o meno, come accettare o meno di essere figlio: ma è ragionevole farlo.

    In questo secolo abbiamo avuto tanti tentativi di salvezza realizzate non oltre, ma dentro la storia.

    In campo politico (marxismo, capitalismo…); lo scientismo, il selfismo psicologico; in campo pseudoreligioso (New Age).

    Conosciamo pure salvezze oltre la storia, che sono anche fuori di essa: il fatalismo, la rassegnazione, lo stoicismo…

    La salvezza nella Bibbia, correttamente intesa, è oltre ma non fuori della storia. Anzi agisce dentro di essa.

    La meta dirige ogni passo dell’uomo, nessun istante è irrilevante, nessuna azione, per quanto piccola, insignificante. Il futuro dirige il presente e il presente ne è la paziente realizzazione.

    Quando si parla di Cristo salvatore, si intende parlare di questa salvezza che va oltre la storia, ma che è dentro di essa come suo principio motore.

    Ambiguità

    Ci sono tante salvezze quanti gli ideali dell’uomo, e tanti ideali quante le idee sui Dio. E’ vero che c’è un solo Dio, ma in realtà ci sono molti idoli che ci tiranneggiano.

    C’è Mercurio il dio degli affari (Il dio della Borsa)

    C’è Venere ( il dio Viagra e dell’erotismo)

    C’è Vulcano (il lavoro)

    C’è Cerere la dea delle messi (concimi e mutazioni transgeniche)

    C’è Esculapio ( la farmacologia pronta per ogni rimedio anche contro la vita)

    C’è Giove e le sue clonazioni più o meno malriuscite.

    Altra forma sono le ideologie fatte di moda e consumismo.

    C’è l’idolatria costituita dal proprio pensiero filosofico e religioso:  tutto è sempre chiaro, non esistono dubbi: l’arroganza del pensiero che pretende di conoscere e spiegare tutto.

    C’è l’idolatria allo stato puro fatto del culto dell’immagine: chi produce immagini ha in mano il potere.

    Infine c’è l’idolatria del credente: servirsi di Dio come mezzo per ottenere le cose che interessano, che sono il proprio dio.

    L’idolatria teorica e l’idolatria pratica si intrecciano sempre con dosaggi diversi nel nostro rapporto con Dio. Al nostro parlare con troppa certezza di lui, o al nostro chiedergli segni visibili, lui risponde con il suo silenzio.

    Stiamo attenti a non riempirlo con chiacchiere  vuote, per evitare di ascoltarlo.

    Siamo tutti convinti che c’è un solo Dio Uno e Trino e un unico salvatore. Ma a questa rivelazione ognuno accede con una sua interpretazione “idiota”, propria e singolare, che non deve mai sostituirsi né all’esperienza di Dio né alla sua parola che lo rivela, né tanto meno a lui stesso.

    L’uomo è fatto per “dire l’indicibile” ma non deve confondere il suo dire con l’Indicibile.

    Già nel Vangelo troviamo un modello di cristologia idolatrica: ed è la professione di Pietro. Egli è il primo che dopo i demoni riconosce che Gesù è il Figlio di Dio.

    Il problema di fondo di ogni discorso su Dio è vedere quali interpretazioni sono fuorvianti e quali no, quanto sia idiozia necessaria e legittima per dire l’indicibile, celebrarlo e amarlo, e quanto invece siano idolatria che fa dire ogni stupidità possibile e impossibile.

    Che pietra di paragone abbiamo per risolvere l’ambiguità che sempre c’è in ogni nostra riflessione su Dio?

    Chi ci garantisce di non modellarci un Dio a nostra immagine e somiglianza invece di modellare noi stessi a immagine di Dio?

    La “carne” come criterio di salvezza

    L’A.T. da’ un criterio preciso: non farsi immagini né di Dio né dell’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza.

    Se in molte religioni si cerca una salvezza dalla carne e dai desideri, la Bibbia ci propone una salvezza della carne e dei desideri. Dio ce li ha donati e lui stesso li ha assunti su di sé facendosi uomo.

    Caro cardo salutis: essa è la notitia dei.

    L’uomo Gesù con la sua storia concreta, ci dona la vera conoscenza di Dio e ci salva. Ogni nostra idea su Dio e su Cristo deve misurarsi su questa carne.

    Parlando di “carne” si intende la condizione di debolezza, fragilità, esposizione al male, che il Signore stesso ha condiviso con noi. Per questo Paolo scopre la croce come la grande rivelazione di Dio: Io ritenni di non saper altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso (1Cor 2,2). Solamente lì  si può conoscere Dio nel Figlio.

    I demoni lo proclamavano anche prima Figlio di Dio ma solo per ingannare gli uomini!

    Davanti alla croce si frantuma ogni idolo.

    I vangeli non furono scritti per provare che il crocifisso è risorto. Al contrario: vogliono proclamare che il risorto è il crocifisso. La croce non fu un incidente di percorso da dimenticare in fretta, perché Dio stesso vi ha posto rimedio con la risurrezione.

    La croce è la gloria di Dio, rivelazione assoluta e indubitabile di lui come amore senza limiti. La sua comprensione è stata lenta: un lungo cammino per la comunità.

    Se la croce fosse stata solo un episodio brutto e increscioso, allora ogni nostro male sarebbe e resterebbe solo un episodio brutto e increscioso, e non luogo di salvezza. La stessa vita che termina con la morte sarebbe solo un vuoto a perdere.

    Il vangelo della croce è essenzialmente anti-idolatrico: smonta e smentisce ogni nostra idea di Dio.

  • 14 Mar

    La discendenza: L’offerta del figlio della promessa

    Gn 22,1-24

    di p. Attilio Franco Fabris

    Il ciclo non ha esaurito il tema della promessa della discendenza: nel nostro testo viene ancora una volta ripreso drammaticamente.

    Dio domanda ad Abramo di sacrificare Isacco che lui stesso gli ha donato contro ogni sua speranza.

    E’ un episodio che segna una tappa fondamentale nell’itinerario di fede di Abramo.

    Infatti “Abramo dal Dio su cui si può contare, di cui si può disporre, passa gradualmente al Dio che dispone di lui, ne dispone continuamente, sempre di più, con prove sempre più sottili, difficili, intercalate da promesse, lo raffina in questa conoscenza e lo porta al Dio della promessa, al Dio al quale bisogna appoggiarsi interamente, totalmente, unicamente, al Dio che ha in mano il destino della sua vita, che lo conosce, ma di cui Abramo non riesce a vedere le realizzazioni concrete, fino al punto che la conoscenza precedentemente acquisita con tanta fatica sembra di nuovo scoppiare” (C.M. Martini).

    Che ciò che accade ad Abramo sia una prova lo sa il lettore, ma non Abramo.

    Introduzione: v. 1a

    “Dio tentò Abramo”: una tentazione, una prova serve a dimostrare il valore di una persona, allo stesso tempo le è utile, malgrado la sofferenza che procura, per il raggiungimento di un bene più grande..

    La prova di Abramo è, come ogni prova seria, un mettere l’uomo di fronte al caso limite, dove l’uomo mostra veramente ciò che è, ciò che c’è in lui. Un po’ come Giobbe: anch’egli è portato al caso limite affinché si dimostri ciò che è.

    In altri racconti Dio inizia a parlare dando subito il suo comando senza preamboli. Qui procede in modo diverso. Chiama anzitutto per nome Abramo, e lui risponde che la solita prontezza: “Eccomi!”.

    Dio prosegue: “prendi tuo figlio”. Di quale figlio parla? Abramo ne ha tre: Eliezer, Ismaele e Isacco. Dio specifica: “il tuo diletto”, quello che è pienamente tuo figlio. Specifica ancor più: “quello che tu ami: Isacco”. E’ di Isacco allora che Dio parla! Che cosa Dio domanderà?

    Cosa ci aspetteremmo noi?

    Passo passo, Dio giunge all’ordine. Come mai si procede così lentamente?

    “Va’!”: è lo stesso verbo dell’inizio della storia di Abramo (12,1). Ma dove ora? Dio specifica: “nel territorio di Moria”. La tradizione l’ha identificato con la collina di Gerusalemme dove sorgerà l’altare dei sacrifici del Tempio.

    Solo a questo punto la parola giunge inaspettata, come una pietra che sprofonda nel cuore di Abramo: “e lì offrilo in sacrificio su di un monte che io ti indicherò”.

    Ascoltiamo le risonanze di Abramo? Che fa? Che dice? Cosa faremmo noi?

    La prima volta che Abramo incontrò Dio si sentì fare la richiesta, in virtù di una promessa, di sacrificare il suo passato. Qui gli viene chiesto di sacrificare il suo futuro: e senza che vi sia una promessa! Se Dio gli avesse chiesto di sacrificare se stesso, questo comando sarebbe stato più “comprensibile” in un certo senso: il frutto della promessa infatti rimane.

    Deve offrire il figlio che rappresenta l’adempimento della fedeltà di Dio alle sue promesse.

    Abramo ha già perduto da poco Ismaele, ora deve perdere anche Isacco. La coscienza di Abramo vive un dramma senza pari. Questa richiesta è incomprensibile da ogni punto di vista.

    Da un Abramo così portato al limite della provocazione della fede non possono che sorgere tremendi interrogativi: ma chi è questo Dio che sembra contraddirsi? Questo Dio che dopo avermi portato per un certo cammino ora mi chiede il contrario? Dov’è allora la benedizione e la promessa del Signore?

    Cosa farà Abramo?

    L’esecuzione: vv. 3-10

    “Abramo si alzò di mattino per tempo”: non tarda, non indugia a mettersi in viaggio. Abramo si comporta esattamente come fece quando mandò via il figlio Ismaele con Agar (20,8).

    E’ da notare l’assenza di Sara in tutto il racconto: come mai?

    Il viaggio dura tre giorni: si vorrebbe non terminasse mai… Ma “al terzo giorno” Abramo e Isacco giungono al monte. Tre giorni come Israele nel deserto per giungere al Sinai (Es 3,18; 19,11.16).

    “Abramo, alzando gli occhi, vide da lontano il luogo”: al che lascia indietro i servi e con Isacco sale.

    Le parole di Abramo sono ambigue: “Io e il ragazzo andremo fin là, faremo adorazione e poi ritorneremo a voi”. Sorprende quel “ritorneremo”. Abramo ha forse deciso di non sacrificare Isacco? Vuole nascondere ai servi quel che accadrà? E’ certezza che Dio non potrà contraddire alle sue promesse? Oppure è un po’ tutto questo che si avvicenda nella sua coscienza?

    I due iniziano a salire: Abramo ha il fuoco, la legna è caricata sulle spalle di Isacco. Il testo lascia intuire un pesante silenzio. Un silenzio che è rotto dalla domanda di Isacco: “padre mio”. E Abramo: “Eccomi, figlio mio”; c’è tanto affetto in questa espressione: “Ecco qui il fuoco e la legna: ma dov’è l’agnello?”. Risponde Abramo con la morte nel cuore: “Dio si provvederà l’agnello”. Quest’ultima espressione è oscura, sarà sembrata evasiva per Isacco: non inizia forse a sospettare qualcosa? Ma non insiste.

    Giunti alla cima: Abramo compie tutte le azioni preparatorie al sacrificio: non una sola parola viene detta tra i due.

    La sospensione: vv. 11-14

    All’ultimo istante Jhwh, il Dio vicino e delle promesse, interviene: “Non stendere la mano! Ora so che rispetti Dio e non mi hai risparmiato il tuo figlio, il tuo unigenito”.

    Abramo non ha sacrificato il suo figlio, ma lo ha effettivamente e veramente offerto a Dio. Il Signore ha conosciuto la sua obbedienza.

    “Ora so che tu temi Dio”: sappiamo perciò ora che ciò che è avvenuto era una prova, una prova che ha toccato Abramo nel profondo, nel suo rapporto con Dio, nel suo rapporto di obbedienza e di fede. La prova è stata sul timore di Dio, su come Abramo accoglie il Dio della promessa dalla quale ormai dipende tutta la sua vita.

    Infine come Agar e Ismaele sfuggono la morte quando l’angelo indica la sorgente vicina, così ora Abramo vede l’ariete impigliato a loro vicino pronto al sacrificio. Abramo potrà chiamare a ragione quel luogo: “Il Signore provvede”.

    La promessa: vv. 15-18

    L’angelo di Dio riprende tutte le promesse e dice: “Giuro per me stesso”.

    E’ molto di più che promettere. Dio qui si impegna con giuramento (cfr Gn 24,7; 26,3; 50, 24; Es 13,5.11; Dt 1,8.35).

    Abramo ha ricevuto nuovamente in dono Isacco: la promessa è gratuita. La grande sorpresa per Abramo è che Dio non vuole nulla in cambio della promessa: gli basta la fiducia accordatagli. “in compenso del fatto che tu hai ubbidito alla mia voce”.

    La tradizione biblica darà diverse angolature di letture all’episodio pur sempre esaltando la fede incondizionata alla parola di Abramo: Ebr 11,17-19; Ebr 6,15; Gc 2,21;  Sap 10,5.

    Il gesto di Abramo rimane talmente esemplare che nel nuovo testamento, i testi, parlando del sacrificio di Cristo sulla croce non potranno che rifarsi al sacrificio di Isacco.

    Conclusione: v. 19

    Il nostro racconto è imperniato sul tema della promessa della discendenza. Di Abramo si vuole sottolineare la piena fiducia accordata alla parola contro ogni ragionamento e calcolo umano. Un uomo pronto a sacrificare, a giocarsi, non solo il passato ma anche il suo futuro sulla parola.

    Abramo ha superato la prova. Ha conosciuto ancor più profondamente Jhwh, il Dio della promessa. E’ chiamato ancor più a riconoscerne la gratuità, e la gratuità di colui che le fa.

    Vi sono anche per noi prove che come frecce infuocate del nemico che tendono a colpire quella che è la nostra stessa identità di fede e che arrivano all’intimo di noi. Sono prove che fanno percepire in modo drammatico lo scarto tra promessa divina e realtà.

    La prova come tale, proprio perché prova, ha qualcosa di imprevedibile, incomprensibile, assurdo. Prova suprema è l’esperienza della morte: essa è tutto il contrario della promessa della vita di Dio.

    La morte mostra degradazione, decadenza, tutto il contrario di ciò che Dio ci ha promesso.

    Ma perché la prova è necessaria? Forse proprio perché Dio è Dio. Nel cammino della fede si suppone il superamento di una idea originaria di Dio per lo più sbagliata, almeno in parte, e quindi da correggere e per conseguenza questo comporta delle crisi successive della nostra idea di Dio e della nostra identità di fronte a lui. Dio è il Dio della promessa, della salvezza, della parola; noi invece vogliamo istintivamente un Dio della sicurezza, dai fondamenti chiari ed evidenti, di cui sappiamo tutto, di cui possiamo prevedere e programmare tutto a nostra misura. Lo scontro tra queste due cose è la prova: cioè capire che Dio è diverso da come l’avevo capito.

