• 27 Gen

    di p. Attilio Franco Fabris 

     

    La Parola del Vangelo, se ascoltata, scuote come un vento burrascoso, una tempesta capace di buttare all’aria tutto ciò che con pazienza e fatica abbiamo costruito con l’intento “santo” di difendere e custodire la fede. La Parola infatti non tollera palizzate fatte di leggi consuetudini, riti: tutto questo rischia da parte nostra di paralizzarla, di affossarla, nasconderla, rendendola alla fin fine inoffensiva.

    Lo Spirito, dal giorno della Pentecoste, non sopporta più porte e finestre chiuse; per agire spalanca e abbatte tutto. Chiediamo nella preghiera di renderci disponibili a lasciarci travolgere dal vento impetuoso dello Spirito di Gesù, e che il rombo del suo tuono metta a tacere le nostre tante vuote parole.

    Vieni Spirito di libertà, dono del Crocifisso Risorto. Vieni come vento burrascoso e terremoto che scuote la casa (At 2,2; 4,31),  abbatti nel nostro cuore ogni paura, butta all’aria tutti quei muri di separazione che per troppa prudenza e paura abbiamo costruito con la scusante della fede, ma in verità per impedirti di agire con forza e novità nella nostra vita.

    Tu conosci la durezza del nostro cuore, la sua incapacità di ascoltare la Parola che libera e salva. Facci prendere coscienza di questa durezza di cuore onde indurci a quel pentimento e a quelle lacrime che, sole, sono capaci di ammorbidirlo rendendolo disponibile alla tua azione.

    Vieni come Spirito di forza, di coraggio, tu che sei Spirito che spalanca alla sua Chiesa e a ciascuno di noi orizzonti sempre più vasti e ampi. Facci oltrepassare, anche se neghittosi, tutti quei confini irti di fili spinati fatti di leggi, consuetudini, modi di pensare e di agire standardizzati, che vorremmo continuamente impiantare e conservare ad ogni costo per non scomodarci, per non metterci ogni giorno in discussione. Tu vuoi aprirci, Spirito di vita, al cammino di libertà dei figli, impedendoci di ricadere nella condizione di schiavi.

     

    Lectio

     

    Il brano che mediteremo è Marco 7,1-13. Siamo nella cosiddetta “sezione dei pani” (6,30-8,21) nella quale Gesù, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani per i cinquemila nel deserto, presenta se stesso come quel vero nutrimento spirituale dono di Dio  di cui l’uomo ha bisogno per la sua vita. Ma a Gesù che si presenta come pane risponde la cecità e la durezza di cuore non solo degli avversari ma anche degli stessi discepoli incapaci di riconoscere e accogliere il suo dono (cfr 7,18).

    Il testo, dallo stile profetico, presenta alla comunità cristiana una diatriba tra Gesù e gli scribi e farisei “venuti da Gerusalemme” (v.1).  Gerusalemme è il centro della fede e dell’ortodossia religiosa ebraica. A Gerusalemme, luogo dell’istituzione legata al tempio e al sacerdozio, la tradizione presume di aver conservato la purezza dell’interpretazione del dono della Legge. Presunzione che Gesù, sulla scia dei grandi profeti, più volte prende di mira denunciandone la falsa pretesa (cfr Ger 7,4; Mc 11,27ss). I farisei sono coloro che pongono tutte le loro energie a servizio dell’osservanza scrupolosa e  inoppugnabile della legge. Gli scribi sono invece coloro che studiano la legge e la conoscono in ogni sua sfumatura. Chi più di loro può sentirsi autorizzato nel denunciare ciò che allontana dalla retta pratica della fede? L’antitesi legge/vangelo, che accompagnerà anche la storia della comunità cristiana (cfr At 15,5ss), emerge nel nostro testo violentemente.