    Dove sta il kerygma nella prova? Di che tipo è: consolatorio? Appello alla volontà? All’eroismo?…

    Il vangelo più fondamentale è : la prova è prova di Dio nelle cui mani io sto. Anche nel colmo dell’oscurità di Dio so con certezza che la promessa di Dio non mi ha abbandonato: sono nella prova ma Dio mi ha nelle sue mani. Mi abbandono con fiducia all’obbedienza alla Parola.

    Un brano straordinario di commento potrebbe essere Rm. 8,35-39.[1]

    Appendice: La nascita di Rebecca: 22,20-24

    Nacor fratello minore di Abramo è felicemente sposato e il testo avvisa con ben dodici figli, otto dalla moglie Milca e quattro dalla concubina Reuma. Questi dodici figli sono i capostipiti della dodici tribù aramaiche.

    Abramo ha un solo figlio: Nacor dodici: non è forse lui manifestamente padre di una moltitudine? Il granello di senape che Abramo ha tra le mani rischia di scandalizzarlo e di spegnere  la fiducia. Ma dopo la prova dell’Oreb Abramo non vacillerà più.

    Ora uno dei figli: Betuel, generò Rebecca che andrà sposa ad Isacco.

    Così la discendenza di Abramo potrà realmente iniziare a moltiplicarsi.


    [1] Romani 8:35-39 Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.

  • 13 Mar

    Alla scuola dei ladroni

    Lettura di Luca 23,39-43

    I due personaggi certo possono essere intesi, come normalmente avviene, quali figure contrapposte, negativa e positiva. Ma possono essere ripensate anche come «un’unica figura complessa che consente di costruire un cammino di fede completo, attraverso due diverse reazioni all’incontro con il Cristo crocifisso: prima imprecando nella ribellione, ma infine invocandolo nella conversione». A noi lettori viene così offerta la possibilità di un realistico cammino di fede che conduce fino alla sorprendente risposta di Gesù, che dona subito la salvezza.

    Ci mettiamo «Alla scuola del “ladrone” penitente»(1), alla scuola cioè di un «personaggio di prima grandezza e figura chiave del terzo vangelo… Forse la figura più singolare di tutta l’opera lucana»(2), qualcuno cui una sola parola bastò per ottenere la salvezza senza fatica (così osservavano, con ammirata e santa invidia, i Padri del Deserto per i quali invece la fatica quotidiana dell’ottemperare radicalmente e puntigliosamente nell’obbedienza a Dio era all’ordine del giorno per tutta la loro esistenza, all’insegna dell’opus deificum.

    Facciamocene aiutare, in ordine a recuperare quello sguardo al Messia Crocifisso, che, incontrando i due ladroni (Lc 23,39-43), tocca il culmine degli intensi e frequenti incontri salvifici di Gesù nel vangelo di Luca:

    32Con lui venivano condotti anche altri due malfattori, per essere giustiziati. [23.33] Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34 Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno!» E dopo esser si poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte (Sl 22,19). 35II popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto!». 36Anche i soldati lo prendevano in giro, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: 37 «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» 38 C’era anche una scritta, sopra il suo capo: «Costui è il re dei Giudei».

    39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». 40 Ma l’altro, prendendo la parola, lo rimproverava: «Neanche tu temi Dio per il fatto di condividere la stessa pena? 41 Noi giustamente, poiché riceviamo conseguenze di quanto abbiamo commesso, costui invece non ha commesso nulla di male». 42E diceva: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!» 43 Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

    Un’unica figura complessa

    Possiamo interpretare il dialogo tra Gesù e i due ladroni, appesi alla croce, come una straordinaria espressione di poetica teologica lucana, come ripresa geniale di due personaggi originariamente univoci, identici, di segno negativo (i due malfattori concrocifissi con Gesù, che Marco ci presenta accomunati nella blasfemìa contro di lui: 15,32), successivamente differenziati da Luca, che li configura diversamente, distinguendone uno ‘negativo’ e sarcastico (il primo ladrone), da uno positivo e confessore della messianità di Gesù (il «buon ladrone»). Due personaggi chiaramente antitetici, appositamente contrapposti, ma ripensabili nei termini di un’unica figura complessa, che consente di costruire un cammino di fede completo, attraverso due diverse reazioni all’incontro con il Cristo crocifisso: prima imprecando nella ribellione, ma infine invocandolo nella conversione, regalando così a noi lettori la possibilità di un cammino sofferto ma resipiscente che guida fino alla sorprendente risposta di Gesù.

    Questa chiave di lettura non è certo una novità (Filone di Alessandria, anche come esegeta oggi meritato oggetto di rinnovata attenzione, ce ne offre numerosi esempi, più o meno felici). Tuttavia essa non nasce tanto da una generica nostalgia per la tradizionale allegoresi (che, assieme a intollerabili esagerazioni, conosce pure usi pertinenti), né intende ricalcarne pedissequamente le orme. Trae spunto, invece, più direttamente – così par poter pensare – dalla stessa poetica lucana, una poetica di mitezza, all’insegna della mansuetudo Christi, che non solo privilegia la potenza del perdono, ma che ama presentare l’evento salvifico di Gesù come incontro paziente, attentamente e progressivamente mediato rispetto a un’accoglienza mai attuabile al primo colpo, destinata a fronteggiare anche molto accanite resistenze. Tra i quattro vangeli canonici, dove a pie’ sospinto spiccano indimenticabili numerosi incontri di Gesù con i suoi contemporanei, quello di Luca senza dubbio eccelle nel farcene assaporare la nutrita frequenza e straordinaria portata (con un debole tutto speciale per gli incontri di mensa). Proiettato lungo la sua «via», la sua salita a Gerusalemme – che in realtà è una ascesa al Padre – il Gesù di Luca infila incontri l’uno dietro l’altro, come una serie di momenti di grazia salvifica pienamente operativa, che proprio sulla croce dispiega tutta la propria straordinaria potenza, quando Gesù pronuncia quella parola in tutta la sua missione mai riservata ad alcuno: «in verità ti dico: oggi tu sarai con me nel paradiso!» (23,43).

    In particolare, Luca volentieri caratterizza questi incontri di Gesù con i propri contemporanei, piuttosto che in termini strettamente individuali, giocando invece sull’accostamento, più o meno simultaneo, di due personaggi distinti ma in realtà profondamente collegati, cioè sul raffronto parallelo tra due figure di volta in volta antagonistiche, ovvero piuttosto complementari (ancorché non esattamente alla pari): pensiamo, per intenderci, ai chiari paralleli tra Giovanni Battista e Gesù, Elisabetta e Maria, Maria di Betania e sua sorella Marta, i due figli del Padre, da entrambi – così diversi eppure più somiglianti tra loro di quanto non paia – puntualmente temuto e incompreso. E ancora non scordiamoci del pubblicano e del fariseo al tempio, del cieco di Gerico e di Zaccheo e, negli Atti degli apostoli, di Pietro e Giovanni, Pietro e Paolo, tanto per citare i più famosi. Si tratta di accostamenti vivaci, con esiti diversi, talvolta addirittura lasciati aperti, in sospeso per uno dei due personaggi (per cui il lettore si chiede legittimamente come avranno reagito infine, per esempio, Marta, o il figlio più vecchio, risentito verso il padre che festeggia il ritorno del minore, quello prodigo. E anche nel nostro caso: che reazione avrà avuto il primo ladrone dopo avere ascoltato i suoi due compagni di pena?).

    In termini di retorica classica, da parte dei suoi lettori più esperti, Luca è riconosciuto adottare qui l’espediente letterario (ben noto agli autori antichi) cosiddetto della synkrisis, cioè di un confronto sinottico tra due figure in qualche modo esemplari, su cui si può costruire addirittura un intero libro (un’opera gigantesca come le Vite parallele di Plutarco, ovvero come quel libro biblico, scritto direttamente in greco, della Sapienza di Salomone, con il diffuso raffronto iniziale tra il destino del giusto e dell’empio – capp. 1-5 -, nonché con quello tra Israele salvato e l’Egitto piagato dal Signore, ai capp. 10-19). Con un linguaggio più moderno parleremo di un gioco di doppio (ma lasciamo stare, per non complicarci la vita).

    Su questa linea di interpretazione, che valorizza il contributo attivo del lettore, oltre alla consuetudine lucana, ci porta anche il confronto di Luca con il testo di Marco, che anche per il racconto della passione gli fornisce il canovaccio narrativo di base, da raffrontare con altre tradizioni e da cui far emergere un ulteriore sviluppo drammatico. Per quanto riguarda il nostro episodio e personaggio, solo un brevissimo cenno circa i compagni di pena di Gesù ci offre il più antico testo di Marco. Urtante e spigoloso anche qui come suo solito, il più antico vangelo, proponendosi in termini di verosimile resoconto, con accenti trattabili come cronachistici, ci riferisce appunto che i due ladroni, concrocifissi con lui, in realtà non si distinguono affatto fra loro, proponendo ciascuno un atteggiamento diverso nei confronti di Gesù, ma lo insultano entrambi (Mc 15,31), unendosi così a modo loro al più generale coro sarcastico e blasfemo di passanti, sacerdoti e scribi, che monta dai piedi della croce:

    «Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. 25 Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26 E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: II re dei Giudei. 27 Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. ..29 I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, 30 salva te stesso scendendo dalla croce ! “. 31 Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: “Ha salvato altri, non può salvare se stesso! 32 II Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!”. E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano».

    Rispetto a questo particolare che fa piombare Gesù in un’atmosfera di truce disprezzo, Luca invece, da artista appassionato della mediazione della trascendenza nella storia, trae spunto geniale per cavarne un grande, magnifico incontro, senza pretendere di restituirci un resoconto, quanto piuttosto – da ciò che possiamo ragionevolmente intendere – illustrando drammaticamente, con ispirata creatività narrativa (qualcuno parlerebbe opportunamente di «immaginazione pasquale»), il processo di conversione, il cammino penitente che la croce di Gesù è capace di generare.

    Rielaborando liberamente questo più antico e marginale particolare della storia della passione in forza della sua attenzione speciale agli incontri di Gesù, Luca introduce un magnifico dialogo triangolare, senza paralleli con gli altri vangeli, «uno dei passi più importanti dell’intera opera lucana» che narrativamente e drammaticamente ci restituisce tutto lo spessore della verità dell’evento salvifico nella sua forza d’impatto sulla coscienza del peccatore.

    In un ascolto attendibile del testo lucano, e in sintonia con l’attuale clima ecclesiale – propizio per una lettura credente e perciò stesso intelligente dei testi, per quanto concerne il Magistero, nonché una larga quota degli studiosi, e dello stesso popolo di Dio -, diciamolo in santa pace (senza patemi apologetici, come pure senza alcun pregiudizio contro la sostanziale storicità dei vangeli): in quel dialogo tra crocifissi non cerchiamo qualche verità di cronaca. Come ragionevolmente par potersi pensare, non è quella che Luca ci restituisce. Un dialogo siffatto tra crocefissi, come possiamo facilmente presumere, sarebbe piuttosto improbabile di per sé, ma anche impossibile da registrare. A quel tempo non c’erano infatti ancora quei cronisti disinvoltamente petulanti, a caccia del dolore in diretta, pronti, come oggi spesso purtroppo avviene, a importunare gli agonizzanti di turno, issando fino alla loro scomoda postazione qualche microfono (una «giraffa», o qualche «pulce»), per carpire le parole che i tre si sarebbero scambiate nei loro ultimi momenti letali, poco favorevoli per qualsiasi ragionato confronto di idee. Sarà ben più sensato pensare a un ardito e geniale guizzo della penna lucana che, alla luce della fede pasquale che svela la potenza del Crocifisso, inventa un dialogo  tra i tre, mettendo in scena non una cronaca, bensì piuttosto una sua drammatizzazione della ben più decisiva verità salvifica di quell’evento di grazia, per darcene un’idea adeguata. E lo fa ripensandone l’impatto diretto, ma graduale, sulla coscienza peccatrice, propensa dapprima al sarcasmo incredulo e blasfemo contro un pretendente messia finito come e con i peggior delinquenti (Le 23,39); ma – in un secondo momento – capace di ricredersi a fronte del mistero del dolore innocente, in nome del timor di Dio, vindice di ogni empietà e retributore di ogni giustizia, e del regno inaugurato da Gesù, memoria vivente della sua misericordia (23,40-42).

    Insomma – per farla breve in rapporto a problemi la cui trattazione sarebbe qui troppo lunga e comunque fuori luogo – abbiamo buone ragioni per trattare i due ladroni distinguendoli (ovviamente), ma non separandoli (il che è meno ovvio). Trattandoli cioè proprio come se, alla fine, fossero un solo personaggio da ricostruire; e quindi per ascoltare le loro voci contrastanti – seguite infine dalla parola conclusiva di Gesù – come le tappe di un intreccio, che vede il cammino del peccatore passare dal sarcasmo incredulo iniziale all’invocazione di fede cristologica, per sfociare in un esaudimento il più sorprendente che si possa immaginare, oltre ogni aspettativa possibile, garantito dalla promessa finale di Gesù (23,43).

    Se si vuole, considerando le prime due tappe (23,39.40-41) come il monologo interiore di un’anima in dibattito con se stessa, impegnata a confutare il suo stesso proprio smarrimento – di quelli in stile antirretico, che tanto piacevano ad Evagrio Pontico -, che in premio al proprio travaglio riceve infine l’insperabile l’illuminazione salvifica promanante dal Messia Crocifisso (23,41).

    La coscienza del peccatore incallito

    Per la bocca del primo ladrone parla evidentemente la coscienza del peccatore incallito e perfino esasperatocoscienza tanto degradata e ferita, è senz’altro ribelle e impenitente; per ricomporsi, molto dovrà faticare, accettando appunto la voce successiva del «buon ladrone», che, in nome del timore di Dio, contrasterà vivacemente il sarcasmo impenitente zittendolo, e soprattutto risanandolo con l’invocazione subentrante alla blasfemìa, intuendo la potenza salvifica legata alla persona di Gesù, capace appunto di attrarre efficacemente il peccatore a conversione («ricordati di me, Gesù …!»). (socialmente parlando, altresì un delinquente, giudicato reo della più efferata e crudele pena capitale).

    In ogni caso, la situazione iniziale è chiara: alla radice, la coscienza del peccatore e del reo è per sua stessa definizione quella di un ribelle e impenitente. Costui non sa e soprattutto non vuol saperne nulla del proprio peccato, e tantomeno della grazia che può riscattarlo rispetto a cui lo separano anni luce.

    Il primo dei due occasionalmente accompagnati a Gesù lungo la via dolorosa fino all’estremo esito sul Calvario («venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati»; 22,32 – un particolare specifico, questo, della redazione lucana), a partire dalla sua disperata oscurità, non può/non vuole vedere alcuna salvezza in quell’inatteso compagno di patibolo. Non vede la vera differenza tra sé e lui.

    La sua disperazione cinica, senza timor di Dio, cancella la differenza capitale (salvifica) tra il proprio dolore colpevole e quello dell’innocente, tra il dolore schiavo e quello regale, messianico. Per il ladrone impenitente, Gesù è di fatto come lui, ridotto alla sua stessa stregua. Anzi, in quanto innocente, ma condannato come lui, Gesù vale molto meno di lui. Se il profeta e il bandito hanno la stessa sorte, subendo la stessa estrema pena legale («stessa fine per tutti!» – direbbe Qohelet), allora la sua brutta fine dimostra che evidentemente non c’è differenza tra chi serve Dio e chi non lo serve, non c’è alcun vantaggio a servire Dio (Mal 1-3).

    Varrà la pena ricordare che, uno come il primo ladrone, peccatore e delinquente, è per definizione un professionista, uno specialista di autosalvezza e di complicità, un buon esperto di potere arbitrario. Deve infatti vedersela contro un’intera società, un sistema da cui sarà braccato e perseguito in ragion delle sue malefatte. Sicché, alla fine, è uno che può contar solo su se stesso. Al massimo sui propri complici. Su questa base valuta Gesù: se veramente fosse il re dei giudei, dovrebbe disporre di una onnipotenza autoimmunitaria, con cui preservarsi, difendersi, una potenza capace di concedere salvezza a proprio piacimento e arbitrio. Godrebbe in sommo grado del potere di autosalvezza, molto più dotata e meno rischiosa di quella praticata da un qualunque ladrone. Una potenza che comunque, dispiegata all’ultimo momento con tanto di effetto teatrale, rispetterebbe le leggi più elementari della solidarietà nella disgrazia, della complicità, schierandosi con i compagni di pena, e con le vittime del supplizio capitale, piuttosto che a oltranza, secondo un’insana generosità, con i propri carnefici! Ne capiamo senza troppa fatica il pensiero: invece di perdonar loro, salva te e noi ora qui con te! Gesù gli appare debole come Messia, e scarsamente solidale come compagno di sventura. Simultaneamente segnato dalla massima impotenza, e da nessuna complicità. Piuttosto che invocar perdono sui suoi nemici, Gesù dovrebbe preoccuparsi della salvezza propria e perfino di quanti sono nella sua stessa condizione. Chiedendogli di produrre un miracolismo complice, di parte, il ladrone impenitente rinfaccia una potenza e una solidarietà deficitarie.

    Ma in realtà, propriamente, non chiede nulla, dal momento che, piuttosto che come una vera supplica, la sua suona infatti come una provocazione sarcastica e blasfema, un insulto prolungato, reiterato (Le 23,39). Ai suoi occhi la singolarità messianica di Gesù rispetto alla comune sorte dei malfattori è solo illusoria e simulata. Su di lui il ladrone la pensa proprio come i loro carnefici. Il mistero della regalità del crocifisso, la signoria del dolore innocente, il giusto sofferente, il Messia rifiutato dal proprio popolo, che tuttavia intercede e invoca perdono proprio per i suoi, rivelatisi nemici, per lui è una totale assurdità, sterile per sé e per gli altri come lui. Questa è la grande tentazione del peccatore indurito di fronte al Crocifisso. Del resto è proprio così: del mistero della croce non si vuole sapere, resta oscuro e temibile, si ha paura a fare domande come i discepoli in via con Gesù (Le 9,43-45).

    Non a caso il Servo del Signore fa distogliere lo sguardo, suscita assoluta repulsione, che è una non volontà di confronto, ovvero incapacità di lasciarsi interrogare:

    Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi,

    non splendore per provare in lui diletto.

    Disprezzato e reietto dagli uomini,

    uomo dei dolori, che ben conosce il patire,

    come uno davanti al quale ci si copre la faccia,

    era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima (Is 53,2-3).

    Sguardo di fede

    Arriva però – quantomeno può davvero arrivare – un momento in cui lo sguardo al crocifisso si trasforma, rivolgendosigli in modo diverso (cfr. Gv 19,37), proprio come accade ai contemporanei del Servo del Signore, che prima lo disprezzano, ma poi si ricredono completamente su di lui, trasformando il loro occhio disgustato in uno sguardo di fede:

    Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,

    si è addossato i nostri dolori,

    e noi lo giudicavamo castigato,

    percosso da Dio e umiliato!

    Egli è stato trafitto per i nostri delitti,

    schiacciato per le nostre iniquità.

    Il castigo che ci da salvezza si è abbattuto su di lui;

    per le sue piaghe noi siamo stati guariti (Is 53,4-5).

    Questa trasformazione di sguardo, finalmente capace di percepire la singolare differenza del messia sofferente, è evidentemente la stessa grazia di cui gode il Buon Ladrone rispetto al suo compare.

    Nonostante le apparenze contrarie, per lui c’è enorme differenza tra loro due e Gesù, che pure pende dallo stesso patibolo. Così la voce dei due Ladroni, feccia dell’umanità, se inizialmente fa lugubre eco alle dichiarazioni di passanti, sacerdoti e scribi, successivamente riecheggia Pilato (23,4.14.16) ed Erode (23,15), riconoscendo l’innocenza di Gesù, che «non ha fatto nulla fuori luogo». In merito il Buon Ladrone dimostra di possedere una sua sana teologia del timor di Dio, in base alla quale innocenza e colpevolezza, nonostante le terribili confusioni degli uomini e dei loro tribunali, fanno la differenza, per cui comunque una retribuzione diversa pende sul capo di chi fa il bene o il male. Timor di Dio altro non è che il rispetto delle autentiche differenze, in primo luogo tra uomo e Dio, ma includendo anche il rispetto per il prossimo, tutto quello appunto di cui non dispongono i carnefici (e neanche il compagno di pena).

    Il Buon Ladrone nutre poi evidentemente fede in un oltre-questa-vita, facendo conto in una condizione futura definitiva in cui la confusione apparente tra buoni e cattivi sarà superata da parte del giudizio divino. In questo condividerebbe la lucida considerazione della Lettera agli Ebrei, che fissa lucidamente le condizioni fondamentali minimali della fede: credere non solo che Dio c’è, ma anche che retribuisce tutti gli uomini, secondo le loro opere (Eb 11,6).

    L’impotenza di Gesù

    A salvare il Buon Ladrone non è però solo il sempre sano e basilare timor di Dio, ma la sua ben più profonda intuizione, per cui l’impotenza di Gesù a salvarsi con le proprie mani, e a sottrarre i compagni di sventura dalla stessa croce, non soltanto non contraddice alla sua messianità, ma ne dispiega invero la forma più propria. L’innocenza di quel giusto, pretendente messianico e comunque immeritatamente sofferente, rientra nella sua stessa regalità, la cui potenza va oltre la morte, perché capace di invocare perdono per i carnefici. Gesù dispone di un regno, quello promesso agli apostoli durante l’ultima cena (22,28-30), cioè di una signoria e libertà che, nel segno del servizio (22,24-27), cominciano a manifestarsi appieno dallo stesso patibolo, da Gesù trasformato in trono di filiale misericordia: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!» (23,34).

    Nel Gesù ingiustamente assimilato a loro malfattori, e nonostante tutto magnanimo coi suoi nemici, il Buon Ladrone riconosce quel Messia rifiutato sofferente che potrà forse ricordarsi anche di un delinquente, quando, proprio con questa sua morte vergognosa, si insedierà nella pienezza della sua condizione regale (cfr. At3,21). Per lui Gesù appeso al legno è il re messia che sta per entrare (o venire) nel suo regno (il che corrisponde a entrare nella gloria: 24,26). Colui che non ha fatto nulla di male, di fuori-posto, paradossalmente, sulla croce sta perfettamente al suo posto, anzi lo sarà ancora meglio quando verrà nel suo regno.

    Già dalla croce il Ladrone penitente confida anticipatamente nel destino di gloria di Gesù, capisce fin d’ora in tempo reale quel che i discepoli di Emmaus, sciocchi e tardi di cuore verso la parola dei profeti (24,25), nemmeno lontanamente riescono a presentire in tutte le loro discussioni lungo la via, finché Gesù risorto, non senza un certo qual dispendio di tempo, non ne abbia riscaldato il cuore e guarito gli occhi. La sua intuizione illetterata sa andare dritta al nucleo incandescente delle Scritture, intuendo la logica (il famoso e ripetuto dei: 9,22; 17.25; 24,5-8.26.44) intrinseca alla sequenza sofferenza/gloria, morte/risurrezione (logica che soggiace ai molti incontri di Gesù nel vangelo: cfr. 2,49; 4,43; 15,32; 19,5).  Per il Ladrone ormai «la sofferenza e morte di Gesù fa parte della definizione stessa del Messia» (G. Rosse). A questo punto il Ladrone è confessore e annunciatore, prima di essere discepolo 4.

    La croce di Gesù è luogo di scambio e di proporzionamento salvifico tra la sofferenza per una pena meritata (in quel supplizio tanto atroce comunque eccessiva) in ragion di effettive colpe commesse, e quella cristologica, essa sì totalmente in eccesso, esuberante di speciale scandalo in ragione dell’innocenza e della messianità, e, proprio come tale, salvifica. In Gesù, giusto sofferente e messia crocifisso, si apre una via per chiunque soffre crudelmente: per quanti soffrono «a ragione» (nonostante l’esasperazione), come pure per chi come Gesù stesso, pur non avendo fatto nulla di «fuori luogo» (atopon), patisce tutto l’assurdo della volontà di male.

    La supplica di salvezza

    Contro il sarcasmo ribelle e incredulo della coscienza impenitente, la parte sana della coscienza, toccata dalla conversione, fa partire un’energica confutazione, che apre la strada a una vera e propria supplica di salvezza.

    A ben vedere, la parola del Ladrone penitente è scandita conformemente al linguaggio e allo stile che sarà più tardi dei Padri del deserto: un’energica contestazione (antirretico) contro la precedente parola, stolta e blasfema, senza timor di Dio, seguita da un’intensa invocazione del nome salvifico di Gesù, riconosciuto Signore in procinto di instaurare un proprio regno.

    La prima fornisce il presupposto, la piattaforma di partenza. Ma solo la seconda offre la vera chiave di volta di questo incontro straordinario. Questa è appunto l’invocazione, diretta e confidente del nome di Gesù quale primitiva esperienza salvifica, quell’unico nome dato agli uomini sotto il ciclo attraverso cui avere salvezza (At4,l2), il nome dell’obbediente capace infine di ricevere universale obbedienza, di far piegare ogni ginocchio e sciogliere ogni lingua a gloria di Dio Padre (Fz/2,5-11). Una sola invocazione, ma insistente, ribattuta come un chiodo che deve conficcarsi in profondo: una preghiera ripetuta cento volte come quelle stessa di Gesù («e diceva: …»: 23,34.42).

    «Ricordati di me!» è formula biblica ben nota, che richiama l’accorata supplica di Ezechia: Ricordati Signore, che ho camminato davanti a Te…! (Ez 38,3; 2 Re 20,3), e quella dei salmisti: Signore, non ricordarti dei peccati della mia giovinezza! Ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà! (Sal 25,7). Ma qui l’invocazione suona con accenti ancor più poveri. Nel regno imminente di Gesù c’è spazio per essere ricordati, perdonati. A differenza del suo compare, il Buon Ladrone ha evidentemente apprezzato il perdono invocato da Gesù sui suoi nemici e carnefici, che «non sanno (nel senso di: non vogliono sapere) quello che fanno». Potrà aver ragionato più o meno così: «Se quest’innocente invoca perdono per quanti sono colpevoli contro di lui, allora potrà farlo anche per me, una volta investito di tutta la sua potenza regale! Sì, Gesù: se tu invochi il Padre per i tuoi nemici, allora, posso invocarti anch’io, malfattore concrocifisso con te! Proprio perché perdoni loro, allora puoi salvare anche noi!».

    La lapidaria risposta di Gesù regala una garanzia di forza inaudita. Introducendola con il suo abituale Amen, in verità, io dico a te:…, egli impegna per il proprio interlocutore tutta la fides/fidelitas filiale di cui è dotato: non a caso due parole rivolte al Padre incorniciano quelle rivolte al Ladrone, sicché tra il «Padre, perdona loro» e il «Padre, mi affido a te»: 23,34.46, si incunea la promessa: tu, oggi, con me in paradiso!

    Il Buon Ladrone non sarà semplicemente «ricordato», ma addirittura subito sarà con Gesù (cfr. 22,28-30) nel luogo escatologico che, come già il giardino edenico, Dio prepara per i suoi santi, per i giusti. Notare l’escatologia quanto mai relazionale e personalizzata: «con me, cioè in paradiso». Conviene qui un senso epesegetico, per cui il paradiso coincide con Cristo in persona; ed essere in paradiso altro non sarà che essere con Cristo morto e risorto (come ripeterà Paolo). Un’escatologia a modo suo più che urgente: «oggi» – quell’oggi assai caro a Luca, che qui spicca in termini straordinari per l’anticipazione mozzafiato dell’escatologia.

    I Padri del Deserto guardavano al Buon Ladrone come a una figura assolutamente autorevole, tra i migliori modelli di fede che salva. Le loro testimonianze meritano attenzione: II Ladrone penitente «pendeva dalla croce e fu giustificato da una sola parola»5. «La tua supplica sia assolutamente semplice, poiché con una sola parola il pubblicano e il figliuol prodigo si riconciliarono con Dio. […] Una sola parola del pubblicano placò Dio, e una sola parola piena di fede salvò il ladrone»6 .

    «Un anziano disse: “Spesso l’umiltà ha salvato molti senza fatica. Lo attestano il pubblicano (Lc 18,9-14) e il figliuol prodigo (Lc 15,11-32), che dissero soltanto poche parole, e furono salvati“»7 .

    «Un tale disse al Padre Giovanni il Persiano: “Abbiamo tanto penato per il regno dei cicli. Lo erediteremo infine?” E l’anziano rispose: “Confido di ereditare la Gerusalemme dell’alto (Gai 4,26), iscritta nei cicli (Eb 12,23). Colui che ha promesso è fedele (Eb 10,23), perché dovrei dubitare? Sono stato ospitale come Abramo, paziente come Giobbe, umile come Davide, mite come Mosè, santo come Aronne, eremita come Giovanni, contrito come Geremia, dottore come Paolo, fedele come Pietro, saggio come Salomone. E credo, come il Ladrone, che Colui che per sua bontà mi ha donato tutto ciò, mi darà anche il regno dei cieli»8.

    L’istanza della gratuità è fatta prevalere sulla fatica delle opere, pure così importante per gli asceti, anzi per chiunque prenda sul serio la vita cristiana. In effetti, dalla fatica delle opere non si potrà essere esentati, e anche questa è l’altra faccia della grazia: Ai peccatori che si pentono, come alla Peccatrice, al Ladrone, al Pubblicano, il Signore perdona tutto il debito. Ma ai giusti chiede anche gli interessi. Ecco cosa significa ciò che disse agli apostoli: “Se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli scribi, non entrerete nel regno dei cicli” (Mt 5,20)»9.

    Gesù crocifisso occupa il nostro posto di peccatori, muore pro nobis, cioè a nostro favore, a causa nostra, e al nostro posto. Non però per sostituirci. Ma perché in lui e con lui crocifisso e risorto, ritroviamo il nostro vero posto di figli, eredi della gloria.