    Il motivo del conflitto è causato dal comportamento dei discepoli che “prendevano cibo (lett: pane) con mani immonde” (v.2) cioè  “non lavate”. La discussione ha perciò come perno le questioni legate al cibo e alla purità. Il significato di questa norma (di per sé riservata ai soli sacerdoti e successivamente ampliata) non è solo e anzitutto questione igienica: per il pio israelita è soprattutto invito a riconoscere che quel cibo è dono di Dio, e quindi va consumato con il rispetto e la venerazione nei confronti del donatore. Il significato della norma era perciò aiutare a “fare memoria”, nel dono del “pane”, dell’alleanza con Dio. Ma ora il pane è Cristo stesso, ed è lui che discepoli, farisei e scribi sono chiamati a riconoscere come dono di Dio. Tutto il resto dovrebbe passare in secondo piano: anche la legge santa! Ma questo non accade, e il motivo è semplice: la cecità e la durezza del cuore di tutti.

    La loro recriminazione inizia con le parole: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?” (v.5). Farisei e scribi, che hanno ben coscienza del peso della loro autorità in mezzo al popolo, si scandalizzano di Gesù. Non è egli chiamato rabbi? Perché non interviene, come suo dovere, a favore della legge? Se Gesù fosse realmente un rabbi  rispettoso della legge non dovrebbe permettere questo.

    Farisei e scribi si rifanno alle tradizioni “degli antichi”, ovvero agli illustri interpreti ufficiali della legge di Mosè. Il fardello della legge diventa pesante, insopportabile (cfr Mt 23,4): cumuli di pratiche, riti, precetti, tradizioni che in teoria dovrebbero facilitare il vivere l’alleanza in realtà finiscono per ostacolarla, impedirla, nasconderla perché le norme diventano fini a se stesse, dimentiche della loro funzione di semplici strumenti e in quanto tali sempre soggette a discernimento e verifica alla luce della Parola.

    A questa rigida presa di posizione degli avversari Gesù risponde (v. 6) con la citazione di Isaia 29,13 (cfr Am 5,21-27; Is 1,11-20…). Citando i profeti Gesù si colloca nella loro linea di severa accusa nei confronti di un culto ormai decaduto perché solo esteriore. L’antitesi posta dal testo di Isaia è tra culto delle labbra e del cuore, ovvero tra culto esteriore e interiore.

    Giungiamo al v. 8 al nucleo centrale della denuncia fatta da Gesù: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”. L’uomo “religioso” (da intendersi come l’uomo non ancora evangelizzato) corre sempre il tremendo rischio di porre al primo posto la legge con la quale ricercare la propria giustificazione.

    Gesù porta quindi un esempio limite con il quale dimostra concretamente come la legge, e l’interpretazione che ne fa la tradizione “degli antichi”, diventa occasioni di subdola ipocrisia. E’ l’abile malizia del cuore indurito per cui la legge “santa” si trasforma in sottile strumento per eludere la verità e le esigenze autentiche della religione “del cuore”.

    Il termine “ipocrisia” è significativo: l’ “ipocrita” era il protagonista nella scena teatrale, colui che impersonava ciò che non era, pantomimo di una realtà inesistente. L’ipocrisia è la presunzione di voler apparire davanti agli altri, a se stessi e a Dio, più o meno consciamente, per quello che non si è.

    Dopo l’esempio riportato Gesù non esita a concludere il suo discorso affermando una realtà scomoda: “E di queste cose ne fate molte” (v. 13). Realmente la malizia del cuore umano non conosce confini.

     

    Collatio

     

    Esiste anche per noi cristiani il rischio di ricadere nella religiosità “delle labbra”; ovvero in una pratica religiosa vuota, sterile, perché privata della sua vera radice che è l’essere innestata non nella legge ma in un autentico rapporto con Dio. Una religiosità delle “labbra” è molto lontana da quella del “cuore” dove si gioca realmente la libertà della coscienza dinanzi alla Parola. Purtroppo sono molti che fanno propria la religione “delle labbra” se è vera la frase usata dai vescovi italiani in un documento di alcuni anni fa nel quale affermavano che “le nostre chiese sono piene di praticanti ma non di credenti”.

    La rivelazione biblica ci presenta il cuore dell’uomo indurito a causa della propria chiusura all’ascolto della Parola. Ecco allora l’uomo “sordo” porsi alla ricerca della propria giustificazione, fatta delle mille sicurezze derivanti dall’osservanza della legge. Si diventa cultori della legge, antica e… nuova, quando l’uomo “religioso” pone il sabato prima dell’uomo, giungendo stoltamente a sacrificarlo alla legge. Nessuna legge, neppure religiosa, può arrogarsi tale pretesa.