    Note

    1 Così intitola uno schematico ma penetrante libretto postumo di P. Ledrus, Sj, ed. ADP, Roma 1982. Le citazioni dei Padri del Deserto sono tratte rispettivamente da L. Mortari (a cura di), Vita e detti dei Padri del Deserto/1 e 12, Città Nuova, Roma 1971, e da L. Cremaseli (a cura di), Detti inediti dei Padri del Deserto, Qiqayon, Bose 1986. Sul Buon Ladrone di Luca inoltre vedi P. Tremolada, «E fu annoverato fra gli iniqui». Prospettive di lettura della passione secondo Luca alla luce di Le 22,37 (Is 53,12d), (An Bi 137), Editrice Pontificio Istituto Biblico, Roma 1997.

    2 P. Tremolada, «E fu annoverato fra gli iniqui», cit., p. 213, n. 125.

    3 P. Tremolada, «E fu annoverato tra gli iniqui», cit., p. 212.

    4 P. Ledrus, Alla scuola del ‘ladrone’ penitente, cit., p. 34.

    3 Xantia in L. Mortari, Vita e detti dei Padri del deserto, voi. II, cit., p. 70.

    6 Giovanni Climaco, Scala del Paradiso, XXVIII, pp. 188-189.

    7 Detti inediti dei Padri del Deserto, cit., n. 552, p. 219.

    8 Giovanni il Persiano, n. 4, p. 286.

    9 Epifanie di Cipro, n. 15, p. 187.

  • 13 Mar

    La benedizione e la terra

    Gn 21,22-34

    di p. Attilio Franco Fabris

    L’incontro tra Abramo e Abimelech: vv.22-24

    Le autorità di quel territorio: Abimelech e Picol capo dell’esercito incontrano Abramo il patriarca.

    Il re inizia il suo discorso dicendo: “Dio è con te in tutto quello che fai”. La presenza del Signore si manifesta nel successo di tutti i suoi atti.

    Il re di una nazione riconosce che Abramo è “benedetto” da Dio (cfr. 12,3).

    Passa dunque alla proposta: “Giurami ora”. Il re vuole un patto garantito da Dio. Comincia col chiedere che Abramo non lo “inganni” più. Non si può instaurare un rapporto di alleanza e di amicizia sulla frode. Abimelech usa la parola “Hesed” che ha molteplici significati ma che implica sempre lealtà. Il re domanda questo non solo per se stesso, ma per la sua discendenza e il suo paese.

    Così facendo vuol vivere in armonia con Abramo per aver parte della sua benedizione.

    Abramo accetta: “io giuro!”.

    La lealtà nei rapporti è di massima importanza e valore soprattutto nelle culture antiche: oggi è così? L’uomo infatti si misura sulla sua parola, sulla fedeltà alla parola data. Fa quel che dice e dice quel che fa: egli vive all’ombra di Dio e in ascolto della sua coscienza.

    Troppe volte accade che le parole dette con le labbra non corrispondano a quelle interiori, della coscienza. Si bara con se stessi per paura. Di conseguenza i rapporti sono vissuti e giocati sull’ordine dell’ambiguità, del sotterfugio, dell’interesse e del potere sull’altro. La vita diviene una giungla nella quale vige la legge del più forte e del più furbo.

    La lite: vv. 25-26

    Ma è Abramo che ora si sente ingannato: “Abramo rimproverava Abimelech per la questione di un pozzo d’acqua che i servi di Abimelech avevano usurpato”. I pozzi sono spesso causa di litigi in territori con carenza d’acqua.

    Si ripropone in questi termini lo stesso problema incontrato nel rapporto di Lot con Abramo. Ma l’esito è ben diverso: non vi è separazione tra i due, ma una convivenza. E’ possibile stare insieme e questo diviene benedizione per tutti per Abimelech e Abramo che sperimenta ancora una volta la sovrabbondanza del dono di Dio: “Come è bello che i fratelli stiano insieme…” (Sal 121).

    Il re risponde affermando la sua estraneità al fatto: egli è uomo onesto e corretto. Della cosa lamentata egli è all’oscuro (come era all’oscuro che Sara era moglie di Abramo). Ma c’è da domandarsi se un buon re non debba essere al corrente di quello che accade nel suo paese.

    L’alleanza: vv. 27-31

    Ora è Abramo che prende l’iniziativa: “prese pecore e buoi e li diede ad Abimelech”. Così i due stipulano (tagliano) il patto.

    Altro particolare importante: Abimelech accetta sette agnelle riconoscendo così pubblicamente che Abramo è proprietario del pozzo. Dopo questa storia non ci stupiamo che il nome del luogo sia Bersabea che significa “Pozzo del giuramento”. L’azione si è svolta nello stesso luogo in cui Agar aveva sperimentato il soccorso di Dio (21,14-19).

    La terra

    Da questo momento Abramo ha una prima proprietà nel paese. Inizia da questo piccolo terreno l’adempimento della promessa della terra. Abramo è sì sempre un forestiero ma da ora esercita un diritto di proprietà, giuridicamente riconosciuto, su una porzione della terra promessa.

    Qui Abramo pianta una tamerice per commemorare l’alleanza e come azione cultuale. Il piantare un albero può sostituire l’erezione di un altare. “Ivi invocò il nome del Signore”. Lo invoca come El ‘Olam (= Dio eterno) per affermare la fedeltà di Jhwh.

    E’ un piccolo “segno” che la promessa inizia a concretizzarsi.

    Questa lentezza nell’adempimento esige molta pazienza nei confronti del tempi di Dio così diversi dai nostri. Noi vorremmo tutto e subito, ma Dio non adotta mai questo metodo: vuole educare l’uomo alla fede. Se avessimo tutto e subito ciò non permetterebbe una purificazione della coscienza e una sua crescita: saremmo come bambini viziati e quindi immaturi, irresponsabili.

    La pedagogia di Dio ha di mira la crescita nella coscienza dell’uomo della libertà e responsabilità: ciò esige un paziente cammino in cui l’uomo giorno per giorno impara a dare fiducia alla parola.

  • 12 Mar

    DALLA  SANTITÀ  DESIDERATA
    ALLA  POVERTÀ  OFFERTA

    Sergio Stevan

    Nella Novo Millennio Ineunte, Giovanni Paolo II ha esortato la Chiesa, in tutte le sue componenti, a prendere il largo” nel cammino di santificazione. Resta vero il fatto che il cammino di ognuno è unico e irripetibile, e che le vie della santificazione personale sono diverse. Tuttavia a ognuno è chiesto di affrontare queste vie nella verità di un cammino graduale, che conosce le sue tappe e le accetta con pace: tappe che aiutano ad aprirsi a una disponibilità sempre più profonda attraverso l’opera dello Spirito in noi.
Ci lasciamo condurre, nella nostra riflessione, anzitutto dal cammino di vita di Pietro, così come emerge dalle pagine della Scrittura; e poi da un testo di padre Michel Rondet s.j., apparso diversi anni fa su una rivista francese. Il senso del nostro itinerario è così sintetizzato dall’autore: «Se si volesse descrivere con una formula il percorso globale della crescita spirituale, si potrebbe dire che essa va sempre dalla santità desiderata alla povertà offerta».

    Cominciando dalla Galilea. Il desiderio di essere santi

    L’inizio del nostro cammino nasce dall’invito che troviamo nella Scrittura: «Siate santi perché io il Signore, Dio vostro, sono santo»; «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». La vocazione alla santità, dono che ognuno di noi ha ricevuto, è la meta di ogni credente: appartenere radicalmente, in una sempre più intima conformazione, al Signore.
Ci sembra improrogabile la richiesta di Giovanni Paolo II: «È ora di riproporre a tutti con convinzione questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione».

    Chi parte nutre, in genere, l’entusiasmo di sentirsi pronto a qualunque sacrificio, disposto ad affrontare qualunque impresa. Ed è giusto che sia così. È l’ora dell’innamoramento, del desiderio infuocato che spinge ad affrontare il cammino, anche senza avere certezze sul come il Signore voglia condurvi.
«Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono».

    Ci aiuta in questo senso l’esperienza di Pietro che, pieno di fiducia nella Parola, non ha esitato neppure un minuto a prendere il largo e a buttare le reti per la pesca, nonostante la fatica di aver lavorato tutta la notte e la frustrazione di non aver pescato nulla.
Pietro incontra la parola di Gesù, ne sperimenta tutta la potenza avvolto dal suo fulgore. In forza di questa esperienza, il pescatore di Galilea è pronto a lasciare tutto per seguire Gesù e assomigliare un po’ a lui. E né affetti, né lavoro, né prospettive lo trattengono da questo slancio generoso: lo Spirito del Signore è capace di farci superare delle tappe che noi mai avremmo pensato di poter superare.
«Se la nostra fede non ha trasportato le montagne, ci ha fatto però vivere delle scelte generose. Qualcosa della novità evangelica si è manifestata in noi. Una primavera di grazia e libertà ci ha fatto credere che potremo procedere senza tener conto della fatica e della polvere dei cammini, dell’incertezza di vie sconosciute, di orizzonti avvolti nella nebbia».

    Agli inizi della chiamata troviamo tutto l’entusiasmo di chi ha bene in mente dove arrivare e cosa fare, anche perché il Signore indica la sua meta a chi vuole sinceramente seguirlo. In questa “stagione della vita“, si ha l’impressione che la chiarezza nell’ideale da perseguire sia la garanzia della riuscita in cui la buona volontà e la grazia di Dio saranno gli strumenti infallibili della realizzazione dell’ideale:  Se Dio mi vuole così (e io so bene come Dio mi vuole!), Egli saprà anche rendermi tale. .. e io, che so con certezza a quale ideale sono chiamato a tendere, non mi potrò sbagliare.
Non che tutto il cammino che si ha davanti sia perfettamente chiaro in ogni suo passo, naturalmente. È chiara la meta. È nitido l’ideale, limpido il valore in gioco: quello di diventare discepoli dell’unico vero Maestro. Sarebbe come vedere da lontano una cima da scalare, ma sconosciuto il sentiero che si dovrà percorrere. Tuttavia non c’è incertezza che trattenga chi è spinto dal desiderio della sequela: sia come sia, il percorso sarà coraggiosamente compiuto e la vetta felicemente raggiunta.

    Prendiamo l’esempio del giovane Francesco d’Assisi: da poco incamminatosi sulla via del Vangelo, gli capita di leggere il passo in cui Gesù invia i suoi discepoli a predicare, spogli di ogni sicurezza materiale, nutriti solo di povertà radicale. Affascinato, conquistato da questa prospettiva, che sente risuonare nel profondo di sé, può esclamare «con l’anima inebriata d’ineffabile letizia: “Questo io desidero, questo è ciò che io bramo di fare con tutto il cuore!”». 
Infatti, senza pensare ad altro che alla meta, senza altro considerare che i passi del Maestro, «si toglie immediatamente i calzari dai piedi, lascia il bastone, getta con disprezzo la borsa e il denaro e, contento d’una sola tunica, butta via anche la cintura, prendendo per cingolo una fune». Francesco desidera essere tutto di Cristo. La paura e la prospettata durezza del cammino non trovano posto in lui dove mettere le radici.

    Salire a Gerusalemme. La scoperta della realtà

    La vicenda di Pietro prosegue e passa attraverso quel sano realismo che lo denuda di ogni idealismo senza radici e di ogni illusione di perfezione: egli arriva a constatare che, in lui, ci sono fragilità e debolezze insospettate. E magari difficilmente superabili.
«Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: ”Anche questi era con lui”. Ma egli negò dicendo: “Donna, non lo conosco!”. Poco dopo un altro lo vide e disse: ”Anche tu sei di loro!”. Ma Pietro rispose: “No, non lo sono!”. Passata circa un’ora, un altro insisteva: “In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo”. Ma Pietro disse: “O uomo, non so quello che dici”. E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltato si, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte”. E, uscito, pianse amaramente».

    Pietro non si ritrova più nel sogno e nell’entusiasmo degli inizi.
Le sue tre risposte sono una graduale resa alla propria dolorosa sconfitta e alla consapevolezza della crisi profonda che attraversa la sua identità.
«Non lo conosco!»: non è questi il Gesù che ha scelto di seguire, non lo avrebbe seguito se avesse saputo che a questo sarebbe arrivato.
«Non lo sono!»: se Gesù non è colui che ha scelto di seguire, Pietro non è più se stesso, e la sua identità non è più ormai quella di prima. Anche l’ideale che ha coltivato in precedenza, di essere simile al Maestro, non lascia traccia in lui. Pietro non è più l’uomo di prima, né il suo ideale corrisponde più a quello di prima.
«Non so quello che dici», perché, non sapendo più chi sia, egli non può in verità mettersi in relazione con gli altri.
Pietro si ritrova a non essere quell’uomo che pensava di essere. In effetti non lo sarà mai.
In fondo l’ambiguità è in ogni uomo ed è vero che «noi facciamo il male che non vorremmo e non facciamo il bene che vorremmo».

    La tentazione a questo punto subentra insidiosa: tornare indietro. Pensare, con una certa amarezza e scoraggiamento, che si è andati in cerca di cose superiori alle proprie forze. «Abbiamo sognato, ci siamo sbagliati, dobbiamo riconoscerlo umilmente, non guardare più le vette che non sono alla nostra portata ed accontentarci di gestire al meglio le nostre debolezze e le nostre fragilità, ormai ben conosciute!». Eravamo convinti di camminare per salire le alte vette della santità e ci accorgiamo di essere ancora fermi, di non essere ancora partiti.
«Spesso Dio avrà permesso che il peccato ci apra gli occhi: un’infedeltà più forte, un ripiegamento egoista sono venuti a rompere l’immagine troppo positiva che noi ci eravamo costruiti di noi stessi». 
Il nostro castello interiore, sontuosamente costruito sul nostro ideale di sequela, segretamente convinto di impeccabilità, crolla e va in rovina sotto i colpi devastanti dell’ormai evidente debolezza.
E non si tratta dell’esperienza di un momento soltanto.

    Pietro aveva già dovuto fare i conti con la sua reale distanza dall’ideale evangelico quando, nei pressi di Cesarea di Filippo, aveva dovuto sentirsi rivolgere da Gesù quella tremenda ingiunzione: «Lungi da me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Si può, dunque essere in cammino per le vie del Regno e nel cuore appartenere ancora al mondo. Forse che generosità ed entusiasmo non siano sufficienti a «rinascere dall’alto?».

    L’aver ricevuto lo spirito del Risorto non metterà Pietro al riparo da ricadute dolorose a causa dei suoi limiti: anche dopo la Passione di Gesù e la sua glorificazione rimane timoroso e in soggezione davanti a una parte della Chiesa di Gerusalemme, lasciandosene condizionare fino al punto da scordare la vita dell’autentico Vangelo. Non è forse il solito Pietro? Sempre di nuovo costretto a fare i conti con la sua umanità claudicante e non pienamente trasfigurata dallo Spirito.

    Ritornare in Galilea. La seconda chiamata

    Eppure Gesù Risorto si era trovato davanti un Pietro completamente rinnovato.
«Talvolta ci sembra che Dio ci attenda nelle nostre sofferenze e nei nostri fallimenti. In realtà molto spesso sono questi i soli mezzi che gli lasciamo per proporsi a noi, le sole fessure nella muraglia costruita intorno al nostro essere, l’unica possibilità che gli diamo, dopo il crollo dei nostri progetti e programmi, di condurci a ritrovare noi stessi di fronte al desiderio di essere pienamente e di vivere intensamente».

    La misericordia di Dio attendeva Pietro nella casa del sommo sacerdote dove – dopo un pianto amaro – il pescatore sa accogliere con umiltà la rivelazione della sua infedeltà; la tenerezza di Dio gli apre degli orizzonti più grandi e più belli del suo iniziale entusiasmo e dei suoi stessi sogni.

    «Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi“. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”». Nell’espressione di Pietro: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene», è nascosta tutta la grande scoperta della sua vita interiore: non sarà mai il perfetto discepolo, che forse aveva sognato di diventare, ma potrà per grazia di Dio diventare quel povero che non ha da offrire a Dio che le sue mani vuote.
Come Teresa di Lisieux: «Alla sera di questa vita, comparirò davanti a te a mani vuote, perché non ti chiedo, Signore, di contare le mie opere». A questo punto si tocca nella nostra vita che veramente «nulla è impossibile a Dio».

    Quando Pietro accetta la sua povertà e riscopre un nuovo volto di Dio, avviene nella sua vita una sorta di seconda chiamata: non per nulla Gesù lo chiama con il nome di un tempo (Simone, non Pietro). Come a dire: oggi si ricomincia, si torna in Galilea, a quella prima pesca straordinaria, al termine della quale mi sei venuto dietro; si torna al nome che avevi allora, e che io stesso poi ti avrei cambiato. Ora che ti sei conosciuto per quel che sei, e non per quel che vorresti essere, puoi davvero cominciare a seguirmi.
«Seconda chiamata: chiamata a scoprire la tenerezza e la gratuità dell’ amore di Dio per quei peccatori che siamo noi. Chiamata ad accogliere la potenza dello Spirito che trionfa nella nostra debolezza, che non è soltanto quella del credente esiliato in un mondo ostile, ma anche quella del peccatore che scopre in se stesso fragilità e consenso dinanzi alla tentazione».

    Ed ora che Pietro non può dire più nulla e non si azzarda, alla luce della sua povera storia, a promettere qualcosa al Signore, questi lo riconferma nella sua missione e gli rivolge ancora una volta l’invito: «Seguimi».
Pietro, con umiltà, riparte dalla consapevolezza che la santità non consiste nello sforzo teso a essere quel discepolo che aveva sognato di diventare fin dagli inizi, bensì nel lasciarsi condurre, ormai, da un Altro.

    «È nella scoperta e nell’umile accettazione del suo essere peccatore che troverà la forza di diventare per i suoi fratelli la “pietra” su cui la loro fede potrà appoggiarsi». La tensione a misurare da sé la propria giustizia o il livello del proprio peccato conduce l’anima a raggomitolarsi su se stessa. La grazia spinge invece ad accettare con serenità e libertà la propria condizione di limite e di innegabile distanza dall’ideale un tempo coltivato: il povero, che si offre a Dio nella lucida e serena consapevolezza della propria povertà, manifesta il dinamismo dello Spirito del Risorto.

    Così dice Teresa del Bambino Gesù a questo proposito: «All’inizio della mia vita spirituale, verso l’età dai tredici ai quattordici anni, mi chiedevo ciò che più tardi avrei avuto da acquistare perché credevo che mi fosse impossibile capire meglio la perfezione; ho riconosciuto ben presto che, più si va avanti su quel cammino, più ci crediamo lontani dalla meta, così ora mi rassegno a vedermi sempre imperfetta, e trovo in ciò la mia gioia». E, tra i padri del deserto, il grande Matoes era solito dire: «Quanto più l’uomo si avvicina a Dio, tanto più si vede peccatore… Quand’ ero giovane, dicevo fra me: “Forse faccio qualcosa di buono. Ma ora che sono invecchiato, vedo che non ho in me nessuna opera buona”». Anche Francesco d’Assisi è condotto dallo Spirito del Signore per le vie durissime dell’accettazione della sua povertà: «Anch’io per lungo tempo non ho capito. Mi son dibattuto nel buio come un povero uccello nella pania. Ma il Signore ha avuto pietà di me e mi ha rivelato che la più alta attività dell’uomo e la sua maturità consistono anziché nella ricerca di un ideale, per quanto nobile e santo, nell’accettare con gioia la realtà, tutta la realtà. L’uomo che vagheggia il suo ideale, rimane chiuso in se stesso. Egli non comunica veramente con gli altri, né prende conoscenza dell’universo. Gli mancano il silenzio, la profondità e la pace. La profondità dell’uomo non è altro che la sua disposizione ad accogliere il mondo. […] Penso che è difficile accettare la realtà. In verità, nessuno l’accetta in blocco. Noi aspiriamo sempre ad aggiungere, in qualche modo, una spanna alla nostra statura. È questo il fine di quasi tutte le nostre azioni. Anche quando si crede di operare per il Regno di Dio, non cerchiamo che di farci più grandi, fino al giorno in cui, sconfitti, non ci rimane che questa sola smisurata realtà: Dio esiste. Allora scopriamo che Lui solo è Onnipotente, che Lui solo è santo, che Lui solo è buono. L’uomo che accetta questa realtà e se ne compiace, trova in cuor suo la serenità. Dio esiste, ed è tutto». La tua cella, la tua vita più ordinaria, feriale, nelle sue ripetitività e consuetudini più radicate, nelle relazioni più scontate, nelle azioni e nei compiti più normali. La tua cella: il tuo cuore, la tua identità profonda così come è, non come vorresti che fosse, non come ti intestardisci a sognarla o a pretenderla. Così come è, come gradualmente, con meraviglia e con amarezza, lo scopri di giorno in giorno.

    Proposta di un itinerario spirituale

    Come, concretamente, passare dalla santità desiderata alla povertà offerta? Tre passi potrebbero aiutarci a vivere questo itinerario spirituale.

    Dio ci aspetta nell’oggi

    C’è una forte tentazione nella vita di ognuno: quella di rifuggire dalla quotidianità per attendere l’eccezionale.
«Attendiamo l’eccezionale per convertirci e talvolta ce la prendiamo con Dio per il fatto che non ce ne offre nella nostra vita, persuasi che altrove o domani saremo diversi. È oggi che Dio ci aspetta, che Egli si presenta alle nostre esistenze, con una presenza umile e discreta che dobbiamo imparare a riconoscere». Se abbiamo il coraggio di rileggere la nostra vita ci accorgiamo che Dio lo abbiamo incontrato o ritrovato proprio là dove non ce lo aspettavamo affatto. È stato così anche per i Santi che «hanno riconosciuto le loro debolezze e fragilità ma più ancora Dio presente sul loro cammino e questo quotidiano che pareva loro banale ha assunto una dimensione nuova». Di Antonio, il padre dei Padri del deserto, gli antichi dicevano che «aveva gli occhi degli angeli, attraverso cui si vede Dio e si coglie la sua luce»,  ma è proprio nella quotidianità più ordinaria che il Signore chiede di essere cercato. «Va’, rimani nella tua cella, e la tua cella ti insegnerà ogni cosa», diceva un altro padre del deserto.

    Incontrare il Dio assente

    La nostra preghiera conosce prima o poi la notte, l’impotenza. «Dio non lo si incontra veramente se non attraverso la sua assenza».  Anche Gesù ha fatto, nella sua vita terrena, questa esperienza e noi che vogliamo essere suoi discepoli, cioè coloro che ripercorrono le sue tracce, non possiamo certo evitarla.
Su un graffito ritrovato sul muro di una cantina di Colonia, dove erano rimasti nascosti alcuni ebrei durante l’ultima guerra mondiale, si leggeva: «Credo nel Sole, anche quando non splende, credo nell’ Amore, anche quando non lo sento, credo in Dio, anche quando tace».
Anche nella notte ci è chiesto di camminare: aggrappandoci alla Croce di Gesù, che diventa la nostra forza, fonte di luce e consolazione nella notte.
Dobbiamo augurarci continuamente ciò che l’inno ambrosiano, il Christe cunctorum, fa cantare: «Siano i giorni lieti e calme le notti». È un invito ad avere una fiducia grande nel Signore perché custodisca i nostri cuori nella sua pace, preservandoci dal male, dalla paura, dalla tentazione. I giorni e le notti del nostro spirito devono essere vissuti con la certezza del salmista: «Tuo è il giorno, Tua è la notte». È Lui il Signore di ogni istante e di ogni avvenimento della nostra vita.

    Siamo forse capaci di gestire molte cose, di avere in mano molte situazioni, ma nella preghiera tutto questo è impossibile. Nella preghiera occorre solo riconoscere che tutto viene da Dio.
«Se vogliamo essere fedeli alla chiamata evangelica a perseverare nella preghiera, a fare delle nostre esistenze una supplica incessante, una lode ed un’azione di grazie continue, scopriamo presto che dobbiamo rimetterci totalmente allo Spirito che, solo, può pregare in noi la preghiera di Gesù ben al di là di ciò che noi possiamo dire o fare». Accade così che lo Spirito del Signore ci fa sperimentare la verità di queste parole: «I periodi di aridità non sono infruttuosi, perché in quei momenti la preghiera tende a essere meno egoista, più incentrata in Dio. Stiamo imparando, come diceva Teresa d’Avila, a cercare il Dio della consolazione, e non le consolazioni di Dio. […] L’aridità purifica la nostra fede e il nostro amore, anzi scopriamo, perseverando nella preghiera, che l’aridità è la condizione migliore per consentire al Signore di trasformarci, di modellarci secondo il modello di Gesù».

    Non conta più ciò che sento, conta anzitutto ciò che credo. Conta prima di tutto Colui a cui mi affido. Il Signore c’è; la mia fede è il luogo dell’incontro con Lui. La mia fede, non il mio sentire: la mia donazione a Lui, scelta e riscelta, non la mia sensibilità immediata.
Chiederò con umiltà e determinazione che la mia sensibilità sia gradualmente modellata dalla fede, e non viceversa: abitare nel buio attendendo la luce e scrutandone le tracce che mi tengano desto.

    La Chiesa ha il nostro volto

    Un terzo passo nella linea di questo cammino di spirituale spogliazione è quello dell’accettazione del volto contraddittorio della Chiesa: «Anche la vita ecclesiale è  per noi un cammino di autentica povertà. Anche là, il reale ci spoglia dei nostri sogni per aprirci al Cristo presente dove due o tre sono riuniti nel suo nome». Partiti con il desiderio di amare e servire la Chiesa quale corpo di Cristo risorto, il volto della Chiesa ci si è via via rivelato nei suoi caratteri di «inestricabile mescolanza di santità e peccato». La gioia di cercare Dio nelle membra della Chiesa ha lasciato il posto all’amarezza della constatazione della sua distanza dallo splendore delle nostre attese a suo riguardo. Ma «da parte nostra non si tratta di giudicare circa le debolezze e le infedeltà della Chiesa: noi amiamo il suo volto povero perché Dio nella sua misericordia e tenerezza, l’ama come ama il nostro». Accettare il mistero della Chiesa santa e peccatrice.

    Lasciare che lo Spirito conformi il nostro cuore insicuro a quello di Dio, volontà d’amore che non ci rinnega mai. «Dio non partecipa i nostri timori, né la nostra fierezza, né la nostra impazienza. Egli sa aspettare come Dio solo sa aspettare. Come sa farlo soltanto un padre infinitamente buono. Egli è longanime e misericordioso. Nutre sempre qualche speranza, fino alla fine. Poco gli importa che mucchi di rifiuti invadano il suo campo e che non sia bello a vedersi, se poi, alla fine gli sarà dato di raccogliere, più grano che zizzania… Dio sa di poter trasformare col tempo della sua misericordia, il cuore stesso degli uomini».

    Offre la sua povertà anche chi accetta umilmente di dover portare con pace il peso di qualche durezza ecclesiale, di qualche limite oggettivo, anche di qualche peccato e scandalo, confidando nella pazienza attiva e trasformante del Padre, che tutto accoglie per tutto trasfigurare e rinnovare… a suo tempo.

    Conclusione

    «Siamo venuti a dire, con l’umiltà di chi si sa peccatore e poca cosa, ma con la fede di chi si lascia guidare dalla mano di Dio, che la santità non è cosa per privilegiati, che il Signore chiama tutti, che da tutti si attende Amore: da tutti, dovunque si trovino; da tutti, di ogni condizione, professione o mestiere. Perciò la vita normale, ordinaria, poco appariscente, può essere mezzo di santità […] tutte le strade della terra possono essere occasione di un incontro con Cristo». Non c’è vero cammino nello Spirito al di fuori dell’ordinarietà, dello “scandalo della banalità”, come l’ha definita qualcuno.

    D’altra parte i Padri ammonivano che dove c’è ricerca della novità, non c’è spazio per il progresso spirituale.
Cercare Dio nel profondo dell’ordinario, lasciandosi spogliare di tutto ciò che non è desiderio di Dio, secondo l’espressione di san Giovanni della Croce.
«Bisogna semplicemente spogliarci di tutto. Far piazza pulita. Accettare la nostra povertà. Rinunciare a tutto ciò che pesa, perfino al peso dei nostri peccati. Non vedere altro che la gloria del Signore e lasciarcene irradiare. Ci basta che Dio esista». Così liberati da ogni peso e preoccupazione, il nostro cuore aspira a una santità che coincida con il volere di Dio.
Il Signore ci conceda di lasciarci condurre con serenità e fortezza per le vie nascoste di questa spogliazione.

  • 12 Mar

    Alterne vicende ancora riguardo alla discendenza:
    Abimielech e Agar

    Gn 19,30-21,21

    di p. Attilio Franco Fabris

    Il ciclo di Abramo riprende a trattare il tema della discendenza ma con sorpresa si interessa soprattutto alla discendenza di Lot.

    La discendenza di Lot: una soluzione umana: 19,30-38

    Lot dunque “salì a Zoar e andò ad abitare sulla montagna”. Si direbbe che si decida ad obbedire al primo ordine del Signore. Ma non è così: egli sale sulla montagna perché “aveva timore di restare a Zoar”. Dubita della parola del Signore che glielo aveva permesso. Lot appare un uomo assillato dalla paura.

    Egli non trova di meglio che trovare una caverna e lì prendere dimora.

    Sarà sepolto proprio in quel luogo dove ha scelto di vivere.

    Lot è un morto vivente e nella sua scelta trascina anche le sue due figlie.

    Per la paura Lot nega a sé e agli altri la gioia di vivere.

    Il problema: v.31

    Anche le due figlie sono prese dalla stessa angoscia del padre. La paura è contagiosa!

    Non hanno marito e non hanno figli: anch’esse come Abramo si vedono precluso il futuro, la speranza rappresentata da una discendenza. Rivivono la stessa angoscia della sterile Sara. Chi si prenderà cura di loro quando verrà a mancare il padre? Che senso ha la loro vita lì, in una caverna?

    Desiderano in ogni modo sfuggire a questa situazione, ma non hanno la forza e il coraggio di andarsene. Occorre trovare una soluzione, fosse anche con un sotterfugio.

    La maggiore prende l’iniziativa: “Il nostro padre è vecchio… non c’è alcun uomo di questo territorio per unirsi a noi secondo l’uso di tutta la terra”. La figlia è disperata, non ragiona più! Possibile che non ci sia un uomo a Zoar!