    La legge, antica e nuova, cerca sempre di svuotare la Buona Notizia, che è l’umile e gioiosa accoglienza della gratuità del dono di Dio. Si vuole trasformare il vino nuovo di Cana nuovamente nell’acqua degli otri della legge (cfr Gv 2,6). I cinquemila nel deserto hanno mangiato con gioia e entusiasmo del dono del pane moltiplicato senza preoccuparsi d’essersi prima lavati le mani! A questa gioia che trasborda la legge risponde volendosi mettersi di mezzo, nella presunzione d’essere lei strumento di salvezza.

    Qui sta il grande travisamento del dono della legge: per l’apostolo Paolo suo compito non è di giustificarci dinanzi a Dio, ma solo di farci prendere coscienza dell’impossibilità di salvarci da soli:Infatti in virtù delle opere della legge nessun uomo sarà giustificato davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato” (Rm 3,20). Quando la legge dimentica questo, si trasforma in strumento di difesa nei confronti di Dio e delle esigenze della sua Parola. Essa infatti permette di attaccarci in tutta buona coscienza alle garanzie offerte dalle norme del passato, evitandoci la fatica e la sofferenza dell’umile ascolto della Parola. La legge è più comoda perché deresponsabilizza, fa dipendere dall’esterno la verità del rapporto tra la coscienza e Dio. Tragico destino della legge che, nata per additare la porta stretta della vita, diviene meschina e comoda autostrada che conduce alla “sclerocardia”, come amavano dire i padri orientali. Essa invece di aiutare l’uomo a puntare lo sguardo sull’essenziale si trasforma in idolo: quando il tuo dito indica la luna, dice un famoso proverbio cinese, lo stolto guarda il tuo dito.

    Gesù vuole liberare l’uomo e la sua comunità, dalla legge che lo rende solo schiavo. E’ questo il messaggio lanciato agli scribi e farisei venuti da Gerusalemme: egli vuole dal profondo del suo cuore che il nostro rapporto con Dio sia quello tra Padre e figli. Dio non vuole schiavi!

    La Buona Notizia annuncia il primato della religione del cuore che supera ogni legge: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!” (Rm 81,5).

     

    Oratio

     

    Chiediamo ora al Signore la grazia di poter riconoscere senza timore la durezza del nostro cuore. Questa durezza si manifesta quando, invece di porci “in religioso ascolto” della Parola lasciando che essa sola sia luce alla nostra strada, facciamo più comodo e cieco ricorso alle leggi, tradizioni,  “osservanze”, che seppur buone, si trasformano in ostacolo alla vera obbedienza della fede.

    Anziché camminare nella libertà della vera fede che fa di noi dei “credenti” decadiamo in tristi “osservanti” di una sterile pratica religiosa, lontana da quel cuore che Dio ricerca:Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori” (Gv 4,23)

    Donaci, o Padre, il coraggio dell’autocritica che ci permetta di evitare le comode scappatoie delle “cose ovvie e scontate”, del “si è sempre fatto così!”, fuggendo il faticoso ma liberante confronto con l’autorità della tua Parola che è il Figlio tuo e con la verità dell’uomo.

    Soprattutto rendici capaci di usare la legge, nella Chiesa e nelle nostre comunità, sempre come semplice strumento passibile di modifiche, affinché l’uomo sia rispettato, il debole salvaguardato, la tua Parola più ascoltata, Dio servito in tutta purezza di cuore.

    Se ci attacchiamo troppo alle nostre leggi ed esse ci impediscono di vivere e far vivere la vera libertà dei figli di Dio, ti preghiamo, invia un “vento impetuoso e un rombo di tuono” alla tua Chiesa affinché scardini tutto ciò che non è secondo il tuo cuore.

    Donaci soprattutto di poter gustare la “sobria ebbrezza dello Spirito”, che è l’ebbrezza della libertà dei figli, e donaci infine di poter gustare la gratuità e la bellezza del dono del tuo pane che è il Figlio tuo, offertoci ogni giorno gratuitamente.

    Posted by attilio @ 19:26

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