    La soluzione proposta: vv. 32-35

    Attraverso uno stratagemma decidono  di avere un figlio dal proprio padre. Lo scopo della loro sconcertante iniziativa non è un piacere incestuoso, ma una soluzione disperata per assicurarsi la vita. A tutto si è disposti per conservarla, tanto è forte l’ansia per essa.

    In questa situazione Lot non merita biasimo; al contrario, si è abusa di lui. Qui sono due donne che abusano di un uomo, il loro padre. L’abuso non è dunque limitato a solo uno dei due sessi.

    Il risultato: vv.36-38

    Lo stratagemma riesce. Le due figlie “concepirono dal loro padre”.

    A loro mettono nome “Moab” (= me’abh = da mio padre) e Ben’Ammì (= Figlio del mio popolo). Da loro la tradizione biblica vede gli antenati dei popoli confinanti Israele: i moabiti e gli ammoniti, guardati da Israele con disprezzo.[1]

    Da questo momento la tradizione biblica non si interesserà più di Lot figura del “padre degli increduli”.

    Che valutazione dare della vicenda?

    Lot è sempre stato preda della paura e dell’ansia per la vita. Questo l’ha portato a scelte infelici: la separazione da Abramo, la scelta di scegliere l’apparente terra migliore e di risiedere nella città, a Sodoma, a rifugiarsi per salvare se stesso in una caverna scegliendo di rimanervi per sempre.

    Dalla stessa paura e ansia sono state contagiate le figlie, che non esitano a compiere un gesto inaccettabile pur di raggiungere anch’esse il loro scopo.

    Sempre la paura e l’ansia per la vita ci portano a compiere scelte contrarie alla vita.

    Quale ruolo giocano nella nostra vita e nelle nostre scelte?

    Non siamo tentati di ricorrere a stratagemmi di qualsiasi genere per salvare noi stessi?

    L’abbandono della madre del figlio promesso: 20,1-18

    Il redattore ci sorprende ancora una volta. Ci narra una nuova situazione nella quale ancora una volta Abramo mette in pericolo la moglie e la realizzazione della promessa, facendo credere che sia sua sorella.

    Sembra che Abramo non abbia imparato nulla: ancora riaffiorano titubanze, paure, diffidenze. Realmente il cuore dell’uomo resiste ad abbandonarsi alla parola, alla buona notizia.

    Abramo discende a Gerar: v.1

    Abramo decide di spostarsi e di “prendere residenza” a Gerar, città al confine sud orientale di Canaan. Il verbo indica che Abramo vi prende residenza “come straniero”, così come già aveva fatto in Egitto. Non si sa il motivo di tale trasferimento. Ha forse timore di restare nei pressi della distrutta Sodoma?

    Abramo parla di Sara: v. 2a

    Se nel primo racconto Abramo parla a Sara per concordare l’inganno del farsi presentare come sua sorella, ora Abramo non gli chiede più nulla. Dice direttamente che è sua sorella.

    Perché lo fa? Il testo per non indica nessuna ragione (lo farà in seguito: vv 11-13).

    Abimelech prende Sara: v. 2b

    Il re Abimelech manda a prendere Sara. Il motivo, anche qui, non lo si sa. Sara ha già quasi novant’anni? Il testo non parla più della sua bellezza!

    Dio avverte Abimelech: vv.3-7

    “Dio venne da Abimelech nel sogno della notte”. Dio dunque non si rivela al solo Abramo, ma anche agli stranieri. Lo fa per rivelare la vera identità di Sara.

    Abimelech che non si è accostato a Sara presenta la sua difesa e giustificazione: le sue intenzioni erano rette. Abimelech non si è unito a Sara, Dio aggiunge: “Fui ancora io a  preservarti dal peccato contro di me; perciò non ho permesso che tu la toccassi.

    Si ribadisce un dato importante: il Signore vuole che Sara partorisca il figlio della promessa, e non un figlio di Abimelech

    Abimelech emerge dal racconto, a differenza di Abramo, come uomo “integro” (cfr. Gn 6,9; 17,1). E’ una vera ironia il fatto che Abramo sarebbe potuto diventare la causa dei peccati di Abimelech, lui che era stato esortato ad essere “integro” (17,1) e ad insegnare alla sua discendenza “la giustizia e il diritto” (18,19).

    Tocca ad Abimelech fare la sua scelta: “Ora restituisci la moglie di quest’uomo: egli è un profeta e pregherà per te, sicché tu conservi la vita”. E’ l’unico testo in cui Abramo riceve l’appellativo di profeta: Abramo è chiamato a svolgere il suo ruolo di mediatore di benedizione.

    Abimelech avverte i suoi servi: v. 8

    La risposta di Abimelech non si fa attendere. Convoca “tutti” i suoi servi e riferisce “tutte queste cose (parole)”.

    Tutti “si impaurirono”. Il verbo è ripetuto più volte nel ciclo di Abramo ed è usato per indicare il timore di Dio, ovvero il rispetto dinanzi alla grandezza e al mistero: tale timore si traduce in un atteggiamento “giusto” davanti a Dio che implica a sua volta obbedienza.

    Abimelech rimprovera Abramo: vv. 9-13

    L’accusa del re è formulata in diverse  domande: “Che cosa ci hai fatto?”.

    Il faraone aveva detto: “Che cosa mi hai fatto?”. Costui si preoccupava solo di se stesso, Abimelech al contrario si prende cura di tutti i suoi.

    Passa poi ad una nuova domanda: “Che colpa ho commesso io contro di te?”

    In questo caso il re Abimelech dimostra molto più senso morale del faraone e dello stesso Abramo: “Cose che non si devono fare tu hai fatto a mio riguardo!”.

    Alle accuse del faraone Abramo non aveva risposto. Adesso egli prende la parola. Ma la sua spiegazione diventa una autocondanna. Dice diverse cose il che lascia intendere che si rende conto che nessuna delle ragioni addotte è sufficiente.

    Dice: “Io mi son detto: forse non c’è timore di Dio in questo luogo… mi uccideranno per causa di mia moglie”. Abramo ha paura: ma paura degli uomini non di Dio. La paura gli fa distorcere la realtà, a rileggerla a partire dalla sua ansia.

    Aggiunge un’altra spiegazione: Sara è davvero sua sorella perché “figlia di mio padre ma non figlia di mia madre”. Ma questo non è un matrimonio incestuoso condannato poi dalla legge? (Lv 18,9.11; Dt 27,22). Abramo comunque ha taciuto sempre una parte di verità.

    Abramo continua: lui stesso ha chiesto a Sara di dire che è suo fratello. La colpa è scaricata in parti uguali. Ma questo non è vero! Abramo non ha chiesto nulla a Sara.

    Altra giustificazione: lui si è comportato così “in ogni luogo” in cui sono andati da quando “Dio mi fece errare lungi dalla casa di mio padre”. A questo punto sembra che Abramo sottintenda un rimprovero a Dio che lo ha reso insicuro facendolo “errare”. E se Abramo lo ha fatto in ogni luogo ammette allora di aver ingannato dovunque la gente. Chi si scusa si accusa.

    Questi sono tutti sotterfugi per sfuggire alla verità di se stessi che risuona nel profondo della coscienza.

    Perché Abramo resiste al riconoscersi umilmente e secondo verità colpevole? Perché volersi nascondere dietro mille scusanti?

    Come mi muoverei io al posto di Abramo?

    Abimelech resituisce Sara: vv. 14-16

    Il faraone aveva detto ad Abramo: “Vattene!”. Abimelech fa il contrario: “Ecco davanti a te il mio territorio; dimora dove ti piace!”. Per lui la coabitazione è possibile. Poi consegna mille pezzi d’argento ad Abramo (una somma enorme) come risarcimento del torto fatto a Sara: la somma attesta che è rimasta fedele al marito, e che non vi è stato adulterio.

    Veramente Abimelech da questo racconto ne esce come persona retta e generosa, ben diversamente da colui che è il depositario della promessa.

    Quanta rettitudine a volte scorgiamo in persone da noi dichiarate “lontane”, e quante meschinità da coloro che si definiscono “praticanti”!

    Abramo intercede: vv. 17-18

    Ora Abramo può mettere in atto la sua intercessione affinché la casa di Abimelech sia guarita dall’impotenza e dalla sterilità. Questo non era stato un castigo ma azione preventiva “per il fatto di Sara moglie di Abramo”.

    Concludendo: se nel primo racconto della discesa di Abramo in Egitto il tema predominante era quello della terra. In questo secondo racconto l’accento è posto sul tema della discendenza. Non manca però un accenno al tema del paese e della benedizione.

    Anche in questa situazione Abramo fa una figura alquanto meschina: dominato ancor una volta dalla paura. Tuttavia quest’uomo imperfetto svolge un ruolo di intercessione per Abimelech e i suoi, che sono più giusti di lui.

    Il dono di Dio, “scandalosamente”, passa attraverso mediazioni povere, segnate dal peccato e dalla debolezza. Esso è posto spesso in fragili “vasi di creta”. La mediazione umana scelta da Dio è sempre segnata dal limite e dall’ambivalenza, da qui il rischio di rifiutarla. Ma Dio “ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, e ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, perché sia rivelata a tutti la multiforme grazia di Dio”.

    La nascita del figlio promesso

    Finalmente il nostro racconto giunge a narrare la nascita del figlio della promessa: Isacco.

    I protagonisti del racconto sono tre: Jhwh, Abramo, Sara. E’ un testo stranamente breve per essere un brano centrale del ciclo: esso tuttavia contiene in densità tutti i dati principali dell’esperienza di fede.

    Jhwh mantiene la promessa: vv. 1-2

    “Dio visitò Sara… come aveva promesso” (cfr. 18,10.14).

    Dio “fa” quel che “promette” (= dice). Il bambino è un suo dono, una nascita umanamente impossibile.

    Abramo mantiene i suoi impegni: vv. 3-5

    Abramo agisce secondo il comando di Dio: “Pose nome Isacco a suo figlio” (cfr 17,19).

    Dopo otto giorni lo circoncide (cfr 17,12) facendo entrare il figlio nella alleanza con Jhwh in qualità di erede.

    Tutto ciò accade quando Abramo ha cent’anni e Sara novanta, ovvero dopo venticinque anni di cammino sotto la guida di Jhwh.

    Sara mantiene il suo riso: vv. 6-7

    Sara fa più che partorire. Alla nascita di Isacco il cuore prorompe di gioia e gratitudine. Sara pronunzia una composizione poetica, il che sta a dire lo stupore e la gioia di ciò che si sta vivendo: “Un sorriso ha fatto Dio per me! Quanti lo sapranno rideranno di me!”.

    Essa non nasconde più il suo riso, anzi lo ostenta.

    Gli altri rideranno di me o con me? sarà derisione o condivisione della gioia?

    Noi come rideremmo?

    Sara aggiunge: “Chi avrebbe mai detto?”. Ciò che è accaduto sembrava follia, era impossibile non solo a Sara e ad Abramo ma anche a chiunque l’avesse udita.

    Sara ora non solo è stata in grado di partorire, ma è capace anche di allattare! E’ questa la pienezza del dono, una sovrabbondanza di grazia.[2]

    La cacciata di Agar e Ismaele: 21,8-21

    Ora l’attenzione del redattore si sposta sull’altro figlio, Ismaele figlio della schiava Agar.

    Come si porranno ora i due figli in rapporto alla promessa: ambedue infatti sono figli di Abramo!

    Il brano sembra ripetere quello narrato al c. 16,1-16: ma vi sono differenze: la più vistosa è che se nel primo Sara era sterile e Agar incinta, ora ciascuna delle donne ha un figlio.

    Il problema: vv.8-9

    Isacco “crebbe e fu slattato e Abramo fece un grande convito il giorno in cui Isacco fu divezzato”. Lo svezzamento avveniva intorno ai tre anni. Abramo e Sara hanno ora maggiori garanzie che il bambino vivrà e dunque è l’occasione di far festa alla nuova vita donata.

    Ma durante la festa “Sara vide che il figlio di Agar l’egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, “derideva” (o “giocava”) suo figlio Isacco”. Ismaele “deride” ancora una volta il gioco del verbo ridere in riferimento ad Isacco.

    Sara fantastica sul futuro: avverte un pericolo intollerabile, va in ansia, che il più grande, Ismaele, prenda il posto di Isacco. La legislazione normale infatti riconosceva al figlio della padrona solo il diritto di scelta sull’eredità, per il resto aveva gli stessi diritti della figlia della concubina.

    Rivalità, gelosia, paura si fanno sentire nella coscienza di Sara: quando si vivono tali risonanze è difficile essere aperti alla realtà e vedere le cose nella loro giusta dimensione. Sotto la loro spinta si fanno scelte avventate, frettolose, spesso sbagliate.[3]

    La cacciata: vv. 10-14

    Ancora una volta Sara prende l’iniziativa. Dà un ordine ad Abramo: “Scaccia questa serva e il figlio di lei, perché il figlio di questa serva non dev’essere erede con mio figlio Isacco”.

    Sara vede in Ismaele una minaccia per l’eredità di Isacco. Sara evoca il linguaggio della promessa divina per giustificare la sua pretesa (15,4), il che forse spiega perché Dio consenta alla decisione.

    La prima volta Abramo aveva obbedito senza proferir parola; ora invece disapprova la decisione di Sara: “La cosa dispiacque assai ad Abramo, per causa del figlio suo”: Egli non vuole perdere Ismaele, è preoccupato per lui (e Agar?).

    Come noi ci muoveremmo in una situazione simile?

    La situazione è in stallo finché Dio non interviene, prendendo (scandalosamente) le parti di Sara: “Non dispiaccia agli occhi tuoi per riguardo al fanciullo e alla tua serva”. Dio ha un progetto per Ismaele, e questo progetto passa attraverso la debolezza umana. Dio sempre si vuole servire del male per trarre il bene: “Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della serva, perché è tua discendenza”.

    Abramo dunque decide di mandar via Agar e il figlio: dà stranamente a loro una provvista appena sufficiente per sopravvivere (cfr Dt 15,12-18). Abramo “le consegnò il ragazzo e la cacciò via”.[4]

    Vicino alla morte: vv. 14b-16

    Agar che non ha scelta si avvia con il ragazzo: “partì sviandosi per il deserto di Bersabea”. Il verbo indica l’incertezza, la mancanza di direzione. Questo verbo non viene mai usato per descrivere l’azione degli israeliti nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto.

    Cammina “finché fu esaurita l’acqua dell’otre”: non c’è più speranza di sopravvivere.

    Agar si allontana dal figlio: non vuole vederlo morire. Ma egli “alzò la sua voce e pianse”.

    La salvezza: vv. 17-19

    “Dio udì la voce del ragazzo”. L’angelo di Dio chiama Agar “dal cielo” rivolgendole la domanda: “Che hai tu Agar?”. Agar non ha il tempo di rispondere. Il messaggero continua: “Non temere perché Dio ha ascoltato la voce del ragazzo là dove si trova. Alzati! Solleva il ragazzo e stringi con la tua mano la sua, perché io ne farò una grande nazione!”. Vi è il rilancio della promessa per Ismaele in termini ancor più allargati (cfr. 16,10).

    Così Dio riapre ai due un cammino di speranza: “Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d’acqua”.

    Conclusione: vv. 20-21

    Isamele dunque è benedetto da Dio: “Dio fu col ragazzo che crebbe”.

    Agar “gli prese una moglie del paese d’Egitto”: ovvero dal suo paese di origine. Agar vuole la certezza che la discendenza di Ismaele sia egiziana.[5]

    Certamente il comportamento di Sara ed Abramo risulta deplorevole.

    Abramo non ha il coraggio di opporre con forza una sua decisione a quella di Sara.

    Dio stesso sembra prender le parti dell’oppressore.

    Questo storia ha tratti profondamente umani, dove qui si intende segnati profondamente da quelle risonanze che rendono difficile se non impossibile l’accoglienza dell’altro vissuto come pericolo e rivale.

    E’ consolante considerare come Dio si inserisca in questo tessuto di miseria inserendovi la sua storia di salvezza che passa attraverso il nostro male.

    La pienezza della grazia e della promessa potrà essere donata solo in Cristo. Solo in lui vi potrà essere piena riconciliazione lui “che fece dei due un popolo solo abbattendo il muro di separazione cioè l’inimicizia”.



    [1] Deuteronomio 23:3-4 Il bastardo non entrerà nella comunità del Signore; nessuno dei suoi, neppure alla decima generazione, entrerà nella comunità del Signore. L’Ammonita e il Moabita non entreranno nella comunità del Signore; nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nella comunità del Signore;

    [2] Ebr 11,11 Per fede anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso

    [3] Gal 4,29 Come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello nato secondo lo spirito, così accade anche ora.

    [4] Rm 9,7ss Non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: In Isacco ti sarà data una discendenza, cioè: non sono considerati figli di Dio i figli della carne, am come discendenza sono considerati solo i figli della promessa.

    [5] Gal 4, 21-31 ditemi, voi volete essere sotto la legge: non sentite, forse cosa dice la legge? Sta scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. Ma quello dalla schiava è nato secondo la carne; ma quello dalla donna libera, in virtù della promessa. Ora, tali cose sono dette in allegoria: le due donne infatti rappresentano le due Alleanze; una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, rappresentata da Agar – il Sinai è un monte dell’Arabia -; essa corrisponde alla Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava insieme ai suoi figli. Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la nostra madre… Ora, voi, fratelli, siete figli della promessa, alla maniera di Isacco. E come allora colui che era nato secondo la carne perseguiatava quello nato secondo lo spirito, così accade anche ora. Però che cosa dice la Scrittura? Manda via la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non avrà eredità col figlio della donna libera. Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma di una donna libera.

  • 11 Mar

    La benedizione: l’intercessione di Abramo

    Gn 18,16-19,29

    di p. Attilio franco Fabris

    Il racconto dell’incontro di Abramo con i tre ospiti prende inaspettatamente una nuova piega, incentrandosi non più sul tema della discendenza, ma su quello della benedizione.

    E’ una pagina di grande bellezza, pregna di teologia espressa in forma drammatica.

    Abramo accompagna i visitatori: v.16

    Abramo, da buon ospite e secondo l’uso orientale, accompagna i tre viaggiatori per un tratto di strada. Essi si dirigono verso un punto da cui contemplare dall’alto la città di Sodoma dove Lot si era stabilito dopo la separazione da Abramo.

    Una rivelazione ad Abramo: vv.17-21

    Il testo inizia con una riflessione che il Signore fa tra se: «Forse io celerò ad Abramo quello che sto per fare?». E’ come se Dio dicesse tra sé: “E’ tempo che Abramo prenda consapevolezza del suo diritto dovere di svolgere il suo ruolo profetico”. In quanto profeta egli è ammesso al consiglio divino[1] chiamato ad intercedere per il suo popolo.[2]

    Si ripete la relazione tra Dio e Noè (cfr. Gn 6,5-13), ma con una differenza notevole. Lì Jhwh rivelò il suo progetto a Noè perché l’uomo giusto potesse essere salvato; qui la situazione è diversa: può il Signore nascondere quello che sta per fare «mentre Abramo diventerà certamente una nazione grande e potente, e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra»?. Ovvero: Dio intende rivelare il suo progetto ad Abramo come logica conseguenza delle promesse a lui fatte al momento della sua chiamata. E’ l’«amico di Dio», al quale non si può nascondere nulla.[3]

    Abramo è chiamato a svolgere il ruolo di mediatore, al quale Dio attribuisce autorità sulle sue stesse decisioni: non può rifiutare nulla al suo portavoce accreditato.

    Ora la gente di Sodoma «era molto cattiva e peccatrice» (cfr 13,13).  Il grido della sua malvagità e della sua ingiustizia è giunto al cielo.  In che cosa consiste tale grido? Si tratta dell’ingiustizia causata dal venir meno alla legge morale alla quale è obbligata tutta l’umanità.

    Proprio per giustizia Dio vuole «scendere a vedere» (cfr Gn 11,7).

    C’è poca speranza, pur tuttavia rimane una porta aperta alla speranza: «se proprio hanno fatto il male… oppure no; lo voglio sapere». La possibilità di un no, non è quindi del tutto esclusa.

    Abramo solo con Dio: v.22

    Nel testo si chiarisce sempre più l’identità dei visitatori.

    Giunti al punto panoramico da cui contemplare Sodoma. Due di loro vi si avviano.

    Qui il testo si può leggere in due modi: “Abramo stava davanti a Jhwh”; ovvero egli si accinge a interpellare il Signore; oppure: “Il Signore stava davanti ad Abramo”: ovvero Jhwh si sente in dovere di giustificare ad Abramo la sua decisione. E’ quasi come se Jhwh desiderasse essere interrogato, sta in silenzio in attesa di udire una parola di Abramo. Che il Signore desideri cedere, essere vinto dalla mediazione di Abramo? Vuole esercitare la sua sedaqah attraverso la misericordia invocata dal mediatore Abramo. Egli fece già da mediatore mettendosi in combattimento, ora svolge questo stesso compito attraverso la preghiera.

    Abramo si appresta a svolgere il suo compito: “si avvicinò e disse”: è il primo uomo nella Bibbia a prendere l’iniziativa di un dialogo con Dio. Da buon mercante sa come trattare il suo visitatore.

    Non potrebbe Dio perdonare a tutti proprio in base ai giusti che lì si troveranno? Sono gli empi o i giusti che determinano il futuro e l’operato di Dio? Dio vuole punire o salvare? Infatti per la cultura antica tutti sono responsabili di tutto. La colpa di una è la colpa di tutti. Sempre il singolo è coinvolto totalmente nel destino sociale.

    Egli per ben sei volte si appella a Jhwh, il quale puntualmente gli risponde affermativamente. La triplice preghiera ripetitiva è frequente, ma qui il numero è “scandalosamente” raddoppiato. Abramo oserà diminuire di volta in volta il numero di giusti.

    Abramo qui tenta, in base proprio alla legge della solidarietà, di applicare la giustizia di alcuni a tutti gli altri. Accetterà il Signore questa inversione di ottica?

    Sembra proprio che il Signore spinga Abramo a cercare un nuovo concetto di giustizia: non quella giustizia che vuol dare a ciascuno il suo mette da una parte i peccatori e i giusti dall’altra, ma una giustizia che cerca di salvare tutti, e per questo si serve dei giusti e fa leva su di loro.

    La risposta di Dio è condizionata: “Se io trovo…”.

    Abramo riesce a scendere al numero di dieci. Perché a questo numero si fermi resta un mistero. Jhwh infatti non lo ha rimproverato né ha rifiutato le proposte. Che Abramo pensi che dieci siano il numero minimo su cui affidare la salvezza? Dieci è infatti il numero minimo per costituire un gruppo sociale.

    Geremia e Ezechiele diranno in seguito che basterà un solo giusto per salvare tutti [4].

    “Qui abbiamo la base di quella teologia che emergerà poi in tutta la sua potenza in Isaia 53[5]: per un solo giusto Dio salverà tutto il popolo.

    Quindi Abramo lotta per una nuova conoscenza di Dio, del Dio della salvezza, cioè di quel Dio che vuole totalmente salvare, che per uno è disposto a perdonare a tutti, e si fa quell’uomo per perdonare tutti” (C.M. Martini).

    Sodoma nel disegno biblico non è più considerata come una città estranea al popolo dell’alleanza, quasi che Sodoma possa perire purché Israele si salvi.

    La visita a Lot: 19,1-3

    Il testo ora si incentra sulla figura di Lot.

    Il ciclo di Abramo ama mettere a raffronto questi due personaggi nella stessa situazione. Anche Lot ottiene il privilegio di una visita da parte di Dio.

    Perché questo privilegio? Perché è giusto o in virtù delle promesse di Abramo?

    La grande differenza tra le due visite è che Abramo riceve un annuncio di vita, mentre Lot uno di morte.

    La protezione degli ospiti: vv.4-11

    “Tutto il popolo” si raduna davanti alla casa di Lot. Dunque non vi si trovano neppure dieci giusti! Essi avanzano pretese di carattere sessuale nei confronti degli ospiti.

    Lot rifiuta categoricamente di far uscire i suoi ospiti. “Esce” lui stesso per affrontare quella folla ostile. Ha l’accortezza di chiudere la porta dietro di sé. Lot avanza una soluzione: offre loro le due figlie “che non hanno ancora conosciuto uomo”. Questa alternativa ci sbalordisce. Abramo per salvarsi non disdegna  di sacrificare la moglie. Lot che non deve salvare se stesso ma gli ospiti non esita a sacrificare le figlie. Realmente le donne non hanno qui nessun valore peso. Ma nessuna usanza può giustificare questa proposta, nemmeno i doveri dell’ospitalità. Quante volte la coscienza si trova a dover scegliere tra due mali!

    Come interpretare il gesto di Lot? E le figlie come reagiranno nei confronti di quest’abuso da parte del padre?

    La folla rifiuta l’offerta, e a lui che li chiama “fratelli” risponde con l’appellativo di “straniero”. Lot invoca di “non fare alcun male”, la risposta è  che a lui “faranno di peggio”.

    Non hanno coscienza che così facendo  allontanano da sé l’unica possibilità di salvezza.  La folla si scaglia contro Lot ma gli ospiti gli vengono in aiuto: “dall’interno gli uomini sporsero le mani, trassero in casa Lot” e “chiusero il battente”. Vi è un forte richiamo all’arca dove si rinchiude Noè e tutta la sua famiglia. (Gn 7,16).

    La folla è colpita da “cecità”.

    La passione non induce forse ad una sorta di cecità? Non ottenebra lo sguardo per cui l’uomo diviene capace di tutto, in preda al dominio dell’istinto?

    L’ordine di lasciare Sodoma: vv.12-17

    I messaggeri rivolgono a Lot un ordine: quello di uscire non solo dalla casa, ma dalla stessa città.: “Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli e le tue figlie e tutti quelli che hai in città, falli uscire da questo luogo”.  Lot coraggiosamente esce per avvisare i futuri generi fidanzati alle figlie. Essi ricevono una possibilità di salvezza attraverso Lot e quindi per la mediazione di Abramo.

    Il tragico è che ai generi “parve ch’egli scherzasse”. Essi ridono (sahaq) di Lot. Ridono della loro morte.

    Gli angeli “fanno premura a Lot”. Probabilmente anch’egli tentenna: “indugiava”. E’ faticoso staccarsi dal proprio ambiente, dalle proprie cose: vi si vorrebbe rimanere attaccati per sempre, rappresentano sicurezza, quando in realtà non lo sono e rischiano di divenire “fossa di morte”. Lasciare è morire! Lot è invitato ad “uscire”, a fare una “pasqua” incontro alla salvezza sperimentando la promessa di Dio fatta ad Abramo.

    I due angeli prendono per mano Lot e la sua famiglia e li trascinano fuori “per un atto di misericordia del Signore verso di lui”.

    Rivolgono dunque quattro ordini precisi: “Fuggi!”, “Non guardare indietro!”, “Non fermarti”, “Vai verso la montagna”. Il verbo fuggire e ripreso ben cinque volte.[6]

    L’obiezione e la preghiera di Lot: vv. 18-22

    Lot domanda di potersi rifugiare nella città di Zoar: “Lascia che io fugga colà – non è una piccolezza? – e così la mia vita sia salva”. Lot chiede che sia risparmiata quella città, assumendo un ruolo simile a quello di Abramo. Questa preghiera cambia la decisione divina. Ma Lot deve agire in fretta “perché io non posso far nulla finché tu non sia arrivato”.

    La distruzione di Sodoma: vv. 23-26

    Il testo narra con rapidità gli avvenimenti. La distruzione non è più operata dall’acqua bensì dal fuoco. “Distrusse… tutta la valle… tutti gli abitanti… e la vegetazione”. Tutta la regione diviene un deserto.

    E’ la moglie di Lot che si attarda, essa “guardò indietro” contravvenendo all’ordine. Si lascia sfuggire la possibilità di salvarsi. Volgersi indietro nel linguaggio biblico sta ad indicare rimpianto, nostalgia, volersi trattenere.[7]

    Abramo testimone: vv. 27-28

    Abramo si reca di buon mattino allo stesso luogo “per contemplare dall’alto la città di Sodoma”.

    Il suo intervento sarà servito a qualcosa?

    La sua speranza è subito infranta: sotto il suo sguardo solo distruzione.

    Il contrasto è violento: quello che un tempo era un paradiso, ora è tutto un vero deserto di cenere, fuoco e zolfo.[8]

    Nel suo cuore quante domande riguardo a Lot e alla sua famiglia. Quali sentimenti lo attraversano? (“Ben gli sta!”?). E nei confronti di Dio che pensa?

    Conclusione: v. 29

    Perché Lot è stato risparmiato? Dio si è ricordato di lui perché ricorda il suo patto con Abramo.

    La sua intercessione non è stata completamente inutile. A suo modo Lot ha saputo essere giusto (v. 9).

    Allora perché il giusto Lot non ha saputo salvare la città? Se Dio si fosse accontentato di un solo giusto ciò non sarebbe bastato. Ma gli abitanti di Sodoma lo hanno estromesso da loro definendolo uno “straniero”. Nessun abitante di Sodoma era allora effettivamente giusto.


    [1] Amos 3:7 In verità, il Signore non fa cosa alcuna senza aver rivelato il suo consiglio ai suoi servitori, i profeti. Geremia 23:18 Ma chi ha assistito al consiglio del Signore, chi l’ha visto e ha udito la sua parola? Chi ha ascoltato la sua parola e vi ha obbedito?

    [2] Amos 7:1-6 Ecco ciò che mi fece vedere il Signore Dio: egli formava uno sciame di cavallette quando cominciava a germogliare la seconda erba, quella che spunta dopo la falciatura del re. Quando quelle stavano per finire di divorare l’erba della regione, io dissi: «Signore Dio, perdona, come potrà resistere Giacobbe? È tanto piccolo». Il Signore si impietosì: «Questo non avverrà», disse il Signore. Ecco ciò che mi fece vedere il Signore Dio: il Signore Dio chiamava per il castigo il fuoco che consumava il grande abisso e divorava la campagna. Io dissi: «Signore Dio, desisti! Come potrà resistere Giacobbe? È tanto piccolo». Il Signore se ne pentì: «Neanche questo avverrà», disse il Signore.

    [3] Giovanni 15:15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.

    [4] Ezechiele 22:30 Io ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e si ergesse sulla breccia di fronte a me, per difendere il paese perché io non lo devastassi, ma non l’ho trovato.

    Geremia 5:1 Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se trovate un uomo, uno solo che agisca giustamente e cerchi di mantenersi fedele, e io le perdonerò, dice il Signore.

    [5] Isaia 53:11 il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità.

    [6] Sapienza 10:6-8 E mentre perivano gli empi, salvò un giusto, che fuggiva il fuoco caduto sulle cinque città. Quale testimonianza di quella gente malvagia esiste ancora una terra desolata, fumante insieme con alberi che producono frutti immaturi e a memoria di un’anima incredula, s’innalza una colonna di sale.  Allontanandosi dalla sapienza, non solo ebbero il danno di non conoscere il bene, ma lasciarono anche ai viventi un ricordo di insipienza, perché le loro colpe non rimanessero occulte.

    2Pietro 2:6-9 condannò alla distruzione le città di Sòdoma e Gomorra, riducendole in cenere, ponendo un esempio a quanti sarebbero vissuti empiamente. Liberò invece il giusto Lot, angustiato dal comportamento immorale di quegli scellerati. Quel giusto infatti, per ciò che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta per tali ignominie.Il Signore sa liberare i pii dalla prova e serbare gli empi per il castigo nel giorno del giudizio,

    [7] Luca 9:62 Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

    Luca 17:31-33 In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza, se le sue cose sono in casa, non scenda a prenderle; così chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà.

    [8] Luca 17:28-29 Come avvenne anche al tempo di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece perire tutti.

  • 10 Mar

    La discendenza: Una promessa confermata

    Gn 18,1-16a

    di p. Attilio Franco Fabris

    Abramo esce dall’incontro con Dio confermato ma confuso: egli ha già un figlio, Ismaele, circonciso su richiesta di Dio per entrare nell’alleanza, ma l’alleanza Dio non la farà con lui ma col figlio che non è ancora nato e che è solo promesso.

    Dio ora riconferma la promessa. Abramo ne ha bisogno!

    Tre visitatori alla tenda di Abramo: vv. 1-8

    E’ la terza volta che Dio appare ad Abramo.

    L’incontro ha luogo “alle querce di Mamre” dove Abramo si era stabilito e dove aveva costruito un altare al Signore (15,18).

    Abramo è seduto alla porta della tenda verso la metà giornata. “ed ecco…”  è una sorta di sorpresa vedere questi tre viaggiatori. Che ci fanno in giro con tutto questo caldo? Da dove vengono? Dove stanno andando?

    Nella cultura orientale e soprattutto nomade l’ospitalità rappresenta una dei doveri (e diritti) principali, connotata da caratteri fortemente religiosi. L’ospite ha diritto di essere accolto e difeso: “l’ospite è sacro”.

    Abramo che fa? “Corse loro incontro… e si prostrò a terra”: i due verbi sottolineano l’ospitalità di Abramo. Si corre incontro come ad uno di famiglia che torna da un viaggio, ci si prostra in segno di rispetto. Qui Abramo adora Dio, senza saperlo “Mio Signore!”.[1]

    Segue il pressante invito, rivolto al singolare, come mai? Si sta rivolgendo a colui che sembra il capo? Il testo gioca molto su queste ambiguità di forme verbali.

    Egli promette “un po’ d’acqua e un boccone di pane” ma sapremo che non sarà così. Abramo al modo orientale vuol fare l’umile per manifestare poi la sua magnanimità e generosità.

    La preparazione del pranzo è concitata e premurosa “si affrettò… Presto!… corse… si affrettò…”. La qualità del pranzo è straordinaria. Abramo prende “fior di farina” che è la farina richiesta per le offerte cultuali (cfr Lv 24,5) e prende addirittura “un vitello tenero e gustoso”. La quantità è esorbitante: sono “tre staia” (1 staia = otto litri). Abramo fa la sua parte di accoglienza e di padrone, Sara rimane in penombra a lavorare in cucina. Il pranzo viene servito. Abramo sta in piedi come un servo pronto a rispondere alle esigenze dei visitatori. E quelli “mangiarono”. Che si saranno detti nel frattempo?

    Abbiamo perso molta di questa cultura dell’accoglienza. L’altro, soprattutto se sconosciuto, che bussa alla porta ci infastidisce, ci obbliga a cambiare i nostri piani. Spesso ci sentiamo minacciati. L’altro da amico da accogliere diviene un “estraneo” da cui difendersi. E’ cultura dell’isolamento.

    La promessa confermata e derisa: vv. 9-16a

    Il pranzo termina e ha inizio la conversazione che rivela il motivo di quella visita inaspettata.

    La prima domanda è retorica: “Dov’è Sara, tua moglie?”. Essi ovviamente sanno dov’è, ma fanno intendere l’oggetto della conversazione.

    Il testo continua al singolare: “Tornerò di sicuro da te, tra un anno (lett. al tempo della vita, ovvero del rinnovamento) e Sara avrà un figlio”.[2]

    Sara, “al quale da tempo erano cessato ciò che accade regolarmente alle donne”!, ovvero molto anziana, sterile, senza menopausa, sta ascoltando. Ella si mette a ridere “dentro di se”: la sua reazione è più che comprensibile. Fra se dice: “Proprio adesso che sono vecchia dovrò provare piacere?” (Di che piacere si tratta, del figlio o dal marito?).

    Dio reagisce al riso-dubbio di Sara. “C’è forse qualcosa (una parola) che sia impossibile per il Signore?”. Ecco la fede: credere l’impossibile possibile![3]

    Sara non esita a smentire, nega, nemmeno lei è perfetta. Lo fa per paura e vergogna.

    Il dialogo continua a vertere ironicamente (!) sul “ridere”, preannunciando in sottofondo la nascita di Isacco (= colui che ride).

    Ora Abramo e Sara non possono fare proprio nulla, non resta a loro che credere (vv.9-16a). Messi con le spalle al muro vivono il passaggio dal “fare per” al “ricevere da”.[4]

    Alla fretta della loro soluzioni umane, dettate dalla paura e quindi fragili e anch’esse sterili, Dio contrappone la sua azione che non può non essere feconda e stabile “come il cielo”.

    I nostri progetti sono anch’essi il più delle volte fragili, di breve durata. Scaturiscono dalla fretta e dalla paura: sono il più delle volte intrapresi al fine di “salvare noi stessi”. Essi per divenire autentici e fruttuosi non possono non scaturire dall’ascolto della Parola. E’ la Parola il germe, la fonte, da cui tutto deve trarre energia e vita vera.


    [1] Ebrei 13:2 Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo.

    [2] Romani 9:9 Queste infatti sono le parole della promessa: Io verrò in questo tempo e Sara avrà un figlio.

    [3] Luca 1:36-37 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio».

    [4] Romani 4:19-22 Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia.

  • 09 Mar

    La discendenza: la soluzione di Dio: una promessa

    Gn 17,1-27

    di p. Attilio Franco Fabris

    Il racconto della nascita di Ismaele poteva lasciar indurre che la promessa si sia realizzata. Non è così!

    Jhwh riprende in pugno la situazione e diventa il protagonista principale.

    La discendenza, frutto della promessa,  non può essere il risultato di espedienti umani.

    E’ questo il significato di questo racconto in cui si parla nuovamente di alleanza (cfr c. 15).

    L’apparizione di Jhwh: vv. 1-3a

    Abramo ha ormai novantanove anni, uno meno di cento. La cifra significa: “ora o mai più”.

    Per la seconda volta Jhwh gli appare. Le parole che gli saranno rivolte assomigliano molto a quelle udite nel momento della sua chiamata (12,1-4).

    Anzitutto si rivela con il nome solenne di “El Shaddai” (l’Altissimo, l’Onnipotente): Colui che può tutto.

    Poi a differenza della prima alleanza qui Dio avanza alcune richieste: “Cammina nella mia presenza (= davanti al mio volto)”. Se all’inizio Dio gli ha chiesto di partire, ora gli chiede di vivere in relazione con lui, ogni suo atto dovrà essere in riferimento a Dio.

    “Sii integro”, ovvero giusto come Enoch e Noè (Gn 5,24; 6,9). Questo significa che finora Abramo non ha vissuto finora così? Potrebbe essere. Non sempre infatti il suo comportamento è stato corretto e improntato sulla fiducia sulla Parola. L’invito ad essere “integro” non è appello semplicemente morale, ma desiderio che l’uomo si apra alla fiducia e alla collaborazione col suo progetto.

    La realizzazione della Promessa dunque richiede anche la collaborazione dell’uomo. Diceva Agostino: “Chi ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te”. Se Dio avanza richieste lo è sempre in vista delle promesse (cfr 12,3: “cosicché io…”). Ordine e promessa sono inseparabili.

    Dio dunque rinnova a questo punto le promesse: “Stabilirò la mia alleanza tra me e te…ti moltiplicherò grandemente”. Ma è sempre Dio che “pone”, mette dinanzi, ad Abramo la proposta di alleanza. Alla libertà dell’uomo aderirvi o meno.

    Abramo al termine di queste parole si prostra in obbedienza e sottomissione.

    Quali le sue risonanze? Si risveglia in lui la speranza? Oppure… ha novantanove anni!

    La promessa e il cambiamento del nome: vv. 3b-8

    In un secondo intervento Dio, che qui viene chiamato con il nome di Elohim, esplicita ancor più le promesse.

    La parola alleanza è ripresa tre volte. Se prima dice di volerla “stabilire” (v.2), adesso dice di volerla “far sussistere” (v.7), non solo tra lui e Abramo ma “con te e con la tua discendenza dopo di te”, essa sarà “perenne” il che finora non era mai stato detto. Il dono del patto di amicizia tra Abramo e Dio non sarà mai più ritirato: “i doni di Dio sono irrevocabili” (cfr Rm 11,29).

    Un grande dono è collegato a quest’alleanza, Dio afferma di voler “essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te” (vv. 7.8). Un’amicizia che non sarà mai tradita.

    Anche la promessa della discendenza viene qui sviluppata. Abramo sarà “Padre di una moltitudine di Nazioni” (‘Abh hamon), per cui non si chiamerà più solo Abram ma Abramo. Egli assume una paternità universale. Il cambiamento di nome sta a sottolineare questo.[1]

    A tutto ciò si aggiunge la promessa della terra.

    L’ordine: vv.9-14

    “Da parte tua…”: ora Abramo è invitato a rispettare l’alleanza che Jhwh ha stabilito, cosa che non dovrà far solo lui ma tutta la sua discendenza. L’obbligo dell’alleanza consiste nella circoncisione di tutti i maschi.

    Quale il significato di tale rito? Diversi popoli praticavano e praticano la circoncisione per ragioni iginieniche ed è legata quindi alla nozione di purità (cfr Ger 9,24-25). La circoncisione toglie dall’uomo il “difetto”, l’impurità, e lo rende così senza macchia e integro agli occhi di Dio.

    La circoncisione veniva praticata all’età della pubertà come rito di iniziazione ed era legata alla fertilità. Praticata dopo otto giorni dalla nascita assume un ulteriore significato: diviene “segno” visibile di appartenenza al popolo dell’alleanza (v.11).[2]

    Il gesto di recidere l’estremità dell’organo sessuale fa ricadere simbolicamente sul bambino le maledizioni dell’alleanza, se non vi rimane fedele. Il gesto ha un significato simbolico simile all’azione di passare in mezzo alle parti degli animali divisi. L’ottavo giorni è significativo: il bambino è vissuto già sette giorni, i giorni della creazione (cfr Lc 2,21).

    Chi nel popolo rimarrà incirconciso dovrà essere eliminato: ovvero chi non avrà tagliato l’alleanza con Jhwh sarà tagliato dal popolo.

    La promessa e il cambiamento del nome di Sara: vv. 15-17

    Jhwh cambia il nome anche a Sarai in Sara. Ambedue i nomi significano “Principessa”. Anche Sara riceve una benedizione immediata e universale. La benedizione immediata è il dono di un figlio non più frutto di espedienti umani, proprio da lei che ora ha ottantanove anni e che è sterile.

    LA benedizione universale sarà una grande discendenza di nazioni  e re.

    La reazione di Abramo: vv. 18-22

    Abramo si prostra a terra, ma nello stesso tempo il testo pone sulle sue labbra il riso. Il gesto esteriore corrisponde a ciò che Abramo avverte nella sua coscienza? Cosa esprime questo riso? Sorpresa, gioia, dubbio…?

    Nel commentare la promessa di Dio, il suo riso (jishaq = egli ride) annuncio il futuro bambino.

    Per la prima volta Abramo parla: lo inizia a fare tra se e se. Egli dubita sperando: “Ad uno di cento anni nascerà un figlio? E Sara, all’età di novant’anni potrà partorire?”. Umanamente tutto ciò è impossibile.

    Abramo si rivolge dunque a Dio: “Che almeno Ismaele viva sotto il tuo sguardo!”. Che significato può avere questa preghiera? Abramo dubitando offre un’alternativa, vuole andare sul sicuro: si accontenterebbe già che Ismaele possa vivere sotto lo sguardo di Dio, non potrebbe già essere lui l’erede delle promesse.

    La risposta di Jhwh ad Abramo è categorica: “no!”.

    Sara avrà un figlio. Il vero erede della promessa non sarà unicamente del sangue di Abramo ma anche di Sara. Questo bambino si chiamerà Isacco (“Egli ride”: chi Abramo o Dio?).

    Tuttavia Dio dice di voler esaudire la preghiera riguardo ad Ismaele (Dio ha ascoltato). Egli gli riserva un grande avvenire: sarà benedetto con una discendenza grande e forte.

    Strana figura quella di Ismaeòe: pur circonciso si pone dentro e fuori l’alleanza.[3]

    Quale il significato di questa posizione e decisione di Dio? Quale la differenza essenziale tra Isacco e Ismaele?

    L’esecuzione dell’ordine: vv. 23-27

    Abramo immediatamente obbedisce all’ordine di Dio: “in quello stesso giorno… come Dio gli aveva detto”.


    [1] Romani 4:17 Infatti sta scritto: Ti ho costituito padre di molti popoli; [è nostro padre] davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono.

    Galati 3:16 Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furon fatte le promesse. Non dice la Scrittura: «e ai tuoi discendenti», come se si trattasse di molti, ma e alla tua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo.

    [2] Romani 4:10-11 Come dunque gli fu accreditata? Quando era circonciso o quando non lo era? Non certo dopo la circoncisione, ma prima. Infatti egli ricevette il segno della circoncisione quale sigillo della giustizia derivante dalla fede che aveva già ottenuta quando non era ancora circonciso; questo perché fosse padre di tutti i non circoncisi che credono e perché anche a loro venisse accreditata la giustizia

    [3] Galati 4:22-23 Sta scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. Ma quello dalla schiava è nato secondo la carne; quello dalla donna libera, in virtù della promessa.

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